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giovedì 29 gennaio 2015

Il bello del cane


Ho riletto il mio post precedente e non mi è piaciuto.
Le cose che ho scritto sono tutte vere, per carità. Ma danno un'idea distorta di come è Daisy e di come è il nostro rapporto con lei.
Come succederà quando, tra alcuni (pochi) anni, parlerò dei pensieri che mi daranno i miei figli adolescenti.
Quando sento genitori un po' più grandi di me parlare dei loro figli adolescenti, mi vien sempre da chiedermi se stiamo parlando di un ragazzo normale o di un delinquente. Poi spesso li conosci, questi farabutti in erba, e scopri che sono anche carini ed educati (almeno con gli estranei), e quindi tanto male non saranno neanche in famiglia, fatta la tara dell'età.
Ecco, Daisy è meglio di così. È fantastica. È buona, equilibrata, serena, allegra.
Non è mai stata il cucciolo scatenato che mi raccontano alcuni padroni di cani.
Prima di conoscerla, avevo un sacco di pregiudizi sui cani (formatisi nella mia precedente esperienza di schnauzer nano viziato, quindi non proprio infondati).
E invece, a poco a poco, tutte le mie barriere sono cadute. Avevo pensato a un cane che stesse prevalentemente fuori, che dormisse nel recinto. E invece, su suggerimento delle veterinarie ma anche per nostro trasporto, sta con noi, dorme con noi, vive con noi. Senza fare danni, né a casa nostra né tantomeno in quelle altrui o nei locali in cui la portiamo.
Ho scoperto che è possibile avere un cane che non sale su letti e divani. Ho scoperto che si può mangiare senza essere continuamente disturbati. Ho scoperto che si può andare a fare una passeggiata e giocare col cane all'aperto, senza guinzaglio, senza recinti. Ho scoperto che vabbe', non farà le fusa, ma ti dà un sacco di bacini. E poi vuoi mettere quando ti posa il muso sulle gambe? Ho scoperto che non abbaia mai senza una ragione valida in assoluto (anche la mia vecchia Sissi abbaiava per qualcosa, ma l'elenco di ciò che secondo lei meritava di essere segnalato è veramente difficile da condividere per un umano).
Persino le gatte, o almeno alcune di loro, si stanno ricredendo sul conto di Daisy. La prima a scendere a patti è stata Pinta, che ora addirittura dorme serenamente a meno di mezzo metro da lei. Ora anche Rachel e il Quarto si lasciano fiutare senza fare scenate, ma non riescono a evitare di correre quando la vedono arrivare piena di entusiasmo. Quarta e Castigo soffiano. Sempre e comunque.
E dire che lei con i gatti (e con i cani più piccoli, ovvero quasi tutti) è di una delicatezza disarmante. Con quelle zampone enormi, che le sono cresciute a dismisura nell'arco di pochi mesi, riesce a invitare al gioco senza far male (ai cagnetti, perché a me invece lascia certi lividi...). E quel testone di cemento armato si inclina impercettibilmente, suggerendo tutte le sfumature e le espressioni.
Un'amica, che di cani se ne intende ben più di me, mi ha detto che secondo lei Daisy sta esplorando perché è libera, ma che, finita questa fase, sarà ancora più felice di stare con noi e obbedire ai suoi capibranco.
E in effetti noi non stiamo andando "a scuola" per piegarla ai nostri voleri. Saremo tutti allievi, e soprattutto noi umani cercheremo di imparare a comunicare con lei.
Del resto, a suo tempo abbiamo imparato a comprendere due neonati, perché non dovremmo farcela con lei che è tanto più collaborativa?

venerdì 11 aprile 2014

Perché guardo Junior Masterchef

Da qualche mese, abbiamo messo in funzione la parabola del polacco, abbonandoci a Sky. È proprio un abbonamento base, ma ci consente di vedere un po' di cosette interessanti.
Alcune le conoscevo già dal digitale terrestre (ce l'avevamo nelle case di Levanto), di altre avevo sentito parlare in rete.
Cerco di essere equilibrata, anche se la tentazione sarebbe di buttarmi a pesce e scoprire tutto in una volta. E, soprattutto, cerco di non frequentare canali di cartoni animati: per quelli ci sono già i DVD, non ho proprio voglia di dire "no" a ripetizione per tutto il tempo in cui siamo a casa.
Così i bambini (Amelia in particolare) si sono appassionati ai programmi di cucina: Benedetta Parodi, Simone Rugiati... e Junior Masterchef.
Da un lato questa cosa mi diverte, anche perché Amelia non ha mai manifestato interesse per la cucina (solo per la pizza).
Dall'altro mi sono appassionata anch'io.
I programmi per adulti mi danno un po' di nuovi spunti, dopo un periodo di stanca (la nuova cucina è un po' isolata, mi manca molto il fatto di cucinare mentre gli altri fanno altro).
Junior Masterchef mi piace perché lo trovo molto in controtendenza rispetto ai soliti talent show di cucina.
Mi spiego: ovvio che Junior Masterchef è un talent show, ma usa un tipo di comunicazione e un tono quasi rétro. Non si dicono parolacce, non si insultano i concorrenti, non si ridicolizzano i piatti prodotti. Forse è meno divertente, ma decisamente più educato.
Non edulcorato, attenzione: i tre giudici dicono quello che devono dire senza peli sulla lingua, anche se si rivolgono a bambini dagli 8 ai 12 anni, e già questo basterebbe a farmi impazzire di gioia.
Semplicemente, lo dicono come sarebbe giusto dirlo in un ufficio o in un qualsiasi luogo di lavoro: in modo sincero ma pacato, suggerendo eventualmente miglioramenti, smorzando la tensione con qualche battuta.
Questa è la televisione che vorrei, in tutti i programmi.

giovedì 20 marzo 2014

Maschi e femmine

Ieri, mentre Luca lottava in caseificio contro gli scarafaggi ed Ettore si appisolava sempre di più, mi è capitato di parlare con Amelia di cose importanti: uomini e donne, omosessuali ed etero ("mamma, ma le donne che amano le donne si chiamano donnesessuali?" Anche no...), amici e fidanzati.
Mentre condividevamo lo sconforto per l'omosessualità di un ragazzo molto carino (sconforto dovuto al fatto che manco nei nostri sogni più sfrenati potremo ormai vederci al suo fianco, mica per altro), mi sono chiesta perché sia così facile per noi e per i miei figli accettare che il tale sia fidanzato con un ragazzo e il talaltro ami vestirsi da donna.
Sbagliato, mi son detta: la domanda dovrebbe essere "perché per tante persone è così difficile accettare che i propri conoscenti abbiano una sessualità diversa da quella standard?".
Ammetto: se un domani uno dei miei figli mi confessasse di amare il sadomaso, proverei un bel po' di imbarazzo. Se mi venissero a decantare lo scambio di coppia, farei fatica a rimanere indifferente. Ma anche se mia figlia diventasse fan di Gigi D'Alessio.
Insomma: ci sono cose che sono nel mio gusto e altre che proprio no.
Ma non è una questione di principio, è una questione di gusto.
Facevo ad Amelia l'esempio: io non riesco a concepire che ad alcune persone non piaccia il cioccolato, eppure qualcuna ce n'è. E non fa niente di male a non amare il cioccolato, anzi, ce ne sarà di più per noi.
Io penso che nella vita l'importante sia essere brave persone. Vivere bene, facendo e cercando il bene.
E per fare questo non importa se amiamo uomini, donne, marziani o capre, purché ricambiati e nel rispetto reciproco.
Credo che le persone vadano apprezzate per quello che sono e che fanno, non per lo stereotipo che rappresentano.
E credo che, se esistesse il Dio dei cristiani, il Dio d'amore infinito, almeno in questo sarebbe d'accordo con me.

