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martedì 25 maggio 2010

Mamma che serata

Avvertenza: chiunque dovesse essere in disaccordo con questo post sappia che non è il caso di mandarmi accidenti, perché la sorte ci ha pensato prima di voi. Due vomiti notturni di Amelia dovuti alla tosse mi sembrano una punizione sufficiente. No?

Non ho mai scritto recensioni per lavoro. È una delle poche cose che non ho fatto, insieme alla prostituta e alla vendita porta a porta (anche se quest'ultima l'ho sfiorata a 20 anni).
Penso però che non si possa prescindere dal raccontare che ero in ottima compagnia di molte/i blogger, alcune/i già conosciute/i e altre/i incontrate/e per l'occasione. E meno male, perché Luca è dovuto rimanere a casa con i bambini: Amelia tossiva troppo per lasciarla a una baby sitter, per quanto di fiducia.
Quindi la serata è cominciata sotto i migliori auspici, con sane chiacchierate tra amici. Alla faccia di chi dice che gli internettomani sono asociali e chiusi nel loro mondo: provate a mettere insieme una ventina di blogger e misurate i decibel della conversazione e delle risate.
Poi è cominciato lo spettacolo. Ve lo dico subito, così ci togliamo da ogni equivoco: ho riso, e anche tanto, ma mi aspettavo di più.
Intendiamoci: Teresa Mannino è molto brava, anche nell'improvvisare, e, se si dovesse replicare, vi consiglierei di vedere lo spettacolo.
La prima parte poi è stata abbastanza originale: era quella prevalentemente dedicata alla maternità ed è stata quella in cui la Mannino ha interagito maggiormente con il pubblico.
La seconda parte è diventata più "già vista", con pezzi di recupero dai precedenti spettacoli e l'obiettivo più puntato su aspetti più staccati dalla maternità.
Sono stati usati i contributi dei blogger? Secondo me troppo poco, soprattutto alla luce del fatto che alcuni pezzi sono stati proprio riciclati da spettacoli precedenti, mentre c'era molto materiale nuovo. Probabilmente una questione di tempi stretti.
Si è veicolata la nuova idea di maternità? Sì e no. Sì perché comunque non si è scivolati nel sentimentale del tipo "quello che vi ho raccontato è solo una parte, ma essere mamma è stupendo, magnifico, eccezionale, ecc.". No perché sono stati usati (soprattutto alla fine) un po' i soliti stereotipi sulla donna imbranata alla guida, l'uomo interessato solo agli aspetti ludici, ecc.
È stata una colossale operazione di marketing? Beh, sì, anche se alla fine, su 21 blogger all'uscita, non ce n'era una a cui servisse un pacco di pannolini Newborn con cappellino da neonato (le salviettine sì, non sono mai abbastanza!). E quindi oggi molti nidi e neonatologie si vedranno donare diversi pacchi di pannolini che a noi non servono più, e non portate sfiga.
San Babila offre un adeguato dopoteatro? Manco per idea. Siamo finiti in piazza San Carlo in un bar dove una coca cola costa 5 euro, a farci trattare come manco a Roma nelle trattorie della parolaccia. Per fortuna, nonostante il cameriere fosse una specie di Ivan Drago desideroso di chiudere al più presto, la compagnia di nuovo ha avuto un effetto benefico e il chiacchiericcio ancora di più.
Poi, tornata a casa, ho capito dal cesto della biancheria che Amelia aveva vomitato. Luca era ancora sveglio dopo l'ultimo tristo episodio e io mi sono sentita in colpa da morire a lasciarlo solo. Stamattina espierò portando Amelia dalla pediatra e poi nel pomeriggio andremo dall'otorino.
Mamma che vita!

mercoledì 14 aprile 2010

Il blog ci guadagna?

