Immaginiamo che una mamma vada a prendere i suoi bambini alla scuola materna. È tardi, la mamma ha avuto una dura giornata di lavoro ed ha dovuto fare in fretta e furia alcune commissioni prima di andare a prendere i suoi figli sul limitare delle cinque.
Appena in macchina, i bambini protestano: non vogliono legarsi le cinture. La mamma, presa per sfinimento, cede, come ogni sera: tanto la strada è una provinciale, deve fare pochi km.
Nel momento di immettersi sulla provinciale, la mamma non vede una macchina che sta arrivando a una certa velocità (diciamo 70 all'ora ma la strada prevede il limite dei 50): le erbe sul ciglio sono troppo alte e folte. Le due auto si urtano, finiscono entrambe in un fosso. Uno dei bambini viene sbalzato e muore. Il guidatore dell'altra macchina, un operaio agricolo rumeno che tornava dal lavoro, resta ferito.
Ecco, vediamo come il giornale locale darebbe la notizia:
"Incidente sulla provinciale, morto un bambino. Un rumeno, guidando ad alta velocità sulla provinciale, ha urtato un'auto che si stava immettendo sulla strada. Sull'altra auto c'erano una mamma e i suoi due bambini, di cui uno è morto. Sono in corso accertamenti per capire se l'extracomunitario fosse in stato di ebbrezza."
Invece vediamo come secondo me sarebbe giusto dare la notizia:
"Niente seggiolino: bambino morto in un incidente. Un operaio agricolo, guidando a una velocità superiore al limite dei 50km/h, ha urtato un'auto che si stava immettendo sulla provinciale ed entrambi i veicoli sono caduti nei fossi che costeggiano la strada. L'altra auto conteneva una mamma e i suoi due bambini, nessuno dei quali era legato all'apposito seggiolino. Le vittime sono uno dei bambini, sbalzato dall'urto, e l'operaio agricolo, ferito. Sono in corso accertamenti per verificare la presenza di ulteriori concause."
Non solo e non tanto perché mi dà fastidio veder sottolineare sempre la nazionalità di eventuali extracomunitari coinvolti in fatti di cronaca.
Ma soprattutto perché, invece della solita psicosi da batterio killer o da albanese stupratore, mi piacerebbe che i giornalisti suscitassero la psicosi da seggiolino: una psicosi utile, finalmente.
Per ulteriori informazioni sull'iniziativa "Se lo ami legalo", potete vedere qui, qui, qui e qui.
venerdì 17 giugno 2011
lunedì 13 giugno 2011
Come si cambia?
No, non è il titolo di una canzone, e non voglio parlare del passare del tempo e della sua azione su di noi.
È una domanda vera: come si fa a cambiare?
Quando si tratta di se stessi, è relativamente facile. Se voglio smettere di fumare, mi organizzo per farlo: chiedo al mio medico, cerco un sostegno, ci metto la mia volontà. Se voglio perdere peso, mi metto a dieta e faccio più sport. Se voglio cambiare lavoro, mi iscrivo a un corso, mando CV, partecipo a fiere di settore.
Non dico che voilà, basta volerlo. Ma cambiare me stessa è decisamente meno complicato di quello che vorrei cambiare ora.
Vorrei cambiare la politica italiana. E no, non mi basta che se ne vada Berlusconi: lui è solo un simbolo di un cancro che ci sta divorando da prima di lui. Incolpare Berlusconi è come scaricarsi la coscienza, soprattutto per la sinistra: se i suoi oppositori avessero saputo incarnare un ideale forte e trascinante quanto quello che ha incarnato lui, non staremmo qui a ipotizzare una sua dittatura.
Come molti, vorrei che tutto il sistema politico cambiasse o perlomeno che prendesse atto del cambiamento della società. Lo so che la società italiana, vista sotto certi punti di vista, sembra composta di burini la cui massima aspirazione è farsi il Cayenne come il buon Ranzani. E invece, proprio in questo momento, sul vituperato Facebook un gruppo di persone si sta interrogando su come dare un segnale forte riguardo alla volontà di cambiamento.
Non sono mosche bianche, ne vedo tanti come loro. E non solo su Internet, dove sembra che tutti i miei contatti siano antiberlusconiani, ecologisti, orientati al consumo critico e quant'altro.
L'altro giorno propongo a mio nonno di portarlo a votare. Lui nicchia, dice che tanto non cambia niente. Lascio perdere, ma poi lui mi dice una cosa che mi fa sbottare: ma scusa, vuoi pagare l'acqua dell'orto come quella in bottiglia? Vuoi che ci facciano una centrale nucleare a 50 km? (OK, ho semplificato, ma mio nonno ha 82 anni e ci sente poco!)
Lui mi dice no, e allora alla fine l'ho portato al seggio, spiegandogli che per dire no doveva votare sì.
Certo, a mio nonno in teoria non gliene frega niente se non ci sono asili, se le donne devono lasciare il lavoro e non riescono a rientrare nel mercato dopo i figli, se la scuola pubblica viene smantellata, eccetera. Ma è mio nonno, e gli interessa che io abbia una vita felice e dignitosa. È il bisnonno dei miei figli, e vuole che loro possano studiare invece di andare a lavorare nei macelli come lui fece a 6 anni.
Il fatto è che molti non partecipano alla vita politica del Paese per non essere delusi. Perché tanto hanno visto troppe schifezze, e si sono convinti che niente possa cambiare. Perché non sanno che in altri Paesi (penso alla Svezia) quello che vorremmo non è un'utopia: le vacanze della scuola tengono conto del lavoro dei genitori e in ufficio non si fa finta che i lavoratori non abbiano una vita.
In fondo, io vorrei "solo" una classe politica capace di mettersi nei miei panni e trovare le soluzioni ai problemi della gente. Alcune soluzioni sono di mero buonsenso, non richiendono grande dispendio di risorse. Altre soluzioni saranno impopolari anche per me. Altre ancora saranno impopolari per certe logiche di mercato.
