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domenica 23 settembre 2012

E poi

E poi ci sono nomi che vengono dal passato, da storie che ho scritto a 15 anni e fingevo di essermi dimenticata. Le guardavo con snobistico distacco. E, quando ho deciso di riprenderle per eventualmente farle confluire in Viola, l'ho sempre fatto come se fosse un gioco intellettuale, tipo il repurposing di un abito vintage immettibile.
E invece, cavolo, ogni tanto il destino ti sbatte in faccia quel nome, quella suggestione, quell'ambientazione. E tu ti scopri più emozionata di quanto dovresti: dopotutto non è qualcosa di reale, è solo un parto della tua fantasia. Eppure gli vuoi più bene che alla maggior parte delle persone reali.
Ed è proprio per questo che mia figlia non l'avrei mai chiamata Viola: io una figlia che si chiama Viola ce l'ho già.

lunedì 7 maggio 2012

Il viottolo dell'artista

Sto leggendo questo libro, consigliatomi da diverse persone che vogliono trovare il coraggio di esprimere la propria creatività.
Non so dire se potrà aiutarmi. Per ora, mi irrita un po' il suo continuo rimando alla divinità come fonte della creatività. Per carità, so benissimo che posso interpretare questo rimando come un riferimento al divino che c'è dentro di noi, ma non posso farci niente: troppo spesso questo Dio che lei nomina mi sembra una specie di giustificone totale globale per essere artisti.
Al di là di alcune ingenuità e di certe mie idiosincrasie, il libro ha uno scopo interessante: liberare l'artista bloccato che può esserci in ognuno di noi. Per liberarlo, l'autrice agisce in due modi principali: da un lato va a cercare le cause del blocco, dall'altro propone esercizi per rafforzare l'artista interiore.
È sicuramente interessante per una persona come me, che non ha mai creduto realmente di poter vivere della propria creatività e che per certi versi si (è) vergogna(ta) di avere un lato creativo. Però secondo me, per ora non coglie un punto: essere artisti non è la stessa cosa che saper promuovere la propria opera.
Per dire: Michelangelo, col suo caratteraccio, di certo oggi farebbe la fame. Raffaello no, eppure non è un artista né migliore né peggiore di Michelangelo (nonostante nella critica d'arte ci siano le due fazioni raffaellesca e michelangiolesca, che si odiano).
Per me, scrivere non è mai stato un problema: non ho mai avuto un blocco così forte da impedirmi di produrre le mie cosine nel segreto dei miei quaderni e del mio PC. Di più: se guardo ai miei scritti con totale onestà, non mi sento per niente indegna di pubblicare (non tutto, ma le cose migliori sì). E penso onestamente che le cose non degne di essere pubblicate comunque contengano buone idee sviluppate male o con troppa fretta o senza la giusta maturità: non è detto che un giorno io decida di farne qualcosa di meglio.
Quello che mi devasta è promuovere i miei progetti. L'ho provato con Viola, ed è stato estenuante: ogni volta che mi sono trovata davanti a qualcuno, cercando di spiegargli perché avrebbe dovuto pubblicare il mio lavoro, mi sono sentita come... non lo so, come se fossi la persona peggio equipaggiata per quel compito. Forse dipende dal fatto che Viola veniva presentata come soggetto e non come progetto finito. Ma più di tutto c'era l'inadeguatezza di esprimere il motivo per cui, secondo me, Viola merita di essere letta da più dei miei 5 lettori.
Fermo restando che non stiamo parlando di capolavori, che cosa rende un'opera più meritevole dell'altra? Le storie, nella mia testa, non hanno uan graduatoria di merito: quelle belle le voglio leggere, quelle brutte no. Le altre considerazioni mi sembrano inconsistenti, soprattutto se una storia ho deciso di scriverla per un impulso irrazionale e non certo per una considerazione di mercato.
Per me Viola è sicuramente un fallimento, una ferita aperta più delle storie che non ho mai portato alla luce. Mi rode non tanto il fatto di non essere stata pubblicata, quanto il fatto che senza la pubblicazione Viola non può nascere, perché nessun disegnatore disegna prima di avere la certezza di essere pagato e pubblicato.
La sensazione peggiore che ho provato con Viola è quella di essere ostaggio di altri per vedere realizzata un'opera pensata da me. Ho messo insieme questa sensazione all'incapacità di promuovermi e ci ho lavorato. Per sei mesi. E poi ho fatto qualcosa che mi ha permesso di superare lo stallo.
Che cosa? So di essere pessima, ma ve ne parlo un'altra volta.

domenica 18 dicembre 2011

Christmas is coming

Passare un'intera settimana di febbre, cominciando con un virus e finendo col prendere gli antibiotici per non perdermi il weekend.
Approfittare della malattia per sistemare le foto degli ultimi 3 anni e mezzo. E per tornare a riconsiderare seriamente i miei progetti personali, che non meritano di essere abbandonati per la mia paura di rendermi patetica o ridicola.
Passare una fruttuosa ora di shopping a trovare i regali e le idee giuste che mi mancavano. E subito dopo andare a Milano con un'amica, che viene con me a una lezione della mia maestra Francesca. La prima lezione della Pedretti non si scorda mai...
Cazzeggiare con la suddetta amica per non tornare subito a casa: dopo 5 giorni di reclusione, mi sento come un uccellino appena uscito dalla gabbia e pur di stare fuori mi farei pure la fila in posta.
Passare la serata sola in casa con i bambini: Ettore dorme da prima di cena e Amelia mi aiuta a incartare un paio di regali per le mie amiche.
Svegliarsi all'una e mezza per un brutto sogno, e pochi minuti dopo sentire che Luca è arrivato a casa. Addormentarmi stretta a lui.
Svegliarsi abbastanza presto con un sole bellissimo e programmare la giornata per cercare di fare tutto: i biscotti per Yule, le verdure di Bioexpress, un giro nel bosco (anche per raccogliere qualche ramo di quercia a scopo lavori manuali), l'albero di Natale, i compiti di Amelia.
Fare un bel giro con Ettore, alla scoperta dei piccoli tesori di questo posto: una cincia che ti guarda curiosa, gli alberi spogli che ti permettono di vedere più lontano, le rogge con il fondo di sabbia grigia e piccoli luccichii d'oro.
Ascoltare Amelia che finalmente riesce a capire in cosa consiste un certo esercizio, grazie alla pazienza di suo padre.
Aiutare Luca a far prendere forma alla sua idea, appassionarsi al progetto e tirar fuori nuovi regali.
Sfornare biscotti come una pasticceria (anche se la prima infornata è venuta bruciacchiata, con gran gioia di figli e marito che l'hanno scofanata).
Riposarsi mentre marito e figli decorano l'albero.
Non vedere l'ora di leggere il prossimo capitolo di Topicco, e poi addormentarci nelle lenzuola appena cambiate, che sanno di pulito.

giovedì 15 settembre 2011

AAA tempo cercasi

Settembre per me non è solo il mese più costoso dell'anno (tra babysitting pre-scuola, corredo per la scuola, iscrizioni ai corsi miei e altrui, bollette e assicurazioni... sì, settembre andrebbe cancellato dal calendario finanziario).
È anche una specie di capodanno, soprattutto da quando ho di nuovo a che fare con i ritmi dell'anno scolastico/accademico.
E, si sa, col nuovo anno fervono i buoni propositi, che di solito uno non riesce a mantenere. Io invece quest'anno sono piena di "cattivi" propositi, quelli che mi ruberanno tempo e mi costringeranno a incastrarmi come un pezzo di Tetris sovrappeso.
Prima di tutto, ho deciso di rivolgermi a una professionista seria per intraprendere una dieta. Ero stata scottata dalla persona a cui mi ero rivolta 3 anni fa (e che comunque ha un buon numero di estimatori, ma non fa proprio per me una che parte dal presupposto che io menta). Ora, grazie alle buone "recensioni" di un paio di persone molto diverse tra loro, mi sono rivolta a una dietista che mi sembra contemporaneamente più umana e più professionale. I chili da perdere sono 8, vedremo come sarà il percorso.
Dopo un'estate passata a lavorare sulle programmazioni didattiche (non ancora finite, ahimé) e a leggere libri di altri, vorrei riuscire a rielaborare le mie cose, Viola in particolare, in modo che la storia sia più convincente, secondo le indicazioni di gente che ne sa.
Vorrei riprendere il corso mensile con la mia maestra di danza, che mi manca assai.
Vorrei riuscire a compiere un percorso ambizioso, teso a fondere la danza con la spiritualità. Ma so anche che il compito sarà più facile, perché avrò un valido sostegno in questo percorso.
Vorrei che mia figlia si trovasse bene al corso propedeutico alla ginnastica ritmica, perché secondo me questo percorso può aiutarla a esprimere il suo talento innato.
Vorrei anche, però, continuare a leggere quanto leggevo quest'estate, perché finché c'è la biblioteca va sfruttata al massimo.
Vorrei però anche riuscire a finire la quarta stagione di True Blood (niente anticipazioni, please, so già che c'è un finale col botto ma vorrei arrivarci io) e darmi un'occhiata intorno, vedere le nuove produzioni.
E poi vorrei riuscire a vedere i miei cognati (tutti), ad andare a Bobbio a prendere l'acqua termale, a tornare al mare una volta prima che venga brutto.
Poi ci sono i desideri che sconfinano nell'impossibilità: quelli che nello stesso weekend vorrebbero sovrapporre attività contemporanee in posti diversi. Ma per quelli mi sa che non c'è speranza.