Come dicevo all'inizio dell'avventura, questo blog ha solo un anno, ma la mia permanenza nella blogosfera risale al 2004.
Su Splinder non c'erano ancora né titoli né categorie, non potevi caricare immagini o contenuti multimediali (li dovevi mettere su siti esterni e poi linkare), Internet era ancora un covo di pervertiti e nerd per la maggior parte della gente.
Eravamo in pochi, le donne non erano in così netta maggioranza, i nostri blog avevano grafiche spesso un po' naif e bastava una cena per incontrarci, altro che BarCamp. E sì che io non sono stata proprio della primissima ora: c'era gente che postava da uno o due anni prima di me (e che purtroppo oggi non scrive quasi più).
Perché scrivevamo? Alcuni di noi già vedevano il blog come una vetrina della propria attività lavorativa (magari erano giornalisti o lavoravano nella comunicazione), ma i più lo usavano come diario online, più o meno intimo. Per me, era una specie di "almanacco delle cose buffe" (soprattutto quelle che nascevano dalla recente convivenza con Luca). Per altri/e, era più un taccuino degli appunti e/o un mezzo di comunicazione con amici sparsi in tutto il mondo e/o un diario quasi segreto. In buona sostanza, per quasi tutti era un hobby, al pari della danza o della lettura o della palestra: era già buono che fosse gratis.
Poi il fenomeno è esploso, ci siamo trovati nel Web 2.0. Siamo diventati un fenomeno di costume e un target di mercato. Ci siamo divisi in categorie, a seconda dell'argomento trattato.
Io, che nel frattempo avevo figliato ma non avevo cambiato di una virgola l'impostazione del mio blog, mi sono ritrovata nella categoria "mommyblogging". Se pensate che nella stessa categoria ci sono anche "mammadolcecuore" e "darklady72", capite già quanto sia sciocco pensare che esista davvero questa categoria e che sia omogenea.
Perché le mamme blogger hanno cominciato ad essere interessanti per le aziende? Perché le statistiche dicono che le donne decidono gli acquisti di una famiglia: da quelli minuti (come la spesa settimanale) a quelli importanti (tipo che l'80% delle volte è la donna ad avere la parola finale sull'acquisto dell'auto di famiglia).
Improvvisamente, da mezze casalinghe un po' sfigate, veniamo portate in palmo di mano come illuminate capitane di'impresa, esperte di gestione economica, maghe dell'acquisto intelligente.
Qualcuno ha cominciato a proporre alle mamme blogger banner da esporre, prodotti da provare, scambi di link. C'è stata pure una famosa conferenza stampa di Danone che scatenò l'irritazione di molte (io non ero invitata, per fortuna: perché ci sarei andata con mio marito, noto oppositore di Actimel e similari, che avrebbe posto domande molto circostanziate all'esperto, dal momento che è esperto anche lui).
Alcune persone, disgustate, hanno proprio lasciato perdere. Altre, nella prospettiva probabilmente di ripagarsi i costi, hanno accettato qualche banner qua e là. Altre ancora hanno visto una concreta opportunità e hanno detto: se le aziende vogliono entrare in contatto col Web 2.0 e sono però troppo imbranate (o mal consigliate) per farlo, perché non le aiutiamo noi? È nato così il progetto The Talking Village, che ho seguito fin dal primo momento perché mi piaceva la filosofia: cercare di influenzare la comunicazione (e magari i comportamenti) delle aziende dal basso, attraverso il contatto con un gruppo di portatori di determinate istanze.
Faccio un esempio: il primo incontro l'abbiamo avuto con Barilla. La prima cosa che abbiamo detto nell'incontro è stata: basta con l'immagine della famiglia da Mulino Bianco. Già il loro team di creativi si stava muovendo in questa direzione, per carità, però credo che parlando con noi (e leggendo questo post di Piattini) si siano fatti un'idea di dove andare. O meglio, di dove NON andare più.
Qualcuno ha detto di essere stato deluso, perché dopo aver scritto per 5 settimane nei diari delle Spighe non ha ricevuto un feedback. Qualcuno ha detto che tutto si è risolto nello sfruttamento (!) delle povere blogger per un tozzo di Spiga. Io dico che mi sono divertita, ho visto il marketing di una grande azienda da vicino, ho preso qualche caloria di troppo e i risultati li vedo ogni volta che vedo una pubblicità Mulino Bianco o che trovo qualche iniziativa innovativa come questa.