Ora, se fossi realistica, mi abbatterei e direi che sono tutti sogni, che nessuno ci riuscirà mai. Beh, non voglio concludere così: se tutti condividono un sogno, magari il sogno prima o poi si realizza.
È una domanda vera: come si fa a cambiare?
Quando si tratta di se stessi, è relativamente facile. Se voglio smettere di fumare, mi organizzo per farlo: chiedo al mio medico, cerco un sostegno, ci metto la mia volontà. Se voglio perdere peso, mi metto a dieta e faccio più sport. Se voglio cambiare lavoro, mi iscrivo a un corso, mando CV, partecipo a fiere di settore.
Non dico che voilà, basta volerlo. Ma cambiare me stessa è decisamente meno complicato di quello che vorrei cambiare ora.
Vorrei cambiare la politica italiana. E no, non mi basta che se ne vada Berlusconi: lui è solo un simbolo di un cancro che ci sta divorando da prima di lui. Incolpare Berlusconi è come scaricarsi la coscienza, soprattutto per la sinistra: se i suoi oppositori avessero saputo incarnare un ideale forte e trascinante quanto quello che ha incarnato lui, non staremmo qui a ipotizzare una sua dittatura.
Come molti, vorrei che tutto il sistema politico cambiasse o perlomeno che prendesse atto del cambiamento della società. Lo so che la società italiana, vista sotto certi punti di vista, sembra composta di burini la cui massima aspirazione è farsi il Cayenne come il buon Ranzani. E invece, proprio in questo momento, sul vituperato Facebook un gruppo di persone si sta interrogando su come dare un segnale forte riguardo alla volontà di cambiamento.
Non sono mosche bianche, ne vedo tanti come loro. E non solo su Internet, dove sembra che tutti i miei contatti siano antiberlusconiani, ecologisti, orientati al consumo critico e quant'altro.
L'altro giorno propongo a mio nonno di portarlo a votare. Lui nicchia, dice che tanto non cambia niente. Lascio perdere, ma poi lui mi dice una cosa che mi fa sbottare: ma scusa, vuoi pagare l'acqua dell'orto come quella in bottiglia? Vuoi che ci facciano una centrale nucleare a 50 km? (OK, ho semplificato, ma mio nonno ha 82 anni e ci sente poco!)
Lui mi dice no, e allora alla fine l'ho portato al seggio, spiegandogli che per dire no doveva votare sì.
Certo, a mio nonno in teoria non gliene frega niente se non ci sono asili, se le donne devono lasciare il lavoro e non riescono a rientrare nel mercato dopo i figli, se la scuola pubblica viene smantellata, eccetera. Ma è mio nonno, e gli interessa che io abbia una vita felice e dignitosa. È il bisnonno dei miei figli, e vuole che loro possano studiare invece di andare a lavorare nei macelli come lui fece a 6 anni.
Il fatto è che molti non partecipano alla vita politica del Paese per non essere delusi. Perché tanto hanno visto troppe schifezze, e si sono convinti che niente possa cambiare. Perché non sanno che in altri Paesi (penso alla Svezia) quello che vorremmo non è un'utopia: le vacanze della scuola tengono conto del lavoro dei genitori e in ufficio non si fa finta che i lavoratori non abbiano una vita.
In fondo, io vorrei "solo" una classe politica capace di mettersi nei miei panni e trovare le soluzioni ai problemi della gente. Alcune soluzioni sono di mero buonsenso, non richiendono grande dispendio di risorse. Altre soluzioni saranno impopolari anche per me. Altre ancora saranno impopolari per certe logiche di mercato.
Ora, se fossi realistica, mi abbatterei e direi che sono tutti sogni, che nessuno ci riuscirà mai. Beh, non voglio concludere così: se tutti condividono un sogno, magari il sogno prima o poi si realizza.
giovedì 9 giugno 2011
L'eterno ritorno
Stamattina, Amelia si lamenta di un minuscolo fastidio al mignolo del piede e io sospiro, per l'ennesima volta: "Quanto somigli a tua nonna!".
Sua nonna, che è anche mia mamma, è così attenta ai piccoli fastidi che un granello di sabbia nella scarpa potrebbe rovinarle una prima della Scala. Sua nonna, al contrario di me, che sono sua figlia e sono nata 6 giorni dopo di lei, è la rappresentazione perfetta del suo segno zodiacale, la Vergine: organizzata, ordinata, deve avere tutto sempre sotto controllo, non riesce a delegare.
Mia nonna, invece, mi somigliava di più. Infatti innumerevoli volte mia madre è sbottata con me: "Quanto somigli a tua nonna!".
Già, quanto somiglio a mia nonna. Forse perché, mutatis mutandis e per carità, io ho una vita più simile a quella che ha avuto lei.
Mia madre è cresciuta in un ambiente pronto ad aiutarla: i miei 4 nonni lavoravano in negozio e mi potevano tenere nel retrobottega, il suo lavoro era sicuro (e aveva trovato subito un posto statale, a 20 anni, appena uscita dall'ITIS), viveva in una casa dei miei nonni. Per dire: ha potuto permettersi di non mandarmi alla materna.
Io, pur con tutte le migliorie degli ultimi 60 anni, sono più simile a mia nonna: non ho nessun appoggio logistico fisso, a parte quelli che ho pagato. Mi trovo in balia della disponibilità dei nonni, che hanno necessità oggettive da anteporre alle mie (pure oggettive, ma mie). Mi trovo a vedere i miei bisogni disprezzati dallo Stato, esattamente come mia nonna nel dopoguerra.
E mi chiedo a volte se non valga la pena di fare fagotto e andarmene in un Paese civile.