lunedì 23 maggio 2011

Non è stanchezza

Non è stanchezza da blog, quella che a volte sentono i veterani e che le blogstar amano ostentare quando non hanno più niente da dire.
È proprio stanchezza fisica, quella che ti viene dopo settimane passate a correre tra il lavoro e gli impegni più piacevoli, immersa in un caldo africano dalla fine di aprile ad ora.
Intendiamoci: a me il caldo piace, molto di più del suo contrario. Ma lavorare tutto il pomeriggio in un ufficio torrido e poi infilarsi in un'auto incandescente non sono proprio toccasana, né per il corpo (da 3 giorni ho una tosse bastardissima, secca e insistente soprattutto di notte) né per lo spirito (quando torno a casa sono cattiva come un'ape, finché non riesco a rinfrescarmi e anche un po' dopo).
È anche la stanchezza che ti viene dopo due anni e mezzo passati a rincorrere un obiettivo e ritrovarsi da capo a cercare un disegnatore perché quello precedente ha uno stile che "non va bene" per ciò che le case editrici sono disposte a rischiare, ovvero il volume autoconclusivo.
È anche un po' lo sconforto nel trovarsi tra le mani un materiale nuovo, riconosciuto come buono, e temere di rifare tutta la trafila.
Trafila a cui mi sottopongo non solo e non tanto per vedere il mio nome sopra un codice ISBN, quanto per riuscire a tenere per le mani un mio prodotto finito.
Scrivere in prosa ti porta in un mercato più affollato e sicuramente più crudele, ma non rischi di rimanere per sempre a metà, col tuo bambino concepito ma mai nato, per mancanza di un "padre" che gli dia una forma definitiva.
Penso e ripenso a quello che voglio fare, che posso fare, alla fatica che ho fatto fin qui e a quella che sono disposta a fare. Penso che vale la pena di provare a cambiare, a cercare altre strade. Soprattutto, vale la pena di impiegare tempo ed energie in qualcosa che non debba aspettare i comodi e le risorse di un altro, per quanto convinto e coinvolto (ma mai quanto me).
Penso che vorrei avere il tempo e la pace mentale per fermarmi un attimo e mettere su carta ciò che mi passa per la mente in questi giorni, ma se mi fermo mi calpestano.
E penso anche al fatto che quest'anno non avrò a disposizione la lunga estate dell'anno scorso, anzi, mi aspetteranno anche un gran numero di straordinari.
Quando riuscirò a fermarmi e scrivere? Come mi piacerebbe poter "sprecare" una settimana di ferie per ritirarmi in un eremo. Farebbe anche più fresco di qui.

lunedì 31 gennaio 2011

Un altro mercato

Poco prima di Natale, ho comprato su eBay alcuni albi della Marvel: si tratta della trasposizione a fumetti delle storie di Anita Blake.
Si tratta di albi sottilissimi di 22 tavole, fatti di carta patinata scarsissima tipo guida TV, che costano più o meno come un Bonelli ed escono con cadenza mensile. Questo significa che un lettore americano, a fronte della stessa spesa di un appassionato di Dampyr, legge circa un quinto. Altrimenti può armarsi di santa pazienza e comprarsi il volume intero a pubblicazione terminata, alla modica cifra di 35 dollari per 320 pagine (pensiamoci, la prossima volta che ci lamentiamo di un Romanzo a fumetti a 6 euro).
Se poi contate che un solo capitolo di 120 pagine costa quasi 20 dollari, esattamente la stessa cifra di un volume di Age of Bronze, beh, direi che mi sono spiegata.
Fin qui, non avrei nulla da obiettare: la storia di Anita Blake è tosta e originale. Non la solita storia d'amore tra il vampiro romantico e l'umana. Non la classica storia d'avventura in cui la fanciulla si fa salvare dal cavaliere di turno. Adoro il suo strano legame con Edward, che mi ricorda molto il modo in cui ho impostato il rapporto tra Viola e Stefan. Mi fa molto ridere il modo in cui tratta Jean-Claude, da cui è attratta ma che considera poco più che un vampiro sociopatico.
Insomma, Anita Blake è un giocattolone divertente, almeno fino al nono romanzo. Più in là non ho letto, ma, visti i riassunti degli sviluppi successivi, temo che stiamo degenerando.
Quindi non mi stupisco che l'autrice di Anita stia cercando di sfruttarla in ogni modo: io farei lo stesso, fosse anche soltanto per la soddisfazione di vedere i miei romanzi trasposti in fumetto o in serie TV.
Quello che mi irrita e stupisce è il contesto in cui si sviluppa questa operazione. Prima di tutto, gli albi da edicola sono zeppi di pubblicità: 10 pagine su 22 tavole. E non stiamo parlando della pubblicità di Topolino, messa tra una storia e l'altra: qui la pubblicità è davvero invadente e sgradevole. Tanto più che l'albo non te lo regalano.
Inoltre, il tipo di pubblicità mi irrita e nello stesso tempo mi pare fuorviante: si tratta o di altri prodotti Marvel (e qui ci starei anche) o di giocattoli tipo Big Jim che praticano wrestling o di pubblicità dell'esercito USA. Ma allora a chi ci stiamo rivolgendo? Anita Blake - romanzo è letto principalmente da donne, si presume che il fumetto sia per ragazzini? È solo pigrizia mentale o un consapevole tentativo di allargare il proprio target? E come si concilia il marchio "Adult content" con i giocattoli? E come si conciliano i giocattoli con l'esercito?
Non sto scrivendo queste cose per dire che gli editori di fumetti italiani sono più corretti e attenti alla qualità o per denigrare il pubblico americano.
È solo che, tempo fa, c'era un dibattito in rete: gli e-book possono contenere pubblicità? Se sì, questa dovrebbe abbassare il costo? Ci può essere scelta tra e-book gratis zeppi di pubblicità e e-book a pagamento ma vergini?
Un dibattito del genere ha un senso diverso, se riferito alla nostra realtà o alla loro. Gli americani accettano cose che per noi sono impensabili, salvo poi magari strapparsi i capelli davanti alle conseguenze.
Per esempio: se io conoscessi i fumetti solo tramite l'editoria americana, mi verrebbe da pensare che sono destinati a un pubblico di bambini deficienti. Quindi, se fossi un autore americano che accetta di fare parte di questo sistema, non potrei più di tanto lamentarmi se il mio lavoro venisse svilito.
Certo, leggere 100 pagine di Bonelli o StarComics prive di pubblicità (o al limite con qualche segnalazione di libri da acquistare) cambia completamente la prospettiva. Soprattutto se si pensa che le grandi case editrici in Italia vengono considerate schifosamente commerciali, di contro ai piccoli editori autoriali. Ma che cosa succederebbe, se per poter pubblicare fumetti d'autore StarComics o Aurea mettessero una pubblicità ogni 3 pagine di un bonellide da edicola?
Questo non è una questione che riguarda solo il mondo del fumetto: teniamola a mente anche quando parliamo di marketing in generale e del fenomeno dei blog professionali.

martedì 21 dicembre 2010

Regalo di Natale: Viola

È passato parecchio tempo dall'ultima volta che vi ho dato notizie di Viola. Ho preferito aspettare che il disegnatore, Luca Ferrara, finisse il lavoro preliminare e mi desse il permesso di pubblicare il book di presentazione.
Per farla breve, eccolo qui:

Viola - Pdf 21MB

Viola - Pdf 9MB

So che siamo tra amici, quindi sorvolo su tutta la tiritera che tutti i diritti sono riservati, eccetera.
Ora sta anche a voi: se il progetto vi piace, se lo volete vedere su carta, rompete le scatole a tutti i vostri amici che possono aiutarci. Ci conto.

venerdì 10 dicembre 2010

Prima fermata

Tra le tante cose che ho in testa, ce n'era una che avevo cominciato con molto entusiasmo e che man mano mi suscitava sempre maggiori perplessità. Non solo e non tanto per l'impegno e i trasferimenti che mi avrebbe richiesto, quanto perché, da quando avevo preso quella decisione a oggi, mi sembrava che la situazione non fosse più così propizia, soprattutto perché sul lavoro mi si prospetta di fare un certo percorso di crescita.
Tuttavia, dall'altro lato, anche fare quell'esperienza sarebbe stata un bel percorso di crescita.
Sono stata tolta dall'imbarazzo, perché mi è stata preferita un'altra persona. Il fatto che questa persona mi sia stata preferita per ragioni che esulano dal merito non mi causa nessun dolore, anzi: so di avere comunque le qualità per fare quel percorso, se e quando deciderò di riprovarci. E contemporaneamente ho tutto il tempo di godermi il mio minuscolo part-time e le nuove mansioni che mi si prospettano sul lavoro. Posso dedicarmi all'inserimento di Ettore alla materna. Posso programmare un piccolo intervento, che magari nell'altra situazione sarebbe stato un po' più fastidioso. Posso investire un po' di più in Viola e nel mio nuovo progetto. Posso dedicarmi alla danza con maggiore serenità.
E, soprattutto, momatwork può tornare a trovarmi senza temere una randellata da mio marito (questa mi sa che la capiamo solo io e lei). Son cose.

lunedì 29 novembre 2010

Il lieto fine

In questi giorni leggo, guardo e scrivo molto, come avrete capito e come sanno anche i sassi. Danzo, anche, ma nella danza il ruolo della narrazione è minimo e frammentario.
In particolare, oltre a pensare ai fatti miei, in questo weekend ho rivisto due prodotti a fumetti: i due volumi Magic Press di Hellboy e la saga di Morgana di Luca Enoch e Mario Alberti.
Comincio col dire che, pur essendo due produzioni che più diverse non si può, entrambe sono di qualità altissima.

