Sono partita per le vacanze con la convinzione che non sarei mai stata una fan della classica vacanza "stessa spiaggia stesso mare". Sono tornata con il dispiacere di non potermi permettere di aggiungere qualche settimana di vacanza "classica" ai viaggi che vorremmo fare nei prossimi anni.
La prima settimana, in Val Trebbia, è stata bellissima dal punto di vista naturalistico e umano, ma ben poco abitudinaria: ogni giorno un posto diverso dove scendere al fiume, un modo bellissimo per avvicinare noi stessi e i bambini alla natura, ma sempre un po' faticoso e scomodo per tutti. Amelia era spesso scontenta, tranne di sera quando cenavamo all'agriturismo e lei poteva giocare nell'aia come se fosse casa sua.
Quando siamo partiti per Levanto, Amelia era di malumore perché non voleva lasciare l'agriturismo di Bobbio, con le sue persone meravigliose e i suoi cavalli e la ghiandaia addomesticata e le gatte. I primi giorni a Levanto sono stati un po' deliranti per via del suo umore.
Ho notato però che, quando abbiamo fatto 4 mattine di seguito nella stessa spiaggia e lei ha potuto familiarizzare sia con i bambini "fissi" sia con il mare e la sabbia, il suo umore è decisamente migliorato e con il suo anche il nostro.
E oggi, nonostante una parte di me si ribelli, sto seriamente pensando di prenotare fin da ora lo stesso appartamento per il prossimo anno, stesso periodo o magari qualcosina di più. Perché lo so che qualcuno mi chiamerà mollacciona e mi accuserà di assecondare i capricci di una bambina di 3 anni, ma io penso che ci sia sotto qualcosa di più.
Penso ai miei anni a Loano, posto che dai 15 anni mi è apparso noiosissimo e dove non tornerei volentieri. Mi ricordo una routine ma di quelle piacevoli, in cui ogni anno ritrovi la spiaggia, gli amici, i giochi, i luoghi. E infatti dai 15 anni mi sono annoiata perché tanti amici non c'erano più, non perché mi mancasse chissà quale divertimento.
Penso che, nonostante i miei sforzi, probabilmente Amelia non ha capito il perché del cambiare posto ogni giorno, del voler vedere cose nuove: lei si accontenta di un po' di sabbia, un po' di mare e qualcuno con cui giocare.
Appena abbiamo smesso di portarla qua e là (sia pure con buone intenzioni) e le abbiamo permesso di fare quello che le piaceva, è diventata più felice ed equilibrata.
E qui mi viene in mente la frase di una mia cara amica, che l'aveva detto tempo fa: i bambini felici sono sempre bravi. Questa è stata la prova del nove.
domenica 30 agosto 2009
venerdì 14 agosto 2009
Meritocrazia del successo
Recentemente, anche grazie a Viola e ad alcuni scambi di opinioni molto fruttuosi, sono tornata a riflettere su un tema che, come storica dell'arte e danzatrice dilettante, mi si è riproposto ennemila volte: c'è qualcosa di sbagliato nel voler piacere a tanti?
Esempio concreto: Michelangelo piace a tanti, è sempre piaciuto a tanti. Questo l'ha reso un artista meno grande o innovativo?
Altro esempio concreto: l'"Inno alla Gioia" è diventato una roba da suonerie, piace oggi come 200 anni fa. Ma Beethoven era una specie di Laura Pausini dei suoi tempi? Con tutto il rispetto per la Pausini e i suoi fan, Beethoven era qualcosina di più.
Perché faccio queste riflessioni? Perché Viola vuole piacere a tanti. Vuole essere un prodotto popolare, laddove "popolare" significa "che piace al popolo, alla gente".
Ora, è vero che esiste il popolo bue che guarda in TV programmi inguardabili e legge libri e fumetti impubblicabili. Ma io credo che lo faccia anche e soprattutto per fame.
Esempio: mia madre ama la letteratura thriller - gialla - avventura - ecc., praticamente tutta la letteratura di genere tranne l'horror e il rosa. Legge Jeffrey Deaver, la Gimenez-Bartlett, la Vargas, il vecchio Ludlum, Follett, Wilbur Smith, eccetera. Ma, se lo trova in libreria a un prezzo basso o glielo passano, legge anche Buticchi e il nuovo Ludlum.
Altro esempio: a me piacciono le serie TV ben fatte, serie, ben recitate. Ma, nelle serate vuote, mi sono sparata diverse puntate di Elisa di Rivombrosa o Carabinieri o Distretto di Polizia, senza per questo considerarle capolavori.
Oppure: nella mia fame di libri e prodotti sui vampiri, ho letto cose belle e popolari, come Dampyr, ma anche trovato prodotti scadenti, come il ciclo di Delany o la serie di Buffy.
Sinceramente, nel mondo del fumetto, a volte mi chiedo come facciano (o abbiano fatto) a sopravvivere serie come Amanda o Lazarus Ledd: chi le compra, con tutte le altre serie interessanti che ci sono in edicola? E capisco che chi fa fumetti innovativi vorrebbe che certe vecchie glorie facessero spazio a roba più nuova.
Però ci sono anche molti prodotti di qualità, popolari ma non necessariamente fatti senz'anima: Dago (almeno i primi anni), Dampyr, Nathan Never, le miniserie di Luca Enoch, Demian... Su Dylan Dog non mi pronuncio, non l'ho mai conosciuto troppo bene. Anche se si tratta di personaggi "antichi", apprezzo Tex e Diabolik.
Viceversa, tra coloro che fanno cose "d'autore" ci sono anche (e sottolineo ANCHE, non SOLO) cialtroni pazzeschi che credono di essere artisti solo perché hanno i soldi per mettere in piedi uno spettacolo o un libro. Nel mondo dell'editoria, non ne conosco personalmente. Ne conosco nel mondo della danza, perché la mia prima maestra è di questa razza: se confronto i suoi pretenziosi spettacoli a quelli della mia attuale maestra, anche quelli estemporanei, c'è un abisso di qualità e di profondità di emozioni.
Ma ecco il busillis: la mia attuale maestra, la Pedretti per intenderci, è commerciale o autoriale? Lei e le sue socie si esibivano nei locali, certo, e ogni tanto lo fanno ancora. Addirittura si sono esibite per la strada in un festival di buskers, a Castellarquato, con percussionista e famiglia al seguito. Oppure la "colpa" di essere commerciale deriva dal fatto di essersi esibita nei festival di danza di tutta Europa e oltre?
Oppure, caso editoriale: ho recentemente letto "Cacciatori nelle tenebre" dei fratelli Carofiglio (altri fratelli, si vede che porta fortuna!). Io l'ho trovato bello, ben fatto, e vorrei leggerne altri. Nei blog e nei forum di amanti dei fumetti, invece, ho trovato critiche a priori, parole di disprezzo e di dileggio nei confronti di due "dilettanti" che hanno osato cimentarsi con le sacre nuvolette, il tutto velatamente condito dal solito "il prodotto è scadente, altrimenti non avrebbe tanto successo". Ovviamente, accecati dall'invidia, molti non hanno pensato neppure per un attimo che il prodotto dei Carofiglio abbia avuto successo perché è bello e ben fatto.
In definitiva, sono un po' stanca di questa diatriba: ci sono sicuramente corsie preferenziali per certi "autori" (altrimenti non si spiegherebbe come certa gente possa pubblicare libri illeggibili), ma non credo che necessariamente chi ha successo sia scadente. Soprattutto, penso che il successo spesso sia un misto di bravura tout court e capacità di intessere rapporti umani proficui.