Sua nonna, che è anche mia mamma, è così attenta ai piccoli fastidi che un granello di sabbia nella scarpa potrebbe rovinarle una prima della Scala. Sua nonna, al contrario di me, che sono sua figlia e sono nata 6 giorni dopo di lei, è la rappresentazione perfetta del suo segno zodiacale, la Vergine: organizzata, ordinata, deve avere tutto sempre sotto controllo, non riesce a delegare.
Mia nonna, invece, mi somigliava di più. Infatti innumerevoli volte mia madre è sbottata con me: "Quanto somigli a tua nonna!".
Già, quanto somiglio a mia nonna. Forse perché, mutatis mutandis e per carità, io ho una vita più simile a quella che ha avuto lei.
Mia madre è cresciuta in un ambiente pronto ad aiutarla: i miei 4 nonni lavoravano in negozio e mi potevano tenere nel retrobottega, il suo lavoro era sicuro (e aveva trovato subito un posto statale, a 20 anni, appena uscita dall'ITIS), viveva in una casa dei miei nonni. Per dire: ha potuto permettersi di non mandarmi alla materna.
Io, pur con tutte le migliorie degli ultimi 60 anni, sono più simile a mia nonna: non ho nessun appoggio logistico fisso, a parte quelli che ho pagato. Mi trovo in balia della disponibilità dei nonni, che hanno necessità oggettive da anteporre alle mie (pure oggettive, ma mie). Mi trovo a vedere i miei bisogni disprezzati dallo Stato, esattamente come mia nonna nel dopoguerra.
E mi chiedo a volte se non valga la pena di fare fagotto e andarmene in un Paese civile.
domenica 5 giugno 2011
Profonda apparenza
Sarà il tempo, che ha fatto un salto indietro di 2 mesi e svariati gradi. Sarà che casa mia si è trasformata in un lazzaretto, con marito esantematicamente malato da lunedì e figlia gastroentericamente malata da martedì (e figlio sano attaccato alle balle della mamma, poveretto lui e poveretta me). Sarà che ho trascorso un bellissimo pomeriggio tra donne ed è raro che ore passate così non diano i loro frutti. Sarà anche che mi sono data lo smalto (color nerorosso, mentre l'aubergine l'ho appena tolto) e per un po' sono rimasta a far niente per evitare di rovinarlo. Sarà anche che ho deciso di inaugurare un nuovo regime alimentare e di movimento, per motivi estetici e di salute.
Insomma, in questi giorni ho avuto tempo e opportunità di occuparmi del mio aspetto e di stare a contatto con una persona che ne ha sta facendo un lavoro.
Frivolezza? Desiderio di evasione? Per niente: l'evasione l'ho avuta con le chiacchiere e il tè, e anche con le uscite da sola con Ettore, ammettiamolo.
Invece questa riconsiderazione del mio aspetto è una cosa molto seria. Molto profonda, perché sono convinta che, al di là dei vecchi adagi, il nostro aspetto rifletta la nostra condizione interiore.
Salto indietro di quasi 10 anni: inizio a lavorare in un ambiente prevalentemente maschile. Sono giovanissima (ho 24 anni) e il fatto di essere minuta e bassa mi fa sembrare una bambina. L'ambiente di lavoro è molto informale, ma ci sono gli incontri con clienti e partner. Dal momento che non mi è mai stato chiesto, non mi sono mai presentata a questi incontri in tailleur: pantaloni a sigaretta e una bella maglia d'inverno, abiti di lino dalla linea sobria d'estate. Ero a mio agio e questo mi permetteva di sentirmi alla pari.
Fast forward di un paio d'anni: comincia la primavera dopo un inverno bello tosto e io non me la sento più di ingessarmi in pantaloni classici e gonne dritte. Ho un'esperienza, non ho più bisogno di sentirmi alla pari. Comincio ad esplorare e a osare qualche gonna lunga, a evitare le camicie, a cercare uno stile più morbido. Ne parlo col mio collega di allora, che mi stava manifestando un desiderio di cambiare modo di lavorare, e lui mi liquida come "frivola". Non ricordo se sono rimasta a spiegargli che quella ricerca non era solo esteriore: a volte penso che gli uomini non abbiano gli strumenti culturali per capire.
Nel corso degli anni, ho variato spesso il rapporto col mio aspetto. Due volte sul lavoro mi sono sentita inutile e vuota, e per due volte ho perso il controllo della bilancia. Ho fatto due figli ed entrambe le volte sono dovuta scendere a patti con la me stessa della gravidanza e del post.
Ecco, con queste premesse, comprarmi due smalti nuovi e vistosi dopo 2 anni che quelli vecchi seccavano nel cassetto non è superficialità: è occuparmi di me stessa, farmi un piacere con un minimo sforzo. E regalarmi qualche seduta di un corso di trucco significa accettare il mio viso, anche se non sono più la silfide di 8 anni fa.
Comprarmi un paio di scarpe da corsa non vuol dire voler tornare indietro di 8 anni, ma accettare la sfida del futuro: invecchiare senza rimpiangere nulla, con un corpo sano pronto a servire la mia mente.
Mi manca solo di caricare le pile dell'mp3.
Insomma, in questi giorni ho avuto tempo e opportunità di occuparmi del mio aspetto e di stare a contatto con una persona che ne ha sta facendo un lavoro.
Frivolezza? Desiderio di evasione? Per niente: l'evasione l'ho avuta con le chiacchiere e il tè, e anche con le uscite da sola con Ettore, ammettiamolo.
Invece questa riconsiderazione del mio aspetto è una cosa molto seria. Molto profonda, perché sono convinta che, al di là dei vecchi adagi, il nostro aspetto rifletta la nostra condizione interiore.
Salto indietro di quasi 10 anni: inizio a lavorare in un ambiente prevalentemente maschile. Sono giovanissima (ho 24 anni) e il fatto di essere minuta e bassa mi fa sembrare una bambina. L'ambiente di lavoro è molto informale, ma ci sono gli incontri con clienti e partner. Dal momento che non mi è mai stato chiesto, non mi sono mai presentata a questi incontri in tailleur: pantaloni a sigaretta e una bella maglia d'inverno, abiti di lino dalla linea sobria d'estate. Ero a mio agio e questo mi permetteva di sentirmi alla pari.