Hellboy può ingannare più facilmente: grazie al fatto di essere un prodotto popolare, con un tono più "basso" e con qualche sketch umoristico, può sembrare di qualità inferiore. E in effetti come tale l'avevo avvicinato: avendo visto i due film, me lo immaginavo meno profondo.
E invece, già parlandone col mio disegnatore, ho capito che mi sbagliavo. Già la qualità del disegno basterebbe. E poi ha ragione lui: ogni storia, nelle mani di Mignola, diventa una poesia. Anche se volano pugni, parolacce, pezzi di mostri vari e chincaglieria esoterica. L'iconografia classica dei mostri e delle creature infernali viene piegata ad altri fini, reinventata per suscitare sentimenti diversi dallo spavento o dalla repulsione.
Penso alla figura stessa del protagonista: un vero diavolo dell'inferno, rosso, con le corna e la coda. Certo, se incontrassi un tipo così per la strada mi spaventerei, ma nella narrazione HB ci appare come un personaggio positivo, simpatico e rassicurante.
Penso anche a una storia breve su HB bambino, "Pancakes", in cui HB a 3 anni assaggia per la prima volta i pancakes e dice che gli piacciono. Nella città infernale da cui HB proviene, questo evento viene visto come gravissimo, perché il piccolo sta diventando sempre più umano: i vari demoni si disperano e uno di loro sentenzia "Questa invero è la nostra ora più scura".
Raccontata così, sembra una stronzata. E invece quelle 2 paginette giocano benissimo con una serie di stereotipi (il bambino di 3 anni, il militare che gli fa da baby sitter, il mondo infernale) e ne esce un senso di tenerezza e buonumore non banali.
Ecco, Hellboy ha questa caratteristica: ogni sua storia, anche drammatica e densa, ti lascia il sorriso sulle labbra. Nelle mani di Mignola, il lieto fine non è banale.

Morgana, invece, è tutta di un'altra pasta, seppur pregiatissima anche lei. A parte il disegno di Alberti, di una bellezza da non poterlo descrivere (potrei dire che si ispira al liberty e forse anche un po' a Manara, ma non renderebbe l'idea: si può solo guardare le sue opere). A parte il formato francese, che nasce per scopi editoriali completamente diversi dai comics americani.
Morgana, per definizione stessa dei suoi creatori, nasce come una space opera ispirata un po' a Star Wars, un po' a Dune e un po' alla tradizione tragica dai greci al melodramma.
C'è un personaggio che all'inizio cerca di alleggerire un po' il tono, ma dal terzo tomo in poi scivoliamo nel dramma puro, quello dei sentimenti assoluti e devastanti, in cui anche una battuta legittima suona troppo cinica.
Detto così, non è che l'opera ci guadagni granché. Invece una storia tutto sommato banale (due innamorati separati da bambini si ritrovano su fronti apparentemente opposti, fino all'agnizione) diventa veramente bella grazie alla caratterizzazione dei personaggi.
Lei, la protagonista, è bella e pura, e su questo non ci piove (vuoi che Enoch si faccia scappare l'occasione di disegnare un bel paio di tette? Non sia mai!). Però il suo innamorato perduto tanto era caruccio da bambino quanto invece ha tutta l'aria (e i metodi) del cattivo da grande: tratti duri ed espressione cattiva, occhi rossi, sguardo un po' da pazzo un po' da assassino, armi e vestiti non proprio rassicuranti. Già questo ci svia, oltre al fatto che i due non portano i nomi dei due bambini visti nel prologo, perché entrambi, per motivi diversi, li hanno cambiati.
Oltretutto, nel prosieguo della storia, non è che lui, ritrovato il suo amore perduto, cambi più di tanto metodi o atteggiamento: è sempre intenzionato a ottenere la propria vendetta, nonostante il motivo principale (ovvero la morte di lei) sia venuto a cadere.
Non vi racconterò il finale (che poi non è un vero finale: la serie è stata interrotta al quarto volume per problemi economici dell'editore francese), ma da tutte queste premesse si può capire che non è un bel lieto fine, tanto più che si viene da un climax emotivo devastante.
Probabilmente è l'unico finale possibile, e anche il più efficace, perché ti annoda le budella per giorni e continui a pensarci e tornarci su. Un finale che colpisce il kiai.

Ecco, questo per dire che ho avuto due modelli completamente diversi su cui meditare, entrambi validi ed efficaci. E ho deciso che, almeno per questo progetto in via di concepimento e per Viola, il finale non lieto non fa per me. Non mi importa che il lieto fine sia facile, commerciale, autoconsolatorio e tutte le balle che mi possono raccontare i Grandiscrittori. Io mi voglio portare a casa tutti i miei personaggi, possibilmente interi e funzionanti. Voglio momenti anche drammatici, anche seri, anche profondi. Ma voglio anche una soluzione finale positiva. Voglio che il mio lettore continui a rileggere le mie storie per emozionarsi ancora e sentirsi sollevato della conclusione, non per tormentarsi e risvegliare le proprie paure.
Con tutto il fatto che a "quella" scena di Morgana forse ci sto pensando così tanto proprio perché so come va a finire qualche tavola più in là.

lunedì 15 novembre 2010

Di mostri, castelli e danza orientale

Non so come succeda alle altre persone che hanno botte di creatività, ma qui si va ad accumulo ed esplosione. Ovvero: ci sono periodi in cui non scrivo quasi nulla, neanche un'idea, e però leggo, guardo, ascolto nudi fatti che percepisco come potenzialmente utili a un progetto creativo. E periodi in cui erogo (stavo per scrivere "vomito") a flusso quasi continuo sogni, spunti, progetti, idee. Perdipiù, nei periodi di "espulsione" (e non fate facili allusioni al fatto che scrivo cagate), non è che io diventi sorda e cieca al mondo esterno.
Da quest'estate, ovvero dall'avvio del lavoro preparatorio per i disegni di Viola, sono preda di un potente flusso creativo: sogno spesso storie già strutturate, ho un sacco di idee per narrativa e danza, metto in atto strategie alternative per l'insegnamento, ho persino abbozzato insieme a una mia allieva di danza (disegnatrice in erba) un progetto per una serie a fumetti.
Anche solo esaminare la giornata di ieri mi dà un sacco di spunti: insieme a mio marito e alla mia disegnatrice, sono andata al Castello d'Albertis, a Genova, per un convegno molto interessante. A parte che solo con gli appunti presi durante gli interventi si potrebbe produrre un'intera collana dedicata ai mostri, mi è piaciuto molto il taglio degli interventi (soprattutto quelli dedicati al folklore e alle leggende): professionale, sintetico, con molte indicazioni per un eventuale approfondimento.
Inoltre, nella pausa tra mattina e pomeriggio, abbiamo potuto partecipare a una mini visita guidata al castello: a parte la bellezza delle sale (consiglio di visitare la Photogallery del sito, una meraviglia che rende benissimo l'atmosfera del luogo), è stato interessante scoprire la figura del capitano D'Albertis, personaggio avventuroso ed eccentrico. Da approfondire.
In più, dall'incontro e dalle chiacchiere tra me, la disegnatrice e mio marito sono nati nuovi spunti narrativi da inserire nel nostro progetto. Che sarà tutt'altra cosa rispetto a Viola: per la prima volta nella mia vita, mi cimento seriamente con un progetto dai risvolti (ho detto risvolti!) fantasy. Non vedo l'ora di buttare giù un'idea di trama e il trattamento.
La cosa che mi piace di più in questo progetto è che l'idea di base è sì mia, ma l'introduzione dell'elemento fantasy è dovuto alla mia disegnatrice e l'idea si è sviluppata durante una chiacchierata-fiume delle nostre. Chiacchierata in cui si sono toccati gli argomenti più vari: dalla fata dei Djinn a Wasabi, da Rachel Brice ad Agatha Christie, passando per i videogiochi e il diritto d'autore nella distribuzione di mp3, oltre a parlare delle qualità dell'olio ligure rispetto a quello machigiano e della biocesta che io avevo appena ricevuto.
Insomma, mi si prospetta un inverno denso. E non chiedo di meglio.