Di quest'ultimo elemento mi sono resa conto da poco tempo e sto cercando di migliorare queste mie capacità, di non vergognarmi di "usare" i miei contatti, di considerare le pubbliche relazioni come parte integrante della produzione di Viola.
E speriamo che la fortuna ci assista.
Esempio concreto: Michelangelo piace a tanti, è sempre piaciuto a tanti. Questo l'ha reso un artista meno grande o innovativo?
Altro esempio concreto: l'"Inno alla Gioia" è diventato una roba da suonerie, piace oggi come 200 anni fa. Ma Beethoven era una specie di Laura Pausini dei suoi tempi? Con tutto il rispetto per la Pausini e i suoi fan, Beethoven era qualcosina di più.
Perché faccio queste riflessioni? Perché Viola vuole piacere a tanti. Vuole essere un prodotto popolare, laddove "popolare" significa "che piace al popolo, alla gente".
Ora, è vero che esiste il popolo bue che guarda in TV programmi inguardabili e legge libri e fumetti impubblicabili. Ma io credo che lo faccia anche e soprattutto per fame.
Esempio: mia madre ama la letteratura thriller - gialla - avventura - ecc., praticamente tutta la letteratura di genere tranne l'horror e il rosa. Legge Jeffrey Deaver, la Gimenez-Bartlett, la Vargas, il vecchio Ludlum, Follett, Wilbur Smith, eccetera. Ma, se lo trova in libreria a un prezzo basso o glielo passano, legge anche Buticchi e il nuovo Ludlum.
Altro esempio: a me piacciono le serie TV ben fatte, serie, ben recitate. Ma, nelle serate vuote, mi sono sparata diverse puntate di Elisa di Rivombrosa o Carabinieri o Distretto di Polizia, senza per questo considerarle capolavori.
Oppure: nella mia fame di libri e prodotti sui vampiri, ho letto cose belle e popolari, come Dampyr, ma anche trovato prodotti scadenti, come il ciclo di Delany o la serie di Buffy.
Sinceramente, nel mondo del fumetto, a volte mi chiedo come facciano (o abbiano fatto) a sopravvivere serie come Amanda o Lazarus Ledd: chi le compra, con tutte le altre serie interessanti che ci sono in edicola? E capisco che chi fa fumetti innovativi vorrebbe che certe vecchie glorie facessero spazio a roba più nuova.
Però ci sono anche molti prodotti di qualità, popolari ma non necessariamente fatti senz'anima: Dago (almeno i primi anni), Dampyr, Nathan Never, le miniserie di Luca Enoch, Demian... Su Dylan Dog non mi pronuncio, non l'ho mai conosciuto troppo bene. Anche se si tratta di personaggi "antichi", apprezzo Tex e Diabolik.
Viceversa, tra coloro che fanno cose "d'autore" ci sono anche (e sottolineo ANCHE, non SOLO) cialtroni pazzeschi che credono di essere artisti solo perché hanno i soldi per mettere in piedi uno spettacolo o un libro. Nel mondo dell'editoria, non ne conosco personalmente. Ne conosco nel mondo della danza, perché la mia prima maestra è di questa razza: se confronto i suoi pretenziosi spettacoli a quelli della mia attuale maestra, anche quelli estemporanei, c'è un abisso di qualità e di profondità di emozioni.
Ma ecco il busillis: la mia attuale maestra, la Pedretti per intenderci, è commerciale o autoriale? Lei e le sue socie si esibivano nei locali, certo, e ogni tanto lo fanno ancora. Addirittura si sono esibite per la strada in un festival di buskers, a Castellarquato, con percussionista e famiglia al seguito. Oppure la "colpa" di essere commerciale deriva dal fatto di essersi esibita nei festival di danza di tutta Europa e oltre?
Oppure, caso editoriale: ho recentemente letto "Cacciatori nelle tenebre" dei fratelli Carofiglio (altri fratelli, si vede che porta fortuna!). Io l'ho trovato bello, ben fatto, e vorrei leggerne altri. Nei blog e nei forum di amanti dei fumetti, invece, ho trovato critiche a priori, parole di disprezzo e di dileggio nei confronti di due "dilettanti" che hanno osato cimentarsi con le sacre nuvolette, il tutto velatamente condito dal solito "il prodotto è scadente, altrimenti non avrebbe tanto successo". Ovviamente, accecati dall'invidia, molti non hanno pensato neppure per un attimo che il prodotto dei Carofiglio abbia avuto successo perché è bello e ben fatto.
In definitiva, sono un po' stanca di questa diatriba: ci sono sicuramente corsie preferenziali per certi "autori" (altrimenti non si spiegherebbe come certa gente possa pubblicare libri illeggibili), ma non credo che necessariamente chi ha successo sia scadente. Soprattutto, penso che il successo spesso sia un misto di bravura tout court e capacità di intessere rapporti umani proficui.
Di quest'ultimo elemento mi sono resa conto da poco tempo e sto cercando di migliorare queste mie capacità, di non vergognarmi di "usare" i miei contatti, di considerare le pubbliche relazioni come parte integrante della produzione di Viola.
E speriamo che la fortuna ci assista.
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sabato 8 agosto 2009
L'ora delle streghe
Al giorno d'oggi, dichiararsi streghe è una moda e un vanto: eliminata l'antiquata idea della strega cattiva, ecco che la strega è bella, sexy, buona e molto, molto utile.
Non c'è bisogno che faccia la carrellata: dal telefilm "Streghe" a Harry Potter, passando per tutto il vario fantasy bello o brutto, conosciamo il genere. E, sull'onda della New Age, la Wicca si è diffusa in tutto il mondo.
Io, nel mio piccolo, non mi considero una strega, ma penso che in altre epoche mi avrebbero potuta considerare tale. Non tanto perché ora sto scrivendo con una gatta nera di fianco al PC o perché spesso mi è capitato di azzeccare previsioni non proprio scontate. E nemmeno per il mio ateismo, che in altre epoche avrei tenuto ben nascosto.
Penso piuttosto di assomigliare a una strega del mondo contadino perché ascolto la natura, sempre. Non nel senso che vivo naturale o cose del genere, ma proprio nel senso che sono molto attenta ai versi e ai comportamenti degli animali e degli elementi. E quasi mai attribuisco loro significati stereotipati.
Ricordo per esempio che, quando vivevo in centro a Pavia, una cornacchia gracchiava tutte le mattine e tutte le sere affacciandosi sul mio cortile, e a me sembrava un saluto. Sempre quando vivevo a Pavia, i gatti (timidissimi con gli altri condomini) di una mia vicina venivano a dormire sul mio divano mentre io scrivevo o lavoravo da casa. Oppure: al ritorno dalla casa di campagna di Andezeno, dove il silenzio degli uccelli mi pareva quasi inquietante, sono stata investita da una mattina in cui c'era solo l'imbarazzo della scelta tra allodole, merli, gazze, passeri, cornacchie e tortore, e mi sono sentita di nuovo a casa. Di notte, con le finestre aperte, mi capita di sentire gli scazzi tra gatti, e a volte di riconoscere le voci delle mie gatte bisbetiche. Ci sono giorni (o, più spesso, sere) in cui mi arriva l'urlo angoscioso di una mucca che partorisce o il lamento di un vitello che vorrebbe la sua mamma. Ieri, notando che la luna era rossa, ho pensato che oggi avremmo patito molto il caldo, perché ci sarebbe stata molta umidità.
Forse la differenza tra me e una strega è che io non traggo presagi o conclusioni da questi episodi. Mi limito a registrarli dentro di me, a notarli. E mi aiutano a sentirmi meno sola.
Non c'è bisogno che faccia la carrellata: dal telefilm "Streghe" a Harry Potter, passando per tutto il vario fantasy bello o brutto, conosciamo il genere. E, sull'onda della New Age, la Wicca si è diffusa in tutto il mondo.