Fast forward di un paio d'anni: comincia la primavera dopo un inverno bello tosto e io non me la sento più di ingessarmi in pantaloni classici e gonne dritte. Ho un'esperienza, non ho più bisogno di sentirmi alla pari. Comincio ad esplorare e a osare qualche gonna lunga, a evitare le camicie, a cercare uno stile più morbido. Ne parlo col mio collega di allora, che mi stava manifestando un desiderio di cambiare modo di lavorare, e lui mi liquida come "frivola". Non ricordo se sono rimasta a spiegargli che quella ricerca non era solo esteriore: a volte penso che gli uomini non abbiano gli strumenti culturali per capire.
Nel corso degli anni, ho variato spesso il rapporto col mio aspetto. Due volte sul lavoro mi sono sentita inutile e vuota, e per due volte ho perso il controllo della bilancia. Ho fatto due figli ed entrambe le volte sono dovuta scendere a patti con la me stessa della gravidanza e del post.
Ecco, con queste premesse, comprarmi due smalti nuovi e vistosi dopo 2 anni che quelli vecchi seccavano nel cassetto non è superficialità: è occuparmi di me stessa, farmi un piacere con un minimo sforzo. E regalarmi qualche seduta di un corso di trucco significa accettare il mio viso, anche se non sono più la silfide di 8 anni fa.
Comprarmi un paio di scarpe da corsa non vuol dire voler tornare indietro di 8 anni, ma accettare la sfida del futuro: invecchiare senza rimpiangere nulla, con un corpo sano pronto a servire la mia mente.
Mi manca solo di caricare le pile dell'mp3.
Etichette:
comunicazione,
donne,
futuro,
ricordi,
sentimenti,
uomini
giovedì 26 maggio 2011
Esercizi spirituali
A volte, quando sono molto arrabbiata e/o molto ferita per via di un membro della mia famiglia (marito e/o figli), mi viene da "consolarmi" attraverso la fantasia.
Risalgo con la memoria fino a uno snodo della mia vita, un bivio a cui avrei potuto fare una scelta diversa e la mia vita sarebbe completamente differente da quello che è oggi.
Di solito risalgo a prima di conoscere Luca: cerco di immaginare che cosa mi avrebbe potuto portare a non conoscerlo, perché dal momento in cui l'ho visto ho saputo di volere lui e la vita che ho adesso.
Stamattina in macchina pensavo a quello che mi sembra un secolo fa. Ai tempi in cui tra essere colleghi, compagni e amici c'era pochissima differenza: si arrivava a passare insieme tutta la giornata tra dovere e piacere, senza neanche doversi organizzare. Eravamo il sogno di chiunque ricorra al team building: noi il team l'avevamo costituito e lo tenevamo bello coeso.
In una serata fuori, sul tardi, ad un certo punto parte un lento. Uno dei ragazzi, un po' brillo, mi abbraccia da dietro e comincia a baciarmi sul collo. Una cosa decisamente piacevole, se non fosse che lo stava facendo davanti a una delle ragazze, mia carissima amica e segretamente innamorata di lui. A malincuore, declino le gentili profferte che il ragazzo mi stava facendo all'orecchio e me ne libero.
Da allora, con lui non è più successo nulla (e c'è da dire che era un gran farfallone, quindi con ogni probabilità le sue attenzioni mi sarebbero state riservate solo per qualche giorno o settimana). Io mi sono invaghita di un altro, lui ha cominciato a fare lo scemo con altre due ragazze (ma credo che una di loro gli interessasse davvero).
Oggi siamo amici alla lontana: ci vediamo una volta ogni morte di papa, ma ogni volta è piacevole e divertente come allora. Nessuno di noi è più tornato su quella sera, anche perché entrambi siamo felicemente sposati.
Anche lui ha due bambini, che sembrano gemelli dei miei: stesse età e stesso ordine di arrivo per femmina e maschio. Sicché mi vien da pensare che, anche se, violentando la mia natura di leale amica, lo avessi lasciato fare e fosse nato qualcosa di serio tra noi, la mia vita non sarebbe molto diversa da quella che ho ora. Ecco, forse vivrei in città e non avrei gatti, il che sarebbe di sicuro un miglioramento.
Forse invece il destino mi avrebbe fatto comunque conoscere Luca e semplicemente avrei alle spalle un vissuto diverso: dopotutto, quando ho conosciuto Luca stavo con un ragazzo assai in gamba, di quelli da tenersi stretti.
È che quando il destino ti bussa alla porta c'è poco da fare.
Risalgo con la memoria fino a uno snodo della mia vita, un bivio a cui avrei potuto fare una scelta diversa e la mia vita sarebbe completamente differente da quello che è oggi.
Di solito risalgo a prima di conoscere Luca: cerco di immaginare che cosa mi avrebbe potuto portare a non conoscerlo, perché dal momento in cui l'ho visto ho saputo di volere lui e la vita che ho adesso.
Stamattina in macchina pensavo a quello che mi sembra un secolo fa. Ai tempi in cui tra essere colleghi, compagni e amici c'era pochissima differenza: si arrivava a passare insieme tutta la giornata tra dovere e piacere, senza neanche doversi organizzare. Eravamo il sogno di chiunque ricorra al team building: noi il team l'avevamo costituito e lo tenevamo bello coeso.
In una serata fuori, sul tardi, ad un certo punto parte un lento. Uno dei ragazzi, un po' brillo, mi abbraccia da dietro e comincia a baciarmi sul collo. Una cosa decisamente piacevole, se non fosse che lo stava facendo davanti a una delle ragazze, mia carissima amica e segretamente innamorata di lui. A malincuore, declino le gentili profferte che il ragazzo mi stava facendo all'orecchio e me ne libero.