venerdì 5 novembre 2010

Chi non muore si rivede

Mi piace scrivere sul blog: dal momento che per me non è un lavoro ma un piacere (quasi un bisogno, a volte), non mi sono data una linea editoriale, a costo di risultare dispersiva e indecisa.
Difficilmente resto più di una settimana senza scrivere, se ho una connessione a portata di mano. Sicuramente non resto mai senza argomenti, con tutti gli stimoli che mi bombardano in ogni momento. Casomai, può succedere che resti muta per eccesso di stimoli, per fare chiarezza prima di metterli nero su bianco.
Come molti sanno, è stata una settimana bella ma intensa: due giorni a Lucca, due a Torino, ieri a Genova. E nei prossimi giorni, a parte il piccolo dettaglio del lavoro (c'è una scadenza a fine settimana prossima e siamo in alto mare), sarò ancora a Genova per dovere e per piacere.
Ho fatto promozione a Viola (ovvero ho distribuito la proposal a tutti gli editori che valessero la pena), ho stordito di chiacchiere il mio disegnatore, ho comprato qualche libro, ho letto moltissimo, ho passato un sacco di tempo in treno, ho pranzato con un'amica che ormai vedo troppo poco, ho cercato di farmi passare un mal di testa feroce e tenace, ho rivisto una traduzione per mio cugino d'Islanda, ho avuto nostalgia della mia famiglia e ho ricevuto un sacco di complimenti per una nostra comparsata in TV (oltretutto piuttosto ridicola, per gente che non guarda la TV da almeno 4 mesi). Il tutto in ordine sparso, naturalmente.
Forse, la cosa che ho apprezzato di più (ma non nelle 6 ore e mezza di treno tra Lucca e Torino) è stata la solitudine. OK che a Lucca ero con il mio disegnatore, OK che ad ogni nano che anche solo vagamente mi ricordasse i miei sospiravo, OK che Lucca e Genova sono state solo poche ore tutto sommato.
Ma era parecchio tempo che non mi capitava di andare in un bar a prendere un aperitivo (analcolico purtroppo, mi perdonino i miei avi) con gente che non conoscevo e finire con lo scambiarci i numeri di telefono e gli indirizzi. Era parecchio tempo che non avevo il dubbio che un uomo mi tacchinasse (al che, siccome sono una donna onesta ancorché snaturata, ho fatto cadere lì le parole "marito" e "figli"). E sapete qual è la figata? Tutto ciò è stato piacevole e divertente, ma potrei stare altri 7 o 70 anni senza farlo.
Non voglio fare quella che ormai ha marito e figli, ripeto che è stato divertente e istruttivo, ma non ne sento proprio il bisogno. Così come invece la sera stessa ho sentito la feroce mancanza di mio marito nel mio letto (biecamente, soffro di freddo ai piedi). E così come ero impaziente di raccontargli quei due giorni, anche se sapevo che a molti argomenti avrei dovuto fare un'enorme premessa per fargli capire qualcosa.
Ora non mi sono fermata: ci sono ancora 3 giorni da passare a Genova, e poi stiamo pensando ad Angouleme e a Mantova (ma a Mantova andrei in giornata, è a 2 ore da qui). Oltre al fatto che, se tutto va bene, per un po' i treni diventeranno i miei mezzi di trasporto preferiti.
Il bello è farlo col desiderio di tornare a casa, senza quel rapimento estatico di quando ero single e non sarei tornata mai. E questo, più di tutto, mi dice che questo luogo sporco e disordinato è casa mia, l'unica che conti.

giovedì 30 settembre 2010

Il caos dentro me

Mi sento come se mi avessero infilato in una lavatrice gigante con una serie di oggetti a casaccio: il mondo mi guarda con curiosità mentre io vengo sballottata di qua e di là dal programma di lavaggio.
Sul lavoro è un periodo intenso, di quelli in cui rispondi al telefono 3 volte in 5 minuti (giuro) ma almeno ti senti utile, non un ingranaggio del perverso meccanismo della burocrazia.
Amelia è stata malata e ho passato 4 giorni (weekend compreso) chiusa in casa con lei ed Ettore, molesti e sciocchi a livelli impensabili solo un mese fa. Giuro che ho avuto la forte tentazione di mollare tutto e mettermi a fare homeschooling, se questi sono i risultati del ritorno tra gli altri bambini (soprattutto per Amelia). Ciononostante, ho parlato con le nuove maestre di Amelia (tutto il personale della sua scuola è stato sostituito) e mi sono sembrate in gamba: un po' più anziane delle precedenti, ma molto più rilassate anche nel rilevare i "difetti" di Amelia (nel senso: si sono accorte che si distrae, ma lo ritengono un aspetto fisiologico dovuto in parte all'età e in parte alla personalità della bambina).
Ho avuto anche molte attività extralavorative: da un lato quell'iniziativa di cui vi parlerò meglio se andrà in porto, dall'altra la ripresa del mio corso di danza. Ché sembra una cazzata, ma anche solo preparare le musiche e pensare a quale successione di movimenti insegnare porta via un sacco di tempo.
E poi ho iniziato mio marito alle delizie dello streaming video: da anni ero curiosa di vedere Dexter e ho colto l'occasione per farlo con lui. Ora siamo alla quarta puntata e siamo ormai dipendenti da questa vicenda assurda del serial killer dei serial killer: dal momento che le nostre gatte ci hanno assuefatti a visioni ben più disgustose di quelle del telefilm, ci godiamo il lato divertente e surreale della serie.
Dall'altro lato ancora, lunedì finalmente è arrivato il regalo che mi ero fatta per il mio compleanno, ovvero gli arretrati per completare la serie di Gea. Lo so, chi mi conosce sa che, sebbene Lilith mi piaccia molto, ero diffidente nei confronti della precedente creatura del suo autore: dalle poche tavole che avevo visto, Gea mi sembrava uno scimmiottamento dello stile manga, con la sua unione di elementi buffi con elementi altamente drammatici. Invece, il ritrovamento di due albi di Gea nelle edicole di Levanto mi ha fatto cambiare idea, radicalmente: Luca Enoch ha trovato un suo tono, magari ispirato anche ai manga e/o ai film d'azione, ma tutto suo. Un tono che unisce episodi buffi a scene serie, che sdrammatizza alcune situazioni senza banalizzarle, che restituisce una grande ricchezza di registri senza risultare infantile e stridente come i manga (penso ad Angel Sanctuary, per esempio: vicenda cupissima spezzata da scenette che per il nostro gusto occidentale sono irritanti e fuori luogo). E una bravura che riesce a coniugare il mondo di una rockettara adolescente con i testi sacri di tutte le religioni senza risultare supponente o incongruo.
Gea mi ha emozionata e divertita come i migliori romanzi. Mi sono innamorata del giovane Arconte, e mi è piaciuto moltissimo il modo in cui Enoch ha manovrato in modo che l'unione di Gea con lui non risultasse un tradimento nei confronti di Leonardo. Ho apprezzato anche tantissimo il modo in cui vengono da subito presentati i nemici: non come esseri umani perché son demoni, ma con sentimenti nobili e delicati verso i loro cari, persone che lottano perché hanno le loro ragioni e i loro diritti. Ho voluto bene alla Diva e ho rispettato il suo Rakshasa, che si fa ammazzare per proteggere lei.
Per una narrazione che mi ha soddisfatto, una che mi ha delusa (non che mi aspettassi molto in verità, ma di più sì): La leggenda degli uomini straordinari. Dal momento che il film è ispirato a un fumetto di Alan Moore che mi aveva molto divertita, mi aspettavo che la formula non venisse cambiata più di tanto.
In effetti, in apparenza è così: c'è questo gruppo di persone straordinarie, tutte prese dalla letteratura di fine '800 - primi '900, che si adopera per la salvezza dell'Impero Britannico e del mondo.
Nel fumetto, queste persone sono Mina Murray (ex moglie di Jonathan Harker), il Capitano Nemo, Allan Quatermain, l'Uomo Invisibile e Dr. Jekill (ma molto di più Mr. Hyde). Mina Murray raduna questo gruppo di recalcitranti supereroi ante litteram e li comanda con il pugno di ferro, il che dà origine a situazioni e battibecchi piuttosto divertenti.
Il fumetto è un sontuoso divertissement, una festa di citazioni vittoriane, divertente e raffinato.
Nel film, a parte i cambiamenti fatti nella composizione del gruppo (che ci starebbero anche), la variazione che mi irrita di più è che la leadership del gruppo passa da Mina a Quatermain. Mina è solo una comprimaria, peraltro un po' torda, che subisce un'evoluzione da gatta ninfomane a iena scatenata.
Basterebbe questo a farne un film decisamente evitabile. In materia di film tratti da fumetti, mi sa che mi conviene sedermi sulla sponda del rigagnolo e aspettare che esca Hellboy III.