Io, nel mio piccolo, non mi considero una strega, ma penso che in altre epoche mi avrebbero potuta considerare tale. Non tanto perché ora sto scrivendo con una gatta nera di fianco al PC o perché spesso mi è capitato di azzeccare previsioni non proprio scontate. E nemmeno per il mio ateismo, che in altre epoche avrei tenuto ben nascosto.
Penso piuttosto di assomigliare a una strega del mondo contadino perché ascolto la natura, sempre. Non nel senso che vivo naturale o cose del genere, ma proprio nel senso che sono molto attenta ai versi e ai comportamenti degli animali e degli elementi. E quasi mai attribuisco loro significati stereotipati.
Ricordo per esempio che, quando vivevo in centro a Pavia, una cornacchia gracchiava tutte le mattine e tutte le sere affacciandosi sul mio cortile, e a me sembrava un saluto. Sempre quando vivevo a Pavia, i gatti (timidissimi con gli altri condomini) di una mia vicina venivano a dormire sul mio divano mentre io scrivevo o lavoravo da casa. Oppure: al ritorno dalla casa di campagna di Andezeno, dove il silenzio degli uccelli mi pareva quasi inquietante, sono stata investita da una mattina in cui c'era solo l'imbarazzo della scelta tra allodole, merli, gazze, passeri, cornacchie e tortore, e mi sono sentita di nuovo a casa. Di notte, con le finestre aperte, mi capita di sentire gli scazzi tra gatti, e a volte di riconoscere le voci delle mie gatte bisbetiche. Ci sono giorni (o, più spesso, sere) in cui mi arriva l'urlo angoscioso di una mucca che partorisce o il lamento di un vitello che vorrebbe la sua mamma. Ieri, notando che la luna era rossa, ho pensato che oggi avremmo patito molto il caldo, perché ci sarebbe stata molta umidità.
Forse la differenza tra me e una strega è che io non traggo presagi o conclusioni da questi episodi. Mi limito a registrarli dentro di me, a notarli. E mi aiutano a sentirmi meno sola.
giovedì 6 agosto 2009
Il diritto all'infelicità
Titolo assai poco vacanziero, OK, ma non son mica in vacanza: sono in un limbo fatto di scatoloni e idraulici, quindi quasi peggio che se andassi al lavoro. Oddio, sarebbe peggio se fossi in questo limbo di scatoloni e idraulici E andassi al lavoro.
Il fatto è che, quest'estate, sono stata assai poco felice, soprattutto in proporzione a quanto ci si aspetterebbe da una che è a casa con i suoi adorati bambini dal primo giugno.
Sicuramente c'entra tutta la fatica assurda che stiamo facendo per la cucina nuova. E anche il fatto di essere stata senza Luca per una buona porzione dei giorni di luglio. In aggiunta, mettiamoci che ad Amelia è esploso il complesso d'Edipo proprio in concomitanza con l'assenza di suo padre, una depressione... Possiamo metterci anche il fatto che, tutto sommato, se penso al ritorno al lavoro, uno qualsiasi dei momenti più cupi di quest'estate mi pare luminoso.
Questo non per dire che finora sia stata una brutta estate. Ci sono stati momenti bellissimi, che rimarranno con me per sempre: il Momcamp, il giro a Genova con Luca ed Ettore, la visita della mia amica Isabella, la breve convivenza con i miei cognati giovani, i weekend con Luca, il concerto di Bregovic a Collegno, la scoperta dell'agrigelateria e della Gelateria Popolare di Torino...
Però ho potuto riflettere sull'infelicità che provo riguardo la sfera lavorativa, il "vuoto" (come lo chiama Luca). Mi sono chiesta se è depressione, se c'è qualcosa di patologico. E mi sono detta che, sì, c'è ansia e dolore all'idea di ritornare, ma credo che sia una tristezza "sana" e nello stesso tempo insanabile.
Sana perché riguarda solo quella sfera: non mi fa sentire infelice o fallita negli affetti o in altri aspetti della mia vita, non intacca la mia autostima. So di essere finita in questo cul de sac per motivi che esulano dal mio valore di persona e di lavoratrice, e questo mi rende forte. So anche che un modo di uscire dall'inferno delle fatture c'è, ma che ancora per un anno non è praticabile: nessuno si prende volentieri una che ha ancora dei congedi parentali da godere, rischio di passare dalla padella alla brace (ovvero: da un lavoro brutto ma con colleghi gentili a un lavoro brutto con colleghi orrendi).
Certo, a volte questo dolore mi rende più irritabile anche in altri momenti della mia vita, ma credo che sia normale: dopotutto, una persona che ha mal di denti è più irascibile di una perfettamente sana, no?
Insanabile perché, per quanto io faccia, nella pubblica amministrazione non credo che avrò mai un lavoro che renda felice come ero nei primi 3 anni della mia vita lavorativa, e questo per me è come avere un arto in meno. Luca lo sa: per quanto lui mi possa amare e per quanto i nostri figli possano essere meravigliosi, io la mancanza di quell'arto la sentirò sempre. Forse non mi risanerà nemmeno un eventuale successo di Viola, perché comunque non sarebbe Viola la cosa di cui mi occuperei per 8 ore al giorno.
Certo, nei miei sogni una via d'uscita ci sarebbe: fare un botto tale con Viola da diventare autrice a tempo pieno, pagata da vere case editrici, di fumetti e non. Ma, a parte che la mia parte di figlia del popolo mi imporrebbe di non lasciare il lavoro statale ma prendere il part time più ridotto possibile, i sogni son desideri un po' troppo spinti.
Al massimo, nella vita reale, posso "accontentarmi" di sognare un part time per il giorno in cui avrò finito di pagare le rate del nido di Ettore, e cercare di portare avanti Viola senza rimetterci troppo.
Sono ragionamenti di una depressa, questi? Dovrei sforzarmi di vedere positivo qualcosa che non può esserlo? Ecco, ci posso anche provare: grazie al fatto che adesso capisco e capirò sempre meglio i meccanismi amministrativi di un ente, mi districherò decisamente meglio nella stesura del budget per Viola. Ora è veramente tutto: ora ho il diritto di dire che sono infelice del mio lavoro e stop.
Ah no, c'è un altro obbligo che devo assolvere: pensare a tutte le persone che non hanno lavoro o che hanno un lavoro qualsiasi perché devono mangiare o che ce l'hanno precario. Invece di pensare al Terzo Mondo o ad amiche ben più vicine, penso a mia nonna: vedova dopo la guerra (ma non "di" guerra, quindi senza pensione), con una figlia piccola, si rompeva la schiena troppe ore al giorno in un laboratorio farmaceutico, senza la minima protezione per la propria salute, fianco a fianco con ragazzine che morivano ancora di polmonite. Sicuramente non era felice di fare quel lavoro, ma probabilmente credeva che la sua condizione di infelicità non fosse patologica: probabilmente era la norma. Quasi nessuno faceva un lavoro che lo realizzasse, quasi tutti lavoravano solo per mangiare e senza pensare che ci può essere bellezza in un lavoro piuttosto che in un altro.
Ecco, io penso di dover fare come mia nonna: lavorare per mangiare e non sentirmi sbagliata per l'infelicità che sento. Ma non sentirmi neanche in colpa per i diritti di cui godo: li compenso ampiamente con un peso nel cuore.
Il fatto è che, quest'estate, sono stata assai poco felice, soprattutto in proporzione a quanto ci si aspetterebbe da una che è a casa con i suoi adorati bambini dal primo giugno.
