Avvertenza: in questo post scriverò alcune cose che per me sono molto private. Non mi dispiace che le leggiate, né che commentiate, ma per favore non parliamone di persona. Per me la scrittura è un piacere molto personale, appena un gradino al di sopra del sesso. Quindi, a meno che non siate i miei compagni di letto, potete immaginare quanto mi trovo a mio agio nel parlarne come se fossimo al bar.
Come ho già detto qualche mese fa, la storia che sto scrivendo viene da lontano. Da un'estate di cinque anni fa, in cui guardavo la seconda o terza stagione dei Tudors e mi facevo domande su quei signori incappucciati con l'ascia (o la spada, nel caso di Anna Bolena).
Ecco, da questo sono scaturiti alcuni scambi di mail e diverse letture interessanti. Ma queste letture mi dicevano: abbella, non riuscirai mai a scrivere un romanzo storico davvero accurato su questa materia. Mi mancava il tempo di documentarmi sulle piccole cose, quelle che alla fine rendono davvero credibile la tua storia. E, come dicevo, la soluzione è stata ambientare la mia storia in un passato distopico.
Questa soluzione, inizialmente solo di comodo, si è rivelata vincente per la storia. Che non è un fantasy vero e proprio, ma ne detiene qualche tocco fondamentale.
La moglie del boia è il titolo del primo dei tre libri.
(E qui apro una parentesi: lo so, le trilogie hanno rotto i maroni. Ma in questo caso i libri sono autoconclusivi e il fatto che siano tre ha un suo perché: sono ambientati a distanza di 10 anni l'uno dall'altro, e capite benissimo che un conto è seguire un uomo a 32, 42 e 52 anni. Oltre, potrebbero essere i racconti dell'ospizio. Chiusa la parentesi.)
La moglie del boia è ancora ben lontano dall'essere pronto: la prima stesura (quella cartacea) è stata finita a maggio, la seconda (quella digitale) proprio oggi. Intanto, ho finito la prima stesura del secondo libro (domenica) e scalpito per iniziare il terzo (domani).
A grandi linee, la premessa della storia è quella che avevo immaginato cinque anni fa: un uomo torna nella sua città natale per diventarne il boia e si innamora ricambiato di una donna che non lo tratta come un reietto.
Il boia si chiama Mathias e viene da dieci anni di guerre, dove ha combattuto come mercenario.
La donna è una vedova di nome Gerta ed è una famosa bisbetica. In particolare, odia il mandante dell'assassinio del suo primo marito, che proprio un marito non era ma non per questo meritava di morire. E proprio quest'uomo diventerà il miglior amico del boia.
La storia ha un tono meno divertito di Sholeh Zard, ma non è drammatica: ha un tono medio, quotidiano, ironico quando se ne presenta l'occasione. E non è una storia unica: sono più filoni narrativi che ricadono l'uno nell'altro, a cascata. Dal momento che amo le cascatelle del Trebbia, l'effetto mi piace da impazzire.
Senza contare che, rispetto a Sholeh Zard, gestisco un numero di personaggi ben superiore e ne seguo il punto di vista di volta in volta, cercando sempre di ricordarmi chi sa che cosa.
Insomma, è una bella sfida, non lo nego. E la sto affrontando con un approccio meno sperimentale rispetto a Sholeh Zard, ma cercando di trarne qualcosa di nuovo e fresco.
I primi feedback, quelli di mio marito e di qualche amica, mi dicono bene. Spero che, quando verrà il vostro momento, anche a voi piacerà.
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giovedì 9 luglio 2015
lunedì 6 luglio 2015
Assenze
C'è l'assenza di foto, che non sto più facendo. Complice la morte del "mio" portatile, quello che aveva Gimp e tutte le cose belle, mi fa fatica scaricarle.
C'è l'assenza di voglia: non ho più voglia di cucinare, né di pulire la casa, né di riordinare. Per carità, non che io sia mai stata una casalinga provetta, ma da qualche mese proprio mi manca la forza di volontà, in ogni campo.
C'è l'assenza di tempo: mi sembra che le ore mi scivolino tra le dita. Mi sveglio prima apposta, ed arriva subito l'ora di far alzare i bambini. Salgo dopo cena appena possibile, ed è già ora di dormire. Mi addormento ed è già ora di svegliarmi.
E c'è l'assenza di me dal mio blog. Perché?
Forse è che a farsi i fatti miei in questo luogo ci sono troppe persone sbagliate.
O forse è il luogo ad essere sbagliato.
Ormai i blog vengono percepiti come una vetrina, come un "che bello quello che fai". Io stessa l'ho usato come una specie di diario fotografico, negli ultimi anni.
Ma, senza le foto, che senso ha tenere un diario che tutti possono leggere? Un diario in cui non ti puoi sfogare di questo perché ti potrebbe beccare il tale, in cui non puoi raccontare quest'altra cosa perché poi non rimane più riservata. Per quello c'è il mio paperblanks.
Eppure io vorrei raccontarvi quello che mi succede. Vorrei mettervi a parte di questa bellissima, travolgente esperienza di scrittura, ma senza che poi chiunque si senta autorizzato a parlarne a sproposito. Vorrei condividere qualche riflessione sull'educazione di Daisy e dei figli, ma senza dover rassicurare poi le persone che travisano i problemi e pensano che il cane sia o uno zerbino o una macchina di morte impazzita.
Probabilmente voglio l'impossibile. Mi resta solo decidere qual è il male minore.
C'è l'assenza di voglia: non ho più voglia di cucinare, né di pulire la casa, né di riordinare. Per carità, non che io sia mai stata una casalinga provetta, ma da qualche mese proprio mi manca la forza di volontà, in ogni campo.
C'è l'assenza di tempo: mi sembra che le ore mi scivolino tra le dita. Mi sveglio prima apposta, ed arriva subito l'ora di far alzare i bambini. Salgo dopo cena appena possibile, ed è già ora di dormire. Mi addormento ed è già ora di svegliarmi.
E c'è l'assenza di me dal mio blog. Perché?
Forse è che a farsi i fatti miei in questo luogo ci sono troppe persone sbagliate.
O forse è il luogo ad essere sbagliato.
Ormai i blog vengono percepiti come una vetrina, come un "che bello quello che fai". Io stessa l'ho usato come una specie di diario fotografico, negli ultimi anni.
Ma, senza le foto, che senso ha tenere un diario che tutti possono leggere? Un diario in cui non ti puoi sfogare di questo perché ti potrebbe beccare il tale, in cui non puoi raccontare quest'altra cosa perché poi non rimane più riservata. Per quello c'è il mio paperblanks.
Eppure io vorrei raccontarvi quello che mi succede. Vorrei mettervi a parte di questa bellissima, travolgente esperienza di scrittura, ma senza che poi chiunque si senta autorizzato a parlarne a sproposito. Vorrei condividere qualche riflessione sull'educazione di Daisy e dei figli, ma senza dover rassicurare poi le persone che travisano i problemi e pensano che il cane sia o uno zerbino o una macchina di morte impazzita.
Probabilmente voglio l'impossibile. Mi resta solo decidere qual è il male minore.