lunedì 2 agosto 2010

Frivolezza

Viola procede bene, per quanto ancora in fase embrionale: il disegnatore, di cui ancora non annuncio il nome per scaramanzia, ha fatto i primi bozzetti dei personaggi e non mi sono ancora riavuta dalla sorpresa e dal piacere di vedere finalmente in faccia le persone a cui ho dedicato e dedicherò gran parte del mio tempo libero.
La figura che mi entusiasma di più è proprio quella di Viola: la rappresenta perfettamente e, secondo me, non c'è niente di simile nel panorama attuale del fumetto italiano. Ma, appena potrò, lascerò giudicare a voi.
Proprio perché il mio disegnatore è un maschio di quelli di una volta (per intenderci: si identifica in Luca, che ho modellato su mio marito), ha lasciato a me la definizione dei dettagli dell'abbigliamento. Il che non è 'sto grande sbattimento per i maschi (che ho lasciato per ultimi, certa che verranno liquidati in mezz'ora di lavoro ciascuno), ma è una bella sfida per le donne.
Certo, sarebbe comodo fare come in Dampyr: per ogni personaggio, una tenuta "classica" per ogni stagione e fine del discorso.
Ma il mio disegnatore ed io amiamo complicarci la vita, oltre al fatto che vorremmo un effetto realistico.
E allora, da stamattina, sono al lavoro tra vestiti miei, vecchie riviste di moda (stiamo parlando di vestiti che dovevano essere plausibili 10 anni fa) e ricerche online.
Sono partita dai personaggi che appaiono di meno: Chiara, l'oggetto del desiderio di Stefan, e suo marito Carlo.
Carlo è facile: fa il contadino e il casaro, i riferimenti visivi atemporali sono centinaia.
Per Chiara, volevo uno stile particolare, qualcosa che la distinguesse nettamente sia da Viola sia dalle riviste di moda. Ho ripescato qualche gonna lunga di velluto e le ho abbinate a maglioni semplici a collo alto, ho giocato con gioielli antichi ed etnici per dare un tocco particolare e insomma, mi sembra che il risultato sia originale senza essere eccessivamente eccentrico.
Poi, dal momento che siamo in estate, mi è venuto comodo spostarmi sui vestiti estivi di Viola: alcuni capi del 2000 che non mi entrano più ma che ho miracolosamente conservato, abbinati ad accessori semplici e a qualche collanina discreta.
Al momento, mi sono fermata a raccogliere le idee per il vestiario invernale, ma mi sembra di essere a buon punto. Ovviamente le fashioniste all'ascolto sono avvisate: se nel prodotto finale troveranno anacronismi o mancanze di buongusto, mi bacchettino!

Aggiornamento: per il look estivo di Darius, mi sono ispirata al suo modello Jonathan Rhys Meyers. Ecco, giusto per discolparmi di ogni tamarritudine: non sono io a considerarlo elegante, è lui che si considera così e gli piace. Purtroppo.

martedì 13 luglio 2010

Genesi di un personaggio

Pavia, sette-otto anni fa. Vivevo da sola, ero tornata a scrivere dopo un periodo immobile, avevo da poco scoperto la danza e le dedicavo gran parte del mio tempo libero.
Una delle mie compagne di danza doveva darmi un CD e mi diede appuntamento per l'aperitivo in un bar che di solito non frequentavo. Per un altro caso, ci ricapitai pochi giorni dopo con un'altra amica.
Come spesso succede con i bar, mi accorsi che c'era una clientela fissa. Tra questi, un ragazzo sui 30-35, su una sedia a rotelle. Capelli scuri molto corti, occhi azzurri, faccia un po' scarna e fisico tendenzialmente nervoso. Era vestito in modo elegante, tipo camicia bianca e giacca blu ma senza cravatta. E aveva delle cicatrici piuttosto vistose che gli solcavano tutta la testa.
Mi capita spesso di farmi dei film sulle persone che mi colpiscono, in particolare su quelle che evidentemente hanno una storia particolare alle spalle. Di questo ragazzo, che avevo già intravisto altrove a Pavia, pensai che avesse avuto un brutto incidente stradale e che cercasse giustamente di non perdere le abitudini e gli amici di "prima".
Avevo già in testa una storia, abbozzata a grandi linee, in cui interagivano quattro personaggi principali: una donna, un trafficante di alto livello, un aiutante del trafficante che poi si sarebbe rivelato una spia e un ex poliziotto che voleva incastrare il trafficante. Avevo stabilito che tutti e 3 i personaggi maschili dovevano essere innamorati della donna, a vario titolo. E che per lei non sarebbe stato possibile sceglierne uno solo: il trafficante era un criminale, l'aiutante viveva sotto copertura e l'ex poliziotto... boh, che fosse un ex di una sua amica mi pareva troppo debole.
Ed ecco l'illuminazione: l'ex poliziotto è un disabile. Peggio: è finito su una sedia a rotelle a causa del trafficante, ma non può incolparlo direttamente perché apparentemente il trafficante è pulito.
Scrissi poi quella storia, che non brilla per bellezza e che non ho voglia di migliorare.
Perché nel frattempo ho inserito l'ex poliziotto in Viola, inquadrandolo nei tempi in cui era ancora in polizia ma già era ossessionato dal trafficante. Via via, Viola è diventata la storia principale, quella su cui puntare, e quel racconto di 7 anni fa è rimasto una specie di sequel a cui accennare nel finale di Viola e nell'eventuale serie.
L'ex poliziotto sulla sedia a rotelle è ringiovanito fino a diventare Darius, il capo di Viola in una squadra antiterrorismo coinvolta nella sicurezza del G8. Nella mia testa, ho cercato di immaginare quel ragazzo del bar in piedi, senza cicatrici e senza la consapevolezza della disgrazia che l'avrebbe colpito. Gli ho attribuito tutta la stronzaggine che un essere umano può sopportare, perché farne uno stinco di santo sarebbe stato stucchevole. Gli ho attribuito anche una buona dose di ingenuità e ottusità, sia dandogli una compagna fatua e opportunista sia facendolo raggirare da Stefan.
Nella sceneggiatura, ho cercato di descriverlo meglio che potevo, sperando che magari al mio disegnatore venisse un'idea in proposito e me la proponesse. Giustamente, però, ieri il mio disegnatore mi ha chiesto se magari potevo indicargli un attore o una persona che potesse andare bene per impersonare Darius.
Non potendo andare a cercare quel ragazzo per scattargli una foto (con che scusa? nemmeno io potrei fare una cosa del genere senza provare vergogna), ho cercato un volto che potesse esprimere bene la personalità di Darius.
In un primo tempo, ho cercato un attore che avesse le caratteristiche fisiche di Darius, ma mi sono arresa: nessuno era adatto. Allora ho ampliato la ricerca e sono arrivata alla conclusione che mi ci voleva un tipo fisico completamente diverso dagli altri personaggi principali, uno che potesse essere credibile come piacione un po' stronzo ma anche facilmente manipolabile, uno bello che sa di esserlo e te lo sbatte anche un po' in faccia, uno in grado di non vergognarsi di avere una compagna indifendibile... insomma, per farla breve mi è venuto in mente Beckham.
Darius sarà quindi liberamente ispirato a Beckham. A volte nella vita fai cose che non ti aspetteresti mai.

Aggiornamento del giorno dopo: complici il destino e una serie di associazioni di idee, ci ho ripensato. Non divulgherò l'immagine di Beckham, per quanto appiccicata a un personaggio che fa una magra figura. Mi son ritrovata davanti Jonathan Rhys-Meyers nel ruolo di Enrico VIII e ho pensato che sì, ci siamo, ecco la giusta dose di bellezza, stronzaggine e, diciamolo, un pizzico di dabbenaggine per passare alla storia come quello che ha voluto uno scisma per sposare una che poi ha fatto decapitare poco dopo.