mercoledì 12 febbraio 2014

La mia lana è differente


A maggio si sposa una mia amica. E io che credevo di essere fuori dal giro di matrimoni (è dal 2010 che non vado a un matrimonio).
Il mio primo pensiero è: che vestito? Ho un sacco di vestiti adatti all'estate, ma ai primi di maggio può anche far freddo.
Decido di mettere il mio abito da sposa, che ho tinto di azzurro e fatto adattare alla vita reale: ora appare solo come un abito di sangallo lungo, un po' country ma decisamente insospettabile.
Ma il sangallo da solo non basta, ci vuole anche qualcosa da mettere sulle spalle in caso faccia fresco. Dopo attenta e sofferta meditazione, decido per accessori color cuoio: ho una borsa di mia nonna, adatta all'occasione, e mi comprerò un paio di ballerine (anche le scarpe sono un problema nella mezza stagione).
E quindi subito immagino la stola di un filato color tabacco, magari un po' lucido, magari non uniforme. Decido anche il modello.
Ma dove comprare la lana perfetta? Non ho dubbi: a Torino, da WoolCrossing.
Sabato scorso entro ed espongo le mie esigenze a Federica, disponibile e sorridente come sempre. Le mostro il modello e lei subito va a vedere su Ravelry quali lane sono state usate per quel modello.
Il suo negozio ha un bell'assortimento, ma ovviamente non può avere tutto. Guardando, confrontando, facendo calcoli ed equivalenze (maledette yards! Cos'ha di così orribile il sistema metrico decimale?), siamo arrivate alla conclusione che la lana per il mio progetto poteva essere la Malabrigo Sock.
Sì, costa: ho speso 33 euro per due matasse.
Sì, è "solo" lana, senza cashmere o seta o alpaca.
Ma questa lana è un dono della natura e degli uomini. Ho già avuto per le mani la sua sorella maggiore, la Malabrigo Rios, e lavorarla è stato un enorme privilegio. Oltretutto, durante il lavaggio non si comporta neanche come una lana, rimane serena e morbida come un cotone.
E viene venduta da una persona che, anziché maltrattarmi per aver chiesto un consiglio (successo) o disinteressarsi al mio progetto perché magari non rientrava nello standard delle sue clienti (successo anche questo), mi ha donato qualche minuto del proprio tempo, immedesimandosi e consigliandomi per il meglio.
Ecco perché, la prossima volta che deciderò di spendere 33 euro in lana, aspetterò di andare a trovare i miei suoceri a Torino e passerò di nuovo da questo favoloso negozio.

PS: mi fa ridere anche solo pensare di dover scrivere una cosa del genere, ma questo non è un post sponsorizzato. È solo che mi fa un piacere immenso trovare persone che sappiano fare il loro lavoro, e quando succede mi piace gridarlo ai quattro venti.

venerdì 26 aprile 2013

Il mio 25 aprile

Quando ero piccola, il 25 aprile era più l'anniversario di nozze dei miei genitori che una festa civica. Un po' per caso, un po' volutamente, perché veniva visto come una festa "comunista" e i miei erano di tutt'altra parte.
Oggi che ho 36 anni e 2 figli, non riesco a capire la freddezza dei miei.
Se penso al periodo dall'8 settembre 1943 al 25 aprile 1945, io non riesco a non immedesimarmi. Mi immedesimo nella famiglia di mio nonno, che periodicamente subiva perquisizioni perché si sospettava (a ragione) che mio nonno e i suoi fratelli rubassero la seta di certe attrezzature militari per rivenderla al mercato nero. Ma mi immedesimo anche in una qualsiasi famiglia di campagna. Stai facendo colazione, preparandoti per una giornata di duro lavoro, o sei a cena, finalmente a riposo, e ti irrompono in casa dei militari che cercano un ebreo, un partigiano o un inglese. E magari tu, per carità umana, quell'ebreo/partigiano/inglese lo stai davvero nascondendo.
Non riesco a non immaginare la paura, mia e dei miei bambini. Non riesco invece a immaginare pienamente l'orrore di quella violenza cieca e indiscriminata, sia fisica sia psicologica.
Se penso che ad un certo punto tutto questo è finito per milioni di persone, non riesco a trattenere lacrime di gioia. E rabbia per quello che è stato.
Dicono che il 25 aprile è una festa obsoleta. Forse lo è, dopo 70 anni. Ma non lo è nella misura in cui ci ricorda che viviamo liberi: liberi dalla violenza e dalla paura. Questo non lo trovo obsoleto.


Se proprio proprio volessimo "svecchiare" il 25 aprile, un modo ci sarebbe. Ieri parlavo ai miei bambini e ai loro amici egiziani del significato del 25 aprile e, mentre parlavo, pensavo che ci sono popoli e persone che un 25 aprile non ce l'hanno. Ci sono persone che nel loro Paese subiscono le stesse violenze vissute dai nostri nonni, e cercano di fuggire, di salvarsi. Attraversano mari e deserti, rischiano la vita per arrivare da noi, che viviamo in pace. Non sono diversi dagli ebrei che fuggivano in America o in Inghilterra.
Eppure noi li trattiamo come parassiti, come pesi morti.
Ecco, se volessimo rendere più attuale il 25 aprile, la via potrebbe essere questa: renderla una festa della pace e della conciliazione internazionale, un momento di consapevolezza non solo su quella guerra che sembra tanto lontana (ma non lo è) ma anche sulle guerre che sono ancora in corso, e che vengono combattute come sempre sulla pelle della povera gente.

mercoledì 14 novembre 2012

La ragione di vita

Spesso mi capita di sentire che i figli sono la ragione di vita dei loro genitori. Lo si accetta come un dato di fatto. Ma è davvero così? Ed è davvero così per tutti?
Io amo moltissimo i miei figli, se a uno di loro capitasse qualcosa morirei di dolore, metto i loro bisogni al di sopra di ogni cosa (ho detto "bisogni", eh).
Però, onestamente, non credo che siano la mia ragione di vita. Non l'unica. Così come non lo è il loro papà, anche se lo amo moltissimo.
Credo che la mia ragione di vita sia la mia vita. Tautologico, OK. Ma vero.
Penso di vivere per essere felice, il che ovviamente comporta che chi amo sia sano e felice. Ma comporta anche che io riesca ad avere una qualità di vita decente, un lavoro piacevole, un po' di tempo da passare con gli amici e un po' di tempo per me.
Penso che, se una malattia mi privasse della possibilità di comunicare o di leggere o di scrivere, ne patirei infinitamente, forse quanto patirei per la morte di un mio caro.
Penso che, se la crisi in cui ci troviamo mi impedisse di avere una qualità di vita accettabile, piomberei in una grave depressione.
Penso che sarebbe un durissimo colpo perdere in un botto tutte le persone che mi onorano della loro amicizia, vicina e lontana.
Insomma, pensiamoci davvero prima di ripetere stereotipi: la ragione di vita è, per definizione, una cosa seria.

