Ieri, poco dopo aver pubblicato la notizia che i colloqui per la nuova mansione stavano andando bene, ho ricevuto una telefonata di mio suocero che mi faceva i complimenti. A parte la dovuta scaramanzia, perché ancora nulla è sicuro, ho provato un po' di imbarazzo e fastidio, come la maggior parte delle volte che mi fanno complimenti. Non fraintendetemi: mi ha fatto piacere, apprezzo tantissimo e ringrazio. Ma sono stata allevata con l'intima convinzione che i commenti poco più che positivi siano smancerie.
Questa convinzione non l'ho fatta mia né nell'educazione né nei rapporti con gli altri. Se mio figlio fa la pipì nel vasino, faccio una festa da stadio. Se mia figlia balla davanti a me (e, Isa, devi vedere quanto è diventata brava!), mi sciolgo. Dico spesso a mio marito quanto lo considero una bella persona. Se un'amica ha una bella borsa o ha fatto qualcosa che trovo interessante, glielo dico subito.
E loro sanno che lo dico perché lo penso, altrimenti starei zitta.
Su di me, questa cosa non funziona. Se qualcuno mi fa i complimenti per qualcosa che indosso, ancora ancora. Ma, per il resto, mi chiudo a riccio. Soprattutto se (ma non è il caso ovviamente di mio suocero) penso che siano complimenti interessati (tipo una mia collega, che blandisce gli altri colleghi per far fare a loro - con la scusa che sono "così bravi" - i lavori che lei non ha voglia di fare).
Questo non riguarda le cose che io faccio. Per esempio, se qualcuno mi dice che gli è piaciuta Viola, sono solo contenta e, anzi, cerco di approfondire: che cosa ti è piaciuto di più? che cosa di meno? ma quel momento lì funziona o così così?
Oppure, se cucino qualcosa che mi è venuto bene, non trovo sconveniente dirmelo da sola, soprattutto se sono in famiglia (e poi postare la ricetta sul blog).
L'imbarazzo da complimenti riguarda solo la mia persona. E credo anche di saperne la ragione. Nella ruvida cultura della mia famiglia, lombarda fino al midollo, non c'è spazio per i complimenti. Forse me ne avranno fatti quando ero piccolissima, me lo auguro. Ma, da quando mi ricordo, ogni volta che avevo fatto bene qualcosa "avevo solo fatto il mio dovere".
Ora, non crediate che la mia sia una famiglia di persone insensibili e fasciste. I miei non erano diversi dalla maggior parte dei genitori delle mie amiche. Ovviamente, poi, i livelli di rigidità erano variabili: io, che ero stata da subito molto brava, dovevo rispettare standard molto alti (mi facevano il culo per un 6 e 1/2, per dire), mentre ad altri bastava la sufficienza. Non esisteva che gli insegnanti avessero torto (anche se poi, molti anni più tardi, mia madre mi ha confessato di non essere stata sempre e comunque d'accordo con il loro operato).
La maggior parte delle valutazioni personali passava dal successo scolastico, oltre che da una buona condotta. Io, per esempio, che ho sempre raggiunto buoni risultati senza fatica, sono sempre stata fustigata per la mia pigrizia, per il mio egoismo e per il mio scarso rispetto per l'autorità. Non perché mia madre fosse una sadica, ma perché pensava che, concentrandosi sulla correzione dei miei aspetti negativi, avrebbe fatto meglio che valorizzando i miei lati positivi.
Il risultato qual è? Che la mia autostima si basa di più su quello che faccio piuttosto che su quello che sono. Ergo, quando non produco nulla che mi piaccia, mi sento una cacchetta di mosca. Ed ecco perché l'idea di poter avere di nuovo in mano un sito o una guida dello studente, qualcosa di tangibile fatto da me, mi fa gongolare, dopo anni di improduttività (almeno dal mio punto di vista).
Viola ovviamente non conta nel novero delle produzioni, perché per ora nessuno mi sta pagando per scrivere e quindi, nel mio personale bilancio, è sullo stesso piano della cucina e della danza.
L'altro risultato è che io non so che cosa pensino di me i miei genitori. Mio padre ha potuto constatare che sono brava nel mio lavoro, ma non credo che la cosa conti molto per lui, ai fini di una mia valutazione globale. Mia madre è come se accettasse ogni mia scelta con la filosofia "se sei contenta tu, è la scelta giusta", ma non credo che sia mai stata entusiasta delle scelte che ho fatto dal master in poi: le avrebbe preferito che continuassi con un dottorato e facessi la posta a un concorso da ricercatrice, e poi non avrebbe voluto che andassi a lavorare con mio padre (in questo aveva ragione), e poi forse avrebbe preferito che aspettassi un po' di più a fare figli e cercassi di rilanciare la mia carriera prima di fermarmi per una maternità. So che stima Luca, che è contenta di lui e che non potrebbe essere più felice di avere i nipoti che ha. Ma credo anche che mi veda come una promessa mancata. Del resto, sotto certi aspetti, è quello che sono.
giovedì 8 ottobre 2009
mercoledì 7 ottobre 2009
Passo passo
Oggi sono andata di nuovo a Medicina, per vedere che tipo di mansione mi attenderebbe in caso decidessi per il sì. Non che mi aspettassi la gloria, ma solo di non avere più a che fare con i soldi.
Mi vede il preside, mi blocca e mi informa accorato del fatto che il loro sito va a rotoli: ci vorrebbe una persona che raccogliesse le varie informazioni dai vari docenti, che li sollecitasse e poi che organizzasse il tutto anche per fare la Guida dello Studente. Una persona magari con un corso di Manager Didattico alle spalle. Una persona che abbia dimestichezza con il computer e il web. Una persona come me, insomma.
Troppo bello per essere vero. Ma non svegliatemi subito, per favore.
Mi vede il preside, mi blocca e mi informa accorato del fatto che il loro sito va a rotoli: ci vorrebbe una persona che raccogliesse le varie informazioni dai vari docenti, che li sollecitasse e poi che organizzasse il tutto anche per fare la Guida dello Studente. Una persona magari con un corso di Manager Didattico alle spalle. Una persona che abbia dimestichezza con il computer e il web. Una persona come me, insomma.
Troppo bello per essere vero. Ma non svegliatemi subito, per favore.
martedì 6 ottobre 2009
L'invenzione della privacy
Stamattina, tra una cosa di lavoro e l'altra, ho letto una segnalazione di Lorenza. È una riflessione su un'intervista a Carol Topolski, uscita sul Giornale.
Di questa intervista delirante (o manipolata in modo delirante dalla giornalista), mi è rimasto impresso un concetto: la privacy sarebbe una delle cause della chiusura e dell'isolamento delle famiglie. Un po' la solita storia che si stava meglio quando si stava peggio, e un bambino lo cresce il villaggio, e che figata le famiglie allargate di una volta.
Ora, fermiamoci un attimo.
Immaginiamo una donna di 60 anni fa, tipo mia nonna ma non mia nonna (lei era di un'altra pasta). Una donna allevata con l'idea di essere docile e sottomessa. Si sposa e il marito la porta in casa dei genitori. Lei lavora e la suocera le sequestra lo stipendio, ché allora usava così. Lei lavora e la suocera le tiene il bambino, perché tanto è l'erede della famiglia, mica un bene personale. Lei si compra un abito o un paio di scarpe e la suocera sempre lì a guardare quanto ha speso o quanto è "decente" ciò che indossa. Lei e il marito discutono e c'è sempre qualcuno di estraneo alla coppia a giudicare. Questa è la famiglia allargata di cui parla l'ineffabile sociologa, dove le donne lavoravano comunque ma nessuno se ne accorgeva perché non davano fastidio.
Poi, per carità, ti poteva capitare un marito con una famiglia di persone gentili e buone, ma la convivenza porta quasi sempre a tirare fuori il peggio di chiunque.
E ora immaginiamo noi stessi, il modo in cui viviamo oggi. Pensiamo che non dobbiamo rendere conto a nessuno del nostro stipendio, nemmeno a nostro marito se decidiamo di dividere le spese a metà (noi, che siamo dei poveracci da 1000 euro al mese, abbiamo il conto in comune per comodità). Pensiamo che, se la suocera ci sta antipatica, almeno se ne sta a casa sua (e a svariate centinaia di km, se siamo persone particolarmente accorte). I nidi e le babysitter costano un botto, è vero (a me lo dite?), ma ci liberano dal ricatto psicologico di certi nonni. Se discuto con mio marito, già mi dà fastidio il coro dei figli ("perché litigate?" "non stiamo litigando, stiamo discutendo"), figurati se ci fosse qualcun altro a godersi lo spettacolo e fare il tifo.
