Mi sono sempre chiesta perché la narrativa non sia l'ottavo vizio capitale. O forse è solo il mio vizio capitale, che sostituisce l'invidia (vizio di cui non sono minimamente provvista, se non in senso migliorativo, del tipo: vorrei fare come quella persona lì, quindi mi do da fare).
Anzi, credo che sia l'unico vizio che non riuscirei a correggere. Probabilmente perché non voglio.
La narrativa non ha risvolti negativi se non quelli economici (ma esistono anche le biblioteche), non ha controindicazioni (come invece la gola o l'accidia), non ha rischi (come invece l'ira o la lussuria).
La narrativa ha un'altra caratteristica: è contagiosa. A furia di vedermi leggere con gusto e concentrazione, tutti i membri della mia famiglia ormai si interessano ai libri.
Luca forse un po' di meno, perché già legge le sue riviste, i suoi saggi e compagnia, quindi magari si fa raccomandare proprio i libri più imperdibili.
I miei bambini, invece, spesso giocano a leggere. Se prendono libri che abbiamo già letto tante volte, li recitano quasi a memoria. Se invece prendono una rivista o un libro nuovo, se lo inventano.
E poi mi chiedono di leggere per loro. A volte per ore.
Ieri sera, abbiamo finito "Il gatto del rabbino". Vi dirò: sono arrivata alla fine con un certo sollievo, perché c'erano dei passaggi veramente un po' ostici da leggere a bambini di 4 e 2 anni. E invece, candida candida, Amelia mi chiede: domani lo ricominciamo? E così da stasera lo rileggo per la terza volta.
Ora, non credo che per Viola proveranno lo stesso entusiasmo. Prima di tutto, in Viola non ci sono animali (o meglio, c'è un gatto, ma compare in 5 vignette al massimo). E poi, la storia non si presta ad essere raccontata a dei bambini più di un Dampyr o di un Demian (anche se Amelia, da quando ho fatto un codino a Ettore dicendo "così sei bello e dannato come Demian" - ovviamente per presa in giro - , ha voluto guardare uno dei miei albi).
Un aspetto che invece non è condivisibile ma che spero sia ereditario è il fatto che io sogno delle storie. Ovvero spesso, nel sonno, nei periodi in cui sono serena, non sono io la protagonista dei miei sogni: è come se fossi al cinema e assistessi a un film.
La volta più esilarante è stata quando ho assistito a un remake di Superman con Bruce Willis come protagonista (eravamo nel '98, quindi ancora ancora ci stava). Una roba che a realizzarla davvero ci vorrebbero un sacco di soldi, e invece me la sono fatta gratis nella mia testa.
Più di recente, ho visto un film che parlava di una guerra tra angeli e demoni (un po' barocco come impostazioni, immaginatevi una roba tipo Guillermo del Toro come stile). Mi sono svegliata e ne ho scritto il soggetto, così come ho fatto per un altro sogno in cui immaginavo una specie di squadra di supereroi.
Sempre da sogni derivano alcune delle mie intuizioni migliori come narratrice.
Insomma, se lavorassi ad Hollywood dovrei chiedere per contratto di dormire almeno 8 ore al giorno, in modo da avere sempre materiale fresco.
Un'altra cosa che faccio (e ho scoperto che non sono l'unica) è raccontarmi delle storie per addormentarmi. Quando sono in fregola da scrittura (ovvero quando sono nella fase creativa di un personaggio o di una storia), ricamo sopra quello che potrebbe succedere al mio personaggio. Quando invece sono in fregola da lettura (ovvero ho letto qualcosa che mi è piaciuto molto o che, pur non piacendomi granché, apre spiragli alla mia fantasia), mi faccio delle fanfiction la cui lunghezza dipende dal mio grado di stanchezza.
Credo che lo faccia anche Amelia, perché spesso, quando crede che noi dormiamo già o ancora, la sento che si racconta qualcosa sottovoce. Chissà se anche Ettore ci somiglierà in questo.
sabato 27 febbraio 2010
mercoledì 24 febbraio 2010
Vieni a ballare in Liguria
Quando una blogger famosa butta lì una frase tipo "mi piacerebbe vivere là", il suo pubblico come al solito si divide in entusiasti e contrari.