domenica 4 luglio 2010

Cultura e cultura

Chiariamo un punto prima di tutto: ho fatto il liceo classico e Lettere Moderne, ho letto una buona quantità di classici italiani, greci, latini ed europei, amo i libri molto di più delle persone che li hanno scritti.
E, già che ci siamo, chiariamone un altro: non credo che esista la distinzione tra Cultura e cultura. Credo che uno che sa tutto dell'Arcadia ma non conosce i Queen sia tanto ignorante quanto una che ha in casa la collezione completa di Dampyr e Dago ma non ha mai avuto il coraggio di affrontare Proust (ogni riferimento a persone realmente esistenti è puramente casuale).
Credo che scrivere un buon saggio sia molto meno difficile che scrivere della buona narrativa, e parlo con cognizione di causa dal momento che ho provato entrambi i tipi di scrittura. Certo, leggere un saggio può essere considerato da molti più noioso che leggere della narrativa. Ma viene anche considerato più figo, quindi spesso il gioco vale la candela.
So per certo, inoltre, che scrivere buona letteratura cosiddetta "d'intrattenimento" (non parliamo poi di sceneggiare un fumetto) è molto più impegnativo che scrivere un romanzo di alti sentimenti e alta morale. Perché dico questo? Perché la letteratura che sa di avere un pubblico deve rispettare standard qualitativi relativamente alti in tempi di realizzazione piuttosto stretti.
Pensiamo per esempio a Fred Vargas: mediamente sforna un libro all'anno / ogni due anni, buttato giù nei famosi 21 giorni di ferie che si concede apposta. Prendiamo il suo ultimo libro, Un luogo incerto: oltre a dover pensare a una trama avvincente e non propriamente scontata, l'autrice si è documentata parecchio sul vampirismo in Europa e in Serbia, arrivando a una profondità e ad un'accuratezza che probabilmente uno sceneggiatore di Hollywood si sognerebbe (anche se credo che in proporzione alle vendite uno sceneggiatore americano prenda più soldi della Vargas). Ha snidato temi che probabilmente sono conosciuti da quei pochi pazzi appassionati e dagli studiosi di etnoantropologia. Ha trovato il modo di integrare la realtà storica nella finzione, rendendo il tutto contemporaneamente surreale ma credibile. Se non è arte questa...
Oppure, prendiamo un mostro sacro del fumetto, Alan Moore (a questo punto, se pronunciate questo nome davanti a un pubblico di fumettari/fumettomani, vedrete tutte le teste accennare a un inchino di ossequio o di presa di coscienza). Io non sono né di quelli che lo venerano né di quelli che lo considerano un cialtrone, ma mi inginocchio di fronte alla Lega degli Straordinari Gentlemen. Non tanto e non solo per l'idea narrativa (incredibilmente goduriosa per chi ha amato la letteratura d'evasione a cavallo del Novecento), quanto per l'immenso lavoro di documentazione, citazioni e riferimenti che si può notare dalla sceneggiatura. Sarà fumetto, sarà intrattenimento, ma si può imparare di più da una simile lettura che da un saggio o un documentario.
Mi si dirà: Alan Moore è un genio. Allora andiamo sul nostrano: Bonelli. Prendete un qualsiasi Dampyr, di quelli che parlano di attualità o di storia, e provate a fargli le pulci. Io sulla storia non ci riesco, magari qualcuno più ferrato di me sull'attualità può provare. Stiamo parlando di gente che si documenta su miti di tutto il mondo per non sparare cazzate a vanvera, di persone che fotografano persino il bancomat dove Harlan e Kurjak ritirano e che, appena possono, ti fanno capire in che parte del mondo sono finiti i nostri eroi, con tanto di cartina (il che sarà molto utile alle nuove generazioni, se si eliminerà la geografia dalle scuole).
Occhio: non dico questo perché sto scrivendo Viola. Lo dico perché, una lontana mattina di 20 anni fa, una professoressa di italiano del ginnasio ci sbatté in faccia questa stessa verità che io sto enunciando. Noi eravamo appena entrati al ginnasio belli carichi di essere nel tempio della Cultura, depositari di un Sapere superiore. E lei ci spiegava l'Eneide con riferimenti ad Asterix, ci esortava a non disprezzare la letteratura di genere e a considerare che tutta la letteratura può essere considerata di genere (Jane Austen narra di vicende sentimental-matrimoniali come un Harmony, sebbene con enorme maestria). Lei fu la prima a spiegarci come la cosiddetta sottocultura non sia tale perché è inferiore, ma perché costituisce una base per le opere di valore, che vi attingono a piene mani e vi trovano un linguaggio da usare e talvolta reinventare. Perché Graham Greene potesse scrivere "Il nostro agente all'Havana" era necessario il successo di 007 e in generale di tutta la letteratura di spionaggio nata con la Guerra Fredda. OK, è anche vero che senza "Dracula" di Bram Stoker probabilmente non avremmo Twilight, ma nemmeno Nosferatu con Klaus Kinsky o il Dracula di Christopher Lee.
Questo per dire che sono io la prima ad alzare gli occhi al cielo quando vedo in libreria le pile dei libri di Twilight o quando i miei figli vanno in visibilio per l'ennesimo libbricino Dami, ma sbaglio. Chi legge legge, non importa cosa.

martedì 15 giugno 2010

Occhio malocchio prezzemolo e finocchio

Devo aver fatto uno sgarbo a qualche divinità. E credo anche di sapere quale, ma Dio bono una volta in 33 anni si può anche saltare!
Altrimenti non si spiega perché, con l'arrivo del caldo, in casa mia si siano scatenate tutte le peggiori malattie da raffreddamento.
Ha cominciato Amelia, con una tosse convulsa durata due settimane. Poi ho attaccato io e l'ho sconfitta a colpi di Levotuss in 10 giorni. Mia madre al mare ha avuto la febbre per qualche giorno, il che ha fatto slittare le trasferte dei figli. Infine Luca ed Ettore si sono presi quasi in contemporanea una febbre infinita (5-6 giorni ciascuno). Ettore, tanto per gradire, ha pure una bella tosse grassa e quindi ha vinto un giro di Augmentin.
Se tutto va bene, domani finalmente Ettore dovrebbe partire per Chiavari con i nonni. Amelia dovrebbe andare dai nonni di Torino giovedì. E noi ci faremmo una discreta capatina al Suq di Genova senza figli, tra venerdì e sabato.
Poi Amelia tornerebbe domenica, Ettore martedì e Amelia ripartirebbe, stavolta per il mare.
Non sto male con i miei bambini, tutt'altro, ma sento il bisogno di disintossicarmi da loro. Di non vederli per più di 24 ore, perdipiù sapendo che stanno in un posto climaticamente migliore di casa nostra (e quindi eliminando qualsiasi accenno di senso di colpa).
Ho voglia di sgombrare la mente, di pensare solo a finire questo cavolo di lavoro con un software assurdo, di fare in tempo per riuscire ad andare in congedo a luglio e agosto senza dovermi collegare da casa o pensare al lavoro. Ho voglia di stare un po' con Luca, da sola, senza i minuti contati dai tempi dei figli, senza essere interrotta mentre sto raccontando o ascoltando una cosa qualsiasi.
Ho voglia di dedicarmi completamente a Viola, che forse la settimana prossima comincerà ad essere disegnata e che il mio disegnatore vorrebbe portare a Lucca.
Ho voglia di mettere un po' a posto la casa per accogliere gli amici che passeranno di qui ai primi di luglio, ho voglia di farmi una maratona di film da adulti, ho voglia di svegliarmi senza dovermi preoccupare di qualcun altro.
Ah, OK, avrei anche voglia di fare sesso con mio marito. Ma indovinate in che giorni cade l'assenza contemporanea dei miei figli.

venerdì 21 maggio 2010

Tana

Io non sono un'amante della casa in senso classico: mi interessa avere mobili funzionali e robusti, preferibilmente economici, gli oggetti d'arredo hanno una funzione (in genere fanno da contenitore), il riciclo e il fai da te regnano sovrani. Mi piacerebbe una casa pulita e in ordine, ma spesso non mi riesce di averla: ci sono troppe cose che mi interessano di più delle pulizie. Capisco che per alcuni possa essere uno shock, esattamente come se non mi lavassi: vorrà dire che, se troveranno buone scuse per non venirmi a trovare, non mi offenderò.
Ciononostante, la mia casa mi piace. Mi piace starci e viverla, girare nelle sue vicinanze, sentirmi nel mio territorio. Probabilmente sono un animale territoriale, ma non nel senso di conservatore: mi piace, ogni volta che mi trovo in un posto, conoscere e ricordare bene il mio territorio.
Per esempio, nonostante ci sia stata 3 settimane in tutto, la casa di Levanto la sento mia: conosco i difetti dei due divani, le magagne delle portefinestre della sala, progetto di cambiare la doccetta perché è un po' scomoda. Mi sveglio aspettandomi di sentire il profumo di bomboloni e brioche della vicina pasticceria, se mi sveglio di notte aspetto la campana del Comune per capire che ore sono. Ovviamente ne esco per andare al mare, al parchetto o alla stazione, ma se c'è brutto tempo me la godo come un gatto che si acciambella sul divano.
È stato così anche per la mia casa da single, che anzi difendevo con la stessa tenacia di una gatta: era aperta agli amici a qualsiasi ora di qualsiasi giorno, ma i rari ragazzi che ci portavo andassero fuori dalle balle una volta fatto il mio comodo. Non ci volevo estranei, non volevo che qualcuno potesse piantarci le tende.
Quando ero single, mi capitava relativamente spesso di passare il weekend a casa: durante la settimana molti accoppiati uscivano, ma poi il finesettimana raggiungevano famiglie e/o fidanzati. Io mi riposavo, scrivevo, ascoltavo musica, guardavo la TV. Il tutto in neanche 25 metri quadri, che erano il mio territorio.
Quando invece abitavo ancora in famiglia, non riuscivo a sentire mie le case in cui sono stata: nonostante i miei siano il contrario dei genitori che fanno pesare il mantenimento ai figli, ero pur sempre a casa loro. Non decidevo io i budget o la lista della spesa o i lavori da fare o i bucati: subivo richieste altrui, seppur ragionevolissime.
Credo che questo abbia fatto sì che il sogno di andare a vivere per conto mio sia stato uno dei miei primi sogni da sempre. E, siccome non sarebbe diventato realtà fino al 2002 (con un troppo breve soggiorno genovese nel 2000), ho sempre riversato questa mia passione nella narrativa.
Ogni volta che scrivo una storia, ho chiarissime le case in cui la storia si svolge. Potrei riprodurne senza sforzo la planimetria e l'arredamento.
A volte, le case delle mie storie sono case esistenti. Per esempio, uno dei miei primi esperimenti di romanzo poteva vagamente somigliare alla saga degli Evangelisti della Vargas (o alla situazione di "Prima di morire addio"): c'erano questi quattro studenti che abitavano nello stesso appartamento. L'appartamento che si è materializzato nella mia mente esiste, al quarto piano di viale della Libertà 18, e ci ero stata anni prima insieme al legittimo proprietario. Era un appartamento semiabbandonato, usato un po' come magazzino un po' come appoggio per chi volesse stare in pace o non avesse tempo/voglia di tornare a casa in periferia. Poi è stato dato alla prima figlia che si è sposata e probabilmente sarà stato messo giustamente a posto, perdendo parte del suo fascino.
Altre volte, le case delle mie storie si autodispongono in modo da assecondare i movimenti narrativi, come se già quando non scrivevo fumetti la mia mente progettasse le storie per immagini o sequenze. Per esempio, la casa di Luca in Viola è disposta nel classico modo delle case da sit-com (l'inquadratura principale prevede un totale del soggiorno visto dalla parete cieca, con porta d'ingresso sulla destra, porta della cucina sul fondo e porta della zona notte sulla sinistra), ma l'arredamento è interamente IKEA (avrò visto troppi cataloghi?).
Ci sono poi case che vedo, magari fotografo (ma magari anche no, perché mi piace ricordarle con i miei filtri mentali) e restano lì, a sedimentare ed aspettare la storia giusta. Per esempio, ce n'è una a Chiavari, poco distante dalla stazione: in mezzo a tante case indipendenti degli anni '30-'40, tutte di solito curate abbastanza bene, c'è questa casa con due sfingi a lato dell'ingresso, un po' cadente, con le persiante mezze rotte, un po' lugubre (probabilmente perché non viene ritinteggiata da un pezzo e ha assunto un colorino grigiastro). Non è abbandonata, perché a volte si vedono alcune finestre aperte e qualche luce accesa. Probabilmente è una seconda casa di qualche famiglia di Milano o che che non vuole/può spenderci soldi per metterla a posto e ne usa solo le parti ancora decenti.
Ecco, io quella casa la metterò in una storia. Non so ancora quale, ma sicuramente sarà una storia di atmosfere un po' paurose.
Forse avrei dovuto mettere a frutto questa passione e fare l'agente immobiliare. Qualcuno si candida ad assumermi?