La sociologa argomenta che questa eccessiva privacy in famiglia è causa di depressione post partum e sensi di inadeguatezza nelle madri, perché si chiudono in casa e non si possono confrontare col resto del mondo. A me sembra che le persone "deboli" non guadagnassero molto dall'essere in famiglie allargate, che le separavano dal mondo e le nascondevano per vergogna: non dimentichiamo che la depressione fino a non poco tempo fa era considerata una vergogna, come del resto una qualsiasi malattia mentale.
Ricordo ancora che la madre di una mia amica delle medie, che aveva passato un periodo di depressione quando sua figlia era piccola, era additata come "la pazza" a quasi 10 anni di distanza da quegli episodi e mi veniva indicata come una persona con cui stare attenti (non nel senso di usarle particolare gentilezza o delicatezza).
Invece una mia amica, che 7 anni fa ha avuto un episodio decisamente tosto di depressione post partum (con tanto di supporto medico, per intenderci), ha una vita sociale normalissima e non mi risulta che nessuno la eviti o le parli dietro per via della depressione.
A me la privacy piace. Sono contenta che mia madre non sia corsa qui a farmi vedere come avrebbe fatto lei ogni cosa, l'ho considerato un segno di rispetto. Sono contenta di poter allevare i miei figli nel modo che dico io (dove "io" significa "io e Luca"), con minime interferenze da parte dell'esterno. Sono contenta di poter manifestare i miei sentimenti senza dover pensare a cosa dirà mia suocera (che peraltro è una donna stupenda, sono anche fortunata). Sono contenta soprattutto di poter girare in casa in mutande (o senza) senza dover pensare al senso del pudore di qualcun altro che non sia mio marito e i miei bambini.
Non credo che una minore privacy mi avrebbe sostenuta nei momenti no di questi anni. Una madre (più di un padre, mi dispiace ma anche in questo non c'è parità) è già una femme publique dei sentimenti, deve aprirsi il petto e mostrare ciò che prova a tutto il mondo. Io penso che, in una situazione sana, un po' di privacy in più non possa che far bene alle madri. E in una situazione patologica? Penso che privacy non significhi omertà, e che sia compito dei familiari (del marito in particolare) accorgersi che una donna sta male.
Del resto, noi donne lo facciamo da sempre: scrutiamo gli umori e i comportamenti di chi amiamo, avvertiamo i campanelli d'allarme, cerchiamo di vederci chiaro quando qualcosa non ci convince (a costo di passare per le solite rompicoglioni). È ora di spartirci con gli uomini anche questo compito.
Di questa intervista delirante (o manipolata in modo delirante dalla giornalista), mi è rimasto impresso un concetto: la privacy sarebbe una delle cause della chiusura e dell'isolamento delle famiglie. Un po' la solita storia che si stava meglio quando si stava peggio, e un bambino lo cresce il villaggio, e che figata le famiglie allargate di una volta.
Ora, fermiamoci un attimo.
Immaginiamo una donna di 60 anni fa, tipo mia nonna ma non mia nonna (lei era di un'altra pasta). Una donna allevata con l'idea di essere docile e sottomessa. Si sposa e il marito la porta in casa dei genitori. Lei lavora e la suocera le sequestra lo stipendio, ché allora usava così. Lei lavora e la suocera le tiene il bambino, perché tanto è l'erede della famiglia, mica un bene personale. Lei si compra un abito o un paio di scarpe e la suocera sempre lì a guardare quanto ha speso o quanto è "decente" ciò che indossa. Lei e il marito discutono e c'è sempre qualcuno di estraneo alla coppia a giudicare. Questa è la famiglia allargata di cui parla l'ineffabile sociologa, dove le donne lavoravano comunque ma nessuno se ne accorgeva perché non davano fastidio.
Poi, per carità, ti poteva capitare un marito con una famiglia di persone gentili e buone, ma la convivenza porta quasi sempre a tirare fuori il peggio di chiunque.
E ora immaginiamo noi stessi, il modo in cui viviamo oggi. Pensiamo che non dobbiamo rendere conto a nessuno del nostro stipendio, nemmeno a nostro marito se decidiamo di dividere le spese a metà (noi, che siamo dei poveracci da 1000 euro al mese, abbiamo il conto in comune per comodità). Pensiamo che, se la suocera ci sta antipatica, almeno se ne sta a casa sua (e a svariate centinaia di km, se siamo persone particolarmente accorte). I nidi e le babysitter costano un botto, è vero (a me lo dite?), ma ci liberano dal ricatto psicologico di certi nonni. Se discuto con mio marito, già mi dà fastidio il coro dei figli ("perché litigate?" "non stiamo litigando, stiamo discutendo"), figurati se ci fosse qualcun altro a godersi lo spettacolo e fare il tifo.
La sociologa argomenta che questa eccessiva privacy in famiglia è causa di depressione post partum e sensi di inadeguatezza nelle madri, perché si chiudono in casa e non si possono confrontare col resto del mondo. A me sembra che le persone "deboli" non guadagnassero molto dall'essere in famiglie allargate, che le separavano dal mondo e le nascondevano per vergogna: non dimentichiamo che la depressione fino a non poco tempo fa era considerata una vergogna, come del resto una qualsiasi malattia mentale.
Ricordo ancora che la madre di una mia amica delle medie, che aveva passato un periodo di depressione quando sua figlia era piccola, era additata come "la pazza" a quasi 10 anni di distanza da quegli episodi e mi veniva indicata come una persona con cui stare attenti (non nel senso di usarle particolare gentilezza o delicatezza).
Invece una mia amica, che 7 anni fa ha avuto un episodio decisamente tosto di depressione post partum (con tanto di supporto medico, per intenderci), ha una vita sociale normalissima e non mi risulta che nessuno la eviti o le parli dietro per via della depressione.
A me la privacy piace. Sono contenta che mia madre non sia corsa qui a farmi vedere come avrebbe fatto lei ogni cosa, l'ho considerato un segno di rispetto. Sono contenta di poter allevare i miei figli nel modo che dico io (dove "io" significa "io e Luca"), con minime interferenze da parte dell'esterno. Sono contenta di poter manifestare i miei sentimenti senza dover pensare a cosa dirà mia suocera (che peraltro è una donna stupenda, sono anche fortunata). Sono contenta soprattutto di poter girare in casa in mutande (o senza) senza dover pensare al senso del pudore di qualcun altro che non sia mio marito e i miei bambini.
Non credo che una minore privacy mi avrebbe sostenuta nei momenti no di questi anni. Una madre (più di un padre, mi dispiace ma anche in questo non c'è parità) è già una femme publique dei sentimenti, deve aprirsi il petto e mostrare ciò che prova a tutto il mondo. Io penso che, in una situazione sana, un po' di privacy in più non possa che far bene alle madri. E in una situazione patologica? Penso che privacy non significhi omertà, e che sia compito dei familiari (del marito in particolare) accorgersi che una donna sta male.
Del resto, noi donne lo facciamo da sempre: scrutiamo gli umori e i comportamenti di chi amiamo, avvertiamo i campanelli d'allarme, cerchiamo di vederci chiaro quando qualcosa non ci convince (a costo di passare per le solite rompicoglioni). È ora di spartirci con gli uomini anche questo compito.
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lunedì 5 ottobre 2009
Sviluppi imprevisti
Oggi sono andata a parlare con la presidenza di Medicina per quel posto che mi era stato ventilato. Inaspettatamente, l'impressione è stata buona: il preside mi sembra una persona concreta e sveglia (ed è interessato al mio corso di Manager Didattico), le colleghe sono due mamme "che ci sono già passate", la ragazza che se ne vorrebbe andare lo fa per tornare in un posto dove si era trovata particolarmente bene. E le responsabilità? Derivano dal fatto che sarei la sola a saper fare (e a dover fare) un certo inserimento dati in un certo database. Ma senza tempi forzati, senza pressioni, senza essere insostituibile tutti i giorni della mia vita. Soprattutto, mi hanno garantito che le scadenze sono annunciate da lungi, quindi ci si organizza perfettamente.