giovedì 27 settembre 2012

Italiane in gita

Con grande scandalo di chi mi vede come un'appendice della mia famiglia, lo scorso weekend sono calata su Roma per rivedere la mia amica Biò e partecipare alla riunione organizzata da YeniBelqis.
Da quando sono entrata in contatto con YeniBelqis, ho provato il desiderio di capirne un po' di più sulla questione dei rifugiati, che l'appassiona al punto di averne fatto il proprio lavoro: chi sono, da dove vengono, in che cosa sono diversi dai "normali" migranti.
Beh, mi sembra di aver capito che la differenza sostanziale sia che i rifugiati non hanno molta scelta: se restano nel proprio paese, li fanno fuori (Chiara perdonami per questa definizione tagliata con l'accetta). Detta in modo più raffinato: non si tratta di una migrazione dettata da necessità economiche, ma da puro e semplice istinto di conservazione.
Non voglio ora dilungarmi su quanto mi dispiace sapere che tra i rifugiati ci sono molte persone di valore, con competenze che dovrebbero essere usate anziché liquidate come "non dimostrabili". Mi stringe davvero il cuore sapere che l'ennesimo medico o avvocato deve ringraziare la sorte per aver trovato un posto da operaio o badante, e io che lavoro in università non posso far nulla per il riconoscimento dei loro titoli.
Quello che mi dispiace più di tutto è che anche quando si parla di rifugiati, come per la maggior parte degli argomenti che mi stanno a cuore e di cui sono più o meno esperta, la stampa italiana dimostra tutta la propria mancanza di professionalità e di equilibrio. Sono stufa di vivere in un Paese dove, per ottenere informazioni corrette, ci si deve rivolgere a canali non ufficiali.
Quello che invece mi è molto piaciuto è stato un nuovo modo di fare informazione sul sociale: in modo semplice e diretto, infilandoci la battuta (amara) quando pareva opportuno, senza mai scadere nel pietismo o nell'eccesso opposto.
Dico la verità: in questo periodo, ci manca solo che mi metta a fare volontariato. Non perché io sia in credito con la vita, tutt'altro, ma perché il volontariato proprio non ci sta. Però, appena la sede milanese di Prime sarà ricettiva, sicuramente darò il mio contributo con tutti i contatti possibili. Epperò, se riesco ad aver i contatti giusti, una presentazione del bellissimo libro del Centro Astalli, a Pavia o ad Abbiategrasso, ci scappa.
E forse questo è il modo in cui possiamo riportare la solidarietà sociale nella società italiana: oggi tutti hanno il loro daffare, le dame di carità son sempre state persone con tanto tempo da impiegare. Ma non è giusto che il bene lo faccia solo chi ha tempo: ci vuole così poco a trovare il contatto giusto, e tutti noi ne abbiamo tanti, di contatti.
Nel frattempo, io grazie a questa gita mi sono arricchita proprio di contatti: oltre ai ragazzi di Prime, ho conosciuto anche l'ineffabile Alessandra Mezzasalma, meravigliosa guida turistica in una Roma semisconosciuta a chi viene da fuori, e un'altra persona che già mi sembrava interessante su FB, ma dal vivo si è rivelata ancora meglio.
Grazie, Chiara!

giovedì 6 settembre 2012

Leggere è contagioso

Quando ho conosciuto Luca, leggeva poco e male: quasi solo saggi, per di più pesanti come macigni.
Non dico che leggere saggistica sia leggere male, ma mi pare evidente che i saggi, con rare e fortunate eccezioni, non possano dare lo stesso autentico godimento sensoriale di un romanzo. Un po' la stessa differenza che c'è tra un documentario medio e un film medio.
Standomi vicino, Luca si è incuriosito di tutta quella roba che mi teneva incollata per ore. E ha cominciato a leggere Harry Potter. Si è letto tutti i libri della serie.
Però la vera svolta è arrivata con la tessera della biblioteca. A parte che ha cominciato a ordinare libri per sé, e già questo ci ha fatto risparmiare un po' di soldi. E poi il mio entusiasmo l'ha intaccato a poco a poco.
Un anno fa, per esempio, le sue letture estive erano state Bartimeus e Buona Apocalisse a tutti!.
La svolta però penso ci sia stata quest'anno: gli ho passato Il dio dei sogni, Cose da salvare in caso di incendio, Il circo della notte, Il centenario, Olive comprese, i due libri di Calabresi, Romanzo rosa ed ora sta leggendo Educazione siberiana.
Ci tengo a precisare che Luca non ha letto questi libri "perché gliel'ho detto io": la costrizione non ha mai aiutato nessuno ad amare qualcosa. Luca ha letto questi libri perché ha visto che me li sono goduti, esattamente come al ristorante viene spinto ad assaggiare un piatto che a me sta piacendo.
Penso che questa sia l'unica, semplice via di contagio per la lettura

mercoledì 30 novembre 2011

Everybody wants to rule the world

Ieri sera sono tornata a casa tardi, con gli occhi fuori dalle orbite per la nebbia, stanca, irritata, dispiaciuta e preoccupata per una cosa che può essere una sciocchezza ma succede un po' troppo spesso. Mi aspettavo di trovare la tavola apparecchiata, la cena pronta e i miei uomini pronti ad accogliermi.
E invece ho trovato il tavolo vuoto, l'insalata a scolare e gli uomini di sopra (uno a vedere Kung Fu Panda e l'altro a suonare).
Mi sono arrabbiata, anche se sapevo che ci sarebbe voluto un attimo (ovvero 15 minuti) ad apparecchiare la tavola, condire l'insalata e mettere la padella con gli hamburger sul fuoco. Mi sono arrabbiata perché nessuno mi ha minimamente calcolata, perché nessuno mi stava aspettando, perché ero triste e avrei voluto essere consolata e non c'è niente di più umiliante che implorare di essere consolata.
Luca, che nulla sapeva di questo mio stato d'animo (si aspettava che fossi almeno normale o addirittura contenta), si è arrabbiato perché lui comunque aveva steso i panni, aveva sfornato il pane (preparato da me alla mattina), aveva preparato la padella con gli hamburger e aveva lavato l'insalata (a casa nostra è un immondo sacrilegio condire l'insalata 5 minuti prima del momento giusto). Si è arrabbiato perché ha creduto che io stessi disprezzando il suo impegno e perché ha supposto (non erroneamente, ma neanche completamente a ragione) che io stessi sfogando il mio malcontento tramite dei pretesti.
Probabilmente era anche lui stanco e aveva i cazzi suoi, probabilmente un abbraccio avrebbe fatto bene a lui quanto a me. E invece abbiamo scelto di arrabbiarci, invece di consolarci a vicenda. Perché? Perché è così facile litigare con chi ti vuol bene, quando si tratta delle sole persone in cui possiamo cercare conforto? Perché preferiamo attaccarci a ciò che dovrebbe essere anziché a ciò che è? E, dall'altro lato, perché non riusciamo a identificarci nei bisogni dell'altro, che pure conosciamo così bene? Probabilmente a Luca non gliene frega niente che io lo accolga con il pranzo pronto e la tavola imbandita, magari non proverebbe fastidio a trovarmi sul divano che leggo mentre la cucina è spoglia. Eppure io non potrei farlo, mi sentirei una stronza a comportarmi così. E so per certo che non gli fa piacere che io entri in casa e mi metta a ringhiare perché la lavastoviglie non è stata caricata, perché la tovaglia non è stata scossa o altre mancanze.
Il fatto è che in ognuno di noi vive un piccolo o grande control freak, che vorrebbe tutto fatto a suo modo e che misura il mondo con il proprio metro.
Sarebbe bello rendersi sempre conto che le persone che amiamo non sono nostri nemici, e che le cose fatte o non fatte contano fino a un certo punto.
Ieri sera la serata sarebbe cominciata molto meglio se, anziché incazzarmi, fossi andata di sopra e avessi abbracciato Luca, dicendogli che eravamo arrivate e avevamo fame. Sarebbe cominciata ancora meglio se lui avesse deciso di mettersi a suonare di sotto, per accoglierci, e si fosse interrotto al nostro ingresso, per salutarci e preparare la cena.
Stasera almeno nessuno di noi avrà modo di sbagliare, perché il nostro tardo pomeriggio sarà un flipper impazzito tra meccanico (ritirare la Tata), supermercato (c'è il pesce in promozione al 10% in meno, oltre al fatto che domani è il compleanno di Amelia e devo comprare le torte per la scuola), biblioteca (ho un sacco di libri da restituire e altrettanti da ritirare), farmacia (ordinaria amministrazione) e preparazione della cena.