mercoledì 12 maggio 2010

Vestiti, usciamo

Lo so, è un po' di tempo che non parlo di Viola. Il fatto è che sono in attesa che il disegnatore che mi si è proposto (e di cui sono entusiasta) finisca un lavoro in corso e sia disponibile. Per la graphic novel, s'intende, in volume unico o in tre albi. La serie è un lontano progetto presente solo nella mia testa, figurarsi gli speciali (peraltro entrambi solo abbozzati).
Però i risvegli notturni di Ettore (talis mater talis filius, a metà notte gli tocca un risveglio-pipì) mi rendono difficile riaddormentarmi e quindi la mia mente ha più tempo per divagare in pensieri oziosi. Per esempio, stanotte pensavo ai vestiti.
Che donna frivola, direte voi. No, in realtà non pensavo ai vestiti in "quel" modo. Pensavo a quanto i vestiti sono importanti, nella nostra società, per raccontare la nostra personalità e il nostro modo di essere. Non esiste una codifica precisa, eppure quasi tutti noi siamo in grado di stabilire se il modo in cui una persona è vestita è appropriato o no.
A mo' di pettegolezzo, ne parlavamo con una mia collega a proposito di una persona degli uffici centrali. Bella donna, per carità, ma sempre vestita con minigonne inguinali, calze trasparenti o non pervenute, tacchi vertiginosi. Per non parlare del trucco pesante. La giudicavamo fuori luogo quasi di più di una che si presentasse in ufficio in braghette e infradito di plastica.
E io ho ricordato un'altra persona con cui ho lavorato, una persona del mio passato: bellissima donna (alta, bionda, capelli lunghi e folti color miele, gambe spettacolari), era spesso vestita ai minimi termini o in modo estroso, ma con abiti e accessori originali anni '60-'70 che la collocavano in tutt'altro contesto. Come per dire: svestita sì, perché mi piace esserlo, ma con classe.
E mi sono ricordata anche una conversazione con un mio amico di 7-8 anni fa, in cui io gli parlavo di una mia evoluzione personale portandogli l'esempio dei miei abiti e lui mi dava della superficiale perché alla fin fine secondo lui stavo parlando di moda.
Invece no. Sono ancora convinta che, se una persona comincia a desiderare di vestirsi in modo diverso, qualcosa sta cambiando anche dentro di lei e magari anche attorno a lei.
Infatti ho cercato di studiare Viola in modo che le varie epoche della sua vita siano ben riconoscibili dai vestiti e dai capelli, e non solo come espediente per non far perdere il lettore nei vari flashback.
Nelle scene del passato remoto, quelle in cui si spiegano gli avvenimenti che hanno portato Viola ad entrare nell'antiterrorismo, Viola ha 23 anni e uno stile molto anonimo, quasi per volersi invecchiare e darsi autorità nell'ambiente accademico in cui credeva di continuare la sua carriera: capelli corti e castani, gioielli discreti (tipo orecchini di perle), vestiti di taglio classico un po' severo, scarpe anonime e serie.
Nella storia ambientata prima e durante il G8 di Genova, Viola ha sui 30 anni ed è molto diversa: i capelli sono lunghi, spesso raccolti ma non in modo ordinato, e sfacciatamente rossi, mentre i suoi abiti oscillano tra lo stile Max Mara per l'ufficio e uno stile un po' più libero (gonne lunghe, più colori, vestiti un po' più originali) per il resto del suo tempo. Verso la fine della storia, complice il caldo estivo, i due stili si avvicineranno e la vedremo spesso con abiti leggeri e svolazzanti e sandali, in entrambi i contesti.
Nella serie, Viola ha dai 35 anni in poi e si è decisamente più rilassata: i capelli si accorciano in una testa semilunga un po' sfilata (il taglio che molte di noi si fanno all'arrivo dei figli, per essere pratiche ma non sentirsi monache), i capelli sono un po' meno rossi ma tipo castani trattati con henné, gli abiti sono normalmente casual e comodi senza essere trascurati (gli abiti di una persona che va in ufficio ma in un ambiente informale, per intenderci, una cosa tipo H&M o Benetton).
Sempre sui vestiti ho lavorato per la caratterizzazione dei vari personaggi. Ad ognuno ho attribuito uno stile particolare o un indumento caratteristico. Per esempio, Darius dev'essere un po' architetto dentro (almeno, secondo la classificazione di Biondillo, che di architetti se ne intende), perché si mette spesso quel casual fighetto tipo pantaloni di velluto a coste e maglione a collo alto sotto la giacca. Gli abiti di Stefan li ho immaginati anonimi, classici pantaloni + camicia + maglione, ma gli ho attribuito per l'inverno un giaccone doppiopetto da marinaio stile Corto Maltese. Gli abiti di Chiara e Carlo sono rustici ma quel rustico un po' stereotipato (tipo contadino con la camicia di flanella) e/o radical chic (le Birkenstock, l'abito di maglia fatto ai ferri). Luca si veste come il mio Luca, ovvero in modo casual anonimo e un po' stropicciato.
Per loro, non ho immaginato un'evoluzione stilistica radicale: loro non vivono terremoti emotivi come quelli di Viola, cambiano pelle sì ma in modo graduale e naturale, come tutti gli esseri umani che seguono un percorso. E vengono visti in un periodo di tempo più limitato e meno decisivo rispetto al personaggio di Viola, che si evolve dai 23 ai 35 anni.
Ora, io spero che questi miei vaneggiamenti non rimangano tali e che presto possiate vedere qualche tavola, in modo da farvi una vostra idea. Incrociamo le dita e speriamo che davvero cominciamo presto a lavorarci.