Premetto: io vivo in Lombardia, sono lombarda fino a tutte le generazioni di cui abbiamo memoria e nel nostro stile di vita sguazzo come un pesce nell'acqua. Non parlo tanto dell'ossessione per il lavoro (che comunque è una parte importante della mia personalità), ma piuttosto dell'essere liberi e diretti, pratici, senza tante menate di superstizioni/mentalità/religione. Cosa che poi, quando degenera, si trasforma nell'essere frettolosi, bruschi, aridi. Ma mi riconosco anche in questi difetti.
Premetto anche che, molto spesso, l'atteggiamento di chi viene a vivere al Nord dal Sud mi urta. Mi urta fortemente il vittimismo in malafede di certi meridionali, che buttano tutto in caciara dicendo "non mi fai questa cosa che ti ho chiesto perché voialtri aiutate solo quelli di lì" oppure "non mi dai quel lavoro perché sono di giù". Questo genere di persona non capisce che il lombardo, se non ti aiuta, è perché o non può proprio o sarebbe altrettanto stronzo con il suo compaesano di 10 generazioni, perché non gliene frega assolutamente un cazzo del senso di appartenenza o quelle menate lì. Anzi.
Mi urta leggermente la lamentela di chi viene a Milano (o Pavia, Ferrara, Bologna) e si deprime perché ci sono il freddo, la nebbia e le zanzare. Ora: nessuna di queste cose va a genio neanche a me, ma non prendo il Prozac se mi alzo e non riesco a vedere la casa di fronte per quanta nebbia c'è.
Finita la premessa, vi confesso che anch'io desidererei un clima diverso. Il mio sogno sarebbe tornare a vivere a Genova, e in questa fine d'inverno lo desidero tanto fortemente che, giuro, mi verrebbe da partire anche se la famiglia non mi seguisse.
Dal momento che vivo con un casaro e i caseifici non si trovano tra i carugi, ho valutato l'ipotesi di spostarmi in un'altra zona della Liguria, più all'interno.
Finché si tratta di sogni, va tutto bene: arrivi in mezz'ora al mare, i tuoi figli fanno il bagno tutti i giorni da maggio a ottobre insieme a coetanei di tutte le provenienze, tu esci dal lavoro e ti fiondi in spiaggia, d'estate non ti viene neanche da andare in vacanza.
Ma poi, quando sei lì e devi prendere una vera decisione sulla tua vita reale, cominci a vedere che i tuoi figli dovranno farsi 2 ore di mezzi al giorno per andare alle superiori, poi per l'università o si trasferiscono o si fanno 4 ore al giorno di viaggio, e poi il lavoro? Nella zona che abbiamo preso in considerazione, le sole opportunità concrete di lavoro erano o nel turismo/ristorazione o nelle agenzie immobiliari. Pochissimo spazio, e spesso solo per tradizione familiare, nel settore agroalimentare, nessuna tradizione manifatturiera, nessuna prospettiva nei settori avanzati.
Oltre a questo, i servizi sono decisamente inferiori a quelli della Lombardia. Penso per esempio alla Sanità pubblica, per cui la Liguria è tristemente famosa.
Qui a Pavia, ci saranno la nebbia e le zanzare, ma c'è anche l'offerta completa di scuole superiori a 15 minuti di macchina da casa, c'è un'università prestigiosa sotto casa e diverse università anche migliori a mezz'ora di treno. C'è il mostro Milano a portata di mano, con tutte le sue opportunità e le sue disumanità. C'è un sistema sanitario che non sarà il migliore del mondo ma funziona abbastanza bene (o almeno, questo è ciò che ho visto nelle mie gravidanze, con i miei figli e nelle malattie dei miei cari).
Non parlo di sicurezza e criminalità, perché non sono problemi né qui né nel luogo che avevamo valutato.
Certo, altre volte, disgustati dalla politica interna e dalla società italiana, ci verrebbe da trasferirci in un caseificio francese. In un luogo dove il formaggio sia venerato e la famiglia tutelata. I miei figli crescerebbero bilingue, io potrei usufruire dell'aspettativa per seguire il coniuge all'estero, in Francia i fumetti non sono considerati letteratura di serie B.
Due elementi ci bloccano: Luca non conosce il francese e quasi sicuramente finiremmo in un posto più inculato di dove siamo adesso.
Ma questo è un sogno, e sognare non costa niente.