Sicuramente c'entra tutta la fatica assurda che stiamo facendo per la cucina nuova. E anche il fatto di essere stata senza Luca per una buona porzione dei giorni di luglio. In aggiunta, mettiamoci che ad Amelia è esploso il complesso d'Edipo proprio in concomitanza con l'assenza di suo padre, una depressione... Possiamo metterci anche il fatto che, tutto sommato, se penso al ritorno al lavoro, uno qualsiasi dei momenti più cupi di quest'estate mi pare luminoso.
Questo non per dire che finora sia stata una brutta estate. Ci sono stati momenti bellissimi, che rimarranno con me per sempre: il Momcamp, il giro a Genova con Luca ed Ettore, la visita della mia amica Isabella, la breve convivenza con i miei cognati giovani, i weekend con Luca, il concerto di Bregovic a Collegno, la scoperta dell'agrigelateria e della Gelateria Popolare di Torino...
Però ho potuto riflettere sull'infelicità che provo riguardo la sfera lavorativa, il "vuoto" (come lo chiama Luca). Mi sono chiesta se è depressione, se c'è qualcosa di patologico. E mi sono detta che, sì, c'è ansia e dolore all'idea di ritornare, ma credo che sia una tristezza "sana" e nello stesso tempo insanabile.
Sana perché riguarda solo quella sfera: non mi fa sentire infelice o fallita negli affetti o in altri aspetti della mia vita, non intacca la mia autostima. So di essere finita in questo cul de sac per motivi che esulano dal mio valore di persona e di lavoratrice, e questo mi rende forte. So anche che un modo di uscire dall'inferno delle fatture c'è, ma che ancora per un anno non è praticabile: nessuno si prende volentieri una che ha ancora dei congedi parentali da godere, rischio di passare dalla padella alla brace (ovvero: da un lavoro brutto ma con colleghi gentili a un lavoro brutto con colleghi orrendi).
Certo, a volte questo dolore mi rende più irritabile anche in altri momenti della mia vita, ma credo che sia normale: dopotutto, una persona che ha mal di denti è più irascibile di una perfettamente sana, no?
Insanabile perché, per quanto io faccia, nella pubblica amministrazione non credo che avrò mai un lavoro che renda felice come ero nei primi 3 anni della mia vita lavorativa, e questo per me è come avere un arto in meno. Luca lo sa: per quanto lui mi possa amare e per quanto i nostri figli possano essere meravigliosi, io la mancanza di quell'arto la sentirò sempre. Forse non mi risanerà nemmeno un eventuale successo di Viola, perché comunque non sarebbe Viola la cosa di cui mi occuperei per 8 ore al giorno.
Certo, nei miei sogni una via d'uscita ci sarebbe: fare un botto tale con Viola da diventare autrice a tempo pieno, pagata da vere case editrici, di fumetti e non. Ma, a parte che la mia parte di figlia del popolo mi imporrebbe di non lasciare il lavoro statale ma prendere il part time più ridotto possibile, i sogni son desideri un po' troppo spinti.
Al massimo, nella vita reale, posso "accontentarmi" di sognare un part time per il giorno in cui avrò finito di pagare le rate del nido di Ettore, e cercare di portare avanti Viola senza rimetterci troppo.
Sono ragionamenti di una depressa, questi? Dovrei sforzarmi di vedere positivo qualcosa che non può esserlo? Ecco, ci posso anche provare: grazie al fatto che adesso capisco e capirò sempre meglio i meccanismi amministrativi di un ente, mi districherò decisamente meglio nella stesura del budget per Viola. Ora è veramente tutto: ora ho il diritto di dire che sono infelice del mio lavoro e stop.
Ah no, c'è un altro obbligo che devo assolvere: pensare a tutte le persone che non hanno lavoro o che hanno un lavoro qualsiasi perché devono mangiare o che ce l'hanno precario. Invece di pensare al Terzo Mondo o ad amiche ben più vicine, penso a mia nonna: vedova dopo la guerra (ma non "di" guerra, quindi senza pensione), con una figlia piccola, si rompeva la schiena troppe ore al giorno in un laboratorio farmaceutico, senza la minima protezione per la propria salute, fianco a fianco con ragazzine che morivano ancora di polmonite. Sicuramente non era felice di fare quel lavoro, ma probabilmente credeva che la sua condizione di infelicità non fosse patologica: probabilmente era la norma. Quasi nessuno faceva un lavoro che lo realizzasse, quasi tutti lavoravano solo per mangiare e senza pensare che ci può essere bellezza in un lavoro piuttosto che in un altro.
Ecco, io penso di dover fare come mia nonna: lavorare per mangiare e non sentirmi sbagliata per l'infelicità che sento. Ma non sentirmi neanche in colpa per i diritti di cui godo: li compenso ampiamente con un peso nel cuore.
martedì 28 luglio 2009
Chi ha paura della bagiua?
Parliamo ancora di fumetti: mi spiace per voi se preferite altri temi, ma ho accumulato molto materiale nella "sospensione" andezenese.
Stavolta parlo di un fumetto che non troverete facilmente, perché tutte le stampe e ristampe sono esaurite e questo mi rende molto felice per i suoi autori: Il Sorriso della Bàgiua.
A ISDB sono arrivata per vie lunghe e contorte, il che per me è garanzia che si tratta di qualcosa che è scritto nel mio destino.
Prima di tutto, quando ero piccola e i miei andavano tutti gli anni al mare a Loano, c'era la festa delle Basure. Nel tempo, quella che probabilmente era una festa di scongiuro contro le streghe è diventata una specie di Halloween, ma è sempre meglio di niente per creare l'idea della strega buona: somiglia alla befana, fa allegria, fa venire le giostre...
Poi, due anni fa, stimolata da una serie di circostanze, ho portato la mia famiglia per una settimana di vacanza nell'entroterra del Ponente Ligure, con base a Pigna. La prima incursione l'ho fatta a Triora, il cosiddetto paese delle streghe, dove desideravo andare fin dai tempi in cui scrivevo gli eventi del territorio nel sito del Casinò di Sanremo.
L'anno scorso, nella mia scorpacciata di arretrati di Dampyr, ho trovato la segnalazione del sito di ISDB, ma non ho avuto modo di andarlo a vedere subito perché ero al mare con Amelia e mia mamma.
Qualche mese fa, ci sono tornata su e ho contattato gli autori, i fratelli Scibilia, per vedere se avevano ancora qualche albo. Sono stata fortunata: la ricerca è stata lunga e faticosa, ma qualche giorno fa la postina mi ha portato un pacchettino con due albi: Nox Profunda e Interludium. Letti appena li ho avuti in mano.
Non ve li voglio raccontare troppo, altrimenti vi tolgo tutto il gusto nel caso in cui voleste leggerli e riusciste a trovarli, ma vi dico solo che in uno dei due c'è una scena casalinga tra una madre e una figlia di 5-6 anni, seguita da una brusca separazione.
La cosa che mi è piaciuta di più è che questa scena sia stata condotta in modo sobrio, senza retorica, senza eccessi. Mi piace che siano stati resi benissimo i sentimenti di una madre separata dalla propria unica figlia. Mi piace anche che questo episodio abbia preso spunto da un reale avvenimento del processo alle streghe del 1587.
Ecco quello che intendo quando parlo di prodotto largamente accessibile ma interessante, bello, vivo. Un prodotto che può piacere indipendentemente dalla fascia d'età, perché è interessante di per sé. Certo, in prima battuta attirerà gli appassionati di mistero e horror, ma, se qualche non appassionato saprà saltare il fosso senza badare al genere, si troverà per le mani una bella storia, disegnata splendidamente.