Nessuno mi ha chiesto di pubblicizzare l'iniziativa, nessuno ha creduto di sfruttarmi come opinion leader. Mi dispiace di non aver dato più rilievo all'iniziativa quando ho partecipato, ma era la mia prima esperienza e non sapevo bene come gestirla.
Nel frattempo, ho continuato a pubblicare le mie ricette di biscotti, plumcake e dolci. Ho continuato a dire la mia su tutto ciò che mi veniva in mente. Ho continuato a vedere entrambi i miei blog come luoghi di piacere e non di lavoro o guadagno.
La mia di blogger non è una professionalità. Scrivo bene, lo so benissimo, ma resto una brava dilettante. La mia professionalità è altrove, sebbene sempre nell'ambito della scrittura e della comunicazione.
Mi stupisco invece che alcune (molte?) blogger, che oltretutto non hanno una formazione paragonabile alla mia, credano di poter usare il proprio blog per guadagnare.
Ancora ancora se si tratta di un blog che rispecchia la loro formazione e le loro abilità. Tipo: sono un'artigiana che confeziona oggetti di un certo tipo e uso il blog per mettere online le foto dei miei lavori, proporre un listino e segnalare i miei contatti. Esempio: Fux, che seguo quasi sempre in silenzio ma riscuote la mia ammirazione.
Oppure se si tratta di un blog di supporto a un'attività reale, tipo quello della Farmacia Serra di Genova, dove consigli e segnalazioni su prodotti in vendita si alternano a informazioni utili, news su Genova e/o sul mondo delle mamme, racconti quotidiani, ecc.
Se invece si tratta di mettere in piedi un mommyblogging all'americana e vivere sul rapporto con le aziende, lo ritengo poco realistico. Ma proprio molto poco.
Soprattutto, però, non mi interessa.
Qualcuno mi dirà: ma come? Tu che ti sei venduta per un pacco di pannolini? Oh, molto peggio: mi sono regalata, perché di pannolini non ne ho visti né richiesti nemmeno uno, e oltretutto credo che la scorta di pannolini LIDL che mi sono comprata tempo fa mi coprirà fino allo spannolinamento di Ettore.
Mi sono regalata un'esperienza interessante, che difficilmente avrei potuto vivere altrimenti. Nessuno mi ha chiesto un'opinione sullo sponsor o sui suoi prodotti, altrimenti avrei risposto adeguatamente. Oltretutto, sono ancora qui a chiedermi se il guadagno dello sponsor sia poi così imponente, a fronte dell'aver speso un bel po' di soldini per mettere in moto la macchina di Zelig e dei teatri milanesi: non faceva prima a girare uno spot molto carino e farlo circolare su Youtube? Evidentemente gli interessa un lavoro di più ampio respiro, che può riscuotere solo la mia stima come tutti i progetti lungimiranti, volti a "preparare" il terreno presso i consumatori.
(A questo punto, sponsor, una preghiera: per essere veramente lungimirante, leggiti i commenti di questo e questo post, grazie. Così, tanto per tenerti informato proprio su tutto il mercato possibile.)
Pare però che la mia posizione sia di minoranza. Che le mamme blogger ritengano di poter fare del proprio blog un lavoro e per questo pretendere dalle aziende il giusto salario. OK, provateci, vi auguro ogni bene. Ma io non mi illuderei: credo che solo poche, altamente preparate e selezionate, possano aspirare a tanto.
In questo clima, è inevitabile che l'aver messo di mezzo i soldi (veri o presunti) abbia alzato i toni e reso le polemiche più aspre. I posti in cui si può esprimere la propria opinione senza dubitare della buona fede del tenutario o senza essere aggrediti dalla parte avversa (intesa come allattanti vs non allattanti, pro marketing vs contro, ecc.) stanno diventando sempre meno (grazie momatwork, per esempio, da te si parla sempre con grande tranquillità e senza ipocrisia anche di questioni che altrove sono spinose). Mi sembra che ci sia una corsa all'assolutizzazione delle posizioni, al voler dividere tra buoni e cattivi (magari più sulla base delle interpretazioni che dei fatti), al tenersi d'occhio reciprocamente per evitare che l'altro arrivi prima di me. Temo si scivoli nel pollaio o, peggio, nei combattimenti di polli, come è successo in molti forum.
Ecco, da questo punto di vista il blog non ci guadagna. Ma proprio per niente.