Premetto: io vivo in Lombardia, sono lombarda fino a tutte le generazioni di cui abbiamo memoria e nel nostro stile di vita sguazzo come un pesce nell'acqua. Non parlo tanto dell'ossessione per il lavoro (che comunque è una parte importante della mia personalità), ma piuttosto dell'essere liberi e diretti, pratici, senza tante menate di superstizioni/mentalità/religione. Cosa che poi, quando degenera, si trasforma nell'essere frettolosi, bruschi, aridi. Ma mi riconosco anche in questi difetti.
Premetto anche che, molto spesso, l'atteggiamento di chi viene a vivere al Nord dal Sud mi urta. Mi urta fortemente il vittimismo in malafede di certi meridionali, che buttano tutto in caciara dicendo "non mi fai questa cosa che ti ho chiesto perché voialtri aiutate solo quelli di lì" oppure "non mi dai quel lavoro perché sono di giù". Questo genere di persona non capisce che il lombardo, se non ti aiuta, è perché o non può proprio o sarebbe altrettanto stronzo con il suo compaesano di 10 generazioni, perché non gliene frega assolutamente un cazzo del senso di appartenenza o quelle menate lì. Anzi.
Mi urta leggermente la lamentela di chi viene a Milano (o Pavia, Ferrara, Bologna) e si deprime perché ci sono il freddo, la nebbia e le zanzare. Ora: nessuna di queste cose va a genio neanche a me, ma non prendo il Prozac se mi alzo e non riesco a vedere la casa di fronte per quanta nebbia c'è.
Finita la premessa, vi confesso che anch'io desidererei un clima diverso. Il mio sogno sarebbe tornare a vivere a Genova, e in questa fine d'inverno lo desidero tanto fortemente che, giuro, mi verrebbe da partire anche se la famiglia non mi seguisse.
Dal momento che vivo con un casaro e i caseifici non si trovano tra i carugi, ho valutato l'ipotesi di spostarmi in un'altra zona della Liguria, più all'interno.
Finché si tratta di sogni, va tutto bene: arrivi in mezz'ora al mare, i tuoi figli fanno il bagno tutti i giorni da maggio a ottobre insieme a coetanei di tutte le provenienze, tu esci dal lavoro e ti fiondi in spiaggia, d'estate non ti viene neanche da andare in vacanza.
Ma poi, quando sei lì e devi prendere una vera decisione sulla tua vita reale, cominci a vedere che i tuoi figli dovranno farsi 2 ore di mezzi al giorno per andare alle superiori, poi per l'università o si trasferiscono o si fanno 4 ore al giorno di viaggio, e poi il lavoro? Nella zona che abbiamo preso in considerazione, le sole opportunità concrete di lavoro erano o nel turismo/ristorazione o nelle agenzie immobiliari. Pochissimo spazio, e spesso solo per tradizione familiare, nel settore agroalimentare, nessuna tradizione manifatturiera, nessuna prospettiva nei settori avanzati.
Oltre a questo, i servizi sono decisamente inferiori a quelli della Lombardia. Penso per esempio alla Sanità pubblica, per cui la Liguria è tristemente famosa.
Qui a Pavia, ci saranno la nebbia e le zanzare, ma c'è anche l'offerta completa di scuole superiori a 15 minuti di macchina da casa, c'è un'università prestigiosa sotto casa e diverse università anche migliori a mezz'ora di treno. C'è il mostro Milano a portata di mano, con tutte le sue opportunità e le sue disumanità. C'è un sistema sanitario che non sarà il migliore del mondo ma funziona abbastanza bene (o almeno, questo è ciò che ho visto nelle mie gravidanze, con i miei figli e nelle malattie dei miei cari).
Non parlo di sicurezza e criminalità, perché non sono problemi né qui né nel luogo che avevamo valutato.
Certo, altre volte, disgustati dalla politica interna e dalla società italiana, ci verrebbe da trasferirci in un caseificio francese. In un luogo dove il formaggio sia venerato e la famiglia tutelata. I miei figli crescerebbero bilingue, io potrei usufruire dell'aspettativa per seguire il coniuge all'estero, in Francia i fumetti non sono considerati letteratura di serie B.
Due elementi ci bloccano: Luca non conosce il francese e quasi sicuramente finiremmo in un posto più inculato di dove siamo adesso.