Da allora, con lui non è più successo nulla (e c'è da dire che era un gran farfallone, quindi con ogni probabilità le sue attenzioni mi sarebbero state riservate solo per qualche giorno o settimana). Io mi sono invaghita di un altro, lui ha cominciato a fare lo scemo con altre due ragazze (ma credo che una di loro gli interessasse davvero).
Oggi siamo amici alla lontana: ci vediamo una volta ogni morte di papa, ma ogni volta è piacevole e divertente come allora. Nessuno di noi è più tornato su quella sera, anche perché entrambi siamo felicemente sposati.
Anche lui ha due bambini, che sembrano gemelli dei miei: stesse età e stesso ordine di arrivo per femmina e maschio. Sicché mi vien da pensare che, anche se, violentando la mia natura di leale amica, lo avessi lasciato fare e fosse nato qualcosa di serio tra noi, la mia vita non sarebbe molto diversa da quella che ho ora. Ecco, forse vivrei in città e non avrei gatti, il che sarebbe di sicuro un miglioramento.
Forse invece il destino mi avrebbe fatto comunque conoscere Luca e semplicemente avrei alle spalle un vissuto diverso: dopotutto, quando ho conosciuto Luca stavo con un ragazzo assai in gamba, di quelli da tenersi stretti.
È che quando il destino ti bussa alla porta c'è poco da fare.
Etichette:
amici,
divagazioni,
figli,
luca,
ricordi,
sentimenti
lunedì 23 maggio 2011
Non è stanchezza
Non è stanchezza da blog, quella che a volte sentono i veterani e che le blogstar amano ostentare quando non hanno più niente da dire.
È proprio stanchezza fisica, quella che ti viene dopo settimane passate a correre tra il lavoro e gli impegni più piacevoli, immersa in un caldo africano dalla fine di aprile ad ora.
Intendiamoci: a me il caldo piace, molto di più del suo contrario. Ma lavorare tutto il pomeriggio in un ufficio torrido e poi infilarsi in un'auto incandescente non sono proprio toccasana, né per il corpo (da 3 giorni ho una tosse bastardissima, secca e insistente soprattutto di notte) né per lo spirito (quando torno a casa sono cattiva come un'ape, finché non riesco a rinfrescarmi e anche un po' dopo).
È anche la stanchezza che ti viene dopo due anni e mezzo passati a rincorrere un obiettivo e ritrovarsi da capo a cercare un disegnatore perché quello precedente ha uno stile che "non va bene" per ciò che le case editrici sono disposte a rischiare, ovvero il volume autoconclusivo.
È anche un po' lo sconforto nel trovarsi tra le mani un materiale nuovo, riconosciuto come buono, e temere di rifare tutta la trafila.
Trafila a cui mi sottopongo non solo e non tanto per vedere il mio nome sopra un codice ISBN, quanto per riuscire a tenere per le mani un mio prodotto finito.
Scrivere in prosa ti porta in un mercato più affollato e sicuramente più crudele, ma non rischi di rimanere per sempre a metà, col tuo bambino concepito ma mai nato, per mancanza di un "padre" che gli dia una forma definitiva.
Penso e ripenso a quello che voglio fare, che posso fare, alla fatica che ho fatto fin qui e a quella che sono disposta a fare. Penso che vale la pena di provare a cambiare, a cercare altre strade. Soprattutto, vale la pena di impiegare tempo ed energie in qualcosa che non debba aspettare i comodi e le risorse di un altro, per quanto convinto e coinvolto (ma mai quanto me).
Penso che vorrei avere il tempo e la pace mentale per fermarmi un attimo e mettere su carta ciò che mi passa per la mente in questi giorni, ma se mi fermo mi calpestano.
E penso anche al fatto che quest'anno non avrò a disposizione la lunga estate dell'anno scorso, anzi, mi aspetteranno anche un gran numero di straordinari.
Quando riuscirò a fermarmi e scrivere? Come mi piacerebbe poter "sprecare" una settimana di ferie per ritirarmi in un eremo. Farebbe anche più fresco di qui.
È proprio stanchezza fisica, quella che ti viene dopo settimane passate a correre tra il lavoro e gli impegni più piacevoli, immersa in un caldo africano dalla fine di aprile ad ora.
Intendiamoci: a me il caldo piace, molto di più del suo contrario. Ma lavorare tutto il pomeriggio in un ufficio torrido e poi infilarsi in un'auto incandescente non sono proprio toccasana, né per il corpo (da 3 giorni ho una tosse bastardissima, secca e insistente soprattutto di notte) né per lo spirito (quando torno a casa sono cattiva come un'ape, finché non riesco a rinfrescarmi e anche un po' dopo).
È anche la stanchezza che ti viene dopo due anni e mezzo passati a rincorrere un obiettivo e ritrovarsi da capo a cercare un disegnatore perché quello precedente ha uno stile che "non va bene" per ciò che le case editrici sono disposte a rischiare, ovvero il volume autoconclusivo.
È anche un po' lo sconforto nel trovarsi tra le mani un materiale nuovo, riconosciuto come buono, e temere di rifare tutta la trafila.
Trafila a cui mi sottopongo non solo e non tanto per vedere il mio nome sopra un codice ISBN, quanto per riuscire a tenere per le mani un mio prodotto finito.
Scrivere in prosa ti porta in un mercato più affollato e sicuramente più crudele, ma non rischi di rimanere per sempre a metà, col tuo bambino concepito ma mai nato, per mancanza di un "padre" che gli dia una forma definitiva.
Penso e ripenso a quello che voglio fare, che posso fare, alla fatica che ho fatto fin qui e a quella che sono disposta a fare. Penso che vale la pena di provare a cambiare, a cercare altre strade. Soprattutto, vale la pena di impiegare tempo ed energie in qualcosa che non debba aspettare i comodi e le risorse di un altro, per quanto convinto e coinvolto (ma mai quanto me).