Questo post partecipa al blogstorming

mercoledì 21 settembre 2011

Se il buonsenso fa scandalo

Sollecitata da diversi articoli su Elisabeth Badinter, ho deciso di leggere un suo saggio. Ho letto il più recente tra quelli della mia biblioteca, La strada degli errori: un saggio del 2003 che si interroga sulle conseguenze del femminismo.
In verità, non mi è sembrato che la Badinter esprimesse chissà quale originalità di posizione. Nel senso: credo che qualsiasi persona di buonsenso, conoscendo i fatti, possa arrivare alle stesse conclusioni.
Quello che mi è piaciuto di lei è soprattutto questa teoria della somiglianza dei generi, dell'essere tutti esseri umani, tutto sommato con meccanismi simili, e piantiamola con tutta la retorica della superiorità/particolarità dell'essere femmine.
In particolare, Madame Badinter mi conforta in una delle mie teorie più care: noi donne del 2000, partite convinte di aver raggiunto la parità, ci siamo fatte fregare dalla retorica della maternità e del ritorno alla natura. Non parlo (solo) dell'allattamento, che fino a un certo punto è una questione di salute ma da lì in poi è un fatto culturale/affettivo. Parlo soprattutto di un pensiero strisciante che ti fa sentire inadeguata se nei primi 3 anni di vita di tuo figlio non ti dedichi completamente a lui.
A parte il fatto che non so quale Stato permetta un'astensione dal lavoro così lunga, questo è un concetto che ritengo proprio sbagliato. Prima di tutto, perché i genitori sono due e ritengo che mio marito non sia carente in nulla che riguardi la cura dei nostri figli. Secondariamente, perché l'affetto che un bambino riceve non è determinato/limitato dalla genitorialità o dalle relazioni di parentela: trovo bellissimo che ci siano persone che stanno volentieri con i miei bambini e con cui loro sono contenti, indipendentemente dal fatto che talvolta queste persone le pago. In terzo luogo, perché questa comunione esclusiva di amorosi sensi tra madre e figlio è un falso ideologico costruito ad arte. Dubito che la donna delle caverne se ne stesse dentro il nido bella tranquilla fino ai 3 anni dei suoi molti bambini. Immagino che più facilmente se li portasse addosso finché non sapevano camminare e poi o si facesse seguire (insieme alle altre donne) oppure li mollava agli anziani che rimanevano al villaggio. Ancora di più, dubito che la donna delle caverne avesse un suo nido d'amore in cui stare tranquilla: probabilmente la vita dei nostri antenati era ancora più comunitaria delle famose famiglie allargate tanto rimpiante (ma intanto nessuna di noi vivrebbe in casa della suocera).
Inoltre, evitare questo legame esclusivo madre-figlio e ammettere che i padri possono stare sullo stesso piano delle madri porterebbe un sacco di benefici culturali: a parte i progressi burocratici nell'ottenimento della parità, si darebbero picconate indelebili a tutta quella cultura machista che le femministe denunciano.
Io nel mio piccolo vivo tutti i giorni una situazione di interscambiabilità tra me e mio marito. E, a parte gli scherzi, io non mi sento meno donna o meno madre né lui mi sembra offeso nella sua virilità.
Boh, saremo strani noi. Ma decisamente felici.

giovedì 8 settembre 2011

Cattivi o buoni maestri?

Per me la doccia del mattino è foriera di profonde meditazioni. Per esempio, stamattina pensavo a Mimì Ayuhara (qui nella traduzione di Pianobi, se non erro, e se erro dimmelo!). Pensavo anche a un aneddoto che ci aveva raccontato Marina D'Amato durante un seminario sulla produzione audiovisiva per bambini: una mattina si era svegliata sentendo sua figlia che si esercitava a pallavolo, le aveva chiesto perché avesse cominciato così presto e la bambina aveva risposto "Mi alleno per il duro lavoro". Frase tipica di Mimì, che si allenava con le catene ai polsi per rinforzarli (e mi chiedo che cosa ne penserebbe un ortopedico).
Ora, penso che tutta la mia generazione sia cresciuta a massiccie dosi di cartoni animati giapponesi. Tutti (o quasi) infarciti di valori ripicamente giapponesi: il senso del dovere, il rispetto per i superiori, il sacrificio di sé, la tensione verso l'eccellenza e verso il raggiungimento dei risultati, eccetera.
Valori che, se non portati all'estremo, sarebbero molto utili a questa società italiana dove la colpa non è mai di nessuno, dove a compiere il proprio dovere si sembra scemi, dove trionfa il furbo.
Di questi milioni di bambini cresciuti a pane e anime, quanti sembrano aver interiorizzato i valori veicolati dai cartoni animati? A me ben pochi, se non nessuno.
Ora ribaltiamo la situazione sui nostri figli. Siamo molto preoccupati di quello che guardano in TV, dei modelli sessisti di certi programmi, della frivolezza delle Winx o del Mondo di Patty. Ma davvero pensiamo che il modello dei cartoni animati sia così importante? Davvero pensiamo che le proporzioni di una Winx determineranno l'atteggiamento delle nostre figlie nei confronti del proprio corpo? Io penso che, come nel caso degli anime, il messaggio delle Winx o di Ben Ten saranno mediati se non annullati dall'esempio che verrà dato in casa.
E penso (spero) che tra 20-30 anni Amelia penserà alle Winx e trarrà le stesse conclusioni che io ho tratto riguardo Mimì e Goldrake.

mercoledì 3 agosto 2011

Italia - Resto del Mondo

Recentemente, ho fatto degli acquisti online. Sì, OK, io faccio spesso acquisti online, ma alla fine li faccio sui soliti siti: Amazon (o similari) e eBay.
Stili diversi, ovviamente: da Amazon ricevo pacchi sempre con la stessa puntualità e accuratezza, col brand ben in evidenza, mentre su eBay dipende dall'accuratezza del venditore del momento.
I miei ultimi acquisti online sono stati cosmetici: due da Zoeva, due da Theallnaturalface e due da Madina. Come nelle barzellette: un tedesco, un americano e un italiano.
Zoeva è una casa cosmetica a tutti gli effetti, un brand conosciuto che viene venduto anche per vie convenzionali. I pacchi che mi sono arrivati a casa erano accurati ed eleganti, con cartoni marchiati Zoeva e una regolare ricevuta del mio pagamento.
Theallnaturalface è una ditta artigianale, quasi come un qualsiasi negozio eBay. Mi sono arrivati pacchetti anonimi ma accuratamente imballati, contenenti (oltre agli oggetti ordinati) anche un bigliettino con qualche parola di ringraziamento, un buono sconto e un campione di un prodotto. Grazie a uno di questi campioni, ho scoperto un deodorante eccezionale e ne ho ordinate 3 confezioni.
Madina è stata tutt'altra cosa. Già capire cosa ordinare è stato arduo, perché sul sito i codici dei rossetti non corrispondono ai nomi/codici che si trovano sui fondi delle confezioni. Sicché, se desideri ordinare il rossetto Purple Orchid, puoi solo basarti sui colori a video (e pregare). Dopodiché, l'ordine ti arriva per raccomandata anziché per corriere. In una busta anonima, ogni volta diversa, scritta a mano come se evadessero 10 ordini all'anno (magari è così). L'imballaggio è minimo: un sacchetto di plastica con pinzato lo scontrino (e osano pure farti pagare 3 euro per la spedizione di 2 matite e un rossetto). Apri, e scopri che una delle matite non è quella giusta: tu avevi ordinato la 17 e ti è arrivata la 08. Pazienza, piuttosto che fare un casino per una matita da neanche 2 euro fai un altro ordine. Stavolta la matita ti arriva giusta, sempre in quell'imballaggio del cavolo. Dopo 10 giorni dal tuo secondo ordine, ti arriva un'altra raccomandata, con un'altra matita 08 e una 04 (entrambe già ricevute). Tu non hai mai fatto quell'ordine. Controlli sull'estratto conto della Postepay e vedi che questo terzo invio non l'hai pagato, né hai intenzione di farlo. Non hai neanche intenzione di restituirlo, perchè francamente non mi sbatto a perdere mezz'ora in posta per restituire 2 matite da 3,80 euro in tutto che non ho neanche ordinato e che ho già.
Non sto neanche a trarre conclusioni. Ma che tristezza: resto del mondo batte Italia 2-0.