domenica 11 aprile 2010

In bilico

Ultimamente, mi capita di frequentare (più online che dal vivo, purtroppo) essenzialmente due tipi di madri, entrambe molto fuori dal mainstream.
Uno è il tipo della madre-mamma: una che si documenta su tomi di puericultura che neanche all'università (e parlo con cognizione di causa, purtroppo), dedica quasi tutto il proprio tempo libero ai figli (magari ha anche rinunciato al lavoro per stare con loro). Di solito tutto ciò è accompagnato da una grande attenzione alla natura e all'ambiente (che prende magari la via dei pannolini lavabili), una certa cura per l'alimentazione (che prende la via dell'allattamento "prolungato", dell'autosvezzamento e dei cibi biologici) e dalla preferenza per le attività all'aria aperta (sulla falsariga degli insegnamenti di Steiner).
Badate che non sto parlando di decerebrate che sorridono dagli spot del prodotto Taldeitali: parlo di persone con una cultura generale e specifica che la maggior parte degli educatori se la sogna, molto consapevoli di tutto ciò che vivono, capaci di critiche intelligenti e costruttive.
Se cito come esempi momatwork e Claudia, direi che ho detto tutto, no?
L'altro è il tipo della mamma il cui obiettivo principale non è essere mamma. Detto così, sembra una che se ne frega dei figli: niente di più sbagliato. Questo tipo di madre è contentissima di esserlo, magari anche lei ha rinunciato al lavoro per stare con i bambini o magari ha deciso di togliersi dalle logiche di carriera tradizionale. Semplicemente, non le interessa più di tanto parlare di cose che riguardino i bambini. Io non so se segue un particolare metodo educativo, non so se ha una posizione particolare riguardo all'alimentazione dei suoi figli, non so nemmeno se gli fa vedere la TV o no. Suppongo che nell'educazione dei figli sia tendenzialmente mainstream ma senza cadere nel qualunquismo. Conosco però le sue passioni oltre i figli, conosco il suo pensiero riguardo alcuni temi: confrontarmi su alcuni temi con questo genere di donna è stimolante e divertente. Penso a Manager di Me Stessa o a Bianca, ma sono solo esempi tra le tante.
Spesso queste due categorie si guardano con diffidenza, spesso si commentano a vicenda con pareri poco lusinghieri, a volte (ma son rari casi, che non riguardano certo le persone che ho citato) arrivano addirittura a farsi la guerra.
Io mi sento in mezzo. Ho una passione forte, la narrativa, ma ho messo a cuccia la danza perché toglieva troppe energie al resto. Dedico una gran parte del mio tempo libero ai figli, non mi sognerei mai di andare in vacanza con una tata, ma nello stesso tempo sono gran pronta a cioccare i bambini a chiunque li tenga per ritagliarmi uno spazio tutto mio una volta ogni tanto, con le amiche e/o con mio marito. Vivo uno stile di vita fatto di autoproduzione e alimenti bio, ma sono ben felice di dialogare con multinazionali senza pregiudizi. Aspetto il part time come la manna dal cielo ma poi sono prontissima a farmi tutti i weekend in una fiera diversa per promuovere Viola, quando uscirà (stanchezza a parte).
Non è che io desideri sentirmi per forza ingabbiata in una categoria. È semplicemente che a volte mi sento come se avessi una doppia personalità: mi rendo conto che lo stesso tema, presentato da una parte o dall'altra, mi provoca pensieri, sentimenti, posizioni diverse.
Faccio un paragone forte: a volte mi sento come quei leghisti che "a casa terroni e negri" e poi il loro migliore amico è di Avellino e si trovano benissimo col collega senegalese.
Tradotto: a volte faccio affermazioni assolute per amore di battuta o sull'onda di un'impressione del momento, salvo poi riconsiderare la questione se mi viene proposta "dall'altra parte" in modo circostanziato e pacato.
Ciò non toglie che su alcuni temi non c'è storia, la mia opinione è quella: posso enunciarla in modi differenti per non ferire il mio interlocutore, al massimo.
Del resto, tutti mi dicono che la mia dote migliore è la schiettezza. Spero sempre di essere all'altezza di questo complimento.

sabato 30 gennaio 2010

L'accuratezza non costa niente

Domenica scorsa, approfittando di un pomeriggio di assenza dei figli e del fatto che un mal di testa incipiente mi impediva di mettermi a scrivere, ho guardato un film in TV. Su Italia 1. Film tipico della rete: avventura e buoni sentimenti, evasione allo stato puro.
Il film, di cui non so il titolo perché ho cominciato a vederlo quando era già cominciato da 5-10 minuti, parlava di una specie di Indiana Jones in gonnella, alle prese con il tesoro dei Templari.
Al di là della banalità dei vari cliché che c'erano dentro (e di cui ero consapevole, ma me ne fregavo: mica che una deve essere originale 24 ore su 24), quello che mi ha dato fastidio è stata una serie di inesattezze gratuite, di quelle che se sei un minimo amante della Storia spegni il televisore e vai a picchiare lo sceneggiatore.
Dio bono, se decidi di scrivere una storia su un'archeologa, il minimo che tu possa fare è avere un minimo di dimestichezza con la Storia, no? Pare di no.
Prima serie di strafalcioni: siamo alla fine del 1200 e i Templari sono asserragliati dentro Gerusalemme assalita dai Turchi. Due cavalieri vengono incaricati di scappare verso il mare, dove il aspetta un galeone, e dal mare assistono alla distruzione della città.
Prima obiezione: alla fine del 1200, Gerusalemme era persa da un pezzo (un secolo circa). Al limite si poteva parlare di Acri, persa appunto nel 1291.
Seconda obiezione: Gerusalemme non è in riva al mare (Acri sì).
Terza obiezione: il dominio turco, alla fine del 1200, non esisteva ancora. Al massimo potevano esserci dei turchi tra i mercenari.
Quarta obiezione, questa da vera cagacazzo: nel 1200 i galeoni non esistevano ancora. Ma posso capire che siano belli, facciano scena e quindi chissenefrega della verosimiglianza storica.
I cavalieri fanno naufragio e finiscono in Anatolia. Dopo un lungo cammino nel deserto di sabbia (il famoso deserto anatolico, chi non ne ha mai sentito parlare?) arrivano a una città.
Per identificare la città, l'archeologa usa la mappa di Al-Idrisi. Che è stata redatta in Sicilia nel 1154, in arabo. Ma magicamente, nelle mani dell'archeologa, la mappa riporta scritte in turco con caratteri latini. Circa 200 anni prima che i turchi avessero un qualche ruolo nella storia del mondo occidentale e circa 750 anni prima che Ataturk decretasse che il turco andava scritto con caratteri latini.
Ora, io non sono un'esperta né di Crociate né di Templari né di storia del mondo islamico (purtroppo). Ho qualche vaga nozione che ho verificato su Wikipedia, in 10 minuti d'orologio, cercando Templari, Impero Ottomano, Turchi e Al-Idrisi. Mi chiedo perché lo sceneggiatore del film, pur essendo pagato per farlo, non abbia perso 10 minuti del suo tempo a fare queste ricerche. Gli auguro di essersi nel frattempo innamorato di una vera archeologa e che lei gli abbia dato un gran due di picche perché non può sopportare di stare con un tale ignorante.
Stesso discorso per le lingue straniere. A parte che io difficilmente mi metterei a scrivere una storia con uno straniero come protagonista, ambientata in un Paese dove non ho mai abitato. Lo potrei fare in una storia di fantascienza o di ambientazione storica, ma non ai giorni nostri. Inoltre, ogni volta che faccio una citazione in un'altra lingua o che mi azzardo a inserire una frase di cui non sono sicura, vado a fare mille verifiche su Google. Se dovessi spingermi un po' più in là, chiederei a qualche persona esperta (diavolo, se io conosco persone che parlano swaili, croato, turco, arabo, nepalese, hindi e giapponese, uno che poco poco è interessato per professione dovrebbe conoscere qualcuno che parla italiano, no?) o porrei una domanda in un forum.
Ecco che cosa farei io, e che cosa ritengo sia giusto fare. Soprattutto se stessi scrivendo non un romanzo, in cui sono chiaramente identificabile come unica responsabile degli strafalcioni, ma una sceneggiatura su cui altri dovranno lavorare.
Immaginate se tra qualche mese si cominciasse a disegnare Viola e io avessi messo dentro una cazzata pazzesca, una roba da screditare tutto il lavoro (OK, lo ammetto: non me lo sogno ancora di notte ma lo farò presto). Il mio disegnatore diventerebbe "quello che ha disegnato quella cazzata". Non credo che gli rovinerei per sempre la carriera, ma nessuno lo chiamerebbe "quello che ha disegnato (bene però) quella cazzata".
Per Viola, mi sono documentata come ho potuto: dal momento che non ero a Genova durante il G8 (ma, in tutto il casino, io ero dalla parte dei genovesi e il mio cuore sanguinava), ho guardato video, ascoltato i racconti di varie persone (mio marito, per esempio, ma anche il marito di una mia amica, che lavora in Guardia Costiera ed era dalla parte dei "cattivi"), ho raccolto un sacco di foto. Mi sono presa alcune licenze consapevoli nel tratteggiare i compiti e i metodi della squadra antiterrorismo in cui Viola lavora, esattamente come credo se le siano prese Ian Fleming e Le Carré che pure ne sapevano più di me.
Ho cercato di essere rigorosissima nella definizione dei luoghi, perché una cosa che non capisco da mai è perché, se ambienti una storia a Palermo, devi girare una scena in una riconoscibilissima piazza di Lucca. Nel cinema, posso ancora capirlo: motivi di budget, permessi, eccetera. Ma nel fumetto no: so che è una menata, ma sto tuttora andando a Genova per fare foto sulla base delle ambientazioni e delle inquadrature della sceneggiatura.
Per quanto riguarda la frequentazione di associazioni ambientaliste e di un certo genere di persone che al G8 hanno manifestato, mi sono basata il più possibile sulla mia esperienza personale e ho cercato di essere il più neutrale possibile (a priori, a parte che mio marito era là, non avevo grandissima stima dei no global e tuttora li prendo con le pinze, pur avendo fatto molta strada nella loro direzione).
Ecco, le cose che ho lasciato al "caso" (ovvero alla sensibilità del disegnatore) sono quelle minori, per cui quasi quasi io mi offenderei se qualcuno mi desse della documentazione: il vestiario dei personaggi (credo che, per un disegnatore, l'indicazione "cappotto classico nero e pantaloni a sigaretta grigi" sia sufficiente), il tipo di auto ("berlina scura", ad esempio), il mobilio (il riferimento a uno stile IKEA penso sia sufficiente, mentre in casi tipo mobili d'antiquariato ho raccolto immagini di esempio). Però, se il mio disegnatore mi dicesse "guarda no, mi servono immagini anche di questo", gli riverserei addosso un'altra mole di documentazione con la coscienza tranquilla di un bebé. Anzi, non fatemici troppo pensare, se no lo faccio senza neanche chiedergli un parere.