Oltretutto, chi conosce i luoghi verrà letteralmente ipnotizzato da come vengono resi: reali ma comunque filtrati dall'atmosfera, una cosa da vedere.
Mi accontenterei che Viola fosse bella la metà della Bàgiua. E mi accontenterei di un disegnatore che fosse bravo la metà di Alessandro Scibilia (che non per niente è entrato in staff Bonelli): sarebbe comunque bravissimo.
Stavolta parlo di un fumetto che non troverete facilmente, perché tutte le stampe e ristampe sono esaurite e questo mi rende molto felice per i suoi autori: Il Sorriso della Bàgiua.
A ISDB sono arrivata per vie lunghe e contorte, il che per me è garanzia che si tratta di qualcosa che è scritto nel mio destino.
Prima di tutto, quando ero piccola e i miei andavano tutti gli anni al mare a Loano, c'era la festa delle Basure. Nel tempo, quella che probabilmente era una festa di scongiuro contro le streghe è diventata una specie di Halloween, ma è sempre meglio di niente per creare l'idea della strega buona: somiglia alla befana, fa allegria, fa venire le giostre...
Poi, due anni fa, stimolata da una serie di circostanze, ho portato la mia famiglia per una settimana di vacanza nell'entroterra del Ponente Ligure, con base a Pigna. La prima incursione l'ho fatta a Triora, il cosiddetto paese delle streghe, dove desideravo andare fin dai tempi in cui scrivevo gli eventi del territorio nel sito del Casinò di Sanremo.
L'anno scorso, nella mia scorpacciata di arretrati di Dampyr, ho trovato la segnalazione del sito di ISDB, ma non ho avuto modo di andarlo a vedere subito perché ero al mare con Amelia e mia mamma.
Qualche mese fa, ci sono tornata su e ho contattato gli autori, i fratelli Scibilia, per vedere se avevano ancora qualche albo. Sono stata fortunata: la ricerca è stata lunga e faticosa, ma qualche giorno fa la postina mi ha portato un pacchettino con due albi: Nox Profunda e Interludium. Letti appena li ho avuti in mano.
Non ve li voglio raccontare troppo, altrimenti vi tolgo tutto il gusto nel caso in cui voleste leggerli e riusciste a trovarli, ma vi dico solo che in uno dei due c'è una scena casalinga tra una madre e una figlia di 5-6 anni, seguita da una brusca separazione.
La cosa che mi è piaciuta di più è che questa scena sia stata condotta in modo sobrio, senza retorica, senza eccessi. Mi piace che siano stati resi benissimo i sentimenti di una madre separata dalla propria unica figlia. Mi piace anche che questo episodio abbia preso spunto da un reale avvenimento del processo alle streghe del 1587.
Ecco quello che intendo quando parlo di prodotto largamente accessibile ma interessante, bello, vivo. Un prodotto che può piacere indipendentemente dalla fascia d'età, perché è interessante di per sé. Certo, in prima battuta attirerà gli appassionati di mistero e horror, ma, se qualche non appassionato saprà saltare il fosso senza badare al genere, si troverà per le mani una bella storia, disegnata splendidamente.
Oltretutto, chi conosce i luoghi verrà letteralmente ipnotizzato da come vengono resi: reali ma comunque filtrati dall'atmosfera, una cosa da vedere.
Mi accontenterei che Viola fosse bella la metà della Bàgiua. E mi accontenterei di un disegnatore che fosse bravo la metà di Alessandro Scibilia (che non per niente è entrato in staff Bonelli): sarebbe comunque bravissimo.
lunedì 27 luglio 2009
Sbandata col biondo
L'estate, si dice, è il periodo delle sbandate. Da due anni, non faccio eccezione: l'anno scorso con un moro fascinoso ma piuttosto anziano, quest'anno con un biondo senza macchia e senza paura.
Dal momento che il primo si chiama Draka e il secondo Demian, capirete che il mio matrimonio non è assolutamente in pericolo.
Di Dampyr, serie di cui Draka è un comprimario, credo di avervi già parlato: la passione me l'ha attaccata un'amica di blog e poi la malattia ha seguito il suo decorso. È un prodotto commerciale, OK, ma molto ben fatto: non banale la psicologia dei personaggi, accuratissime le ricostruzioni storiche e dei luoghi, interessante la continuity. C'è poco da fare: Boselli, il creatore di Dampyr, non a caso viene chiamato "il Sommo".
Demian invece si è presentato tutto da sé. Già da qualche tempo lo vedevo pubblicizzato negli arretrati di Dampyr, ma mantenevo un certo distacco. Poi ho preso per caso una ristampa, mi è piaciuto e ho avuto l'enorme botta di culo di trovare la serie intera a un prezzo ridicolo. Me lo sono letto cercando di centellinarlo, 18 numeri uno dopo l'altro, fino alla fine.
Non è facile mettere fine a una miniserie di 18 numeri: anche se il lettore si aspetta una brutta fine per uno che vive tra una pallottola e l'altra, non gli puoi mettere lì il cadavere del suo eroe. Per questo molti (vedi Lazarus Ledd, a mio parere una vera schifezza) fanno morire l'eroe per finta, per poi resuscitarlo negli speciali. OK, anch'io faccio morire e risorgere Stefan, ma almeno non gli faccio il funerale con tanto di albo composto di soli flashback.
Ruju, il creatore di Demian, opta per una soluzione elegante: resuscita il padre di Demian con una scusa plausibile e così facendo indica a Demian stesso un possibile modello di comportamento per tutelare la donna che ama e il figlio che lei partorirà.
Ma qui mi casca un po' l'asino (nel senso di Demian, non di Ruju). Sei uno chevalier, benissimo, hai dedicato tutta la tua vita ad aiutare gli altri e raddrizzare i torti, a evitare che gli altri soffrano. E la tua famiglia non conta proprio niente? Tuo figlio non è una ragione sufficiente per cambiare vita? Il bello è che probabilmente, pur avendo criticato la scelta del padre, Demian nel ripetere gli stessi passi pensa di far bene, di proteggere i suoi cari.
Diciamocelo: è una grossa puttanata. In questi giorni ho provato cosa vuol dire stare separata (per 4 giorni ogni 3, non 4 anni) da un uomo che amo e so che tornerà. E ovviamente non mi sono guardata intorno: amo Luca e pochi giorni non sono una separazione.
Ma se mi succedesse di stare 4 anni senza di lui, e senza neanche la certezza che torni? Senza mai sentirlo, sapendolo ufficialmente morto? Che vita sarebbe quella di una donna in perenne attesa, capace pure di sentirsi in colpa se cedesse alla corte di un altro? E un bambino si divertirà ad avere un padre eroe sì, ma come se fosse morto?
Io penso che non presenterei mai un personaggio del genere come positivo (c'è da dire che Ruju non approva la sua scelta, si limita a presentarla e lascia il giudizio a noi). Forse, nei panni di Ruju, avrei reso Marie meno serenamente rassegnata, le avrei fatto rifare una vita con uno che magari non salva il mondo ma ha il coraggio di esserci quando tuo figlio si caga l'anima perché sta mettendo i denti o devi passare una notte a tenerlo in braccio perché ha la tosse.
Perché a volte il coraggio non sta nel rinunciare, ma nell'accettare. O sta in entrambe le scelte, ma quella di rinunciare ti dà maggior lustro anche con te stesso.
Dal momento che il primo si chiama Draka e il secondo Demian, capirete che il mio matrimonio non è assolutamente in pericolo.
Di Dampyr, serie di cui Draka è un comprimario, credo di avervi già parlato: la passione me l'ha attaccata un'amica di blog e poi la malattia ha seguito il suo decorso. È un prodotto commerciale, OK, ma molto ben fatto: non banale la psicologia dei personaggi, accuratissime le ricostruzioni storiche e dei luoghi, interessante la continuity. C'è poco da fare: Boselli, il creatore di Dampyr, non a caso viene chiamato "il Sommo".