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lunedì 18 maggio 2015
Not so slow, a lot of fish
Lo so, l'abbiamo ignorato per troppi anni, quando era alla Fiera. Ci siamo andati per la prima volta nel 2011 e ce ne siamo innamorati follemente.
Siamo ritornati due anni fa, e abbiamo adorato l'iniziativa del Guardaroba del Pesce.
Quindi quest'anno non vedevamo l'ora di tornare a Slow Fish.
Rispetto all'edizione scorsa, ce la siamo goduta meglio. Eravamo solo noi due, agili e attrezzati. Abbiamo visto tanto, assaggiato il giusto (una frittura di mare che non scorderò tanto presto), comprato uno sfacelo: 11 chili e mezzo di pesce, per poco più di 60 euro.
Ovviamente abbiamo comprato pesce povero, quello che ci piace tanto ma che a Pavia non si trova facilmente: pagellini, sugarelli (o suri o sueli), salpe, barracuda e una cassetta di cipolle (pesci di cui ignoravo l'esistenza, mi sa che finiscono in brodetto).
Abbiamo partecipato all'asta del pesce, e ci hanno regalato due chili di sueli.
Tornati a casa, abbiamo pulito e sfilettato pesce per quasi 4 ore (il lavoro maggiore l'ha fatto Luca, mentre io recuperavo figli e cane dai miei).
Il giorno dopo, grigliata di pagellini. Che tanto -ini non erano, dal momento che pesavano più di due etti a testa. Con contorno di verdure varie e tzatziki, tipica salsa delle Cascine Orsine.
Ci siamo goduti pigramente la bella giornata, abbiamo inaugurato il gazebo. I bambini hanno giocato con le biciclette e Daisy a fare il coccodrillo nel laghetto.
E io, tra una cosa e l'altra, ho finito La moglie del boia. Sono incredula e soddisfatta, contenta del risultato ma un po' orfana della scrittura: Gerta e Mathias mi mancano già. E proprio per questo sto già buttando giù qualche idea per un seguito, intanto che procedo alla prima revisione.
Prevedo un'estate intensa.
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martedì 24 marzo 2015
Innamorarsi di una storia
Non so se capita a tutti quelli che scrivono.
Magari c'è chi riesce a mantenere un sereno distacco. Magari chi lo fa per mestiere, e quindi scrive narrativa tutti i giorni, non prova questo senso di godimento e gratitudine.
Perché sì, dopo 2 anni torno a scrivere sul serio. E no, non ho niente contro Sholeh Zard, ma non sto scrivendo il quarto.
Il mio spunto viene da lontano, addirittura da 5 anni fa.
No, non ho magicamente trovato il tempo per fare le ricerche che un romanzo storico di quel genere avrebbe richiesto.
La soluzione che ho trovato è ben più semplice: ho ambientato la mia storia nel passato di Sholeh Zard. Il passato ipotetico di un mondo immaginario, con regole molto simili alle nostre ma non per forza uguali. Con creature magiche che vivono ai margini della società e fanno finta di non esistere.
Ma nessuno dei miei personaggi principali è una creatura magica. Sono tutti umani, un bel po' di umani, che cercano di tirare avanti facendo del loro meglio.
Difficilmente in una mia storia si vedrà il boia sadico o l'inquisitore fanatico. Al limite, se ne avrò bisogno, introdurrò qualche testa di cazzo, che poi sono quelli che davvero rovinano il mondo.
Intanto, mi godo l'intensa beatitudine del ritorno alla scrittura e la mia mano cerca di star dietro alla mia fantasia.
Magari c'è chi riesce a mantenere un sereno distacco. Magari chi lo fa per mestiere, e quindi scrive narrativa tutti i giorni, non prova questo senso di godimento e gratitudine.
Perché sì, dopo 2 anni torno a scrivere sul serio. E no, non ho niente contro Sholeh Zard, ma non sto scrivendo il quarto.
Il mio spunto viene da lontano, addirittura da 5 anni fa.
No, non ho magicamente trovato il tempo per fare le ricerche che un romanzo storico di quel genere avrebbe richiesto.
La soluzione che ho trovato è ben più semplice: ho ambientato la mia storia nel passato di Sholeh Zard. Il passato ipotetico di un mondo immaginario, con regole molto simili alle nostre ma non per forza uguali. Con creature magiche che vivono ai margini della società e fanno finta di non esistere.
Ma nessuno dei miei personaggi principali è una creatura magica. Sono tutti umani, un bel po' di umani, che cercano di tirare avanti facendo del loro meglio.
Difficilmente in una mia storia si vedrà il boia sadico o l'inquisitore fanatico. Al limite, se ne avrò bisogno, introdurrò qualche testa di cazzo, che poi sono quelli che davvero rovinano il mondo.
Intanto, mi godo l'intensa beatitudine del ritorno alla scrittura e la mia mano cerca di star dietro alla mia fantasia.
martedì 17 marzo 2015
Aspettando la primavera
Ci aveva illusi ai primi di marzo ed ora sembra sparita, inghiottita dalla pioggia e dal vento.
Intanto, ha fatto in tempo a far ammalare Luca, che venerdì aveva 39 di febbre.
Ma tornerà, l'aspettiamo al varco.
Intanto, la casa si colora del giallo dei narcisi, mia madre fa scorzette candite con le ultime arance, i bambini hanno già progetti per l'estate.
Io lavoro a maglia pensando al prossimo anno, come se questo inverno fosse già finito.
E scrivo.
Sono tornata a scrivere dopo mesi di blocco. L'inattività totale di 4 giorni di febbre mi ha dato la soluzione a una situazione che non sapevo risolvere.
Con una piccola marcia indietro, ho ripreso slancio. Mi dispiace solo che, dopo un intero weekend passato con la penna in mano, non sono più riuscita a scrivere una riga tra ieri e oggi. Ma stavolta si tratta solo di quell'attesa che ti rende ancora più ansiosa: so come proseguire, anche se non tutti i passaggi narrativi mi sono chiari.
Cosa sto scrivendo? Una cosa nuova, che con Sholeh Zard ha solo qualche piccolo punto di contatto. Diversi i personaggi, l'epoca, l'ambientazione. Uguali il piacere e il divertimento con cui scrivo.
In attesa della primavera.
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martedì 11 marzo 2014
Vita per immagini
Circa un anno fa, alcune mie amiche si complimentavano per la svolta fotografica del blog. Scelta felice anche per me: mi dà la possibilità di fissare in immagini alcuni momenti, colori, situazioni che magari per il mio album privato avrei tralasciato.
Il fatto è che, da qualche tempo, la vita va più veloce della mia macchina fotografica. E, da quando sono tornata in possesso del mio cellulare "bello" (talmente bello che è rimasto in assistenza per 3 mesi), le foto che riesco a fare sono abbastanza soddisfacenti da non farmi rimpiangere una digitale compatta, se pur abbastanza bellina.
Mi ritrovo sempre più spesso a preferire Instagram, dove sono le immagini a parlare. E qui sul blog mi resta ben poco da scrivere, in questi giorni di vita all'aria aperta e sole (finalmente).
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mercoledì 26 febbraio 2014
Madri
Avvertenza: questo è un post ad alto tasso di pippe mentali. Narrative, non esistenziali. Ci sono anche degli spoiler di libri e serie TV. Proseguite a vostro rischio e pericolo.