Insomma, sommando a questo il fatto che il preside vuole un manager didattico e ce l'avrebbe già lì, sembra un posto ideale. Ci sarà la magagna da qualche parte? Spero di no. Vediamo se la ruota torna a girare.
Insomma, sommando a questo il fatto che il preside vuole un manager didattico e ce l'avrebbe già lì, sembra un posto ideale. Ci sarà la magagna da qualche parte? Spero di no. Vediamo se la ruota torna a girare.
sabato 3 ottobre 2009
L'abito non fa la monaca
Ho un rapporto altalenante con la moda: senza essere mai stata modaiola all'estremo, ho avuto periodi in cui l'ho seguita e altri in cui mi sono proprio estraniata.
Da ragazzina, ero in un giro che sì, si vestiva con cose appropriate al proprio tempo, ma niente del tipo "devo assolutamente avere quel modello di scarpe di quella marca". A quei tempi (sembra un'altra era e forse lo è) Benetton, Stefanel e Sisley erano marche ancora abbastanza popolari: si prendevano uno o due maglioni a stagione, uno o due paia di pantaloni / jeans e un paio di scarpe "da tutti i giorni" ogni due anni. In estate magari qualcosa di più.
Dopo essere stata vestita al mercato per tutta la mia infanzia, rifiutavo ogni cosa che venisse da una bancarella, perché mi sembrava "da sfigata".
Verso la fine del liceo - inizio dell'università, la presenza degli stockisti e dei mercati più belli (quello di Pavia è la morte civile) mi ha un po' sdoganato la roba da bancarella, ma senza cambiare sostanzalmente lo stile: anonimo, noioso, persino da "vecchia". Del resto, stavo con uno più vecchio di me di 14 anni, non dimentichiamolo.
Rotto il fidanzamento, ho cominciato la mia allegra vita da single: un'uscita diversa ogni sera, tanti locali fighetti, e di giorno un lavoro che spesso mi portava a contatto con i clienti. Ero anche parecchio dimagrita grazie alla danza, ero proprio in forma. Quindi mi compravo con piacere (sempre in saldo o in stock) abiti anche un po' elegantini, scarpe con tacchi oggi improponibili, borsette di rappresentanza.
La mia metamorfosi è cominciata quando mi sono accorta che le calze di nylon mi davano troppo fastidio: ho cominciato a mettere gonne lunghe, ma sempre abbinandole a qualcosa di classico. Poi sono andata a lavorare in un ambiente molto rilassato, dove i clienti non si vedevano mai. Infine, il colpo di grazia me l'ha dato una caduta con storta (verificatasi il giorno prima di conoscere Luca) che mi ha obbligata alle scarpe basse per mesi.
Certo, quando sono venuta ad abitare in cascina, ogni tanto ho cercato di rimettere i tacchetti di prima, ma sai che bello affondare nella terra col tacco a spillo? Tanto più che, nel mio ambiente di lavoro, prevaleva uno stile informale e le scale si sprecavano.
La prima gravidanza ha scatenato definitivamente il mio gusto per l'etnico: mi sono comprata vestitoni, caftani (uno turco, bellissimo, durante il viaggio di nozze), camicioni (due coloratissime casacche indiane degli anni '70, alla fiera di Sinigaglia), abiti a vita alta (che mi sono sempre piaciuti).
Dopo la nascita di Amelia, a poco a poco, mi sono sempre più spostata sui pantaloni (soprattutto in inverno), per ragioni pratiche: non potevo permettermi di inciampare nella gonna con la bambina in braccio. In quell'epoca, cominciava la moda milanese di mettersi i vestitini sopra i pantaloni o i jeans, e io l'ho adottata. Mi piace tuttora: ai miei occhi, è un'evoluzione del concetto di caftano, che ti permette di "far durare di più" gli abiti estivi.
Oggi, complici le catene di abbigliamento low cost, il mio abbigliamento tipico è pantaloni o jeans, abitino o maglietta lunga sopra e scarpe basse (ballerine o scarpe da ginnastica o polacchine). Non metto più calze di nylon e nessuna gonna che non sia lunga fino ai piedi, con sotto i calzettoni.
In questo periodo, in cui sto facendo colloqui per il lavoro e sto cercando di incontrare professionisti nel settore dell'editoria per Viola, mi chiedo spesso che cosa può pensare la gente di me, vedendomi vestita così. Mi chiedo se percepiscono sciatteria (ma spero di no, perché gli accostamenti di colore sono fatti sempre con cura e i gioielli che metto, pur etnici, non sono mai banali) oppure rilassatezza. Mi chiedo se saranno portati a sottovalutarmi, a vedere in me solo una madre ingrassata che ormai non sopporta abiti stretti.
Da un lato, non mi dispiace essere sottovalutata: mi permette di stupire, quando apro bocca. Chi non mi conosce non si aspetta che questa donnina rotondetta, che si veste H&M e Decathlon, abbia una cultura così vasta e idee ben chiare su ciò che vuole fare. Molti pensano che chi è rampante dentro lo debba essere anche fuori, ed è un grandissimo sbaglio (non solo nel mio caso).
Dall'altro lato, essere sottovalutata è un rischio: spesso l'interlocutore si appiattisce sul giudizio che ha dato a prima vista, superficialmente, e non ti permette di convincerlo del contrario, perché non approfondisce neanche un minimo. Penso di aver perso almeno un'occasione di lavoro per non essermi presentata in tailleur (ma comunque elegante, mica in tuta!). Ma penso anche che una ditta che ti giudica sulla base di una giacca non messa non meriti neanche tutta questa attenzione.
Da ragazzina, ero in un giro che sì, si vestiva con cose appropriate al proprio tempo, ma niente del tipo "devo assolutamente avere quel modello di scarpe di quella marca". A quei tempi (sembra un'altra era e forse lo è) Benetton, Stefanel e Sisley erano marche ancora abbastanza popolari: si prendevano uno o due maglioni a stagione, uno o due paia di pantaloni / jeans e un paio di scarpe "da tutti i giorni" ogni due anni. In estate magari qualcosa di più.
Dopo essere stata vestita al mercato per tutta la mia infanzia, rifiutavo ogni cosa che venisse da una bancarella, perché mi sembrava "da sfigata".
Verso la fine del liceo - inizio dell'università, la presenza degli stockisti e dei mercati più belli (quello di Pavia è la morte civile) mi ha un po' sdoganato la roba da bancarella, ma senza cambiare sostanzalmente lo stile: anonimo, noioso, persino da "vecchia". Del resto, stavo con uno più vecchio di me di 14 anni, non dimentichiamolo.
Rotto il fidanzamento, ho cominciato la mia allegra vita da single: un'uscita diversa ogni sera, tanti locali fighetti, e di giorno un lavoro che spesso mi portava a contatto con i clienti. Ero anche parecchio dimagrita grazie alla danza, ero proprio in forma. Quindi mi compravo con piacere (sempre in saldo o in stock) abiti anche un po' elegantini, scarpe con tacchi oggi improponibili, borsette di rappresentanza.
La mia metamorfosi è cominciata quando mi sono accorta che le calze di nylon mi davano troppo fastidio: ho cominciato a mettere gonne lunghe, ma sempre abbinandole a qualcosa di classico. Poi sono andata a lavorare in un ambiente molto rilassato, dove i clienti non si vedevano mai. Infine, il colpo di grazia me l'ha dato una caduta con storta (verificatasi il giorno prima di conoscere Luca) che mi ha obbligata alle scarpe basse per mesi.
Certo, quando sono venuta ad abitare in cascina, ogni tanto ho cercato di rimettere i tacchetti di prima, ma sai che bello affondare nella terra col tacco a spillo? Tanto più che, nel mio ambiente di lavoro, prevaleva uno stile informale e le scale si sprecavano.
La prima gravidanza ha scatenato definitivamente il mio gusto per l'etnico: mi sono comprata vestitoni, caftani (uno turco, bellissimo, durante il viaggio di nozze), camicioni (due coloratissime casacche indiane degli anni '70, alla fiera di Sinigaglia), abiti a vita alta (che mi sono sempre piaciuti).
Dopo la nascita di Amelia, a poco a poco, mi sono sempre più spostata sui pantaloni (soprattutto in inverno), per ragioni pratiche: non potevo permettermi di inciampare nella gonna con la bambina in braccio. In quell'epoca, cominciava la moda milanese di mettersi i vestitini sopra i pantaloni o i jeans, e io l'ho adottata. Mi piace tuttora: ai miei occhi, è un'evoluzione del concetto di caftano, che ti permette di "far durare di più" gli abiti estivi.