sabato 10 aprile 2010

Ogni volta

Qualcuno potrebbe dire: ma accidenti, ci devi raccontare proprio tutte le volte che ti incontri con le altre blogger? Non te lo puoi tenere un po' per te?
Anche no. Per due motivi:
1 - è stato un pomeriggio bello e divertente, in cui ho imparato un sacco di cose
2 - quando si incontrano persone in gamba, dedicate a un progetto intelligente, vale sempre la pena di segnarselo.
Ora vi svelo l'arcano: le blogger del progetto Mammacheridere Lab hanno finalmente incontrato di persona gli altri attori coinvolti nel progetto, ovvero lo staff dell'agenzia di comunicazione, lo sponsor e il team creativo che trasformerà i nostri post in uno spettacolo.
OK, lo confesso: a me incontrare le aziende piace. Forse perché mi ricorda la mia vita precedente, o forse perché nella mia vita precedente non potevo rapportarmi con tanta libertà (fosse mai che perdi il cliente). O forse semplicemente perché mi piace molto andare a vedere come lavorano gli "altri", nel senso di tutti quelli che fanno lavori diversi da quelli che ho fatto io.
Quindi, già essere lì per me era una goduria. Se poi contiamo che gli interlocutori erano simpatici e brillanti, potete immaginare.
Non pretendo di fare una cronistoria della giornata, non penso spetti a me. Mi piacerebbe però fissare alcuni particolari che mi hanno colpita.
Per esempio, mai mi sarei immaginata che il giovane creativo seduto accanto a me fosse un papà. Con la mia solita delicatezza, mi sarebbe venuto da dirgli: ma se sei appena diventato maggiorenne! E invece...
Oppure, mi sarei aspettata un approccio più formale da parte del rappresentante di Huggies, che invece si è presentato in modo simpatico e disinvolto, disponibile al dialogo ma forse più in veste di ascoltatore.
Oltretutto, la mia esperienza (quella breve di blogger e quella antica di content manager) mi aveva insegnato che in incontri del genere si spende qualche parola sull'azienda e sul prodotto. Invece ieri Huggies è stata nominata solo in relazione con la sua immagine e con le precedenti campagne pubblicitarie basate sull'ironia (io lo spot del bambino-geyser me lo ricordavo, ma non lo collegavo ormai più ad Huggies). Anzi, si è parlato più di spannolinamento (a che età, con quali modalità, ecc.) che non di pannolini!
L'ultima cosa che mi è piaciuta moltissimo è stata imparare come funziona la creazione di uno spettacolo di cabaret e vedere l'autrice in azione.
Per mia natura, sono appassionata di ogni forma di scrittura, anche se non penso di praticarla. Il teatro, in particolare, mi è proprio estraneo, non ci ho mai pensato neanche lontanamente. È stato interessante capire come il comico interagisce con gli autori, a cosa servono gli autori se già il comico scrive le proprie battute, come vengono testati i pezzi (guardate qui, voi che potete uscire durante la settimana senza crollare di sonno), come si arriva sul palco di un teatro. Sono tutte cose che non sapevo, così come non avevo neppure idea che esistesse una tecnica ben precisa di scrittura (OK, me lo potevo immaginare ma non me lo ero mai chiesto).
Ad un certo punto, poi, l'autrice (che, da quello che ho capito, è più una specie di editor dei testi del comico che non un autore ex novo) ha preso in mano la situazione e ha cominciato a elencare i temi (quelli ufficiali e altri), chiedendoci se pensavamo che funzionassero e se credevamo ci fosse materiale sufficiente. Ha saputo tenere testa al nostro brainstorming (più storming che brain), senza essere sopraffatta dalle nostre voci. Ha preso appunti, ha fatto domande, ha tratto conclusioni. Con un polso e una professionalità sorprendenti, soprattutto dal momento che il suo atteggiamento e il suo aspetto non erano certo quelli di una donna di potere (e anche per questo l'ho apprezzata).
Poi, per carità, ci sono anche i momenti informali legati alle chiacchiere tra persone che non si vedono spesso o non si erano mai viste prima, e che ogni volta confermano l'impressione avuta tramite web.
Mi ha fatto molto piacere incontrare Yeni Belqis, che avevo visto incinta quindi potete immaginare quanto tempo era passato dall'ultima volta. Ho rivisto con molto piacere le blogger milanesi, a cui avevo recentemente dato buca in un'altra occasione. Ho reincontrato Wonder, sfiorata nel primo MaMCamp milanese. Ho conosciuto Paola di Margherita e il Lappio, Silvia di Genitori Crescono e Paola di Erounabravamamma. Mi è dispiaciuto che BStevens non abbia fatto la magnifica follia di portarsi dietro Puk.
Poi suonano i rintocchi dell'ora di cena e tutte noi via, verso le nostre case. Senza sentirci delle Cenerentole: piuttosto rientrando nei panni delle nostre identità quotidiane, come nei fumetti DC e Marvel. Con una differenza: Superman e l'Uomo Ragno non si divertivano tanto come noi.