Primo fatto: tempo fa, momatwork mi segnala il trailer di Dragon Trainer 2. Sembra proprio che Hiccup incontri sua madre, e non si tratta di una dolce vecchierella che fa la calza, ma di una cazzutissima addomesticatrice di draghi. Non vedo l'ora che arrivi giugno per andare a vedere il film, con o senza i miei figli.
Secondo fatto: in famiglia stiamo guardando Grimm. Si tratta di un telefilm di tono medio, rivolto a un pubblico il più ampio possibile (per dire: l'unica cosa che non lo rende adatto ai più piccoli sono le trasformazioni di alcuni mostri). All'inizio della seconda serie, salta fuori un misterioso secondo Grimm, molto più cazzuto e incazzato di quello in carica. E... sorpresa! È la mamma del Grimm. Una meravigliosa Mary Elizabeth Mastrantonio in gran forma e con tutte le sue rughe.
Terzo fatto: nei Vampire Diaries, ad un certo punto compare la madre della protagonista. Simpatica come una spina nel sedere, ma tosta. Dura. Il contrario della loving mother. Il modo in cui probabilmente gli Young Adult vedono quelle della mia età che non si annullano nella maternità e nello stereotipo della Soulemama di turno.
Quarto fatto: ho finito di leggere la serie narrativa Young Adult di Shatter me. Quasi mi vergogno che una serie così scarsa mi abbia costretta ad arrivare alla sua fine, ma tant'è. Ad un certo punto del secondo libro, quando il finto cattivo Warner mostra il suo lato sensibile, mi ero illusa che la madre malata servisse a qualcosa. Tipo che l'incontro con determinati personaggi la curasse e ne venisse fuori una madre sana e determinata a prendersi una certa rivincita. Invece niente, è morta. Serviva solo a morire e quindi a far cadere la maschera impassibile del finto cattivo.
A parte la débacle finale, questa sequenza di fatti mi fa ben sperare per le figure materne del futuro.
Mi fa sperare che finalmente anche nel mainstream le madri possano aspirare a ruoli interessanti e attivi, non solo a morire prima che cominci l'azione.
Personalmente, con Sholeh, non avevo dubbi che il diventare madre l'avrebbe resa più interessante. Forse ho precorso i tempi.
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martedì 31 dicembre 2013
La vita o si vive o si scrive
Se non ricordo male, lo diceva Oscar Wilde. Ne ero abbastanza convinta, finché ero piccola.
Poi mi sono accorta che, se non vivi, non hai molti argomenti di cui scrivere.
Fino a non moltissimo tempo fa, ero convinta di voler scrivere storie serie, drammatiche. Non necessariamente il capolavoro del secolo, però non riuscivo a immaginarmi come autrice leggera.
Nel frattempo, però, quello che scrivevo sul mio primo blog, Il Mignolo col Prof (purtroppo ormai irraggiungibile a causa della chiusura di Splinder), faceva ridere ed appassionare le persone.
Luca, che per i blogamici della prima ora resta Mignolo, mi forniva spunti talmente numerosi ed improbabili da sembrare un personaggio inverosimile. E poi c'erano i gatti, la cascina con i suoi abitanti stravaganti, i bambini.
E ad un certo punto, quando sono riuscita a superare l'orribile 2009 e i suoi strascichi, mi sono detta: perché no? Ed è nata Sholeh, che ha partorito Zohar, che racconta in prima persona la storia di Nidhal.
Nonostante sia fantasy, perdipiù urban, per queste storie ho attinto a piene mani dalla mia vita, dalle cose buffe e belle che mi capitano tutti i giorni, dai miei battibecchi con Luca, dalle persone che mi circondano.
In questo periodo, sto ricaricando le pile. E lo faccio con le mie principali fonti di ispirazione, ovvero la famiglia, i gatti e la natura che mi circonda (tipo la lumaca neonata, il coniglio stalker e la cimice mannara).
Mi sfogo a fotografare di tutto, perché negli ultimi tre giorni è tornato il sole.
Ho aumentato spaventosamente la produzione di roba a maglia, anche se sono rosa dal senso di colpa di non studiare abbastanza (a gennaio farò un concorso per migliorare il mio stipendio).
E conto le settimane, ormai davvero poche, che mi separano dalla mostra di Sybille e dall'incontro con le blogger trentinoaltoatesine.
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lunedì 22 aprile 2013
Musa's Box di metà aprile
Uuuuuh, settimana stancante e intensa, ricca di incazzature ma anche di cose belle:
- tricottare vedendo il senso di quello che sto facendo
- le chiacchiere con la vicina egiziana (che confermano quanto le famiglie felici si somiglino, non importa la nazionalità, non importa la religione, non importa il numero di figli)
- avere le conferma che non discenderò da un'antica famiglia ricchissima, ma il mio cervello qualche funzione logica ce l'ha ugualmente
- innamorarmi della mia nuova casa ogni volta che ci metto piede, nonostante tutto il lavoro che dovrò farci e i soldi che dovrò spenderci
- spendere 82 euro per l'intero guardaroba estivo dei miei due figli, comprese 5 paia di scarpe (grazie a Terres des Hommes Pavia)
- il gelato gusto cheesecake, e farlo provare a Luca il giorno dopo
- i miei nuovi ombretti Neve, Gossip e Carnaby
- chattare con un'amica lontana, che non so se quest'anno riuscirò a rivedere
- ringraziare tutti gli dei e la fortuna e qualsiasi altra forza cosmica del fatto di essere in salute e che tutti i miei cari lo siano, gatti compresi
- diventare amiche, unite dal fatto di essere donne, madri, mogli e soprattutto chiacchierone nonostante l'ostacolo della lingua
- i miei bambini sporchissimi e stanchissimi per aver giocato un sacco fuori casa
- alzarsi alle 3 e, non riuscendo a dormire, scrivere con le gatte addosso
- un sabato da dedicare a Luca e alla nuova casa
- Quarta e Rachel che ci seguono fin dal polacco, decidono di tornare da sole e il mattino dopo ci sono, coccolose e sfuseggianti
- una minipennica di coppia
- le coccole con la Quarta, appiccicosissima per via del brutto tempo
- la vellutata zucchine e aglio orsino, con un cucchiaino di crema di rafano
- lo zenzero candito secondo la ricetta di una mia collega, che fa scorzette da urlo
- il primo arrivo di Dark Horse presenta
- imparare a usare gli aghi circolari da 20 cm (ma che fatica!)
- pulire tutto un pomeriggio, e cominciare a vedere qualche cambiamento
- sentirmi dire, riguardo la casa nuova: "Non ti invidio per la fatica che dovrai farci, ma ti invidio per il resto"
A proposito di casa nuova, c'è qualcuno che sa dirmi che fiori sono questi? Il polacco li ha piantati un po' ovunque e sono bellissimi.
lunedì 1 aprile 2013
Musa's Box di Pasqua
La Pasqua è una festa farlocca: niente ferie, giusto un lunedì buttato lì, poca festa. Quest'anno forse anche meno del solito, visto il tempo schifoso.