Oggi, complici le catene di abbigliamento low cost, il mio abbigliamento tipico è pantaloni o jeans, abitino o maglietta lunga sopra e scarpe basse (ballerine o scarpe da ginnastica o polacchine). Non metto più calze di nylon e nessuna gonna che non sia lunga fino ai piedi, con sotto i calzettoni.
In questo periodo, in cui sto facendo colloqui per il lavoro e sto cercando di incontrare professionisti nel settore dell'editoria per Viola, mi chiedo spesso che cosa può pensare la gente di me, vedendomi vestita così. Mi chiedo se percepiscono sciatteria (ma spero di no, perché gli accostamenti di colore sono fatti sempre con cura e i gioielli che metto, pur etnici, non sono mai banali) oppure rilassatezza. Mi chiedo se saranno portati a sottovalutarmi, a vedere in me solo una madre ingrassata che ormai non sopporta abiti stretti.
Da un lato, non mi dispiace essere sottovalutata: mi permette di stupire, quando apro bocca. Chi non mi conosce non si aspetta che questa donnina rotondetta, che si veste H&M e Decathlon, abbia una cultura così vasta e idee ben chiare su ciò che vuole fare. Molti pensano che chi è rampante dentro lo debba essere anche fuori, ed è un grandissimo sbaglio (non solo nel mio caso).
Dall'altro lato, essere sottovalutata è un rischio: spesso l'interlocutore si appiattisce sul giudizio che ha dato a prima vista, superficialmente, e non ti permette di convincerlo del contrario, perché non approfondisce neanche un minimo. Penso di aver perso almeno un'occasione di lavoro per non essermi presentata in tailleur (ma comunque elegante, mica in tuta!). Ma penso anche che una ditta che ti giudica sulla base di una giacca non messa non meriti neanche tutta questa attenzione.
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giovedì 1 ottobre 2009
Costi e benefici
Chi mi conosce lo sa: anche se dico peste e corna del lavoro di imprenditore (nel senso che le soddisfazioni troppo raramente compensano i sacrifici), io sarei continuamente tentata dall'idea di mettermi in proprio, esplorare il mercato alla ricerca di occasioni, cercare e ideare progetti seguendo le mie intuizioni. Per fortuna mi trattiene il lato economico: prosaicamente, non ho il sedere abbastanza parato.
Ammiro le persone che hanno il coraggio di buttarsi, soprattutto le donne, ma spesso mi chiedo se ne valga la pena. Non in tutti i casi (a volte l'imprenditoria è l'unico modo per conciliare maternità e lavoro in modo dignitoso). Ma in alcuni sì.
Vi faccio un esempio. Il nido di Ettore (ex di Amelia) è gestito da una famiglia di due persone con tre figli di 15, 13 e 4 anni. Questa famiglia abita nello stesso cortile del nido: praticamente si trattava di una specie di cascinetta e il nido è stato ricavato al piano terra del fienile. Oltre al nido, gestiscono anche una associazione di arti marziali, nella quale lui insegna (è campione del mondo di non so quale disciplina e vicecampione in un'altra). L'associazione è la stessa per cui io ho insegnato danza (ora non più, ché mi sono un po' sfracellata un ginocchio) e accoglie anche altre discipline: step e aerobica, tai-chi, yoga. Il risultato è che il marito lavora anche tutte le sere, in sede o presso altre palestre, e comunque lo stabile del nido è occupato tutte le sere. La moglie, oltre a frequentare uno o più corsi dell'associazione, è arbitro di gara sempre nel settore delle arti marziali. Nel weekend organizzano presso il nido feste per bambini. Ora hanno aperto un altro nido in un altro paese, ad almeno mezz'ora da casa (per stradine di campagna - non vi dico quando c'è la nebbia), e immagino che anche lì ci siano attività serali e collaterali.
Sono persone di successo, che si fanno un culo così dalla mattina alla sera. Il fatto è che non mi sembra che ne valga poi tanto la pena.
Lasciamo da parte il fatto di non avere tempo (a momenti neanche per fare l'essenziale, figurarsi quello libero): so per esperienza che ci sono persone che godono nel lavorare e se ne fregano del tempo libero.
Quello che non capisco è come possano accettare di non avere tempo da dedicare ai figli. I più grandi sono in una fase delicata (e quello di 15 anni ha già preso le sue belle derive), mentre il piccolo è in grossa crisi (l'anno scorso ha avuto problemi con l'inserimento alla materna fino alla fine dell'anno). Non credo che ci siano grandi problemi di fondo: penso solo che si siano accorti che i genitori non hanno tempo per loro.
E qui mi chiedo: OK che stai lavorando anche per dar loro una stabilità economica e tutto il resto, ma che cosa ti resterà se, mentre tu eri impegnato a lavorare, i tuoi figli sono diventati degli estranei?
Attenzione: non è un discorso contro i genitori che lavorano, ma contro quelli che lavorano troppo. Padri e madri, perché è ora di finirla di giustificare i padri che lavorano fino a tardi e anche nel weekend: vorrei vedere, se i ruoli fossero invertiti, come si scatenerebbe l'opinione di coloro che si ritengono in diritto di giudicare.
Per carità, io stessa ho amiche con mariti part-time. Io non lo accetterei, loro invece hanno trovato un equilibrio e sono contenta per loro. Ma si tratta di persone che compensano l'assenza dei mariti con la propria presenza, che non sentono l'esigenza di realizzarsi a loro volta con un lavoro così impegnativo.
Io stessa dico spesso che non mi dispiacerebbe tornare ai ritmi e alla passione dei primi tempi in cui lavoravo. Purché lo stipendio sia adeguatamente alto da permettere a mio marito di stare a casa e occuparsi dei bambini (e lo farebbe, oh, se lo farebbe: già lo vedo a inventarsi laboratori di ceramica e caseificazione, e magari guadagnarci pure un pochino).
Ma poi, vi dico la verità: quando alla sera facciamo il gioco del "qual è la cosa più bella che hai fatto oggi?", a me nel 90% dei casi viene in mente qualcosa che ho fatto con i miei figli.
Per esempio: lunedì, dopo il lavoro, sono andata a trovare un'amica che non vedevo da un po' e sono andata alla prima lezione di danza per vedere se ce la facevo nonostante il ginocchio. Sono tornata a casa e ho trovato Ettore che mi aspettava con la porta aperta, perché lui e Luca (Amelia era da mia mamma) avevano sentito la mia macchina e mi avevano aperto.
Ve lo devo dire qual è stato il momento più bello della mia giornata?
Ammiro le persone che hanno il coraggio di buttarsi, soprattutto le donne, ma spesso mi chiedo se ne valga la pena. Non in tutti i casi (a volte l'imprenditoria è l'unico modo per conciliare maternità e lavoro in modo dignitoso). Ma in alcuni sì.
Vi faccio un esempio. Il nido di Ettore (ex di Amelia) è gestito da una famiglia di due persone con tre figli di 15, 13 e 4 anni. Questa famiglia abita nello stesso cortile del nido: praticamente si trattava di una specie di cascinetta e il nido è stato ricavato al piano terra del fienile. Oltre al nido, gestiscono anche una associazione di arti marziali, nella quale lui insegna (è campione del mondo di non so quale disciplina e vicecampione in un'altra). L'associazione è la stessa per cui io ho insegnato danza (ora non più, ché mi sono un po' sfracellata un ginocchio) e accoglie anche altre discipline: step e aerobica, tai-chi, yoga. Il risultato è che il marito lavora anche tutte le sere, in sede o presso altre palestre, e comunque lo stabile del nido è occupato tutte le sere. La moglie, oltre a frequentare uno o più corsi dell'associazione, è arbitro di gara sempre nel settore delle arti marziali. Nel weekend organizzano presso il nido feste per bambini. Ora hanno aperto un altro nido in un altro paese, ad almeno mezz'ora da casa (per stradine di campagna - non vi dico quando c'è la nebbia), e immagino che anche lì ci siano attività serali e collaterali.
Sono persone di successo, che si fanno un culo così dalla mattina alla sera. Il fatto è che non mi sembra che ne valga poi tanto la pena.
Lasciamo da parte il fatto di non avere tempo (a momenti neanche per fare l'essenziale, figurarsi quello libero): so per esperienza che ci sono persone che godono nel lavorare e se ne fregano del tempo libero.