Penso che vorrei avere il tempo e la pace mentale per fermarmi un attimo e mettere su carta ciò che mi passa per la mente in questi giorni, ma se mi fermo mi calpestano.
E penso anche al fatto che quest'anno non avrò a disposizione la lunga estate dell'anno scorso, anzi, mi aspetteranno anche un gran numero di straordinari.
Quando riuscirò a fermarmi e scrivere? Come mi piacerebbe poter "sprecare" una settimana di ferie per ritirarmi in un eremo. Farebbe anche più fresco di qui.
martedì 17 maggio 2011
La pelle dell'orso
Se è vero che i lupi mannari sono "uomini a rovescio" (ovvero con i peli rivolti verso l'interno, pronti a riversarsi fuori quando c'è la luna piena), io sono un orso mannaro. Solo che la maggior parte del tempo la mia pelle d'orso sta bene in vista e i miei cambiamenti di stato non sono determinati dalla luna.
Mi spiego: di mio, sono portata alla solitudine. Una bella chiacchierata, una serata fuori e poi ognuno a casa sua.
Ho sposato un uomo ancora più autosufficiente di me, nel senso che i rapporti sociali per lui sono ancora più superflui: gli bastano i suoi interessi, la sua famiglia e il suo lavoro (credo proprio in quest'ordine).
È anche con questa consapevolezza che ho voluto due figli, vicini il più possibile: al di fuori della scuola, loro giocano insieme e non mi sento "costretta" a tener conto della solitudine del figlio unico.
Con queste premesse, e sapendo che erano loro quelli più "a rischio" (nel senso che non conoscevano quasi nessuno e non erano stati loro a scegliere la compagnia), potete immaginare il valore di una frase come "È stata proprio una bella esperienza" sulle labbra di mio marito.
Come ha scritto qualcuno, un weekend con 15 famiglie che neanche si conoscevano tutte poteva essere un incubo. E invece è stato davvero piacevolissimo: è stata la realizzazione di quelle utopie di "convivenza solidale" di cui spesso si parla.
Per quanto mi riguarda, è stata la dimostrazione del fatto che io non sono asociale ed antipatica a priori: in un'occasione del genere, in cui c'erano tante persone interessanti e tanti bambini piacevoli, sono stata proprio bene.
Non vorrei esagerare, ma io con queste persone mi farei volentieri anche una vacanza più lunga, perché un weekend non mi è bastato per riuscire a chiacchierare con tutti.
E i bambini? Vi dico la verità, li ho persi di vista per intere ore. Consapevole del fatto che l'agriturismo era cintato e che bene o male c'erano genitori in ogni dove, li ho lasciati andare senza alcun ritegno (del resto, già a casa sono abbastanza liberi e consapevoli dei pochi pericoli della campagna). Li ho spesso trovati a giocare con bambini e genitori sparsi, in varie configurazioni.
Come per gli adulti, una delle cose che mi sono molto piaciute è che anche i bambini non hanno costituito gruppi "fissi" (a parte l'ovvia differenza di età, soprattutto per i "grandi") e hanno giocato tutti con tutti.
La cosa che mi è piaciuta di più? L'aver dimostrato che non è necessario andare in strutture attrezzate per far star bene adulti e bambini: basta qualche piccolo accorgimento. Senza costringere i bambini in spazi inadatti e senza rincoglionire gli adulti con bamboleggiamenti e animazioni.
Con un po' di dignità e molto divertimento.
Mi spiego: di mio, sono portata alla solitudine. Una bella chiacchierata, una serata fuori e poi ognuno a casa sua.
Ho sposato un uomo ancora più autosufficiente di me, nel senso che i rapporti sociali per lui sono ancora più superflui: gli bastano i suoi interessi, la sua famiglia e il suo lavoro (credo proprio in quest'ordine).
È anche con questa consapevolezza che ho voluto due figli, vicini il più possibile: al di fuori della scuola, loro giocano insieme e non mi sento "costretta" a tener conto della solitudine del figlio unico.
Con queste premesse, e sapendo che erano loro quelli più "a rischio" (nel senso che non conoscevano quasi nessuno e non erano stati loro a scegliere la compagnia), potete immaginare il valore di una frase come "È stata proprio una bella esperienza" sulle labbra di mio marito.
Come ha scritto qualcuno, un weekend con 15 famiglie che neanche si conoscevano tutte poteva essere un incubo. E invece è stato davvero piacevolissimo: è stata la realizzazione di quelle utopie di "convivenza solidale" di cui spesso si parla.
Per quanto mi riguarda, è stata la dimostrazione del fatto che io non sono asociale ed antipatica a priori: in un'occasione del genere, in cui c'erano tante persone interessanti e tanti bambini piacevoli, sono stata proprio bene.
Non vorrei esagerare, ma io con queste persone mi farei volentieri anche una vacanza più lunga, perché un weekend non mi è bastato per riuscire a chiacchierare con tutti.
E i bambini? Vi dico la verità, li ho persi di vista per intere ore. Consapevole del fatto che l'agriturismo era cintato e che bene o male c'erano genitori in ogni dove, li ho lasciati andare senza alcun ritegno (del resto, già a casa sono abbastanza liberi e consapevoli dei pochi pericoli della campagna). Li ho spesso trovati a giocare con bambini e genitori sparsi, in varie configurazioni.
Come per gli adulti, una delle cose che mi sono molto piaciute è che anche i bambini non hanno costituito gruppi "fissi" (a parte l'ovvia differenza di età, soprattutto per i "grandi") e hanno giocato tutti con tutti.
La cosa che mi è piaciuta di più? L'aver dimostrato che non è necessario andare in strutture attrezzate per far star bene adulti e bambini: basta qualche piccolo accorgimento. Senza costringere i bambini in spazi inadatti e senza rincoglionire gli adulti con bamboleggiamenti e animazioni.