Demian invece si è presentato tutto da sé. Già da qualche tempo lo vedevo pubblicizzato negli arretrati di Dampyr, ma mantenevo un certo distacco. Poi ho preso per caso una ristampa, mi è piaciuto e ho avuto l'enorme botta di culo di trovare la serie intera a un prezzo ridicolo. Me lo sono letto cercando di centellinarlo, 18 numeri uno dopo l'altro, fino alla fine.
Non è facile mettere fine a una miniserie di 18 numeri: anche se il lettore si aspetta una brutta fine per uno che vive tra una pallottola e l'altra, non gli puoi mettere lì il cadavere del suo eroe. Per questo molti (vedi Lazarus Ledd, a mio parere una vera schifezza) fanno morire l'eroe per finta, per poi resuscitarlo negli speciali. OK, anch'io faccio morire e risorgere Stefan, ma almeno non gli faccio il funerale con tanto di albo composto di soli flashback.
Ruju, il creatore di Demian, opta per una soluzione elegante: resuscita il padre di Demian con una scusa plausibile e così facendo indica a Demian stesso un possibile modello di comportamento per tutelare la donna che ama e il figlio che lei partorirà.
Ma qui mi casca un po' l'asino (nel senso di Demian, non di Ruju). Sei uno chevalier, benissimo, hai dedicato tutta la tua vita ad aiutare gli altri e raddrizzare i torti, a evitare che gli altri soffrano. E la tua famiglia non conta proprio niente? Tuo figlio non è una ragione sufficiente per cambiare vita? Il bello è che probabilmente, pur avendo criticato la scelta del padre, Demian nel ripetere gli stessi passi pensa di far bene, di proteggere i suoi cari.
Diciamocelo: è una grossa puttanata. In questi giorni ho provato cosa vuol dire stare separata (per 4 giorni ogni 3, non 4 anni) da un uomo che amo e so che tornerà. E ovviamente non mi sono guardata intorno: amo Luca e pochi giorni non sono una separazione.
Ma se mi succedesse di stare 4 anni senza di lui, e senza neanche la certezza che torni? Senza mai sentirlo, sapendolo ufficialmente morto? Che vita sarebbe quella di una donna in perenne attesa, capace pure di sentirsi in colpa se cedesse alla corte di un altro? E un bambino si divertirà ad avere un padre eroe sì, ma come se fosse morto?
Io penso che non presenterei mai un personaggio del genere come positivo (c'è da dire che Ruju non approva la sua scelta, si limita a presentarla e lascia il giudizio a noi). Forse, nei panni di Ruju, avrei reso Marie meno serenamente rassegnata, le avrei fatto rifare una vita con uno che magari non salva il mondo ma ha il coraggio di esserci quando tuo figlio si caga l'anima perché sta mettendo i denti o devi passare una notte a tenerlo in braccio perché ha la tosse.
Perché a volte il coraggio non sta nel rinunciare, ma nell'accettare. O sta in entrambe le scelte, ma quella di rinunciare ti dà maggior lustro anche con te stesso.
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mercoledì 8 luglio 2009
Viola: altri episodi sparsi
Tanto per darvi un'idea di alcuni episodi "tipici" della serie:
Episodio 3: Per me è importante
Episodio 5: Nevermore nevermore
Episodio 6: Lieti eventi e brutti ricordi
Episodio 3: Per me è importante
Episodio 5: Nevermore nevermore
Episodio 6: Lieti eventi e brutti ricordi
giovedì 2 luglio 2009
Il principe e il tagliagole
Di recente, dati i miei pruriti fumettistici, sono incappata in un progetto che non poteva lasciarmi indifferente: la biografia a fumetti di Cesare Borgia. Eravamo già al numero 5, ma poco male: gli arretrati si recuperano.
Beh, mi dispiace per Fuyumi Soryo, ma non comprerò di certo né gli arretrati di "Cesare" né i numeri a venire. Mi dispiace per lei, che è incappata nella più esigente lettrice che potesse capitarle: una storica dell'arte, esperta di arte del Rinascimento e innamorata della figura di Cesare Borgia dall'età di 12 anni. E mi dispiace per me, che sono stata delusa ancora una volta
Credo di aver letto tutto il leggibile su Cesare Borgia, e se c'è qualcosa che mi manca segnalatemelo: biografie più o meno serie (sue e/o di membri della famiglia), "Lucrezia Borgia" della Bellonci (e tutta l'opera della Bellonci, nella speranza di altri accenni), "I Borgia" di Dumas, tutti i possibili romanz(acc)i scritti su di lui e sulla sua famiglia, tutti i film che sono riuscita a recuperare, persino gli scritti di Machiavelli e altri contemporanei che parlano di lui. Ho desiderato leggere un manoscritto del '500 scritto da un giullare di Urbino, che l'aveva conosciuto. Mi sono quasi commossa quando, in una mostra a Genova (è un segno?), ho visto lettere di suo pugno, scritte in una grafia grande e chiara che, credo, potrebbe dirci molto su di lui. Ho molto amato l'opera tuttora incompiuta di Manara e Jodorowsky, dedicata a tutti i Borgia, che secondo me pone un termine di paragone molto alto per chiunque voglia confrontarsi con questa storia e metterla in fumetto, sia come qualità dei disegni sia come accuratezza storica.
Contemporaneamente, il mio rapporto con questa figura oscura è cambiato moltissimo nel corso del tempo. Da ragazzina vedevo solo il lato solitario e cupo di Cesare Borgia, non riuscivo a concepire né il suo esibizionismo né il suo gusto per la violenza (è il solito discorso sulla limitatezza degli adolescenti che abbiamo fatto anche per i vampiri, no?).
Oggi, che sono più vecchia di lui quando morì (e decisamente anziana rispetto al suo periodo di splendore massimo), lo guardo come penso lo guardasse Machiavelli: lo ammiro come uomo politico (sarà che la nostra politica è più disgustosa di quella del Rinascimento, ed è tutto dire) e come stratega, giustifico razionalmente la maggior parte dei suoi crimini in quanto commessi per uno scopo e non per divertimento, mi immedesimo nella sua immensa forza vitale e le volgarità che da ragazzina mi urtavano mi lasciano indifferente. Non ho ancora deciso cosa pensare delle dicerie sugli incesti, ma credo che in certo senso non faccia differenza: sesso o no, Lucrezia era davvero una povera marionetta nelle mani dei suoi familiari, e credo che il trasferimento a Ferrara sia stata la cosa migliore della sua vita.
Quello che da sempre mi affascina della figura di Cesare Borgia è però un altro fatto: il suo sodalizio a vita con il proprio braccio destro, Miguel da Corella detto Micheletto o Michelotto.
Come si racconta nel fumetto della Soryo (che è accurato dal punto di vista dei fatti storici), Micheletto è entrato al servizio di Cesare Borgia quando entrambi erano ragazzi: Cesare studiava all'università (tra i 16 e i 18 anni) e Micheletto era poco più anziano. Col tempo, Micheletto diventò il braccio armato e l'anima nera di Cesare Borgia, il suo uomo di fiducia, in un legame indissolubile. Quando nel 1503 i Borgia persero Roma e il loro potere, Micheletto sopportò torture pur di non tradire il suo signore. Machiavelli venne talmente colpito dalla sua fedeltà da raccomandarne l'assunzione presso la Repubblica di Firenze, al cui servizio Micheletto morì non molti anni dopo.