Quello che non capisco è come possano accettare di non avere tempo da dedicare ai figli. I più grandi sono in una fase delicata (e quello di 15 anni ha già preso le sue belle derive), mentre il piccolo è in grossa crisi (l'anno scorso ha avuto problemi con l'inserimento alla materna fino alla fine dell'anno). Non credo che ci siano grandi problemi di fondo: penso solo che si siano accorti che i genitori non hanno tempo per loro.
E qui mi chiedo: OK che stai lavorando anche per dar loro una stabilità economica e tutto il resto, ma che cosa ti resterà se, mentre tu eri impegnato a lavorare, i tuoi figli sono diventati degli estranei?
Attenzione: non è un discorso contro i genitori che lavorano, ma contro quelli che lavorano troppo. Padri e madri, perché è ora di finirla di giustificare i padri che lavorano fino a tardi e anche nel weekend: vorrei vedere, se i ruoli fossero invertiti, come si scatenerebbe l'opinione di coloro che si ritengono in diritto di giudicare.
Per carità, io stessa ho amiche con mariti part-time. Io non lo accetterei, loro invece hanno trovato un equilibrio e sono contenta per loro. Ma si tratta di persone che compensano l'assenza dei mariti con la propria presenza, che non sentono l'esigenza di realizzarsi a loro volta con un lavoro così impegnativo.
Io stessa dico spesso che non mi dispiacerebbe tornare ai ritmi e alla passione dei primi tempi in cui lavoravo. Purché lo stipendio sia adeguatamente alto da permettere a mio marito di stare a casa e occuparsi dei bambini (e lo farebbe, oh, se lo farebbe: già lo vedo a inventarsi laboratori di ceramica e caseificazione, e magari guadagnarci pure un pochino).
Ma poi, vi dico la verità: quando alla sera facciamo il gioco del "qual è la cosa più bella che hai fatto oggi?", a me nel 90% dei casi viene in mente qualcosa che ho fatto con i miei figli.
Per esempio: lunedì, dopo il lavoro, sono andata a trovare un'amica che non vedevo da un po' e sono andata alla prima lezione di danza per vedere se ce la facevo nonostante il ginocchio. Sono tornata a casa e ho trovato Ettore che mi aspettava con la porta aperta, perché lui e Luca (Amelia era da mia mamma) avevano sentito la mia macchina e mi avevano aperto.
Ve lo devo dire qual è stato il momento più bello della mia giornata?
mercoledì 30 settembre 2009
Pro e contro - il ritorno
Vi avevo raccontato l'inizio qui. Ora vi racconto lo sviluppo e il seguito.
Mi hanno fissato l'incontro con il famigerato dirigente: una persona un po' svanita, tutto sommato piacevole e con un apprezzabile senso di orgoglio verso il proprio lavoro.
Poi sono passata alla responsabile della divisione dove sarei stata destinata. Una persona poco più grande di me, con due figli ancora abbastanza piccoli. Umanamente, l'avrei voluta subito come capa: motivata, piacevole, interessante. Ma ci siamo dette che purtroppo il lavoro che mi stavano proponendo non incontrava le mie esigenze: sono richiesti tanti straordinari in periodi per me cruciali (tipo settembre) e spesso non recuperabili, non è approvato nessun periodo di assenza superiore ai 15 giorni, non c'è intercambiabilità e quindi stare a casa con i figli malati è un problema. Lei ha capito benissimo il mio punto di vista: se avessi voluto un lavoro che mi chiedesse più tempo delle mie 36 ore settimanali, sarei andata a cercare fortuna e gloria a Milano e avrei accettato di lavorare fuori casa per 12, 14 o 16 ore ma con una certa soddisfazione.
Ci siamo lasciate dicendoci che forse chissà, un domani, quando i figli saranno cresciuti...
Oggi mi richiama l'ufficio personale: vogliono sapere com'è andata, mi dicono che, nonostante la mia chiacchierata con la responsabile, il dirigente ha lasciato l'ultima parola a me. Quando si dice la classe. Io metto l'ultima parola, e mi aspetto che mi dicano arrivederci e grazie.
Invece rilanciano: mi potrebbe interessare un posto nella segreteria di presidenza di Medicina? Mi spiegano che avevano quasi combinato il trasferimento di una persona, che poi si è tirata indietro a causa delle responsabilità che avrebbe preso su di sé. Fanno leva sulla mia laurea per giustificare una mia presunta maggiore capacità di gestire le responsabilità. Alludono a una mia possibile soddisfazione personale. Sarò pessimista, ma, quando si fa riferimento a valori astratti parlando di lavoro, io sento sempre puzza di bruciato.
Comunque ho accettato volentieri un appuntamento col preside. E andrò senza pregiudizi, perché il discorso "responsabilità" è comunque delicato: ci sono persone per cui è una responsabilità eccessiva decidere la marca di carta igienica, e io non sono tra queste. Dopotutto, mi sono presa la più grande responsabilità del mondo: ho due figli.
Mi hanno fissato l'incontro con il famigerato dirigente: una persona un po' svanita, tutto sommato piacevole e con un apprezzabile senso di orgoglio verso il proprio lavoro.
Poi sono passata alla responsabile della divisione dove sarei stata destinata. Una persona poco più grande di me, con due figli ancora abbastanza piccoli. Umanamente, l'avrei voluta subito come capa: motivata, piacevole, interessante. Ma ci siamo dette che purtroppo il lavoro che mi stavano proponendo non incontrava le mie esigenze: sono richiesti tanti straordinari in periodi per me cruciali (tipo settembre) e spesso non recuperabili, non è approvato nessun periodo di assenza superiore ai 15 giorni, non c'è intercambiabilità e quindi stare a casa con i figli malati è un problema. Lei ha capito benissimo il mio punto di vista: se avessi voluto un lavoro che mi chiedesse più tempo delle mie 36 ore settimanali, sarei andata a cercare fortuna e gloria a Milano e avrei accettato di lavorare fuori casa per 12, 14 o 16 ore ma con una certa soddisfazione.
Ci siamo lasciate dicendoci che forse chissà, un domani, quando i figli saranno cresciuti...
Oggi mi richiama l'ufficio personale: vogliono sapere com'è andata, mi dicono che, nonostante la mia chiacchierata con la responsabile, il dirigente ha lasciato l'ultima parola a me. Quando si dice la classe. Io metto l'ultima parola, e mi aspetto che mi dicano arrivederci e grazie.
Invece rilanciano: mi potrebbe interessare un posto nella segreteria di presidenza di Medicina? Mi spiegano che avevano quasi combinato il trasferimento di una persona, che poi si è tirata indietro a causa delle responsabilità che avrebbe preso su di sé. Fanno leva sulla mia laurea per giustificare una mia presunta maggiore capacità di gestire le responsabilità. Alludono a una mia possibile soddisfazione personale. Sarò pessimista, ma, quando si fa riferimento a valori astratti parlando di lavoro, io sento sempre puzza di bruciato.
Comunque ho accettato volentieri un appuntamento col preside. E andrò senza pregiudizi, perché il discorso "responsabilità" è comunque delicato: ci sono persone per cui è una responsabilità eccessiva decidere la marca di carta igienica, e io non sono tra queste. Dopotutto, mi sono presa la più grande responsabilità del mondo: ho due figli.
domenica 27 settembre 2009
L'alibi della scuola
Iniziano le scuole e puntualmente si ripetono tutte le riflessioni (e le polemiche) sul tema. Qui non si vuole essere da meno, anche perché il ritorno a scuola di Amelia ha riattivato alcune mie antiche idiosincrasie.
Premessa: l'anno scorso la scuola di Amelia aveva scelto come tema portante dell'anno "Winnie The Pooh e il bosco dei Cento Acri" (in versione Disney, ovviamente). Chi mi conosce sa che l'Orrenda Bestia Gialla mi è meno simpatica delle cimici e persino delle zanzare.
Quest'anno nessuno mi ha ancora detto nulla in via ufficiale, ma da immagini viste qua e là penso che il tema sia Dumbo. Cartone animato (di nuovo) tenero quanto si vuole ma ansiogeno da morire: il distacco dalla mamma, la presa in giro, il sentirsi diversi... sono temi che preferirei trattare io più avanti, soprattutto con una bambina come Amelia, che non è così matura da capirne tutte le sfumature.