Con un po' di dignità e molto divertimento.
mercoledì 11 maggio 2011
Tutta un'altra storia
Ho cominciato con Un samba per Sherlock Holmes: un romanzo divertente e un po' assurdo, più nello stile di Jorge Amado che in quello di Conan Doyle. Una storia in cui Holmes non è poi così acuto, tanto da farsi scappare un Jack lo Squartatore in erba.
Ho continuato con Anno Dracula: romanzo (capostipite di una serie che ho abbandonato subito) in cui si ipotizza che il Dracula di Bram Stoker non sia stato sconfitto e che, sposando la regina Vittoria, abbia esteso il suo dominio sull'Impero Britannico.
Ho apprezzato molto anche Fatherland e La lega degli straordinari gentlemen: tutte storie di realtà alternative, diverse da come noi conosciamo il mondo.
Con precedenti così, è ovvio che non ce l'abbia fatta a resistere: ho ordinato Red Son. Poi vi racconto com'è.
Ho continuato con Anno Dracula: romanzo (capostipite di una serie che ho abbandonato subito) in cui si ipotizza che il Dracula di Bram Stoker non sia stato sconfitto e che, sposando la regina Vittoria, abbia esteso il suo dominio sull'Impero Britannico.
Ho apprezzato molto anche Fatherland e La lega degli straordinari gentlemen: tutte storie di realtà alternative, diverse da come noi conosciamo il mondo.
Con precedenti così, è ovvio che non ce l'abbia fatta a resistere: ho ordinato Red Son. Poi vi racconto com'è.
lunedì 9 maggio 2011
Diventare grandi
Ci sono giorni in cui guardo i miei figli e mi sembra che appartengano a specie diverse (se non fosse per la somiglianza fisica, ne avrei la certezza). Hanno caratteri diversi e stanno compiendo percorsi diversi.
Quando Amelia aveva 3 anni, a malapena sapeva esprimersi a parole, non riusciva ad anticipare i propri bisogni e le proprie reazioni, faceva fatica a seguire spiegazioni verbali più lunghe di una frase.
Ettore non è mai stato così: ha sempre avuto maggior facilità col linguaggio ed è sempre stato molto consapevole della propria vita interiore. Badate che ho detto consapevole, non ragionevole.
Ieri siamo andati al consueto appuntamento col Mercatino dei piccoli: un mercatino semestrale di vestiti usati, i cui proventi vanno ai progetti di Terres des Hommes. Eravamo in chiusura, e c'era un vestito di Carnevale da pirata/Zorro che nessuno aveva voluto. Ce l'hanno offerto, per Ettore, e io ho detto che l'avrei preso se a lui piaceva. Dopo aver rifiutato 2-3 volte per timidezza, Ettore ha deciso di volerlo quando stavamo per uscire.
In macchina, mentre tornavamo, ha continuato a dire che l'avrebbe messo a casa, dopo aver fatto la doccia (ma senza lavare i capelli, precisava). A casa ha fatto diligentemente la doccia e si è infilato tutto contento nel sinteticissimo costume. Si è fatto fare un servizio fotografico mentre menava fendenti all'aria con la sua spada di legno e mi ha pregata di poter tenere il vestito durante la cena. Alla fine della cena, quando si è sentito stanco, è andato di sopra a spogliarsi e a mettersi il pigiama di sua iniziativa. Quando ho finito di bere il mio tè (essì, lo so che poi mi alzo a pisciare...), mi ha presa per mano e ha voluto che io leggessi il mio libro (The Graveyard Book di Neil Gaiman, carino!) mentre lui prendeva sonno accanto a me.
Insomma, ieri sera non è finita con lui che cade addormentato ancora vestito da pirata o con me che gli rompo le balle perché si metta il pigiama fintanto che riesce ancora a tenere aperti gli occhi. È finita come sarebbe finita con un bambino grande. E io ne sono tanto tanto contenta.
Quando Amelia aveva 3 anni, a malapena sapeva esprimersi a parole, non riusciva ad anticipare i propri bisogni e le proprie reazioni, faceva fatica a seguire spiegazioni verbali più lunghe di una frase.
Ettore non è mai stato così: ha sempre avuto maggior facilità col linguaggio ed è sempre stato molto consapevole della propria vita interiore. Badate che ho detto consapevole, non ragionevole.
Ieri siamo andati al consueto appuntamento col Mercatino dei piccoli: un mercatino semestrale di vestiti usati, i cui proventi vanno ai progetti di Terres des Hommes. Eravamo in chiusura, e c'era un vestito di Carnevale da pirata/Zorro che nessuno aveva voluto. Ce l'hanno offerto, per Ettore, e io ho detto che l'avrei preso se a lui piaceva. Dopo aver rifiutato 2-3 volte per timidezza, Ettore ha deciso di volerlo quando stavamo per uscire.
In macchina, mentre tornavamo, ha continuato a dire che l'avrebbe messo a casa, dopo aver fatto la doccia (ma senza lavare i capelli, precisava). A casa ha fatto diligentemente la doccia e si è infilato tutto contento nel sinteticissimo costume. Si è fatto fare un servizio fotografico mentre menava fendenti all'aria con la sua spada di legno e mi ha pregata di poter tenere il vestito durante la cena. Alla fine della cena, quando si è sentito stanco, è andato di sopra a spogliarsi e a mettersi il pigiama di sua iniziativa. Quando ho finito di bere il mio tè (essì, lo so che poi mi alzo a pisciare...), mi ha presa per mano e ha voluto che io leggessi il mio libro (The Graveyard Book di Neil Gaiman, carino!) mentre lui prendeva sonno accanto a me.