venerdì 17 giugno 2011

Se lo ami, raccontalo

Immaginiamo che una mamma vada a prendere i suoi bambini alla scuola materna. È tardi, la mamma ha avuto una dura giornata di lavoro ed ha dovuto fare in fretta e furia alcune commissioni prima di andare a prendere i suoi figli sul limitare delle cinque.
Appena in macchina, i bambini protestano: non vogliono legarsi le cinture. La mamma, presa per sfinimento, cede, come ogni sera: tanto la strada è una provinciale, deve fare pochi km.
Nel momento di immettersi sulla provinciale, la mamma non vede una macchina che sta arrivando a una certa velocità (diciamo 70 all'ora ma la strada prevede il limite dei 50): le erbe sul ciglio sono troppo alte e folte. Le due auto si urtano, finiscono entrambe in un fosso. Uno dei bambini viene sbalzato e muore. Il guidatore dell'altra macchina, un operaio agricolo rumeno che tornava dal lavoro, resta ferito.

Ecco, vediamo come il giornale locale darebbe la notizia:
"Incidente sulla provinciale, morto un bambino. Un rumeno, guidando ad alta velocità sulla provinciale, ha urtato un'auto che si stava immettendo sulla strada. Sull'altra auto c'erano una mamma e i suoi due bambini, di cui uno è morto. Sono in corso accertamenti per capire se l'extracomunitario fosse in stato di ebbrezza."

Invece vediamo come secondo me sarebbe giusto dare la notizia:
"Niente seggiolino: bambino morto in un incidente. Un operaio agricolo, guidando a una velocità superiore al limite dei 50km/h, ha urtato un'auto che si stava immettendo sulla provinciale ed entrambi i veicoli sono caduti nei fossi che costeggiano la strada. L'altra auto conteneva una mamma e i suoi due bambini, nessuno dei quali era legato all'apposito seggiolino. Le vittime sono uno dei bambini, sbalzato dall'urto, e l'operaio agricolo, ferito. Sono in corso accertamenti per verificare la presenza di ulteriori concause."

Non solo e non tanto perché mi dà fastidio veder sottolineare sempre la nazionalità di eventuali extracomunitari coinvolti in fatti di cronaca.
Ma soprattutto perché, invece della solita psicosi da batterio killer o da albanese stupratore, mi piacerebbe che i giornalisti suscitassero la psicosi da seggiolino: una psicosi utile, finalmente.

Per ulteriori informazioni sull'iniziativa "Se lo ami legalo", potete vedere qui, qui, qui e qui.

domenica 5 giugno 2011

Profonda apparenza

Sarà il tempo, che ha fatto un salto indietro di 2 mesi e svariati gradi. Sarà che casa mia si è trasformata in un lazzaretto, con marito esantematicamente malato da lunedì e figlia gastroentericamente malata da martedì (e figlio sano attaccato alle balle della mamma, poveretto lui e poveretta me). Sarà che ho trascorso un bellissimo pomeriggio tra donne ed è raro che ore passate così non diano i loro frutti. Sarà anche che mi sono data lo smalto (color nerorosso, mentre l'aubergine l'ho appena tolto) e per un po' sono rimasta a far niente per evitare di rovinarlo. Sarà anche che ho deciso di inaugurare un nuovo regime alimentare e di movimento, per motivi estetici e di salute.
Insomma, in questi giorni ho avuto tempo e opportunità di occuparmi del mio aspetto e di stare a contatto con una persona che ne ha sta facendo un lavoro.
Frivolezza? Desiderio di evasione? Per niente: l'evasione l'ho avuta con le chiacchiere e il tè, e anche con le uscite da sola con Ettore, ammettiamolo.
Invece questa riconsiderazione del mio aspetto è una cosa molto seria. Molto profonda, perché sono convinta che, al di là dei vecchi adagi, il nostro aspetto rifletta la nostra condizione interiore.
Salto indietro di quasi 10 anni: inizio a lavorare in un ambiente prevalentemente maschile. Sono giovanissima (ho 24 anni) e il fatto di essere minuta e bassa mi fa sembrare una bambina. L'ambiente di lavoro è molto informale, ma ci sono gli incontri con clienti e partner. Dal momento che non mi è mai stato chiesto, non mi sono mai presentata a questi incontri in tailleur: pantaloni a sigaretta e una bella maglia d'inverno, abiti di lino dalla linea sobria d'estate. Ero a mio agio e questo mi permetteva di sentirmi alla pari.
Fast forward di un paio d'anni: comincia la primavera dopo un inverno bello tosto e io non me la sento più di ingessarmi in pantaloni classici e gonne dritte. Ho un'esperienza, non ho più bisogno di sentirmi alla pari. Comincio ad esplorare e a osare qualche gonna lunga, a evitare le camicie, a cercare uno stile più morbido. Ne parlo col mio collega di allora, che mi stava manifestando un desiderio di cambiare modo di lavorare, e lui mi liquida come "frivola". Non ricordo se sono rimasta a spiegargli che quella ricerca non era solo esteriore: a volte penso che gli uomini non abbiano gli strumenti culturali per capire.
Nel corso degli anni, ho variato spesso il rapporto col mio aspetto. Due volte sul lavoro mi sono sentita inutile e vuota, e per due volte ho perso il controllo della bilancia. Ho fatto due figli ed entrambe le volte sono dovuta scendere a patti con la me stessa della gravidanza e del post.
Ecco, con queste premesse, comprarmi due smalti nuovi e vistosi dopo 2 anni che quelli vecchi seccavano nel cassetto non è superficialità: è occuparmi di me stessa, farmi un piacere con un minimo sforzo. E regalarmi qualche seduta di un corso di trucco significa accettare il mio viso, anche se non sono più la silfide di 8 anni fa.
Comprarmi un paio di scarpe da corsa non vuol dire voler tornare indietro di 8 anni, ma accettare la sfida del futuro: invecchiare senza rimpiangere nulla, con un corpo sano pronto a servire la mia mente.
Mi manca solo di caricare le pile dell'mp3.

lunedì 28 marzo 2011

La cosa giusta?