Però di cose belle ce ne sono state:
- fantasticare su una storia francamente mal scritta, francamente banale e sconclusionata, ma che evidentemente solletica il mio lato adolescente
- organizzare un piccolo giro di shopping con un'amica, con sosta al Peach Pit
- cercare pattern che mi diano spunti per fare una cosa simile a una già fatta, ma non uguale (se no mi rompo)
- i miei bambini che mi chiedono di leggere un libro comprato per Halloween e che di settimana in settimana torna in auge
- cominciare la settimana sapendo che è quasi finita
- giocare coi bottoni
- lavorare un meraviglioso filato 50% cotone 50% soia, di un colore così bello che quasi quasi lo terrei per me
- ricevere cioccolatini
- la pizza taleggio e gorgonzola, nonostante le conseguenze
- scegliere le uova di Pasqua per i miei figli e per le nipotine di un'amica
- riprendere una storia vecchia, con l'idea di farne qualcosa di nuovo e interessante
- un buonissimo yogurt fatto col nostro latte (ma non da Luca)
- una giornata da dedicare a ciò che non abbiamo mai tempo di fare
- vedere un'amica lontana e una con cui non c'è mai tempo/occasione, e stare benissimo nonostante un annuncio inquietante
- conoscere persone nuove e interessanti
- tricottare a letto, con la Quarta vicina
- 3 giorni passati nel calore di un posto che non è la nostra casa né la nostra famiglia, ma scalda il cuore nonostante il tempo orrendo
- innamorarsi di una casa abbandonata
- un pranzo gustoso e ricercato, da cui trarre molti spunti per il futuro, in un ristorante dall'atmosfera piacevole e colorata
- scoprire nuovi luoghi in una valle splendida, che dovrebbe essere valorizzata anziché vandalizzata da progetti assurdi (vi prego, firmate la petizione)
- propagandare con successo l'uso della coppetta mestruale
- coinvolgere mio marito in un giro assurdo, e arrivare al posto che stavamo cercando usando un po' di memoria e tanto culo
- coccolare le nostre gatte, offese per la nostra assenza
- trovare finalmente il tempo di scrivere la rubrica di fumetti per Zebuk
- fare tante foto, appena esce un po' di sole
lunedì 18 febbraio 2013
Musa's Box del Carnevale Ambrosiano
- dopo giornate splendide, la neve. Tanta. Echisse per il lavoro, l'università non crollerà per due giorni di assenza.
- cominciare una manica, e contare
- Ravelry, con tutte le sue tentazioni
- aprire un blog che vuole essere il mio taccuino di maglia online, dal momento che uno cartaceo lo perderei subito
- riprendere una vecchia abitudine, in modo più personale e produttivo di qualche mese fa
- il radicchio marinato, o anche solo cotto in acqua e aceto con bacche di ginepro
- la mia famiglia, che mi consola di ogni cosa succeda sul lavoro
- vedere un signore anziano contento come un bambino, grazie al mio lavoro
- il sole dopo la neve
- la tisana rilassante di Isabella, anche come decotto
- Bianca che fa le fusa e la pasta come un gattino
- finire un bel libro e avere voglia di leggere il seguito
- fare due chiacchiere con un'amica mentre i figli sono a ginnastica
- leggere Dampyr a letto, dopo una lunga giornata
- riuscire ad andare finalmente in biblioteca (e dimenticarsi i ricordini per Grazia, fail!)
- comprare in saldissimo due paia di birkenstock e un paio di scarponcini carini e comodi
- farsi tentare dai mille colori della lana
- cenare in coppia al giapponese, con tutto quello che ne consegue
- imparare a gestire due filati di colori e pesi diversi
- farsi disegnare una piantina approssimativa della casa del polacco, e cominciare a fare progetti, e smaniare per poter misurare bene gli ambienti (il mio regno per un metro!)
- scrivere, quando ho la giusta pace mentale, e divertircisi per una mattina intera
- il risotto col radicchio e il gorgonzola
- Amelia agitata e contenta alla sua prima gara
- conoscere Mammamsterdam, e trovarla simpatica, arguta e generosa come traspare dal suo blog
- un'intera giornata passata a oziare con i miei bambini
- contare i giorni che mi separano dalla fine di febbraio
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giovedì 20 dicembre 2012
Se domani finisse il mondo
Se domani finisse il mondo, personalmente rosicherei un sacco: ma come? Sono 2 mesi che mi trascino sui gomiti verso le vacanze di Natale, e tu stronzo mi dai il riposo eterno? Ennò, non ci sto. Ho diritto al mio Natale con i miei (marito, bambini e gatti), alle mie feste perinatalizie, alla mia settimana a Levanto. Non scherziamo.
Soprattutto, sono settimane che mi trascino verso le 12 di domani per poter scrivere a tempo pieno il terzo libro di Sholeh Zard, ancora senza titolo ma con un sacco di idee che sgomitano per uscire. Non poterlo scrivere mi scoccerebbe un sacco.
Il fatto è anche che quest'anno ho seriamente rischiato che i Maya avessero ragione, almeno per quanto mi riguarda: che io sia uscita illesa dall'incidente di marzo è una specie di miracolo.
Se ci fossi rimasta all'epoca, mi sarei persa un sacco di cose: non avrei finito Sholeh Zard (né l'avrei pubblicato né avrei scritto il suo primo seguito Zohar), non avrei visto Amelia che imparava a nuotare né Ettore che vinceva la repulsione per l'acqua, non avrei fatto snorkeling con Luca, non avrei visto e/o rivisto un sacco di amici vicini e soprattutto lontani, non sarei stata al concerto dei Gogol Bordello né a Viareggio per Rachel Brice, non avrei accolto in casa la Rachel e il suo spasimante né economicamente sostenuto la loro sterilizzazione.
Insomma, è sempre un po' la solita storia: non è (solo) paura della morte, è proprio che ti scoccia da morire lasciare lo spettacolo prima della fine. Oddio, se finisse il mondo lo spettacolo sarebbe finito, ma io avevo un po' di bis da fare, e magari anche un afterhour.
Se domani finisse il mondo, vorrei indietro i 250 euro delle gomme da neve.
Soprattutto, sono settimane che mi trascino verso le 12 di domani per poter scrivere a tempo pieno il terzo libro di Sholeh Zard, ancora senza titolo ma con un sacco di idee che sgomitano per uscire. Non poterlo scrivere mi scoccerebbe un sacco.
Il fatto è anche che quest'anno ho seriamente rischiato che i Maya avessero ragione, almeno per quanto mi riguarda: che io sia uscita illesa dall'incidente di marzo è una specie di miracolo.
Se ci fossi rimasta all'epoca, mi sarei persa un sacco di cose: non avrei finito Sholeh Zard (né l'avrei pubblicato né avrei scritto il suo primo seguito Zohar), non avrei visto Amelia che imparava a nuotare né Ettore che vinceva la repulsione per l'acqua, non avrei fatto snorkeling con Luca, non avrei visto e/o rivisto un sacco di amici vicini e soprattutto lontani, non sarei stata al concerto dei Gogol Bordello né a Viareggio per Rachel Brice, non avrei accolto in casa la Rachel e il suo spasimante né economicamente sostenuto la loro sterilizzazione.
Insomma, è sempre un po' la solita storia: non è (solo) paura della morte, è proprio che ti scoccia da morire lasciare lo spettacolo prima della fine. Oddio, se finisse il mondo lo spettacolo sarebbe finito, ma io avevo un po' di bis da fare, e magari anche un afterhour.