venerdì 2 aprile 2010

La sfiga ci vede benissimo

Rispondendo a un commento di Ondaluna, mi sono resa conto di quante volte, ultimamente, piango per un film. Spesso per un cartone animato. Io che prima del 2005 avevo pianto solo per Nel nome del padre, mica per Ghost o Scelta d'amore!
Ho cominciato con la serie TV di Lilo e Stitch, ogni volta che saltava fuori la storia dei genitori di Lilo (che non ci sono più, penso per un incidente). E ovviamente in Lilo e Stitch 2 singhiozzo.
Poi c'è stata l'Era Glaciale, in cui la mamma si butta da una cascata per salvare il bambino dalle tigri. Non parliamo di Nemo, in cui la mamma si sacrifica nella prima scena.
Da lì La Gabbianella e il Gatto ha avuto gioco facile: ogni volta che vedo la sequenza della morte di Kenga, mi nascondo in bagno per la vergogna.
Piango per i genitori della Bella Addormentata che devono affidarla alle tre fatine, e poi mi incazzo perché, se una strega maledicesse mia figlia, andrei a cercarla ben prima del principino di turno.
Sono stata capace di piangere per uno sceneggiato con Neri Marcorè e per diverse puntate di vari telefilm idioti ma con mamme come protagoniste.
Oltre a piangere, faccio anche gli scongiuri: la mamma è il personaggio con le più alte probabilità di morire giovane, e io sono una mamma che vorrebbe vivere a lungo!
Mi dicono che l'unica soluzione è staccarmi dallo stereotipo di mamma angelicata e diventare una strega (cosa che peraltro non mi riesce per niente male): l'erba grama non muore mai!

giovedì 25 marzo 2010

La femme publique

Quelli che... ti toccano la pancia perché porta fortuna. Toccati la tua!
Quelli che... ti raccontano i loro 5 parti, di cui uno sotto le bombe ai tempi della guerra e uno sul tavolo della cucina con emorragia. E io che non ho neanche visto l'Esorcista in versione integrale per non impressionarmi...
Quelli che... ah povera bambina, dentro il marsupio non avrà caldo/freddo/tiepido? Se dorme e non protesta...
Quelli che... ah, non per farmi i fatti suoi! Beh, certo, è evidente!
Quelli che... ah, si vede proprio che le dà il suo latte! Sì, mio nel senso che l'ho comprato con i miei soldi.
Quelli che... ah, è incinta del secondo? No, ho fatto pratiche sadomaso con un'anguria.
Quelli che... mia nuora non lo vuole il secondo, la convinca lei! Si sta rivolgendo proprio alla persona giusta!
Quelli che... ah, che bello, fa la coppietta! Così poi li incrocio e metto su un allevamento?
Quelli che... non sei gelosa del fratellino? Mah, adesso che me lo chiedete tutti, un dubbio mi viene...
Quelli che... guardi che il bambino ha il sole in faccia, non potrebbe camminare all'indietro? Sì, e potrei anche ruotare la testa di 180° come nell'Esorcista.
Quelli che... quando fate il terzo figlio? Ma vaff...!


martedì 23 marzo 2010

Io e i miei bambini

Ci sono bambini che, appena nati, li guardi e pensi "oddio com'è bello/a".
Ci sono bambini che, appena nati, li guardi e pensi "tutta questa fatica per questo coso qui?".
Ci sono bambini che mangiano con moderazione e si autoregolano come se sapessero leggere le tacche sul biberon.
Ci sono bambini che a 3 settimane ti fanno pensare a come risparmiare per nutrirli nell'adolescenza.
Ci sono bambini che, quando ricevono complimenti, sorridono.
Ci sono bambini che, quando ricevono complimenti, rigurgitano.
Ci sono bambini che, quando fanno la cacca, cinguettano e ridono.
Ci sono bambini che cinguettano e ridono sempre, tranne quando hanno fatto la cacca.