Era tanto che non andavo a Fa' la cosa giusta. Devo esserci stata nel 2004, forse nel 2005. Quest'anno ho voluto tornarci, anche perché so che nel frattempo si è ampliata, ha maggiore risonanza e un maggior numero di espositori. Ci sono stata ieri, con la mia famiglia. E ne sono tornata un po' perplessa. Di buono c'è molto. La sezione alimentare mi sembra perfetta, forse perché è il settore che, tra biologico ed equo-solidale, si è affermato maggiormente anche a livello di mainstream: è più diffusa la convinzione che si tratti di prodotti più buoni, al di là degli aspetti della salute e/o dell'equità del trattamento lavorativo. Il resto della fiera (non l'ho vista tutta, solo alcune parti di critical fashion, prodotti vari e onlus) mi è sembrato oscillare tra il mercatino comune (intendo senza particolari motivazioni etico-ecologiche), l'omelia radical chic e la corsa a chi è più meritevole di essere aiutato. Sicuramente i prodotti non alimentari non hanno fatto nessuno sforzo per uscire dal cerchio ristretto in cui sono accettati e conosciuti: se la sono suonata e cantata tra i soliti amici, insomma. Per esempio, l'acqua. Ho orecchiato una conferenza sull'acqua che aveva toni molto da omelia: l'acqua è un bene di tutti, sarà la risorsa del domani, eccetera. Sono assolutamente d'accordo con questo discorso, ma, se vuoi convincere la gente, secondo me devi puntare su argomenti più terra terra. Io sono stata convinta a prendere il gasatore (non ho bisogno di un filtro, ma avrei preso anche quello al bisogno) perché la prospettiva di non avere più pacchi di bottiglie in giro mi ha resa felice (e ho avuto ragione). Epperò ho girato la fiera con una bottiglietta d'acqua nello zaino, perché non potevo andare a fare la fila al(l'unico o quasi) distributore ogni volta che i miei figli avevano sete. Quindi non so se alla fine questo modo di presentare l'acqua "del rubinetto" sia stato vincente o no: in tanti si saranno scocciati come me. Eppure io a casa mia non uso bottiglie di plastica, mi porto addirittura l'acqua da casa in ufficio. Oppure la moda: le proposte che ho visto erano anche molto carine (ho lasciato gli occhi su una gonna-vestito in seta indiana...), ma non accessibili a tutti. Ottima l'idea dei jeans equi e solidali, ma per il resto ho visto abiti che non molti potrebbero mettere in ufficio. Io stessa in ufficio non ho un particolare dress code, ma da quando ho più rapporti col pubblico preferisco un abbigliamento più "normale", senza rinunciare al mio stile per carità. Oltretutto, il mio abbigliamento cerca di essere il più economico possibile per puntare sulla varietà (ovvero non dovermi ridurre a lavare la maglietta alla sera per rimetterla il giorno dopo, non è una questione di estetica ma di pulizia): catene low cost, stock, vintage (per non dire "usato", che non fa poi così fine). Quindi ho trovato molto bella l'iniziativa dell'Armadio (che non era neanche nel settore fashion), che vendeva abiti usati a prezzi paragonabili a quelli del Mercatino di TdH che frequento a Pavia: ho preso una maglia e 3 maglioni per un totale di neanche 10 euro. Ma ho trovato poco "sostenibili" le proposte delle sartorie/aziende di abbigliamento: sia quelle che proponevano abiti nuovi a costi "equi e solidali" sia quelle che proponevano oggetti ricavati da materiale di recupero (belle trovate, ma spesso poco portabili per quanto riguarda me e la maggior parte delle persone che conosco). Insomma, sono uscita dalla fiera con una sensazione poco piacevole e con una certezza: non è con questo atteggiamento che i comportamenti e i prodotti "giusti" si imporranno sul mainstream. Sono dell'idea che o si vuole rimanere una élite perché fa figo (nel qual caso, avanti tutta!) o si deve cambiare atteggiamento e cominciare a parlare la lingua delle persone che devono ancora essere convinte. Non dico di snaturarsi, ma insomma, si può bere l'acqua del rubinetto e girare coi tacchi a spillo anziché con le birkenstock: non è necessario abbracciare tutto il pacchetto.

martedì 22 febbraio 2011

Strada sbagliata

Da alcune mattine, mentre guido, sento su RadioDJ una serie di pubblicità della Subaru Trezia. Pubblicizzano un'auto espressamente progettata per le donne (e, confesso, la dicitura "guida rialzata" mi attira non poco). E i loro spot radiofonici vorrebbero essere femministi o qualcosa del genere.
Finora ne ho sentiti due. In uno, il protagonista del Gladiatore viene interrotto da una donna che lo liquida in modo abbastanza antipatico e poi pronuncia la famosa frase "al mio segnale, scatenate l'inferno". Nel secondo, ci raccontano che Mao e Garibaldi erano donne, perché rivoluzionari e condottieri.
Boh. Non so come siano resi in TV (già il banner che mostra la trasformazione di Mao in donna mi sembra più promettente), ma in radio questi due spot sono orrendi.
Vorrebbero dare l'immagine di una donna "alla guida" (infatti il pay-off è "cambia guida"), ma il risultato è maldestro, irritante e inefficace. Nel primo spot, la donna fa la figura della solita donnetta supponente e antipatica. Il secondo comunque si risolve in un elenco di nomi maschili, di cui si dice che erano donne: la furbata di tutto ciò non mi è comprensibile.
Insomma, gli spot radiofonici sembrano talmente forzati da essere controproducenti: anche se l'idea di un'auto progettata per una donna mi piace, solo per l'idiozia della campagna pubblicitaria non la prenderei neanche in considerazione.
Secondo me, c'erano modi più efficaci di pubblicizzare questa auto.
Se si voleva insistere sul concetto di guida femminile, sarebbe bastato puntare sulle donne che davvero sono state rivoluzionarie e condottiere: Elisabetta I, Cleopatra, Maria Teresa d'Austria, Caterina di Russia. Solo per citare le prime che mi vengono in mente.
Se si voleva parlare di un prodotto "solo per donne", lo si poteva accostare ad altri oggetti che sono solo appannaggio femminile, tipo rossetto, tacco a spillo e ciglia finte se si voleva sottolineare la seduzione oppure tampax, pillola e lavatrice se si voleva sottolineare l'aspetto pratico/rivoluzionario.
In verità, queste sono due idee a caso che mi sono venute in questi 10 minuti in cui ho scritto questo post. Penso che un'agenzia di comunicazione dovrebbe saper fare di meglio.

venerdì 11 febbraio 2011

Vendere gioia, reprise

Capita che una persona faccia una bella esperienza con una certa azienda. E, avendo un blog, ne parli.
Capita anche che quell'azienda sia particolarmente attenta alla comunicazione, anche in rete. Capita che, grazie a un aggregatore, quell'azienda venga a sapere del post che la riguarda. Capita che l'idea piaccia, che da quello spunto si ricavi una pagina pubblicata sulla Stampa sabato scorso (5 febbraio).
Ovviamente l'azienda non manca di ringraziare la blogger in questione.
A me sembra un bellissimo esempio di come dovrebbe funzionare la comunicazione di una qualsiasi azienda.