Manara disegna un Micheletto superbo: bello come una statua ellenistica, nel senso che ha in sé una grande forza espressiva e un continuo impulso al movimento. Nel fumetto di Manara, Micheletto fa cose atroci ma senza tradire la minima emozione: non sappiamo se gli piaccia la violenza o se semplicemente sia soddisfatto di far bene un lavoro. L'unico sentimento che traspare è l'assoluta fedeltà ai Borgia, gli chiedessero anche di andare a lavare il sedere a un bambino.
Fuyumi Soryo ugualmente rende gradevole Micheletto, ma ecco la prima magagna: OK che non sono un'estimatrice del disegno manga, ma vedermi Cesare Borgia e compagnia disegnati come se fossero tutti aggraziati liceali giapponesi già mi fa venire un po' di orticaria. Però resisto, del resto è un manga, che mi aspetto? Ed ecco la seconda batosta: i personaggi agiscono, parlano e arrossiscono come un branco di liceali giapponesi, prolissi e libreschi in modo irritante.
Esempio: Cesare Borgia si accorge che un sicario lo sta seguendo. Si fa seguire in un luogo appartato, dove il sicario viene disarmato e Cesare gli può chiedere chi l'abbia mandato. Arriva Micheletto, che uccide il sicario temendo che Cesare sia in pericolo. E poi sempre Micheletto fa una lunga ramanzina a Cesare Borgia dicendogli che è un irresponsabile, che non pensa alle conseguenze delle proprie azioni e via incolpando per buone 2 tavole. Ma ve lo immaginate non dico Cesare Borgia, ma un qualsiasi principe rinascimentale, sia pure adolescente, davanti a una ramanzina del genere da parte di un servo? Beh, il licenziamento sarebbe stato il minimo, e all'epoca il preavviso era di qualche frazione di secondo. Il massimo fatelo pure voi, nelle vostre fantasie più sadiche.
Oppure: Cesare e il suo amico Angelo (candido e puro quanto un agnello, e mi fa venire la stessa voglia di sgozzarlo e farlo allo spiedo) stanno facendo il filo ad alcune sartine. Ora, non per mettere in dubbio la moralità delle sartine dell'epoca, ma insomma, dubito che una popolana dell'epoca sarebbe arrossita per la stretta di mano di un ragazzo e ancora di più dubito che un ragazzo di quell'epoca si sarebbe limitato a stringere timidamente la mano di una sartina compiacente.
In totale: mi va benissimo che qualcuno in Giappone possa giapponesizzare una storia intrigante come quella di Cesare Borgia per adattarla al gusto dei propri connazionali, ma che senso ha tradurla in italiano e pubblicarla in Italia?
Beh, mi dispiace per Fuyumi Soryo, ma non comprerò di certo né gli arretrati di "Cesare" né i numeri a venire. Mi dispiace per lei, che è incappata nella più esigente lettrice che potesse capitarle: una storica dell'arte, esperta di arte del Rinascimento e innamorata della figura di Cesare Borgia dall'età di 12 anni. E mi dispiace per me, che sono stata delusa ancora una volta
Credo di aver letto tutto il leggibile su Cesare Borgia, e se c'è qualcosa che mi manca segnalatemelo: biografie più o meno serie (sue e/o di membri della famiglia), "Lucrezia Borgia" della Bellonci (e tutta l'opera della Bellonci, nella speranza di altri accenni), "I Borgia" di Dumas, tutti i possibili romanz(acc)i scritti su di lui e sulla sua famiglia, tutti i film che sono riuscita a recuperare, persino gli scritti di Machiavelli e altri contemporanei che parlano di lui. Ho desiderato leggere un manoscritto del '500 scritto da un giullare di Urbino, che l'aveva conosciuto. Mi sono quasi commossa quando, in una mostra a Genova (è un segno?), ho visto lettere di suo pugno, scritte in una grafia grande e chiara che, credo, potrebbe dirci molto su di lui. Ho molto amato l'opera tuttora incompiuta di Manara e Jodorowsky, dedicata a tutti i Borgia, che secondo me pone un termine di paragone molto alto per chiunque voglia confrontarsi con questa storia e metterla in fumetto, sia come qualità dei disegni sia come accuratezza storica.
Contemporaneamente, il mio rapporto con questa figura oscura è cambiato moltissimo nel corso del tempo. Da ragazzina vedevo solo il lato solitario e cupo di Cesare Borgia, non riuscivo a concepire né il suo esibizionismo né il suo gusto per la violenza (è il solito discorso sulla limitatezza degli adolescenti che abbiamo fatto anche per i vampiri, no?).
Oggi, che sono più vecchia di lui quando morì (e decisamente anziana rispetto al suo periodo di splendore massimo), lo guardo come penso lo guardasse Machiavelli: lo ammiro come uomo politico (sarà che la nostra politica è più disgustosa di quella del Rinascimento, ed è tutto dire) e come stratega, giustifico razionalmente la maggior parte dei suoi crimini in quanto commessi per uno scopo e non per divertimento, mi immedesimo nella sua immensa forza vitale e le volgarità che da ragazzina mi urtavano mi lasciano indifferente. Non ho ancora deciso cosa pensare delle dicerie sugli incesti, ma credo che in certo senso non faccia differenza: sesso o no, Lucrezia era davvero una povera marionetta nelle mani dei suoi familiari, e credo che il trasferimento a Ferrara sia stata la cosa migliore della sua vita.
Quello che da sempre mi affascina della figura di Cesare Borgia è però un altro fatto: il suo sodalizio a vita con il proprio braccio destro, Miguel da Corella detto Micheletto o Michelotto.
Come si racconta nel fumetto della Soryo (che è accurato dal punto di vista dei fatti storici), Micheletto è entrato al servizio di Cesare Borgia quando entrambi erano ragazzi: Cesare studiava all'università (tra i 16 e i 18 anni) e Micheletto era poco più anziano. Col tempo, Micheletto diventò il braccio armato e l'anima nera di Cesare Borgia, il suo uomo di fiducia, in un legame indissolubile. Quando nel 1503 i Borgia persero Roma e il loro potere, Micheletto sopportò torture pur di non tradire il suo signore. Machiavelli venne talmente colpito dalla sua fedeltà da raccomandarne l'assunzione presso la Repubblica di Firenze, al cui servizio Micheletto morì non molti anni dopo.
Manara disegna un Micheletto superbo: bello come una statua ellenistica, nel senso che ha in sé una grande forza espressiva e un continuo impulso al movimento. Nel fumetto di Manara, Micheletto fa cose atroci ma senza tradire la minima emozione: non sappiamo se gli piaccia la violenza o se semplicemente sia soddisfatto di far bene un lavoro. L'unico sentimento che traspare è l'assoluta fedeltà ai Borgia, gli chiedessero anche di andare a lavare il sedere a un bambino.
Fuyumi Soryo ugualmente rende gradevole Micheletto, ma ecco la prima magagna: OK che non sono un'estimatrice del disegno manga, ma vedermi Cesare Borgia e compagnia disegnati come se fossero tutti aggraziati liceali giapponesi già mi fa venire un po' di orticaria. Però resisto, del resto è un manga, che mi aspetto? Ed ecco la seconda batosta: i personaggi agiscono, parlano e arrossiscono come un branco di liceali giapponesi, prolissi e libreschi in modo irritante.