Ma questo è un sogno, e sognare non costa niente.
martedì 23 febbraio 2010
Ahi serva Italia
Stamattina alla radio è passato "In Italia" di Fabri Fibra (che mi è simpatico come un brufolo, ma non è un pirla) e Gianna Nannini. Il fatto è che io non sono capace di ascoltare le canzoni in italiano senza badare alle parole, e me le sorbisco tutte.
Amelia, che stava facendo colazione, mi ha chiesto se "in Italia" è una brutta parola. E io le ho spiegato che no, non lo è, anche se il signore che cantava la faceva sembrare tale.
Le ho anche spiegato che quel signore che cantava era arrabbiato perché viviamo in un paese bellissimo, ma ci comportiamo talmente male da rovinarlo.
Sarà che sono mestruata o sarà che sono reduce da un mal di testa di quelli da morire, ma mi si è rotta la voce mentre lo dicevo. Lo penso tutti i giorni ma non sono capace di dirlo senza che mi venga il magone.
Lei non ha capito, ovviamente, perché per lei il concetto di Italia (e di straniero) è ancora molto di là da venire. Ha capito solo la parola "paese" e mi ha detto che il suo paese è più bello di qui (frase presa da "Azur e Asmar", che è il cartone del momento).
Questa storia del "suo" paese è già venuta fuori altre volte, in questi giorni: nel suo paese c'è sempre il sole e ci sono le farfalle delle Winx (sic).
Beh, io spero che il suo paese sia davvero più bello del mio e che questa bellezza non sia dovuta solo al sole e alle farfalle.
Perché oggi ho letto questo e non ho pianto ancora giusto perché non mi posso rifare il trucco.
Amelia, che stava facendo colazione, mi ha chiesto se "in Italia" è una brutta parola. E io le ho spiegato che no, non lo è, anche se il signore che cantava la faceva sembrare tale.
Le ho anche spiegato che quel signore che cantava era arrabbiato perché viviamo in un paese bellissimo, ma ci comportiamo talmente male da rovinarlo.
Sarà che sono mestruata o sarà che sono reduce da un mal di testa di quelli da morire, ma mi si è rotta la voce mentre lo dicevo. Lo penso tutti i giorni ma non sono capace di dirlo senza che mi venga il magone.
Lei non ha capito, ovviamente, perché per lei il concetto di Italia (e di straniero) è ancora molto di là da venire. Ha capito solo la parola "paese" e mi ha detto che il suo paese è più bello di qui (frase presa da "Azur e Asmar", che è il cartone del momento).
Questa storia del "suo" paese è già venuta fuori altre volte, in questi giorni: nel suo paese c'è sempre il sole e ci sono le farfalle delle Winx (sic).
Beh, io spero che il suo paese sia davvero più bello del mio e che questa bellezza non sia dovuta solo al sole e alle farfalle.
Perché oggi ho letto questo e non ho pianto ancora giusto perché non mi posso rifare il trucco.
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sabato 20 febbraio 2010
Persuasione e costrizione
Oggi, approfittando della bella giornata, abbiamo deciso di andarci a fare un giro nel bosco, fino a un paio di posti un po' "da fiaba", che credevamo sarebbero piaciuti ai bambini.
Uno è un casottino disabitato ma perfettamente tenuto, con annesso fienile/rimessa, che veniva usato probabilmente dal guardiacaccia o dai cacciatori che venivano da lontano. Adesso viene aperto una o due volte all'anno, non sappiamo neanche bene a che scopo. Sarebbe un luogo ideale per fare feste d'estate, se non fosse che d'estate nel bosco non si può sopravvivere dalla quantità di zanzare.
L'altro è uno stagno dove in primavera, se si sta zitti e attenti, si può vedere un martin pescatore che pesca. Sempre in primavera, lì vicino nidificano aironi e cormorani e, se si ha l'ardire di andarci quando è quasi estate, si può vederne la superficie coperta di fiori di ninfea. Adesso la più grande suggestione è un grande albero caduto di traverso sugli altri, che forma una specie di portale d'accesso (molto basso, a dire il vero).
La nostra gatta Bianca ha deciso di seguirci, richiamandoci continuamente verso casa come se fossimo gattini sperduti (non è la prima volta che lo fa, e poi ci tocca prenderla in braccio per alcuni tratti per non farla perdere - ne sarebbe capace).