lunedì 31 gennaio 2011

Un altro mercato

Poco prima di Natale, ho comprato su eBay alcuni albi della Marvel: si tratta della trasposizione a fumetti delle storie di Anita Blake.
Si tratta di albi sottilissimi di 22 tavole, fatti di carta patinata scarsissima tipo guida TV, che costano più o meno come un Bonelli ed escono con cadenza mensile. Questo significa che un lettore americano, a fronte della stessa spesa di un appassionato di Dampyr, legge circa un quinto. Altrimenti può armarsi di santa pazienza e comprarsi il volume intero a pubblicazione terminata, alla modica cifra di 35 dollari per 320 pagine (pensiamoci, la prossima volta che ci lamentiamo di un Romanzo a fumetti a 6 euro).
Se poi contate che un solo capitolo di 120 pagine costa quasi 20 dollari, esattamente la stessa cifra di un volume di Age of Bronze, beh, direi che mi sono spiegata.
Fin qui, non avrei nulla da obiettare: la storia di Anita Blake è tosta e originale. Non la solita storia d'amore tra il vampiro romantico e l'umana. Non la classica storia d'avventura in cui la fanciulla si fa salvare dal cavaliere di turno. Adoro il suo strano legame con Edward, che mi ricorda molto il modo in cui ho impostato il rapporto tra Viola e Stefan. Mi fa molto ridere il modo in cui tratta Jean-Claude, da cui è attratta ma che considera poco più che un vampiro sociopatico.
Insomma, Anita Blake è un giocattolone divertente, almeno fino al nono romanzo. Più in là non ho letto, ma, visti i riassunti degli sviluppi successivi, temo che stiamo degenerando.
Quindi non mi stupisco che l'autrice di Anita stia cercando di sfruttarla in ogni modo: io farei lo stesso, fosse anche soltanto per la soddisfazione di vedere i miei romanzi trasposti in fumetto o in serie TV.
Quello che mi irrita e stupisce è il contesto in cui si sviluppa questa operazione. Prima di tutto, gli albi da edicola sono zeppi di pubblicità: 10 pagine su 22 tavole. E non stiamo parlando della pubblicità di Topolino, messa tra una storia e l'altra: qui la pubblicità è davvero invadente e sgradevole. Tanto più che l'albo non te lo regalano.
Inoltre, il tipo di pubblicità mi irrita e nello stesso tempo mi pare fuorviante: si tratta o di altri prodotti Marvel (e qui ci starei anche) o di giocattoli tipo Big Jim che praticano wrestling o di pubblicità dell'esercito USA. Ma allora a chi ci stiamo rivolgendo? Anita Blake - romanzo è letto principalmente da donne, si presume che il fumetto sia per ragazzini? È solo pigrizia mentale o un consapevole tentativo di allargare il proprio target? E come si concilia il marchio "Adult content" con i giocattoli? E come si conciliano i giocattoli con l'esercito?
Non sto scrivendo queste cose per dire che gli editori di fumetti italiani sono più corretti e attenti alla qualità o per denigrare il pubblico americano.
È solo che, tempo fa, c'era un dibattito in rete: gli e-book possono contenere pubblicità? Se sì, questa dovrebbe abbassare il costo? Ci può essere scelta tra e-book gratis zeppi di pubblicità e e-book a pagamento ma vergini?
Un dibattito del genere ha un senso diverso, se riferito alla nostra realtà o alla loro. Gli americani accettano cose che per noi sono impensabili, salvo poi magari strapparsi i capelli davanti alle conseguenze.
Per esempio: se io conoscessi i fumetti solo tramite l'editoria americana, mi verrebbe da pensare che sono destinati a un pubblico di bambini deficienti. Quindi, se fossi un autore americano che accetta di fare parte di questo sistema, non potrei più di tanto lamentarmi se il mio lavoro venisse svilito.
Certo, leggere 100 pagine di Bonelli o StarComics prive di pubblicità (o al limite con qualche segnalazione di libri da acquistare) cambia completamente la prospettiva. Soprattutto se si pensa che le grandi case editrici in Italia vengono considerate schifosamente commerciali, di contro ai piccoli editori autoriali. Ma che cosa succederebbe, se per poter pubblicare fumetti d'autore StarComics o Aurea mettessero una pubblicità ogni 3 pagine di un bonellide da edicola?
Questo non è una questione che riguarda solo il mondo del fumetto: teniamola a mente anche quando parliamo di marketing in generale e del fenomeno dei blog professionali.

venerdì 21 gennaio 2011

Non capisco

Avvertenza: questo è un post di seghe mentali narrative, pieno di spoiler. Quindi, se non siete interessati e passate oltre, avete tutta la mia comprensione.


Come avrete intuito dal mio ordine Amazon, sto leggendo il ciclo di Troy di David Gemmell. Non sono una grande fan del fantasy, ma conoscevo Gemmell per avere letto 5-6 anni fa uno dei suoi pochi romanzi autonomi (ovvero non facente parte di una saga o di un ciclo), "Eco del grande canto". Mi era piaciuto abbastanza, nonostante fosse più nelle mie corde adolescenziali che in quelle adulte: un bel drammone di avventura con condimento di amore, valore, amicizia e altri valori altisonanti.
Quindi, uno scrittore così mi sembrava adatto a ri-raccontare la guerra di Troia. Mi sbagliavo.
Già la recente rilettura dell'Iliade avrebbe dovuto suggerirmelo: Omero è molto meno retorico di quanto ci ricordiamo (probabilmente colpa della traduzione di Vincenzo Monti). Sotto gli strati del linguaggio epico e dei suoi tic (gli epiteti, gli elenchi, le divagazioni), i personaggi di Omero emergono nella loro verità. Sono eroi in battaglia (ma molto meno di quanto ci aspetteremmo, abituati come siamo a supereroi e videogiochi), ma nella vita di tutti i giorni sono esseri umani che cercano di fare del loro meglio. Sono persone dai rapporti poco complicati, che vivono a tutto tondo la loro umanità. Probabilmente ciò è il risultato del fatto che la società di allora era ancora molto semplice e poco stratificata: parliamo di un tempo in cui il principe Anchise da ragazzo faceva il pastore e i lavori specializzati spesso erano appannaggio di chi non poteva fare altro (i ciechi diventavano aedi e gli zoppi facevano i fabbri o i vasai). Parliamo di un tempo in cui, non potendo andare alla fiera del bianco a comprare la biancheria di casa, regine e popolane tessevano e cucivano ciò che serviva.
Nel mondo di Omero, gli stereotipi del nostro tempo sembrano sfumare l'uno nell'altro. Ettore è un forte guerriero, ma non si vergogna di essere tenero con suo figlio né si fa problemi a rimproverare suo fratello Paride. Achille è un eroe, ma si impunta per una questione d'onore e si abbrutisce fino alla follia per la morte di Patroclo (salvo poi intenerirsi di fronte a un padre che lo implora di restituirgli il cadavere di Ettore). Insomma, nessuno sembra essere troppo stretto nella sua figurina.
Altra cosa importante: nel mondo di Omero, la gente vive nel presente. Paride è stato abbandonato perché un indovino disse che avrebbe portato rovina a Troia, ma non lo rinfaccia a nessuno. Elena è l'unica che ogni tanto ravana nel passato, chiamando se stessa "cagna" e ricordando di essere la causa della guerra, ma Ettore la tratta come se niente fosse, tanto sa benissimo che son tutte scuse per attaccare Troia. Se sono stati fatti degli errori, la gente cerca di rimediare superandoli: la sega mentale è bandita.
Forse è per questo che gli angloamericani sono geneticamente inadatti a raccontare le vicende omeriche: se non c'è un'infanzia triste o un conflitto col padre, lo scrittore/sceneggiatore angloamericano non si sente soddisfatto.
Ed ecco che in Gemmell Anchise si trasforma da saggio paterfamilias, custode di Lari e Penati, in spietato padre manipolatore, che disprezza Enea e cerca di farlo uccidere, lasciandoci lui le penne. Perché? L'eroe non poteva voler bene a suo padre e aver avuto un'infanzia felice? Evidentemente no. Va' a capire perché.
Stesso discorso con Priamo, che diventa un re avido e furbo, odiato (a ragione) da quasi tutti i figli tranne Ettore. Ci sta che tra tutti quei figli ce ne fosse qualcuno che tramava, ma perché dovergli dare anche la giustificazione morale / affettiva? Anche se Priamo fosse stato buono e gentile, era assolutamente plausibile che uno dei suoi figli minori o bastardi cospirasse contro di lui, per avere il potere.
Poi, altra cazzata suprema che piace tanto agli angloamericani: il matrimonio d'amore. Se vuoi vedere due che si sposano per amore, ambienta la tua storia nel XX secolo o in un mondo di fiaba. Nel 1200 a.C., ci si sposava per procura e nessuno aveva niente da obiettare. L'amore veniva dopo, se era il caso. Se no, ci si consolava con i figli.
Invece Enea giura che non si sposerà se non per amore. Ulisse ed Ecuba gli accennano al fatto che l'amore non è previsto prima del matrimonio, ma lui si comporta come un adolescente (vedi alla voce Twilight). Poi si innamora di Andromaca.
E questo mi dà l'occasione di dirvi l'ultimo motivo per cui non mi piace l'operazione di Gemmell: si comporta come uno scrittore di fanfiction. Non rispetta il vero spirito delle vicende omeriche e della mitologia greca, né cerca una verità storica al di là del mito (come invece mi dicono faccia The Age of Bronze). Usa i personaggi di Omero come figurine, rimescolandone e spesso rovesciandone specularmente le caratteristiche. Anche in cose minime, tipo rendere biondo un Ettore che Omero ci descrive come moro.
È un giochino che ci sta, ma a questo punto perché non trasferirlo del tutto su un piano di pura invenzione? Perché mantenere il riferimento alla guerra di Troia, quando ormai hai stravolto tutto? La storia in sé non è brutta né scritta male. Però, leggendo quei nomi familiari, mi sento come se qualcuno un giorno raccontasse la storia della mia vita cambiando i miei sentimenti e le mie relazioni con tutte dico tutte le persone che ho conosciuto. Per carità, quando sarò morta chiunque potrà dire qualunque cosa su di me, ma mi scoccerebbe se raccontassero che ho avuto una relazione lesbica con la mia maestra di danza e che disprezzavo mio marito: se vuoi raccontare la storia di una che ha avuto certe vicende, non usare il mio nome perché questa non è la mia storia.
Comunque penso che nemmeno gli dei abbiano gradito l'operazione di Gemmell, che è tristemente morto in modo abbastanza simile a quello che i Greci chiamavano "il dardo di Apollo". Scherza con i fanti...