Se domani finisse il mondo, vorrei indietro i 250 euro delle gomme da neve.
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giovedì 18 ottobre 2012
Nulla dies sine linea
Ammettiamo di cominciare un'attività artistica. Che ne so? La danza. Certo, hai il tuo corso settimanale o mensile. Ma è evidente che i progressi sono maggiori se ti eserciti più volte alla settimana, anche nel segreto della tua cameretta, ancora meglio se tutti i giorni. Pian piano, giorno dopo giorno, acquisti disinvoltura con i movimenti, distingui i vari generi di musica e li sai interpretare, impari a improvvisare. Diventi "brava", ammesso che questo termine abbia un significato.
Ad un certo punto, dopo aver approfondito un po' e aver avuto riscontri positivi sulle tue capacità, potrai persino pensare di farne la tua professione. E lì qualche ora quotidiana di allenamento non te la toglie nessuno, sia che tu insegni sia soprattutto che ti limiti a danzare.
Ecco, questo è sotto gli occhi di tutti: nessuno può pensare di diventare una danzatrice professionista o anche solamente di buon livello senza questa trafila.
La scrittura, invece, per molti somiglia al parlare: tutti sappiamo parlare. A parte che c'è una grossa differenza tra parlare e comunicare, e c'è una differenza ancora più grossa tra comunicare e comunicare correttamente.
Certo, tutti noi che siamo usciti dalle scuole dell'obbligo sappiamo scrivere. Nessuno pensa che anche la scrittura vada esercitata, esattamente come la danza.
Io scrivo più o meno ogni giorno, da 29 anni. A parte gli SMS, curo ogni mia forma di comunicazione scritta: racconti, diario, blog, e-mail. OK, ora non immaginiamoci una che fa la brutta e la bella delle proprie mail o che edita con scrupolo il post sul topo morto. Però, anche in una stesura di getto, cerco di fare attenzione non solo all'ortografia e alla grammatica, ma anche all'effetto della mia comunicazione. Cerco di non essere sciatta, di non fare ripetizioni gratuite, di essere interessante.
E poi, curo la parte di formazione: oltre a seguire corsi specifici, leggo moltissimo e cerco di interiorizzare il più possibile dagli autori che mi colpiscono. Ecco perché in fondo a Sholeh Zard, oltre a un elenco delle persone che devo ringraziare per il loro sostegno, c'è anche una lista degli autori che venero per il loro esempio.
Attenzione: non faccio formazione per cercare ispirazione. Le storie sono la parte facile, basta lavorare un po' di fantasia. Ogni giorno ricevo spunti dalla mia vita, da mio marito, dagli amici. Ne ricevo talmente tanti che non me li segno neanche più e sicuramente me ne dimentico. Le storie spesso vivono di vita propria, io ne vengo posseduta e basta.
Però le mie storie sarebbero poca cosa senza una forma accattivante, una scrittura in grado di veicolarle nella maniera più efficace. È questo che io cerco di affinare, e che non sarà mai abbastanza perfetto.
Non parlo solo di stile, parlo anche e soprattutto di come strutturare la narrazione, che cosa escludere, che cosa sottintende, in che ordine raccontare. Questo non arriva con l'ispirazione: questo arriva col duro lavoro.
Che poi a me non appaia duro, perché mi piace farlo, è tutto un altro discorso. Ma che ci sia e sia tanto è assodato.
Ad un certo punto, dopo aver approfondito un po' e aver avuto riscontri positivi sulle tue capacità, potrai persino pensare di farne la tua professione. E lì qualche ora quotidiana di allenamento non te la toglie nessuno, sia che tu insegni sia soprattutto che ti limiti a danzare.
Ecco, questo è sotto gli occhi di tutti: nessuno può pensare di diventare una danzatrice professionista o anche solamente di buon livello senza questa trafila.
La scrittura, invece, per molti somiglia al parlare: tutti sappiamo parlare. A parte che c'è una grossa differenza tra parlare e comunicare, e c'è una differenza ancora più grossa tra comunicare e comunicare correttamente.
Certo, tutti noi che siamo usciti dalle scuole dell'obbligo sappiamo scrivere. Nessuno pensa che anche la scrittura vada esercitata, esattamente come la danza.
Io scrivo più o meno ogni giorno, da 29 anni. A parte gli SMS, curo ogni mia forma di comunicazione scritta: racconti, diario, blog, e-mail. OK, ora non immaginiamoci una che fa la brutta e la bella delle proprie mail o che edita con scrupolo il post sul topo morto. Però, anche in una stesura di getto, cerco di fare attenzione non solo all'ortografia e alla grammatica, ma anche all'effetto della mia comunicazione. Cerco di non essere sciatta, di non fare ripetizioni gratuite, di essere interessante.
E poi, curo la parte di formazione: oltre a seguire corsi specifici, leggo moltissimo e cerco di interiorizzare il più possibile dagli autori che mi colpiscono. Ecco perché in fondo a Sholeh Zard, oltre a un elenco delle persone che devo ringraziare per il loro sostegno, c'è anche una lista degli autori che venero per il loro esempio.
Attenzione: non faccio formazione per cercare ispirazione. Le storie sono la parte facile, basta lavorare un po' di fantasia. Ogni giorno ricevo spunti dalla mia vita, da mio marito, dagli amici. Ne ricevo talmente tanti che non me li segno neanche più e sicuramente me ne dimentico. Le storie spesso vivono di vita propria, io ne vengo posseduta e basta.
Però le mie storie sarebbero poca cosa senza una forma accattivante, una scrittura in grado di veicolarle nella maniera più efficace. È questo che io cerco di affinare, e che non sarà mai abbastanza perfetto.
Non parlo solo di stile, parlo anche e soprattutto di come strutturare la narrazione, che cosa escludere, che cosa sottintende, in che ordine raccontare. Questo non arriva con l'ispirazione: questo arriva col duro lavoro.
Che poi a me non appaia duro, perché mi piace farlo, è tutto un altro discorso. Ma che ci sia e sia tanto è assodato.
domenica 23 settembre 2012
E poi
E poi ci sono nomi che vengono dal passato, da storie che ho scritto a 15 anni e fingevo di essermi dimenticata. Le guardavo con snobistico distacco. E, quando ho deciso di riprenderle per eventualmente farle confluire in Viola, l'ho sempre fatto come se fosse un gioco intellettuale, tipo il repurposing di un abito vintage immettibile.
E invece, cavolo, ogni tanto il destino ti sbatte in faccia quel nome, quella suggestione, quell'ambientazione. E tu ti scopri più emozionata di quanto dovresti: dopotutto non è qualcosa di reale, è solo un parto della tua fantasia. Eppure gli vuoi più bene che alla maggior parte delle persone reali.
Ed è proprio per questo che mia figlia non l'avrei mai chiamata Viola: io una figlia che si chiama Viola ce l'ho già.
E invece, cavolo, ogni tanto il destino ti sbatte in faccia quel nome, quella suggestione, quell'ambientazione. E tu ti scopri più emozionata di quanto dovresti: dopotutto non è qualcosa di reale, è solo un parto della tua fantasia. Eppure gli vuoi più bene che alla maggior parte delle persone reali.