Esempio: Cesare Borgia si accorge che un sicario lo sta seguendo. Si fa seguire in un luogo appartato, dove il sicario viene disarmato e Cesare gli può chiedere chi l'abbia mandato. Arriva Micheletto, che uccide il sicario temendo che Cesare sia in pericolo. E poi sempre Micheletto fa una lunga ramanzina a Cesare Borgia dicendogli che è un irresponsabile, che non pensa alle conseguenze delle proprie azioni e via incolpando per buone 2 tavole. Ma ve lo immaginate non dico Cesare Borgia, ma un qualsiasi principe rinascimentale, sia pure adolescente, davanti a una ramanzina del genere da parte di un servo? Beh, il licenziamento sarebbe stato il minimo, e all'epoca il preavviso era di qualche frazione di secondo. Il massimo fatelo pure voi, nelle vostre fantasie più sadiche.
Oppure: Cesare e il suo amico Angelo (candido e puro quanto un agnello, e mi fa venire la stessa voglia di sgozzarlo e farlo allo spiedo) stanno facendo il filo ad alcune sartine. Ora, non per mettere in dubbio la moralità delle sartine dell'epoca, ma insomma, dubito che una popolana dell'epoca sarebbe arrossita per la stretta di mano di un ragazzo e ancora di più dubito che un ragazzo di quell'epoca si sarebbe limitato a stringere timidamente la mano di una sartina compiacente.
In totale: mi va benissimo che qualcuno in Giappone possa giapponesizzare una storia intrigante come quella di Cesare Borgia per adattarla al gusto dei propri connazionali, ma che senso ha tradurla in italiano e pubblicarla in Italia?
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mercoledì 1 luglio 2009
Punti di vista
Siamo appena tornati dalla pizzeria, dove abbiamo cenato con i miei e i bambini. Amelia era forse un po' eccitata, ma assolutamente nella media della buona educazione. Ettore era decisamente tranquillo, addirittura più del suo solito. Eppure ho colto un disagio nei miei genitori, dicevano cose del tipo "Amelia, l'altra volta eri così brava...": quasi come se stasera non si fosse comportata bene. OK, non è una lady della casa reale, ma al massimo ha preso qualche pezzetto di pizza con le mani e le sono caduti un paio di grissini.
E questo mi fa riflettere su una cosa che diceva anche Claudia della Casa nella Prateria. Lei raccontava che la gente la guarda con gli occhi sbarrati quando lei dice che la sua ultima figlia la lascia dormire, eppure si sveglia 3-4 volte a notte.
A parte che del sonno non posso parlare, perché attualmente i miei figli oscillano tra le 12 e le 14 ore giornaliere di sonno, mi ricordo che anch'io ero abbastanza soddisfatta che Amelia fino ai 7 mesi si svegliasse 2-3 volte a notte, perché era un affare di 20 minuti per volta. E mi ricordo che alcune mamme mi guardavano come una pazza, perché morivano di sonno anche se il loro bambino aveva perso la poppata notturna tipo a 4 settimane o non l'avevano mai fatta.
Adesso mi confronto con queste idee riguardo le uscite. Credo che molte famiglie non escano perché hanno un'idea distorta di come dovrebbero comportarsi i figli al ristorante, a teatro o durante un concerto. Molti, credo, vorrebbero che i loro figli si comportassero come piccoli adulti, ma si tratta di un'aspirazione destinata a venire frustrata, se i bambini sono sani.
Io porto i miei figli al ristorante, ma non mi aspetto che si comportino come noi: mi accontento del fatto che non disturbino gli altri avventori e che gradiscano i cibo proposto. Poi sta a me farli star comodi (spesso ci portiamo dietro il rialzo da sedia), far durar poco il pasto in modo che non si annoino o, in alternativa, scegliere un locale dove possano razzolare senza dare problemi.
Io porto i miei figli ai concerti, all'aperto e nei teatri. Mi metto di solito in posizioni strategiche, da cui è facile andarsene senza disturbare o in cui posso controllare i bambini che giocano o ballano negli spazi liberi. Di certo, se piangono o si mettono a gridare (mai successo), li porto via. Cerco di far capire loro che è meglio parlare a bassa voce o meglio non parlare proprio.
Per motivi analoghi, non li ho mai portati al cinema: a parte che spesso al cinema i bambini non ci vedono perché son troppo bassi (problema che tocca anche me), si perdono i pezzi perché devono fare la pipì, si addormentano, ecc., sono un po' bloccata dal fatto di non avere molta scelta sul tipo di posto e dal buio totale che si crea in sala, che mi permette di avere poco margine di manovra.
Questo non per tirarmela che porto i bambini fuori e gli altri no pappappero, ma semplicemente per riflettere su come la stessa persona, nello stesso contesto, possa dare un'impressione completamente diversa a seconda delle nostre esperienze personali e delle nostre aspettative. Dovremmo pensarci più spesso, soprattutto quando il mondo sembra pieno di persone più brave di noi.
E questo mi fa riflettere su una cosa che diceva anche Claudia della Casa nella Prateria. Lei raccontava che la gente la guarda con gli occhi sbarrati quando lei dice che la sua ultima figlia la lascia dormire, eppure si sveglia 3-4 volte a notte.
A parte che del sonno non posso parlare, perché attualmente i miei figli oscillano tra le 12 e le 14 ore giornaliere di sonno, mi ricordo che anch'io ero abbastanza soddisfatta che Amelia fino ai 7 mesi si svegliasse 2-3 volte a notte, perché era un affare di 20 minuti per volta. E mi ricordo che alcune mamme mi guardavano come una pazza, perché morivano di sonno anche se il loro bambino aveva perso la poppata notturna tipo a 4 settimane o non l'avevano mai fatta.
Adesso mi confronto con queste idee riguardo le uscite. Credo che molte famiglie non escano perché hanno un'idea distorta di come dovrebbero comportarsi i figli al ristorante, a teatro o durante un concerto. Molti, credo, vorrebbero che i loro figli si comportassero come piccoli adulti, ma si tratta di un'aspirazione destinata a venire frustrata, se i bambini sono sani.
Io porto i miei figli al ristorante, ma non mi aspetto che si comportino come noi: mi accontento del fatto che non disturbino gli altri avventori e che gradiscano i cibo proposto. Poi sta a me farli star comodi (spesso ci portiamo dietro il rialzo da sedia), far durar poco il pasto in modo che non si annoino o, in alternativa, scegliere un locale dove possano razzolare senza dare problemi.
Io porto i miei figli ai concerti, all'aperto e nei teatri. Mi metto di solito in posizioni strategiche, da cui è facile andarsene senza disturbare o in cui posso controllare i bambini che giocano o ballano negli spazi liberi. Di certo, se piangono o si mettono a gridare (mai successo), li porto via. Cerco di far capire loro che è meglio parlare a bassa voce o meglio non parlare proprio.
Per motivi analoghi, non li ho mai portati al cinema: a parte che spesso al cinema i bambini non ci vedono perché son troppo bassi (problema che tocca anche me), si perdono i pezzi perché devono fare la pipì, si addormentano, ecc., sono un po' bloccata dal fatto di non avere molta scelta sul tipo di posto e dal buio totale che si crea in sala, che mi permette di avere poco margine di manovra.
Questo non per tirarmela che porto i bambini fuori e gli altri no pappappero, ma semplicemente per riflettere su come la stessa persona, nello stesso contesto, possa dare un'impressione completamente diversa a seconda delle nostre esperienze personali e delle nostre aspettative. Dovremmo pensarci più spesso, soprattutto quando il mondo sembra pieno di persone più brave di noi.
lunedì 29 giugno 2009
Viola: il secondo episodio
http://docs.google.com/View?id=dgscwp6r_16hnfpg2m3
Ma, adesso che ho soddisfatto la vostra curiosità riguardo il misterioso ospite, lasciatemi qualche commento, neh! ;-)
Ma, adesso che ho soddisfatto la vostra curiosità riguardo il misterioso ospite, lasciatemi qualche commento, neh! ;-)
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