Non so se sia stato questo o se semplicemente fosse stanca e rompiballe, fatto sta che Amelia non aveva voglia di venire con noi (diceva di voler restare in casa) e ha piagnucolato fino a quando siamo arrivati alla prima tappa. Noi ci siamo impuntati perché invece noi ed Ettore non avevamo voglia di restare tappati in casa e in particolare ci sembrava un buon momento (dopo mesi di pioggia e neve) per goderci i lati positivi della vita di campagna.
Una volta arrivata (malvolentieri) al casottino dei cacciatori, Amelia si è riposata sull'erba, è stata un po' nel suo brodo mentre noi cercavamo di rassicurare la Bianca. Poi, quando siamo ripartiti alla volta dello stagno, era ritornata allegra e curiosa ed è stata contenta di fare tutto il giro di ritorno, passando dal laghetto delle metasequoie. Ed ora sta disegnando quello che ha visto nel bosco.
Ecco, quando accadono episodi come questo (e capitano spesso, soprattutto quando andiamo in posti naturali a lei sconosciuti), penso sempre a quelle posizioni pedagogiche che tendono ad assecondare le scelte dei bambini. Penso che siano sensate e giuste quando si parla di scelte di cui il bambino può comprendere pienamente le conseguenze e che riguardano solo lui. Quando invece si tratta di qualcosa di anche parzialmente ignoto e/o che riguarda altri, credo sia giusto cercare di forzarli, se possibile attraverso la persuasione ma anche ricorrendo alla costrizione se necessario. Ovviamente questo secondo me vale solo o per i casi in cui c'è una reale necessità (tipo: devo uscire a fare la spesa, altrimenti non si mangia) oppure quando si suppone in tutta sincerità che al bambino piacerà quell'esperienza (per esempio la passeggiata di oggi o un episodio al Trebbia).
Come nel caso del Trebbia, abbiamo lasciato a casa la macchina fotografica e quindi niente foto. Peccato, perché oggi c'era una luce bellissima.
Uno è un casottino disabitato ma perfettamente tenuto, con annesso fienile/rimessa, che veniva usato probabilmente dal guardiacaccia o dai cacciatori che venivano da lontano. Adesso viene aperto una o due volte all'anno, non sappiamo neanche bene a che scopo. Sarebbe un luogo ideale per fare feste d'estate, se non fosse che d'estate nel bosco non si può sopravvivere dalla quantità di zanzare.
L'altro è uno stagno dove in primavera, se si sta zitti e attenti, si può vedere un martin pescatore che pesca. Sempre in primavera, lì vicino nidificano aironi e cormorani e, se si ha l'ardire di andarci quando è quasi estate, si può vederne la superficie coperta di fiori di ninfea. Adesso la più grande suggestione è un grande albero caduto di traverso sugli altri, che forma una specie di portale d'accesso (molto basso, a dire il vero).
La nostra gatta Bianca ha deciso di seguirci, richiamandoci continuamente verso casa come se fossimo gattini sperduti (non è la prima volta che lo fa, e poi ci tocca prenderla in braccio per alcuni tratti per non farla perdere - ne sarebbe capace).
Non so se sia stato questo o se semplicemente fosse stanca e rompiballe, fatto sta che Amelia non aveva voglia di venire con noi (diceva di voler restare in casa) e ha piagnucolato fino a quando siamo arrivati alla prima tappa. Noi ci siamo impuntati perché invece noi ed Ettore non avevamo voglia di restare tappati in casa e in particolare ci sembrava un buon momento (dopo mesi di pioggia e neve) per goderci i lati positivi della vita di campagna.
Una volta arrivata (malvolentieri) al casottino dei cacciatori, Amelia si è riposata sull'erba, è stata un po' nel suo brodo mentre noi cercavamo di rassicurare la Bianca. Poi, quando siamo ripartiti alla volta dello stagno, era ritornata allegra e curiosa ed è stata contenta di fare tutto il giro di ritorno, passando dal laghetto delle metasequoie. Ed ora sta disegnando quello che ha visto nel bosco.