Ed è proprio per questo che mia figlia non l'avrei mai chiamata Viola: io una figlia che si chiama Viola ce l'ho già.
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giovedì 2 agosto 2012
Artigiani e artisti
Già qualche mese fa avevo parlato di un libro che non mi ha lasciata convinta neanche un po': La via dell'artista di Julia Cameron.
Non che dicesse cose sbagliate, per carità. Però penso che il successo di questo libro (e il mio conseguente fastidio) nasca da un malinteso linguistico: nel mondo anglosassone, "artist" ha un significato non esattamente sovrapponibile a quello italiano.
Quando studiavo storia dell'arte, la distinzione era questa: artista è colui che nelle sue opere porta qualcosa di innovativo, altrimenti si è artigiani. Poi, per carità, la distinzione a volte è sottile: sugli artisti minori è davvero difficile pronunciarsi, e probabilmente ha anche poco senso, fino al Romanticismo circa.
Per intenderci su quello che intendo io, per me J.K. Rowling è un'artista, Laurell K. Hamilton non lo è neanche nei romanzi meglio riusciti. Le leggo entrambe, ma, anche nelle opere migliori della Hamilton, la distinzione mi è sempre stata molto chiara.
Io mi ritengo un'artigiana. Di livello potenzialmente professionale per quanto riguarda la narrativa, amatoriale per quanto riguarda la danza.
Tra le persone che conosco, ci sono alcuni artisti: la mia maestra Francesca Pedretti, per esempio, e alcuni dei maestri che ho incontrato a festival e stages.
Tutti gli altri sono artigiani. Di vari livelli, ma sempre artigiani restano. E già il fatto che si punti invece sulla parola "artista" per solleticare l'ego del lettore mi urta terribilmente.
L'altra cosa che mi dà fastidio del libro della Cameron è la presunzione che tutti siamo artisti tali da poter vivere della nostra arte. Ora, un conto è dirsi: ho lavorato per 10 anni, ho messo da parte un po' di soldi che mi permettono di non morire di fame, posso provarci. Dipende anche molto da come si esprime la tua "arte": ho sempre detto che, se Luca vivesse vicino a qualche posto turistico, una bancarella sul lungomare tutte le sere gli permetterebbe di guadagnarsi un altro stipendio nei mesi estivi con i suoi lavori di ceramista. Se nelle stesse sere si mettesse sul lungomare a suonare la darbouka, probabilmente entro qualche sera ne ricaverebbe un paio di costole rotte, nonostante sia più bravo come musicista che come ceramista.
La verità è che Luca non è un professionista né della ceramica né della darbouka perché l'unica bravura che gli rende abbastanza da viverci è quella di fare formaggi. Io potrei impegnarmi e diventare una vera insegnante di danza, ma di certo non riuscirei a mantenermici: l'unico modo per vivere di una mia abilità creativa potrebbe essere fare il content manager come un tempo, ovvero scrivere per attività business.
Purtroppo siamo sempre vissuti in tempi in cui l'arte, a qualsiasi livello, è sempre stata un lusso: in tempi di crisi anche i grandi artisti patiscono la fame, figurati quelli piccoli e "inutili".
Non penso che non ci si debba provare, per carità, ma trovo criminale incoraggiare chiunque sulla via del tentativo: è sacrosanto e giusto che solo pochi possano vivere di arte, perché il lavoro deve essere utile e l'arte raramente lo è. Va benissimo trovare una propria nicchia di creatività, ma alla fine il grano e il riso saranno sempre da piantare e non è che chi guida il trattore sia potenzialmente meno artista degli altri. Se tutti siamo potenzialmente artisti, allora tutti siamo potenzialmente lesi nei nostri diritti quando facciamo lavori non artistici: questa tesi mi sembra inaccettabile, anche se capisco il contesto "American Dream" da cui nasce l'esortazione della Cameron.
Cosa scriverei io, se dovessi "correggere" il libro della Cameron? Direi che non è sbagliato sentire impulsi creativi e assecondarli, anzi, ma che dobbiamo anche farci qualche domanda di marketing: in che cosa sono più bravo? Su che cosa conviene che mi concentri, dal momento che il tempo non è infinito? Quale bisogno soddisfo con la mia eventuale arte? Solo così posso finalizzare davvero la creatività, senza passare per un vanesio tuttologo che si sente artista ma non sa come realizzarsi.
E poi, Julia, hai toppato su una cosa: io una settimana senza leggere la posso anche passare, ma per la mia mente sarebbe come per il mio corpo digiunare per una settimana (l'ho appena fatto, e non è stata un'esperienza piacevole). Se leggere smorza i miei impulsi creativi, beh, vuol dire che quello che sto leggendo è meglio di quello che vorrei produrre. E allora tanto vale.
Non che dicesse cose sbagliate, per carità. Però penso che il successo di questo libro (e il mio conseguente fastidio) nasca da un malinteso linguistico: nel mondo anglosassone, "artist" ha un significato non esattamente sovrapponibile a quello italiano.
Quando studiavo storia dell'arte, la distinzione era questa: artista è colui che nelle sue opere porta qualcosa di innovativo, altrimenti si è artigiani. Poi, per carità, la distinzione a volte è sottile: sugli artisti minori è davvero difficile pronunciarsi, e probabilmente ha anche poco senso, fino al Romanticismo circa.
Per intenderci su quello che intendo io, per me J.K. Rowling è un'artista, Laurell K. Hamilton non lo è neanche nei romanzi meglio riusciti. Le leggo entrambe, ma, anche nelle opere migliori della Hamilton, la distinzione mi è sempre stata molto chiara.
Io mi ritengo un'artigiana. Di livello potenzialmente professionale per quanto riguarda la narrativa, amatoriale per quanto riguarda la danza.
Tra le persone che conosco, ci sono alcuni artisti: la mia maestra Francesca Pedretti, per esempio, e alcuni dei maestri che ho incontrato a festival e stages.
Tutti gli altri sono artigiani. Di vari livelli, ma sempre artigiani restano. E già il fatto che si punti invece sulla parola "artista" per solleticare l'ego del lettore mi urta terribilmente.
L'altra cosa che mi dà fastidio del libro della Cameron è la presunzione che tutti siamo artisti tali da poter vivere della nostra arte. Ora, un conto è dirsi: ho lavorato per 10 anni, ho messo da parte un po' di soldi che mi permettono di non morire di fame, posso provarci. Dipende anche molto da come si esprime la tua "arte": ho sempre detto che, se Luca vivesse vicino a qualche posto turistico, una bancarella sul lungomare tutte le sere gli permetterebbe di guadagnarsi un altro stipendio nei mesi estivi con i suoi lavori di ceramista. Se nelle stesse sere si mettesse sul lungomare a suonare la darbouka, probabilmente entro qualche sera ne ricaverebbe un paio di costole rotte, nonostante sia più bravo come musicista che come ceramista.
La verità è che Luca non è un professionista né della ceramica né della darbouka perché l'unica bravura che gli rende abbastanza da viverci è quella di fare formaggi. Io potrei impegnarmi e diventare una vera insegnante di danza, ma di certo non riuscirei a mantenermici: l'unico modo per vivere di una mia abilità creativa potrebbe essere fare il content manager come un tempo, ovvero scrivere per attività business.