lunedì 17 gennaio 2011

Vendere gioia

Ieri ho fatto un'esperienza molto bella: ho lavorato a un chioschetto che, all'interno di Eataly, distribuiva assaggi dei formaggi dell'azienda dove lavora Luca. Eravamo in 4: lui ed io, il titolare e la moglie.
Abbiamo venduto tantissimo (ma pare che in questo genere di promozione si venda 5 volte di più del normale), abbiamo parlato con un sacco di gente e abbiamo scoperto un mondo che mi era stato nominato più volte, ma che avevo solo sfiorato.
Per chi non lo sapesse, Eataly è una specie di superstore della gastronomia di qualità, legato ai presidi Slow Food e a iniziative di promozione dei prodotti tipici e genuini. Da pochissimi giorni, Eataly vende anche i formaggi delle Cascine Orsine ed è per presentare i nostri prodotti che ci è stata data la possibilità di promuoverli nello scorso weekend.
Eravamo posizionati ovviamente nella zona salumi&formaggi, al confine con la zona della carne e con una buona visuale sul banco delle verdure.
Ecco, io non so chi sia Farinetti e perché al proprietario dell'acqua Lurisia possa convenire mettere su Eataly invece di vendere tutto alla prima multinazionale e andare a godersi i soldi alle Bahamas. E non voglio neppure stare a speculare sul giro d'affari di Slow Food, di cui condivido la filosofia di fondo ma non sempre il modo in cui viene attuata, tantomeno le battaglie.
Mi limito a raccontarvi quello che ho osservato ieri e a spiegarvi perché mi sono sentita bene, nonostante le 6 ore in piedi e la sfacchinata di andare e venire da Torino in 24 ore con figli a carico (gentilmente babysitterati dai nonni locali).
La mia prima impressione, entrando nel negozio alle 10 del mattino, è stata di serenità e armonia. Mutatis mutandis, lo paragonerei a IKEA: una comunicazione pacata, la cura del dettaglio anche nel disporre le cipolle, la spiegazione delle scelte aziendali (per esempio, quella di non mettere il numerino al banco dei formaggi).
La seconda impressione, data dal giro di "perlustrazione" prima che cominciasse ad arrivare il grosso della gente, è stata quella di essere nel paese dei balocchi: che bella carne, che bel pesce, che belle verdure, quanti formaggi, che figata l'angolo dei libri (alcuni tra l'altro molto economici, nonostante fossero rilegati), oddio quanti utensili meravigliosi, impazzisco per la gazzosa e il chinotto della Lurisia, che profumo dall'angolo pizze e focacce, il chioschetto della gelateria San Pè.
Poi abbiamo cominciato a darci sotto con assaggi e vendite: tra le 10.30 e le 12.30 c'è stato un afflusso pazzesco di gente, sembrava che tutti volessero i nostri formaggi. Credo che, se avessimo messo all'asta le ultime vaschette di spettinato o l'ultima fetta di nostrano, le avremmo vendute per una bella cifra.
Il contatto con la gente è stato di due tipi: da un lato i clienti e dall'altro i dipendenti di Eataly. Questi ultimi erano tutti mediamente giovani e davano l'impressione di trovarsi proprio bene a lavorare lì, nonostante fosse domenica: sorridenti, gentili, non mancavano mai di scambiare due parole con i clienti (tipo la ragazza del banco verdure, vedendomi tirare fuori la borsa-palla di Decathlon: "Che figata! Dove l'hai presa?"), sembravano formare una squadra affiatata. Mi hanno ricordato il clima che si respirava nel mio master o nel mio primo posto di lavoro.
I clienti non mi sono sembrati molto diversi da quelli che vedo nei supermercati, ma con una differenza: tutti i loro bambini, da neonati a grandicelli, mi sono sembrati educatissimi, contenti e curiosi. Un'atmosfera molto diversa da quella dei bambini lagnosi trasportati nei carrelli della spesa al Bennet o all'Esselunga. Insomma, erano bambini in grado di non risvegliare l'Erode che c'è in me, nonostante fosse quasi ora di pranzo (e quindi un po' di nervosismo poteva starci, da parte mia e loro).
All'ora di pranzo, attirata da una tagliata bellissima, ho insistito brevemente con Luca per andare al ristorantino della carne. Io ho preso la famosa tagliata (ottima, ma secondo me di qualità leggerissimamente inferiore a quella delle Cascine Orsine) e ho molto apprezzato che fosse accompagnata non da una foglia di insalata simbolica, ma da qualche patata arrosto e da una bella insalatina di valerianella (volgarmente detta "galinetta" in dialetto pavese). Luca ha preso il goulash, ma ne è stato un po' deluso (abituato ai miei stufati e spezzatini, l'ha trovato un po' duretto).
Alla fine della giornata, mi sono ritrovata a pensare di aver sbagliato tutto il mio percorso professionale: forse non sarei tagliata per produrre cibo, ma venderlo è veramente il mio mestiere. Lo vedo come una missione, perché vendere buon cibo significa garantire agli altri un momento di piacere e di gioia.
E mi sono ritrovata a pensare con nostalgia alla macelleria di mio nonno.