Ecco, quando accadono episodi come questo (e capitano spesso, soprattutto quando andiamo in posti naturali a lei sconosciuti), penso sempre a quelle posizioni pedagogiche che tendono ad assecondare le scelte dei bambini. Penso che siano sensate e giuste quando si parla di scelte di cui il bambino può comprendere pienamente le conseguenze e che riguardano solo lui. Quando invece si tratta di qualcosa di anche parzialmente ignoto e/o che riguarda altri, credo sia giusto cercare di forzarli, se possibile attraverso la persuasione ma anche ricorrendo alla costrizione se necessario. Ovviamente questo secondo me vale solo o per i casi in cui c'è una reale necessità (tipo: devo uscire a fare la spesa, altrimenti non si mangia) oppure quando si suppone in tutta sincerità che al bambino piacerà quell'esperienza (per esempio la passeggiata di oggi o un episodio al Trebbia).
Come nel caso del Trebbia, abbiamo lasciato a casa la macchina fotografica e quindi niente foto. Peccato, perché oggi c'era una luce bellissima.
giovedì 18 febbraio 2010
Dita e le altre
Ieri pomeriggio, prima di cena, dopo una lunga maratona di Shaun the Sheep su YouTube, sono riuscita a ricavarmi 5 minuti per guardare l'esibizione di Dita von Teese a Sanremo.
Premessa: non sono un'appassionata di spogliarello, ma il burlesque fa parte di quella costellazione di discipline coreutiche che in qualche maniera entrano in contatto con il tribal e la danza orientale in genere. Penso che, anche se non ho ancora provato, fare uno stage di burlesque serva a scoprire e controllare una certa parte della nostra espressività, ovvero quella parte scopertamente sensuale e seduttiva che quasi nessuna danzatrice italiana "seria" mette nella propria danza (onde non rafforzare lo stereotipo della danzatrice del ventre = zoccola).
Oltretutto tendo a sottolineare che, anche se Dita von Teese e molte danzatrici del burlesque si spogliano in scena, il burlesque non deve essere per forza associato allo spogliarello. È più corretto invece associarlo a un'immagine di sensualità rétro (che può andare dalla vedette Belle Epoque alla pin up del Dopoguerra).
Fine della premessa.
L'idea iniziale era di guardare l'esibizione di straforo, mentre i bambini aiutavano Luca ad apparecchiare la tavola. Invece me li sono ritrovati in braccio dal decimo secondo.
Non ho spento, non mi sono imbarazzata, non ho spiegato niente. Mi sono limitata a fare le stesse osservazioni che avrei fatto se fossi stata sola o se avessimo guardato insieme un video di danza orientale: quelle tecniche.
Per esempio, Dita incontra qualche difficoltà nel togliersi la gonna (la prima parte). Forse voi non lo notate, ma io che mi sono tolta tanti veli dalla cintura sì.
Poi: dopo essersi tolta le scarpe, Dita rimane in una mezzapunta da perfetta pin up, come se fosse una barbie. Ciò riscuote la mia ammirazione.
Oppure: dopo essersi tolta il reggiseno, fa un piccolo shimmy (vibrazione) di spalle. Ci vuole del coraggio, perché l'effetto, a tetta libera, può essere ridicolo o molto brutto anche per chi se le è fatte attaccare con il mastice.
Ah, e per chi fosse rimasta depressa dal fatto che Dita ha fondoschiena e cosce non piccoli ma molto sodi: sotto le calze di seta, aveva una calzamaglia trasparente contenitiva, è un vecchio trucco di scena.
Come hanno reagito i miei figli? Ettore guardava, senza particolare interesse. Probabilmente preferisce Shaun, per ora. Amelia invece era incantata e non ho capito se imbarazzata o divertita, forse entrambe le cose.
Luca invece era un po' scettico sulle scelte Rai: possibile che una cosa del genere sia stata trasmessa durante il Festival? Il Moige dov'era?
Ecco, adesso qualcuno mi chiederà perché non mi è sembrato sbagliato far vedere questo video ai miei figli, mentre mi dà fastidio l'esibizione gratuita di corpi e abitudini sessuali in TV.
Io credo che la moralità non sia questione di centimetri di pelle più o meno scoperti. Io credo che tutto dipenda dal motivo per cui quei centimetri di pelle vengono scoperti.