E poi essenzialmente mi scoccia che qualcosa, qualsiasi cosa, venga sdoganato dal fatto di essere un cartone animato di Disney: ce ne sono alcuni che approvo (vedi Mulan o La spada nella roccia) e altri che trovo irritanti o addirittura diseducativi (Biancaneve, Lilli e il Vagabondo).
Io capisco che per le maestre sia comodo riferirsi a un universo visivo già definito e quasi universalmente condiviso, ma lo trovo anche abbastanza squallido. Non voglio fare la steineriana, ma perché non ispirarsi semplicemente al mondo delle fiabe, senza passare per forza dai media? Perché non scegliere una bella fiaba popolare, di quelle avvincenti e articolate (vedi Calvino, per dire), e permettere alla fantasia di bambini e insegnanti di scatenarsi nell'illustrazione e magari nella scelta della musica di sottofondo?
Oppure, ipotesi ancora più ardita: perché, ovviamente in collaborazione col maestro di musica, non prendere Pierino e il lupo e illustrarla, come se fosse un cartone animato da realizzare?
Purtroppo sogno, perché penso che tristemente, come notavano già la Gianini Belotti e la Lipperini, la cultura delle maestre d'asilo è generalmente bassina (una delle maestre di Amelia non conosce l'uso del congiuntivo, per dire).
Loro però una giustificazione ce l'hanno, seppure non particolarmente nobile: i figli non sono mica i loro, si punta al massimo risultato col minimo sforzo.
Con la conseguenza che, qualche mese fa, una mamma del nido di Ettore lamentava la generale e totale banalità dell'offerta formativa di scuola e centri estivi. Condivido assolutamente, ma non trovo nemmeno che ci sia da allarmarsi più di tanto.
Prendiamo Amelia: a scuola canta le canzoncine sceme come gli altri, fa i giochi degli altri, impara cose che non mi fanno impazzire. Poi torna a casa e ascolta buona musica, guarda video di danza (oltre ai cartoni, mica siamo l'Accademia della Scala), gioca con le stoffe e con i miei monili, frequenta le persone che frequentiamo noi e si diverte. Per dire: ieri eravamo all'inaugurazione di Metiss'Art e i miei bambini hanno assistito agli spettacoli, hanno giocato nelle sale di danza, hanno mangiato il cibo vegetariano del buffet, hanno applaudito il papà che suonava. Oggi sono rimasti in casa perché ci siamo dedicati a pulizia e cucina, ma oggi pomeriggio ci faremo un giro nel bosco. Se tutto andrà bene, ad Halloween andremo a Triora per vedere come si vive questa festa nella capitale della stregoneria (e per raccogliere ghiande di leccio per Luca).
Lo so che noi siamo dei privilegiati perché abbiamo tempo da dedicare alla famiglia, che io ancora di più sono una privilegiata perché, appena il budget familiare me lo permetterà, prenderò un part-time. Ma dico anche che non si può delegare tutto alla scuola.
Se non ci possiamo permettere il lusso di una scuola con un'offerta interessante, non è tutto perduto: noi siamo i primi insegnanti dei nostri figli. Anche solo fare dei biscotti o una torta con loro può essere formativo. Anche solo fare il minestrone. Si può andare al supermercato e passare tutto in rassegna di corsa (e a volte non se ne può fare a meno), ma anche fermarsi davanti alla pescheria e far vedere ai nostri figli i vari tipi di pesci, scegliere insieme la frutta e la verdura. Si può rinunciare a un pomeriggio davanti alla TV per fare un giro gratis in una cascina o in un bosco o in un parco. Si può essere formativi e interessanti anche solo comprando qualche bottone strano nei mercatini e facendone un forziere del tesoro.
Insomma, l'offerta formativa dei nostri figli siamo noi: non diamo tutta la croce addosso alla scuola, perché la scuola assolve semplicemente al suo compito, ovvero inculcare nozioni. Siamo noi a dover educare i nostri figli, e nessun altro.
Premessa: l'anno scorso la scuola di Amelia aveva scelto come tema portante dell'anno "Winnie The Pooh e il bosco dei Cento Acri" (in versione Disney, ovviamente). Chi mi conosce sa che l'Orrenda Bestia Gialla mi è meno simpatica delle cimici e persino delle zanzare.
Quest'anno nessuno mi ha ancora detto nulla in via ufficiale, ma da immagini viste qua e là penso che il tema sia Dumbo. Cartone animato (di nuovo) tenero quanto si vuole ma ansiogeno da morire: il distacco dalla mamma, la presa in giro, il sentirsi diversi... sono temi che preferirei trattare io più avanti, soprattutto con una bambina come Amelia, che non è così matura da capirne tutte le sfumature.
E poi essenzialmente mi scoccia che qualcosa, qualsiasi cosa, venga sdoganato dal fatto di essere un cartone animato di Disney: ce ne sono alcuni che approvo (vedi Mulan o La spada nella roccia) e altri che trovo irritanti o addirittura diseducativi (Biancaneve, Lilli e il Vagabondo).
Io capisco che per le maestre sia comodo riferirsi a un universo visivo già definito e quasi universalmente condiviso, ma lo trovo anche abbastanza squallido. Non voglio fare la steineriana, ma perché non ispirarsi semplicemente al mondo delle fiabe, senza passare per forza dai media? Perché non scegliere una bella fiaba popolare, di quelle avvincenti e articolate (vedi Calvino, per dire), e permettere alla fantasia di bambini e insegnanti di scatenarsi nell'illustrazione e magari nella scelta della musica di sottofondo?
Oppure, ipotesi ancora più ardita: perché, ovviamente in collaborazione col maestro di musica, non prendere Pierino e il lupo e illustrarla, come se fosse un cartone animato da realizzare?
Purtroppo sogno, perché penso che tristemente, come notavano già la Gianini Belotti e la Lipperini, la cultura delle maestre d'asilo è generalmente bassina (una delle maestre di Amelia non conosce l'uso del congiuntivo, per dire).
Loro però una giustificazione ce l'hanno, seppure non particolarmente nobile: i figli non sono mica i loro, si punta al massimo risultato col minimo sforzo.
Con la conseguenza che, qualche mese fa, una mamma del nido di Ettore lamentava la generale e totale banalità dell'offerta formativa di scuola e centri estivi. Condivido assolutamente, ma non trovo nemmeno che ci sia da allarmarsi più di tanto.
Prendiamo Amelia: a scuola canta le canzoncine sceme come gli altri, fa i giochi degli altri, impara cose che non mi fanno impazzire. Poi torna a casa e ascolta buona musica, guarda video di danza (oltre ai cartoni, mica siamo l'Accademia della Scala), gioca con le stoffe e con i miei monili, frequenta le persone che frequentiamo noi e si diverte. Per dire: ieri eravamo all'inaugurazione di Metiss'Art e i miei bambini hanno assistito agli spettacoli, hanno giocato nelle sale di danza, hanno mangiato il cibo vegetariano del buffet, hanno applaudito il papà che suonava. Oggi sono rimasti in casa perché ci siamo dedicati a pulizia e cucina, ma oggi pomeriggio ci faremo un giro nel bosco. Se tutto andrà bene, ad Halloween andremo a Triora per vedere come si vive questa festa nella capitale della stregoneria (e per raccogliere ghiande di leccio per Luca).
Lo so che noi siamo dei privilegiati perché abbiamo tempo da dedicare alla famiglia, che io ancora di più sono una privilegiata perché, appena il budget familiare me lo permetterà, prenderò un part-time. Ma dico anche che non si può delegare tutto alla scuola.
Se non ci possiamo permettere il lusso di una scuola con un'offerta interessante, non è tutto perduto: noi siamo i primi insegnanti dei nostri figli. Anche solo fare dei biscotti o una torta con loro può essere formativo. Anche solo fare il minestrone. Si può andare al supermercato e passare tutto in rassegna di corsa (e a volte non se ne può fare a meno), ma anche fermarsi davanti alla pescheria e far vedere ai nostri figli i vari tipi di pesci, scegliere insieme la frutta e la verdura. Si può rinunciare a un pomeriggio davanti alla TV per fare un giro gratis in una cascina o in un bosco o in un parco. Si può essere formativi e interessanti anche solo comprando qualche bottone strano nei mercatini e facendone un forziere del tesoro.