Insomma, ieri sera non è finita con lui che cade addormentato ancora vestito da pirata o con me che gli rompo le balle perché si metta il pigiama fintanto che riesce ancora a tenere aperti gli occhi. È finita come sarebbe finita con un bambino grande. E io ne sono tanto tanto contenta.
martedì 3 maggio 2011
Alfa e beta
La mia ultima lettura "in prosa" è stata questa. Un libro leggero ma non stupido, che ha per protagonista un maschio beta. Ovvero un maschio non alfa. Ovvero quello che in altra narrativa sarebbe lo sfigato.
Attenzione, non uno sfigato che aspira ad essere figo. Uno sfigato che vive la propria non-figaggine con serenità, con la consapevolezza che la razza umana si è conservata nei millenni proprio grazie ai maschi beta.
Infatti, pensa Charlie, chi si prendeva cura delle vedove e degli orfani quando i maschi alfa morivano in guerra? Chi mandava avanti la vita di tutti i giorni mentre i maschi alfa si pavoneggiavano e facevano gli eroi? Il maschio beta.
Ecco, è una piccola riflessione oziosa all'interno di un libro che poi prende tutt'altra strada, ma l'ho trovata interessante. Io ho sposato un maschio beta: uno a cui non interessa primeggiare, la cui aggressività è quella di pura sopravvivenza. Una persona di valore, ma senza nessun interesse nell'ostentarlo. Un uomo che ha molti talenti e molti interessi, ma che altre donne hanno snobbato perché non era abbastanza brillante. E dire che è pure caruccio.
Io invece sono nata alfa. Mi hanno sempre pompata perché fossi alfa: la più brillante, la più intelligente, quella che doveva fare chissà che. Il risultato, con un pompaggio del genere, è che il minimo passo falso rischia di farti sentire una fallita. Figurarsi per una che, dalle vette del suo master e con una carrierina avviata, si è ritrovata a fare la segretaria.
Beh, sapete una cosa? Lo so che non potrò completamente reprimere la mia natura, ma d'ora in poi voglio impegnarmi per essere beta. E per accettare che anche mia figlia lo è, e va bene così.
Al lavoro figo che ti porta via il cuore preferisco un lavoro tranquillo e tutto sommato con i suoi risvolti piacevoli, con colleghe gentili e interessanti, che mi lasci lo spazio per tutto il resto. Non rinuncio ad avere la mia opinione su alcune cose e a dirla, ma non voglio più essere trascinata in diatribe su chi è migliore. Non me ne è mai fregato niente di non essere ricca, ma adesso che non ho più l'acqua alla gola per via del nido mi godo quello che ho, anche se è poco. Casa mia non sarà una reggia, ma per la mia famiglia basta e avanza. E mi permette di ospitare anche gli amici, quando vogliono passare. Non sogno il SUV (anche se, a differenza del 90% di chi possiede il SUV, avrei le mie buone ragioni per avere un fuoristrada), anzi riesco a gioire di aver trovato una station wagon a metano d'occasione.
Penso quindi di essere sulla buona strada per diventare beta. Devo solo smettere di sentirmi ferita da chi guarda la mia carriera e/o i miei averi con espressione di disgusto o disprezzo. E considerarli dei poveretti, perché non mi serve avere ciò che ostentano loro per essere felice.
Attenzione, non uno sfigato che aspira ad essere figo. Uno sfigato che vive la propria non-figaggine con serenità, con la consapevolezza che la razza umana si è conservata nei millenni proprio grazie ai maschi beta.
Infatti, pensa Charlie, chi si prendeva cura delle vedove e degli orfani quando i maschi alfa morivano in guerra? Chi mandava avanti la vita di tutti i giorni mentre i maschi alfa si pavoneggiavano e facevano gli eroi? Il maschio beta.
Ecco, è una piccola riflessione oziosa all'interno di un libro che poi prende tutt'altra strada, ma l'ho trovata interessante. Io ho sposato un maschio beta: uno a cui non interessa primeggiare, la cui aggressività è quella di pura sopravvivenza. Una persona di valore, ma senza nessun interesse nell'ostentarlo. Un uomo che ha molti talenti e molti interessi, ma che altre donne hanno snobbato perché non era abbastanza brillante. E dire che è pure caruccio.
Io invece sono nata alfa. Mi hanno sempre pompata perché fossi alfa: la più brillante, la più intelligente, quella che doveva fare chissà che. Il risultato, con un pompaggio del genere, è che il minimo passo falso rischia di farti sentire una fallita. Figurarsi per una che, dalle vette del suo master e con una carrierina avviata, si è ritrovata a fare la segretaria.
Beh, sapete una cosa? Lo so che non potrò completamente reprimere la mia natura, ma d'ora in poi voglio impegnarmi per essere beta. E per accettare che anche mia figlia lo è, e va bene così.
Al lavoro figo che ti porta via il cuore preferisco un lavoro tranquillo e tutto sommato con i suoi risvolti piacevoli, con colleghe gentili e interessanti, che mi lasci lo spazio per tutto il resto. Non rinuncio ad avere la mia opinione su alcune cose e a dirla, ma non voglio più essere trascinata in diatribe su chi è migliore. Non me ne è mai fregato niente di non essere ricca, ma adesso che non ho più l'acqua alla gola per via del nido mi godo quello che ho, anche se è poco. Casa mia non sarà una reggia, ma per la mia famiglia basta e avanza. E mi permette di ospitare anche gli amici, quando vogliono passare. Non sogno il SUV (anche se, a differenza del 90% di chi possiede il SUV, avrei le mie buone ragioni per avere un fuoristrada), anzi riesco a gioire di aver trovato una station wagon a metano d'occasione.
Penso quindi di essere sulla buona strada per diventare beta. Devo solo smettere di sentirmi ferita da chi guarda la mia carriera e/o i miei averi con espressione di disgusto o disprezzo. E considerarli dei poveretti, perché non mi serve avere ciò che ostentano loro per essere felice.
Etichette:
buonsenso,
divagazioni,
futuro,
lavoro,
luca,
opinioni,
recensioni
Iscriviti a:
Post (Atom)