Purtroppo siamo sempre vissuti in tempi in cui l'arte, a qualsiasi livello, è sempre stata un lusso: in tempi di crisi anche i grandi artisti patiscono la fame, figurati quelli piccoli e "inutili".
Non penso che non ci si debba provare, per carità, ma trovo criminale incoraggiare chiunque sulla via del tentativo: è sacrosanto e giusto che solo pochi possano vivere di arte, perché il lavoro deve essere utile e l'arte raramente lo è. Va benissimo trovare una propria nicchia di creatività, ma alla fine il grano e il riso saranno sempre da piantare e non è che chi guida il trattore sia potenzialmente meno artista degli altri. Se tutti siamo potenzialmente artisti, allora tutti siamo potenzialmente lesi nei nostri diritti quando facciamo lavori non artistici: questa tesi mi sembra inaccettabile, anche se capisco il contesto "American Dream" da cui nasce l'esortazione della Cameron.
Cosa scriverei io, se dovessi "correggere" il libro della Cameron? Direi che non è sbagliato sentire impulsi creativi e assecondarli, anzi, ma che dobbiamo anche farci qualche domanda di marketing: in che cosa sono più bravo? Su che cosa conviene che mi concentri, dal momento che il tempo non è infinito? Quale bisogno soddisfo con la mia eventuale arte? Solo così posso finalizzare davvero la creatività, senza passare per un vanesio tuttologo che si sente artista ma non sa come realizzarsi.
E poi, Julia, hai toppato su una cosa: io una settimana senza leggere la posso anche passare, ma per la mia mente sarebbe come per il mio corpo digiunare per una settimana (l'ho appena fatto, e non è stata un'esperienza piacevole). Se leggere smorza i miei impulsi creativi, beh, vuol dire che quello che sto leggendo è meglio di quello che vorrei produrre. E allora tanto vale.
mercoledì 25 luglio 2012
Dedicarsi alla passione
Con Euforilla, stiamo facendo un lavoro sugli elementi. Quello sull'aria l'ho potuto seguire un po' poco (nella prima parte avevo il collarino, che non è proprio la condizione ideale per apprezzare l'universo), ma quello sul fuoco sto cercando di approfondirlo meglio.
Una parte dell'esercizio di questa settimana dice, tra le altre cose, di provare a sperimentare il fuoco in senso metaforico, abbandonandoci completamente a una nostra passione. Purtroppo non posso farlo completamente (e fino a venerdì non ci sarà verso), ma già da qualche giorno sto lavorando alla prima stesura del secondo Sholeh Zard e a una trama di massima per il terzo.
Probabilmente il fuoco si è già impadronito di me.
Una parte dell'esercizio di questa settimana dice, tra le altre cose, di provare a sperimentare il fuoco in senso metaforico, abbandonandoci completamente a una nostra passione. Purtroppo non posso farlo completamente (e fino a venerdì non ci sarà verso), ma già da qualche giorno sto lavorando alla prima stesura del secondo Sholeh Zard e a una trama di massima per il terzo.
Probabilmente il fuoco si è già impadronito di me.
lunedì 16 luglio 2012
Sholeh Zard : chi ha vinto il contest #1
Ho consultato i/le miei/mie fedeli lettori/lettrici, godendomi le loro gustose proposte.
Dopodiché ho ponderato, consultando anche quelli che non sono miei lettori e/o preferiscono restare .
In più, in questi giorni mi è arrivato un utilissimo suggerimento, quello che vedete qui sotto.
Ed ecco il verdetto: Jasna C. Lemanj.
Per le note biografiche:
Jasna C. Lemanj vive ai margini di un bosco, in una fattoria biodinamica. Le fanno compagnia svariati gatti, due bambini e un marito.
Ringrazio sentitamente YeniBelqis ed Euforilla.
Dopodiché ho ponderato, consultando anche quelli che non sono miei lettori e/o preferiscono restare .
In più, in questi giorni mi è arrivato un utilissimo suggerimento, quello che vedete qui sotto.
Ed ecco il verdetto: Jasna C. Lemanj.Per le note biografiche:
Jasna C. Lemanj vive ai margini di un bosco, in una fattoria biodinamica. Le fanno compagnia svariati gatti, due bambini e un marito.
Ringrazio sentitamente YeniBelqis ed Euforilla.
mercoledì 4 luglio 2012
Sholeh Zard Contest #2
Mentre attendo di sciogliere la riserva sullo pseudonimo e assegnare la mia eterna gratitudine e/o una fornitura di formaggi, vi coinvolgo in un altro gioco.
In origine avevo un'intenzione leggermente diversa, ma nel frattempo qualcuna ha in parte anticipato e in parte deviato i miei propositi.
Il fatto è questo: ho bisogno di una copertina per Sholeh Zard. Una copertina che faccia la sua figura soprattutto su Amazon con formato piccolo (90x135 px) e medio (circa 160x240). La stessa copertina sarà riportata anche nel file Kindle, in un formato tipo B5 (metà dell'A4).
Quelli che tra voi mi seguono anche su Pinterest avranno già notato che sto mettendo insieme una bacheca per Sholeh Zard, in cui raccolgo immagini e suggestioni per la copertina.
A questo punto, vi do una scelta, se volete partecipare anche a questo contest.
Potete raccogliere in una bacheca tutte le immagini che vi ricordano Sholeh Zard e vi ispirano in questo senso, come ha fatto lei, e segnalarla nei commenti qui sotto.
E/o potete usare le immagini raccolte da me e dagli altri lettori per comporre una copertina, che potete inviarmi via mail o linkare nei commenti qui sotto.
A tutti voi vanno la mia gratitudine eterna e un commosso affetto. And may the odds always be in your favour.
In origine avevo un'intenzione leggermente diversa, ma nel frattempo qualcuna ha in parte anticipato e in parte deviato i miei propositi.
Il fatto è questo: ho bisogno di una copertina per Sholeh Zard. Una copertina che faccia la sua figura soprattutto su Amazon con formato piccolo (90x135 px) e medio (circa 160x240). La stessa copertina sarà riportata anche nel file Kindle, in un formato tipo B5 (metà dell'A4).
Quelli che tra voi mi seguono anche su Pinterest avranno già notato che sto mettendo insieme una bacheca per Sholeh Zard, in cui raccolgo immagini e suggestioni per la copertina.
A questo punto, vi do una scelta, se volete partecipare anche a questo contest.
Potete raccogliere in una bacheca tutte le immagini che vi ricordano Sholeh Zard e vi ispirano in questo senso, come ha fatto lei, e segnalarla nei commenti qui sotto.
E/o potete usare le immagini raccolte da me e dagli altri lettori per comporre una copertina, che potete inviarmi via mail o linkare nei commenti qui sotto.
A tutti voi vanno la mia gratitudine eterna e un commosso affetto. And may the odds always be in your favour.
mercoledì 27 giugno 2012
Sholeh Zard Contest #1
Nel pubblicare Sholeh Zard, mi si presentano due... non problemi, sarebbe una parola grossa: diciamo cose da risolvere prima di passare all'azione.
Ho deciso di superarne una chiedendo un parere a chi mi legge.