Insomma, l'offerta formativa dei nostri figli siamo noi: non diamo tutta la croce addosso alla scuola, perché la scuola assolve semplicemente al suo compito, ovvero inculcare nozioni. Siamo noi a dover educare i nostri figli, e nessun altro.
giovedì 24 settembre 2009
Incomprensioni tra mamme e non-mamme
Mi capita abbastanza spesso una cosa buffa. Per ogni mamma che mi dice "dopo il mio parto, i miei amici senza figli si sono dileguati", sento una non-mamma che mi dice "dopo aver partorito, le mie amiche neomamme si sono dileguate".
Al MomCamp tanto vituperato da qualcuna (e poi non dite che non vi do indizi), c'era Auro a sollevare questo argomento. Peccato che, in mancanza di tempo e a causa del tono scherzoso, non ci sia stata occasione di un vero confronto.
Vi dico il mio punto di vista.
Sgombriamoci il campo da neomamme che parlano solo di pannolini e da amiche single che vogliono uscire solo per rimorchiare, se no non andiamo da nessuna parte.
Parliamo di due persone sinceramente affezionate, una single e una con famiglia, che vogliono cercare di vedersi.
Partiamo dalla giornata tipo della single (vi parlo della mia esperienza di quando lo ero, OK?): sveglia alle 7.30-8, in ufficio per le 9, esce dall'ufficio tra le 6 e le 7 di sera, magari si va a fare un po' di spesa, happy hour verso le 8, poi magari cinema, poi un bicchiere dopo il cinema oppure direttamente a casa. C'erano diverse varianti per la serata: amici a cena (mai prima delle nove), TV in casa, lezione di danza dopocena, appuntamenti con ragazzi... comunque mai a letto prima di mezzanotte. Le (poche) faccende di casa le sbrigavo in un attimo nei tempi morti.
La giornata tipo della madre di famiglia invece è (sempre dalla mia esperienza): sveglia alle 5.30-6, preparazione dei bambini e colazione, a scuola (loro) per le 7.30-7.40, in ufficio per le 8, fuori dall'ufficio per le 16-16.15, ritiro bambini in due differenti luoghi, casa (che può voler dire giochiamo amabilmente con i bambini, ma più spesso significa ANCHE cucinare, lavare, stendere, riordinare), cena tra le 19 e le 20, preparazione dei bambini tra le 21 e le 21.30, mai a letto dopo le 22-22.30 al massimo.
Capite che come minimo abbiamo fusi orari differenti. Ma immaginiamo che per una sera una dica di sì a una botta di vita e decida di farsi un happy hour senza portarsi dietro la famiglia (perché di happy hour con i figli ne ho fatti eccome).
La tua amica single si presenta taccata, abiti carini e puliti, truccata, magari persino con le unghie laccate. Tu non ti ricordavi neanche più che esistessero i tacchi, i tuoi abiti sono principalmente comodi (anche carini, per carità, ma interessanti come l'elenco telefonico), ti sei truccata senza guardarti allo specchio e le tue unghie vedono lo smalto 3 volte l'anno. E dire che fai danza del ventre, mica sei una che svacca completamente.
Mentre i maschi single presenti fanno il vuoto intorno a te e alla tua amica (che ti soprannominerà "la Scacciacazzi"), lei ordina un mojito e tu? Tu, che un tempo bevevi come un camallo senza vacillare, ordini un aperitivo analcolico, per due motivi: sia perché ti sei disabituata all'alcol sia perché da quando hai avuto il secondo figlio l'alcol ti fa bruciare terribilmente lo stomaco. E magari l'amica pensa pure che hai imboccato la strada della virtù e la vuoi convertire!
A questo punto, se siete sole, sfruttate la serata per chiacchierare dei fatti vostri, e va tutto bene: tu non sei una mamma-e-basta, puoi parlare di libri, fumetti, musica, danza, questioni sentimentali, politica (ma perché rovinare il buonumore della serata?), viaggi, cucina, informatica, pettegolezzi. Ecco, di cinema recente meglio non parlare, e nemmeno troppo di moda, ma non ho amiche del tipo "ma hai visto l'ultima sfilata di Chanel?".
Il problema nasce quando sei in compagnia. Magari la tua amica vuole presentarti uno che le piace o ha colto l'occasione per uscire anche con i colleghi. Invariabilmente, pensando che sia argomento comune, la compagnia attacca a parlare di TV. E, se si parlasse della Prova del Cuoco o di Passepartout, ci staresti ancora dentro. Invece parlano di cose che iniziano quando tu sei nel primo sonno o addirittura stai entrando nel profondo della notte. E tu, come un'ebete, stai lì ad ascoltare cose che non capisci e che non ti interessano.
Un'altra occasione di imbarazzo è la chiusura della serata: verso le dieci, quando tu stai crollando dal sonno (soprattutto se hai ceduto alla vergogna e ti sei presa qualcosa di alcolico), di solito c'è qualcuno che propone di spostarsi da un'altra parte. E tu, per cui l'"altra parte" può essere solo il letto, saluti e te ne vai. Facendo la figura di quella virtuosa, che si preoccupa della famiglia e dei bambini, o della cagacazzo che non si fida a lasciare soli marito e figli per più di un'ora. Assicuri alla tua amica che è tutto OK e torni a casa, cercando di non sbattere contro un platano.
A questo punto, avrai ancora il coraggio di chiamare la tua amica, sapendo di averle fatto fare la figura dell'amica della mummia? Lei di sicuro non ti richiamerà per ripetere l'esperienza.
Se siete veramente amiche e interessate l'una all'altra, vi sentirete via mail e telefono, magari se lavorate vicine farete un pranzo insieme, ma per il resto lei sarà così gentile da aspettare che le tue serate si allunghino. Magari per l'epoca sarà lei ad essere infognata in casa con i suoi bambini piccoli. Ma tu, che ci sei già passata, saprai aspettare.
Al MomCamp tanto vituperato da qualcuna (e poi non dite che non vi do indizi), c'era Auro a sollevare questo argomento. Peccato che, in mancanza di tempo e a causa del tono scherzoso, non ci sia stata occasione di un vero confronto.
Vi dico il mio punto di vista.
Sgombriamoci il campo da neomamme che parlano solo di pannolini e da amiche single che vogliono uscire solo per rimorchiare, se no non andiamo da nessuna parte.
Parliamo di due persone sinceramente affezionate, una single e una con famiglia, che vogliono cercare di vedersi.
Partiamo dalla giornata tipo della single (vi parlo della mia esperienza di quando lo ero, OK?): sveglia alle 7.30-8, in ufficio per le 9, esce dall'ufficio tra le 6 e le 7 di sera, magari si va a fare un po' di spesa, happy hour verso le 8, poi magari cinema, poi un bicchiere dopo il cinema oppure direttamente a casa. C'erano diverse varianti per la serata: amici a cena (mai prima delle nove), TV in casa, lezione di danza dopocena, appuntamenti con ragazzi... comunque mai a letto prima di mezzanotte. Le (poche) faccende di casa le sbrigavo in un attimo nei tempi morti.
La giornata tipo della madre di famiglia invece è (sempre dalla mia esperienza): sveglia alle 5.30-6, preparazione dei bambini e colazione, a scuola (loro) per le 7.30-7.40, in ufficio per le 8, fuori dall'ufficio per le 16-16.15, ritiro bambini in due differenti luoghi, casa (che può voler dire giochiamo amabilmente con i bambini, ma più spesso significa ANCHE cucinare, lavare, stendere, riordinare), cena tra le 19 e le 20, preparazione dei bambini tra le 21 e le 21.30, mai a letto dopo le 22-22.30 al massimo.
Capite che come minimo abbiamo fusi orari differenti. Ma immaginiamo che per una sera una dica di sì a una botta di vita e decida di farsi un happy hour senza portarsi dietro la famiglia (perché di happy hour con i figli ne ho fatti eccome).
La tua amica single si presenta taccata, abiti carini e puliti, truccata, magari persino con le unghie laccate. Tu non ti ricordavi neanche più che esistessero i tacchi, i tuoi abiti sono principalmente comodi (anche carini, per carità, ma interessanti come l'elenco telefonico), ti sei truccata senza guardarti allo specchio e le tue unghie vedono lo smalto 3 volte l'anno. E dire che fai danza del ventre, mica sei una che svacca completamente.