E ci sono mamme che, al di qua della corazza di ironia che si sono forgiate, li guardano entrambi e si sciolgono di tenerezza.

lunedì 22 marzo 2010

La mamma del bradipo

È che una pensa: fatto un figlio, fatta tutta la fatica. E invece prima o poi bisogna tirar fuori anche il secondo: nell'arco di due anni il teletrasporto neonatale non l'hanno inventato. L'epidurale, a parte che il mio ospedale non la passava, manco a parlarne: mi fa più paura l'idea di un ago nella colonna vertebrale che quella di partorire un bufalo con tutte le corna.
Insomma, arriva anche il fatidico travaglio del secondo. Se nel primo eravamo potuti andare in ospedale zitti zitti, senza avvisare i futuri nonni, per il secondo ci tocca: mica possiamo portarci Amelia in sala parto.
Intanto che aspettiamo i miei, preparativi di rito. Accidenti, ricordavo che faceva male, ma speravo che al secondo parto ne facesse di meno!
Arrivati in ospedale e trovato un parcheggio (ché sembra una cazzata, ma, anche se si arriva a mezzanotte, si rischia di partorire in macchina mentre cerchi parcheggio), entriamo nel blocco parto col passo consumato di chi ormai sa.
Mi accoglie un'ostetrica materna e gentile, tutta tonda. Mi offrono un tè, quasi mi verrebbe da prendere i biscotti ma mi ricordo della pizza al gorgonzola. Dopo un paio di battute, l'ostetrica gentile mi dice: secondo me, per te ci vuole la Daniela. E mi porta l'ostetrica del mio primo parto. Le salterei al collo, ma un po' le contrazioni un po' il residuo di dignità mi trattengono.
Decidiamo che la posizione meno dolorosa è sulla sedia da parto (detta anche "il trespolo"), con Luca accanto a me a tenermi la mano. Dopo un paio d'ore, chiedo a Daniela di quanto sono dilatata. E lei mi dice: strano che tu non lo senta, sei dilatata al massimo. Non faccio in tempo a dire di andare in sala parto, che mi parte una contrazione tipo possessione diabolica, una compulsione irresistibile a spingere mai provata.
Io, che sono ancora seduta sul trespolo, mi appendo al braccio di Luca. L'ostetrica fa apparire dal nulla tutto il necessario per accogliere un neonato lì per lì. Io mi stendo nel vuoto, col solo appiglio del braccio di Luca, e inauguro la moda del parto aereo, prendendo spunto dalla ripetuta visione di documentari sui bradipi.
Beh, è probabile che il mio secondo figlio, viste le modalità del parto, si sia calato un po' troppo nella parte: mangiava e dormiva e defecava nella migliore tradizione bradipesca.
Partorire da bradipo è dura, ma i risultati non sono male.