Essenzialmente, il punto è questo: per la prima volta in vita mia, desidero uno pseudonimo.
Non mi vergogno del mio nome, non ho problemi di riconoscibilità, non c'è niente che non vada nel chiamarsi come mi chiamo io. È che il mio nome e cognome non mi sembrano adatti ad essere associati a Sholeh Zard.
Il fatto è (anche) che in questa storia sono stata molto attenta a non puntare su una sola nazionalità. La città in cui Sholeh vive ha le caratteristiche di una metropoli del Vecchio Continente: nella mia testa, è un misto di Milano, Istanbul, Londra e Parigi. I personaggi hanno nomi di provenienza varia: Van Bratus, Ambros, Pete il Pitbull, Tony Sharmaine, Hans Prater, Asah... e la loro varietà aumenterà con l'avanzare della storia nei prossimi romanzi. Anche l'immaginario a cui faccio riferimento non è legato a una cultura precisa: i djinn convivono con nani, vampiri e naga, in un melting pot magico che rispecchia quello umano.
Insomma, che c'entrano i miei italianissimi nome e cognome con questo contesto? Non mi piacciono. E non so che cosa fare.
Da un lato gli pseudonimi mi sono sempre sembrati un po' patetici. Dall'altro presentarmi con il mio nome e cognome in questo caso mi pare inappropriato, un po' come andare vestita come Lucia Mondella a una festa a tema giapponese.
Quindi vi chiedo: mi aiutereste a trovare uno pseudonimo adatto?
In premio avrete la mia eterna gratitudine e/o una copia in anteprima di Sholeh Zard e/o una menzione nei ringraziamenti e/o una fornitura di formaggi, ma solo se abitate in un posto dove posso portarveli o se passate di qui a ritirare la vincita.
Ho deciso di superarne una chiedendo un parere a chi mi legge.
Essenzialmente, il punto è questo: per la prima volta in vita mia, desidero uno pseudonimo.
Non mi vergogno del mio nome, non ho problemi di riconoscibilità, non c'è niente che non vada nel chiamarsi come mi chiamo io. È che il mio nome e cognome non mi sembrano adatti ad essere associati a Sholeh Zard.
Il fatto è (anche) che in questa storia sono stata molto attenta a non puntare su una sola nazionalità. La città in cui Sholeh vive ha le caratteristiche di una metropoli del Vecchio Continente: nella mia testa, è un misto di Milano, Istanbul, Londra e Parigi. I personaggi hanno nomi di provenienza varia: Van Bratus, Ambros, Pete il Pitbull, Tony Sharmaine, Hans Prater, Asah... e la loro varietà aumenterà con l'avanzare della storia nei prossimi romanzi. Anche l'immaginario a cui faccio riferimento non è legato a una cultura precisa: i djinn convivono con nani, vampiri e naga, in un melting pot magico che rispecchia quello umano.
Insomma, che c'entrano i miei italianissimi nome e cognome con questo contesto? Non mi piacciono. E non so che cosa fare.
Da un lato gli pseudonimi mi sono sempre sembrati un po' patetici. Dall'altro presentarmi con il mio nome e cognome in questo caso mi pare inappropriato, un po' come andare vestita come Lucia Mondella a una festa a tema giapponese.
Quindi vi chiedo: mi aiutereste a trovare uno pseudonimo adatto?
In premio avrete la mia eterna gratitudine e/o una copia in anteprima di Sholeh Zard e/o una menzione nei ringraziamenti e/o una fornitura di formaggi, ma solo se abitate in un posto dove posso portarveli o se passate di qui a ritirare la vincita.
sabato 9 giugno 2012
Sholeh Zard
Immaginiamo un detective. Di quelli con l'aria da duro e cattivo, con un passato di retate alla Narcotici e un presente alla Omicidi.
E immaginiamo che abbia una moglie bellissima. Non solo: la moglie è una danzatrice sublime. Non solo: la moglie ha il nome di un dolce persiano, Sholeh Zard. Non solo: la moglie è un djinn, un genio della lampada liberato. E ha poteri pirocinetici, controlla il fuoco e le passioni.
Ecco: questo è il punto di partenza della mia ultima storia. Un misto di urban fantasy e giallo, scritto per il mio e vostro divertimento.
L'idea è nata come serie a fumetti (avevo già abbastanza chiare le prime 3 stagioni). ma francamente l'esperienza vissuta con Viola mi ha dissuasa: non tanto perché io pensi che sia più facile pubblicare narrativa (non lo penso affatto), quanto perché un'opera di narrativa non ha bisogno della pubblicazione per essere realizzata e quindi Sholeh non mi sarebbe rimasta sul gozzo come Viola.
Sicché ho deciso di trasformare il progetto iniziale in una serie che per ora nella mia testa conta 3 libri, ma in futuro chissà.
Al momento, ho scritto e revisionato la prima stesura del primo romanzo. Ed ho già suscitato qualche reazione tra le amiche, che si sono prestate a fare da cavie sia per il contenuto sia per la compatibilità del file con i loro e-reader: una di esse ha persino realizzato un paio di orecchini in onore del mio personaggio.
Quando riterrò che Sholeh sia pronta per affrontare un pubblico meno selezionato, penso di proporla come e-book come prima cosa. Prima magari in modo autogestito, poi sentendo che possibilità di pubblicazione ci sono su Amazon. E poi chissà.
Non sogno fortuna e gloria, per carità. Sogno solo di regalarvi qualche risata e una storia nuova. E spero davvero tanto di riuscirci.
E immaginiamo che abbia una moglie bellissima. Non solo: la moglie è una danzatrice sublime. Non solo: la moglie ha il nome di un dolce persiano, Sholeh Zard. Non solo: la moglie è un djinn, un genio della lampada liberato. E ha poteri pirocinetici, controlla il fuoco e le passioni.
Ecco: questo è il punto di partenza della mia ultima storia. Un misto di urban fantasy e giallo, scritto per il mio e vostro divertimento.
L'idea è nata come serie a fumetti (avevo già abbastanza chiare le prime 3 stagioni). ma francamente l'esperienza vissuta con Viola mi ha dissuasa: non tanto perché io pensi che sia più facile pubblicare narrativa (non lo penso affatto), quanto perché un'opera di narrativa non ha bisogno della pubblicazione per essere realizzata e quindi Sholeh non mi sarebbe rimasta sul gozzo come Viola.
Sicché ho deciso di trasformare il progetto iniziale in una serie che per ora nella mia testa conta 3 libri, ma in futuro chissà.
Al momento, ho scritto e revisionato la prima stesura del primo romanzo. Ed ho già suscitato qualche reazione tra le amiche, che si sono prestate a fare da cavie sia per il contenuto sia per la compatibilità del file con i loro e-reader: una di esse ha persino realizzato un paio di orecchini in onore del mio personaggio.
Quando riterrò che Sholeh sia pronta per affrontare un pubblico meno selezionato, penso di proporla come e-book come prima cosa. Prima magari in modo autogestito, poi sentendo che possibilità di pubblicazione ci sono su Amazon. E poi chissà.
Non sogno fortuna e gloria, per carità. Sogno solo di regalarvi qualche risata e una storia nuova. E spero davvero tanto di riuscirci.
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