Mentre i maschi single presenti fanno il vuoto intorno a te e alla tua amica (che ti soprannominerà "la Scacciacazzi"), lei ordina un mojito e tu? Tu, che un tempo bevevi come un camallo senza vacillare, ordini un aperitivo analcolico, per due motivi: sia perché ti sei disabituata all'alcol sia perché da quando hai avuto il secondo figlio l'alcol ti fa bruciare terribilmente lo stomaco. E magari l'amica pensa pure che hai imboccato la strada della virtù e la vuoi convertire!
A questo punto, se siete sole, sfruttate la serata per chiacchierare dei fatti vostri, e va tutto bene: tu non sei una mamma-e-basta, puoi parlare di libri, fumetti, musica, danza, questioni sentimentali, politica (ma perché rovinare il buonumore della serata?), viaggi, cucina, informatica, pettegolezzi. Ecco, di cinema recente meglio non parlare, e nemmeno troppo di moda, ma non ho amiche del tipo "ma hai visto l'ultima sfilata di Chanel?".
Il problema nasce quando sei in compagnia. Magari la tua amica vuole presentarti uno che le piace o ha colto l'occasione per uscire anche con i colleghi. Invariabilmente, pensando che sia argomento comune, la compagnia attacca a parlare di TV. E, se si parlasse della Prova del Cuoco o di Passepartout, ci staresti ancora dentro. Invece parlano di cose che iniziano quando tu sei nel primo sonno o addirittura stai entrando nel profondo della notte. E tu, come un'ebete, stai lì ad ascoltare cose che non capisci e che non ti interessano.
Un'altra occasione di imbarazzo è la chiusura della serata: verso le dieci, quando tu stai crollando dal sonno (soprattutto se hai ceduto alla vergogna e ti sei presa qualcosa di alcolico), di solito c'è qualcuno che propone di spostarsi da un'altra parte. E tu, per cui l'"altra parte" può essere solo il letto, saluti e te ne vai. Facendo la figura di quella virtuosa, che si preoccupa della famiglia e dei bambini, o della cagacazzo che non si fida a lasciare soli marito e figli per più di un'ora. Assicuri alla tua amica che è tutto OK e torni a casa, cercando di non sbattere contro un platano.
A questo punto, avrai ancora il coraggio di chiamare la tua amica, sapendo di averle fatto fare la figura dell'amica della mummia? Lei di sicuro non ti richiamerà per ripetere l'esperienza.
Se siete veramente amiche e interessate l'una all'altra, vi sentirete via mail e telefono, magari se lavorate vicine farete un pranzo insieme, ma per il resto lei sarà così gentile da aspettare che le tue serate si allunghino. Magari per l'epoca sarà lei ad essere infognata in casa con i suoi bambini piccoli. Ma tu, che ci sei già passata, saprai aspettare.
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mercoledì 23 settembre 2009
Pro e contro
Tempo fa, mi fu offerto un posto in biblioteca. Nell'ambito delle biblioteche scientifiche, a due passi da dove lavoro ora. Un posto in cui avrei dovuto imparare tanto, ma che mi sarebbe piaciuto molto. Avrei dovuto rinunciare a passare giugno a casa, ma l'avrei fatto volentieri.
Nulla andò in porto, perché io sono qualificata come amministrativa, mentre per passare alle biblioteche si deve essere tecnici. E passare da amministrativi a tecnici, in questa università, è praticamente impossibile: bisognerebbe che qualcuno volesse passare da tecnico ad amministrativo, il che è un evento raro come il passaggio della cometa di Halley. Delusione.
Ieri vengo convocata dal personale per parlare della mia domanda di qualche mese fa. Arrivo carica ed ottimista, e invece mi viene ribadito che nelle biblioteche mi devo scordare di andarci. E allora? Allora hanno visto che nel mio CV c'è un corso per Manager Didattico e vogliono propormi un trasferimento nella didattica. Bene, dico io, dove? Segreteria studenti. La bolgia infernale che vedevo tutti i giorni davanti alla porta del mio ufficio, quando lavoravo a Multimedia Campus. Rabbrividiamo.
In realtà, entrare nella didattica non mi dispiacerebbe: hai più contatto col pubblico, magari c'è anche la possibilità di fare qualcosa di più. La Segreteria Studenti potrebbe essere un modo per iniziare. E lavorare tanto non mi spaventa, mica ti chiedono di tenere aperto oltre l'orario stabilito.
Poi però cominciano le raccomandazioni: organizzati per le malattie dei figli perché dove vai c'è carenza di personale, mostrati molto volenterosa col dirigente perché lui ha una paura matta delle mamme giovani, scordati di poter star a casa tutta l'estate come hai fatto quest'anno e scordati anche più di 2 settimane di ferie di fila. Il tutto per andare a registrare statini invece che fatture.
Ora sto aspettando che mi chiamino per un colloquio con il dirigente, ma, a meno che non mi si prospetti il lavoro della mia vita (ne dubito), credo che me ne starò dove sono: in una segreteria dove non c'è più carenza di organico, dove faccio tanti sbagli ma ora ho una guida, dove ho un lavoro che non amo ma almeno godo di tutti i benefici per cui sono diventata statale.
Qualcuno mi dirà: eh ma non sei mai contenta. Magari lo stesso ufficio personale farà la stessa osservazione. Se qualcuno me lo farà notare, risponderò che non sono io ad aver chiesto un trasferimento, io ho solo chiesto un cambio di mansioni in una specifica direzione, e non mi è stato concesso nulla di quello che ho chiesto, anzi.
E, anche se solo per una speranza di poche ore, ho incamerato un'altra delusione. Ora vado a sedermi sulla riva del fiume e aspetto la prossima tornata di pensionamenti: magari prima o poi qualche posto in biblioteca si libererà. Nel frattempo, mi godrò i miei benefici da statale e terrò buona la parte di me che non si rassegna.
Nulla andò in porto, perché io sono qualificata come amministrativa, mentre per passare alle biblioteche si deve essere tecnici. E passare da amministrativi a tecnici, in questa università, è praticamente impossibile: bisognerebbe che qualcuno volesse passare da tecnico ad amministrativo, il che è un evento raro come il passaggio della cometa di Halley. Delusione.
Ieri vengo convocata dal personale per parlare della mia domanda di qualche mese fa. Arrivo carica ed ottimista, e invece mi viene ribadito che nelle biblioteche mi devo scordare di andarci. E allora? Allora hanno visto che nel mio CV c'è un corso per Manager Didattico e vogliono propormi un trasferimento nella didattica. Bene, dico io, dove? Segreteria studenti. La bolgia infernale che vedevo tutti i giorni davanti alla porta del mio ufficio, quando lavoravo a Multimedia Campus. Rabbrividiamo.
In realtà, entrare nella didattica non mi dispiacerebbe: hai più contatto col pubblico, magari c'è anche la possibilità di fare qualcosa di più. La Segreteria Studenti potrebbe essere un modo per iniziare. E lavorare tanto non mi spaventa, mica ti chiedono di tenere aperto oltre l'orario stabilito.
Poi però cominciano le raccomandazioni: organizzati per le malattie dei figli perché dove vai c'è carenza di personale, mostrati molto volenterosa col dirigente perché lui ha una paura matta delle mamme giovani, scordati di poter star a casa tutta l'estate come hai fatto quest'anno e scordati anche più di 2 settimane di ferie di fila. Il tutto per andare a registrare statini invece che fatture.
Ora sto aspettando che mi chiamino per un colloquio con il dirigente, ma, a meno che non mi si prospetti il lavoro della mia vita (ne dubito), credo che me ne starò dove sono: in una segreteria dove non c'è più carenza di organico, dove faccio tanti sbagli ma ora ho una guida, dove ho un lavoro che non amo ma almeno godo di tutti i benefici per cui sono diventata statale.
Qualcuno mi dirà: eh ma non sei mai contenta. Magari lo stesso ufficio personale farà la stessa osservazione. Se qualcuno me lo farà notare, risponderò che non sono io ad aver chiesto un trasferimento, io ho solo chiesto un cambio di mansioni in una specifica direzione, e non mi è stato concesso nulla di quello che ho chiesto, anzi.
E, anche se solo per una speranza di poche ore, ho incamerato un'altra delusione. Ora vado a sedermi sulla riva del fiume e aspetto la prossima tornata di pensionamenti: magari prima o poi qualche posto in biblioteca si libererà. Nel frattempo, mi godrò i miei benefici da statale e terrò buona la parte di me che non si rassegna.
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