giovedì 18 marzo 2010

Il buffo evento

Giunge un giorno, nella vita di una donna, che è difficile da dimenticare. Anzi, di solito è una notte.
Tipicamente, una notte che segue una sera in cui hai cenato con una pizza al gorgonzola e meringata al cioccolato. Innaffiandole con una birra media.
Ti sei lavata e messa la camicia da notte: non vedi l'ora di farti una bella dormita tra le lenzuola profumate di bucato. E ti parte la prima contrazione.
Tuo marito, che è in piedi dalle 6 del mattino e non desidera altro che chiudere gli occhi, accenna a girarsi dall'altra parte fingendo che sia un crampo. E invece, 5 minuti dopo, un'altra contrazione. Vacca.
Le contrazioni continuano mentre ti fai la doccia e ti asciughi. Anzi, nel tempo che ci metti per essere pronta, gli intervalli si accorciano a 2 minuti.
E tu pensi: che figata, se sono così ravvicinate vorrà dire che mi dilaterò in fretta.
Invece, appena arrivata in ospedale, scopri di essere dilatata di 1 cm. Un pulcioso centimetro.
Ci metterai 10 ore a dilatarti completamente. Nel frattempo tu e tuo marito avrete un sonno atroce, tu farai in tempo ad invocare tutti i metodi di analgesia compresa la morte e l'ostetrico gentile smonterà dal turno.
Lo sostituisce un'ostetrica tosta ed energica, che si presenta dicendoti che i suoi 2 figli sono nati di 4,5 e 4,3 kg e li ha partoriti con parto naturale. E tu, che ormai hai perso da un pezzo ogni ritegno, esclami: sono in mano a una pazza!
Quella pazza ti guida nelle spinte finché non vede la testa di tua figlia e a quel punto andate in sala parto: tu a piedi nudi, lei tenendoti una pezza tra le gambe per evitare che Amelia si perda per la strada.
Quella pazza fa nascere la tua prima figlia presto e bene, conquistandosi la tua eterna gratitudine e il diritto di ricamarti la patata.

All'uscita dalla sala parto, trovi 3 persone ad aspettarti:
- la tua ginecologa, che si complimenta con te per il parto da manuale (dell'Inquisizione?)
- tuo marito, che si addormenta all'istante sulla sedia
- tua figlia, che ti rapisce il cuore a tradimento.

E da quel giorno capisci che la tua vita non sarà più la stessa. E che per un po' sarà meglio evitare la pizza al gorgonzola.

Non ci resta che ridere

Cinque anni fa, in una cascina lontana lontana, un uomo e una donna unirono una laurea in Biologia e un master in Scienza e Tecnologia dei Media per interpretare un test.
Dopo aver concluso che il test era inconfutabilmente positivo, avvisarono i parenti e gli amici.
Il papà di lei, informato che sarebbe diventato nonno, equivocò e credette che fossero nati i gattini della Bianca, la gatta di casa.
Il papà di lui evitò lo svenimento solo perché era in tram.
E lei, che era una blogger, diventò una mammablogger.

Cinque anni più tardi, quella neomammablogger avrebbe incontrato altre mammeblogger e insieme, col patrocinio di Huggies (sì, quello dei pannolini), si sarebbero messe a scrivere per uno spettacolo teatrale. Comico, naturalmente.
Dal momento che noi mammeblogger siamo tutto tranne che esclusive, anche voi potete far parte di questo progetto, se lo desiderate.

Le regole del gioco sono:

- da oggi fino al 7 aprile su 10 blog troverete dei post contrassegnati dal banner con la manina che vedete qui sotto. Questi post avranno come tema la maternità nelle sue diverse declinazioni.

- ogni volta che vedete il banner sappiate che commentare paga! Commentate raccontando il vostro aneddoto, legato a uno dei temi che troverete postato. Tra i commenti più divertenti (da chiunque scritti, non solo da blogger) ne selezioneremo uno a settimana e l'autore del commento vincerà una fornitura di pannolini. Quando commentate, ricordatevi di lasciare l'email, nello spazio previsto, o non riusciremo a contattarvi per spedire il premio; scrivete pure la taglia di pannolini di cui avreste bisogno.

- chi invece si sente più creativo e ha un suo blog potrà compilare il form di partecipazione all’interno della sezione http://www.huggiesclub.it/mammacheridere e chiedere di collaborare all’operazione. Nel sito troverete tutta la dinamica, compresi i temi scelti.

- oltre a vincere pannolini, entro il 2 aprile, i 5 blog più divertenti potranno essere selezionati per entrare a far parte del gruppo dei 10 partner. Le 15 blogger/co-autrici verranno quindi invitate all'incontro con l'autore teatrale e l'attrice comica.

- il gruppo dei 15 blogger partner ovviamente andrà allo spettacolo, in scena a Milano, la settimana del 24 maggio, spesato, servito e riverito e con il logo del blog in locandina.

- nella fase finale dell'iniziativa, poi, fioccheranno, oltre ai pannolini, biglietti per tutti.

(Si ringrazia MammaCattiva per l'efficace sintesi, qui efficacemente scopiazzata).