Nella danza orientale, per esempio, mi danno un po' fastidio i costumi scosciati: gonne con uno o più spacchi fino alla cintura, che mostrano ciò che non serve. Ma il fatto che la parte superiore del corpo sia coperta solo da un reggiseno (possibilmente non ai minimi termini, se no mi mette ansia) non mi turba per niente, perché è funzionale ai movimenti della danza (mentre mostrare le gambe rischia di essere persino controproducente - provate la differenza tra ballare con la gonna o senza, poi mi direte - e non parliamo poi delle possibili flaccidità o celluliti).
Stesso discorso per il burlesque. Dita von Teese e le sue emule non sono carne da macello in bella mostra: sono artiste che sgobbano tot ore al giorno per ottenere un risultato, esattamente come Eleonora Abbagnano o Carolina Kostner. Che poi si spoglino (e non lo fanno né sempre né per forza) è un dettaglio. Oltretutto, nel burlesque, non vince la volgarità da lap dancer: vincono lo stile, l'ironia, l'originalità, la ricerca quasi filologica di elementi del passato da reintegrare nel presente.
Certo, se sei un'artista del burlesque, devi sposarti Marilyn Manson per avere una visibilità più ampia. Altrimenti una qualsiasi valletta televisiva ha più soldi e più successo di te, a fronte di non saper fare nulla di artistico. Questa è la parte triste e immorale.
Premessa: non sono un'appassionata di spogliarello, ma il burlesque fa parte di quella costellazione di discipline coreutiche che in qualche maniera entrano in contatto con il tribal e la danza orientale in genere. Penso che, anche se non ho ancora provato, fare uno stage di burlesque serva a scoprire e controllare una certa parte della nostra espressività, ovvero quella parte scopertamente sensuale e seduttiva che quasi nessuna danzatrice italiana "seria" mette nella propria danza (onde non rafforzare lo stereotipo della danzatrice del ventre = zoccola).
Oltretutto tendo a sottolineare che, anche se Dita von Teese e molte danzatrici del burlesque si spogliano in scena, il burlesque non deve essere per forza associato allo spogliarello. È più corretto invece associarlo a un'immagine di sensualità rétro (che può andare dalla vedette Belle Epoque alla pin up del Dopoguerra).
Fine della premessa.
L'idea iniziale era di guardare l'esibizione di straforo, mentre i bambini aiutavano Luca ad apparecchiare la tavola. Invece me li sono ritrovati in braccio dal decimo secondo.
Non ho spento, non mi sono imbarazzata, non ho spiegato niente. Mi sono limitata a fare le stesse osservazioni che avrei fatto se fossi stata sola o se avessimo guardato insieme un video di danza orientale: quelle tecniche.
Per esempio, Dita incontra qualche difficoltà nel togliersi la gonna (la prima parte). Forse voi non lo notate, ma io che mi sono tolta tanti veli dalla cintura sì.
Poi: dopo essersi tolta le scarpe, Dita rimane in una mezzapunta da perfetta pin up, come se fosse una barbie. Ciò riscuote la mia ammirazione.
Oppure: dopo essersi tolta il reggiseno, fa un piccolo shimmy (vibrazione) di spalle. Ci vuole del coraggio, perché l'effetto, a tetta libera, può essere ridicolo o molto brutto anche per chi se le è fatte attaccare con il mastice.
Ah, e per chi fosse rimasta depressa dal fatto che Dita ha fondoschiena e cosce non piccoli ma molto sodi: sotto le calze di seta, aveva una calzamaglia trasparente contenitiva, è un vecchio trucco di scena.
Come hanno reagito i miei figli? Ettore guardava, senza particolare interesse. Probabilmente preferisce Shaun, per ora. Amelia invece era incantata e non ho capito se imbarazzata o divertita, forse entrambe le cose.
Luca invece era un po' scettico sulle scelte Rai: possibile che una cosa del genere sia stata trasmessa durante il Festival? Il Moige dov'era?
Ecco, adesso qualcuno mi chiederà perché non mi è sembrato sbagliato far vedere questo video ai miei figli, mentre mi dà fastidio l'esibizione gratuita di corpi e abitudini sessuali in TV.
Io credo che la moralità non sia questione di centimetri di pelle più o meno scoperti. Io credo che tutto dipenda dal motivo per cui quei centimetri di pelle vengono scoperti.
Nella danza orientale, per esempio, mi danno un po' fastidio i costumi scosciati: gonne con uno o più spacchi fino alla cintura, che mostrano ciò che non serve. Ma il fatto che la parte superiore del corpo sia coperta solo da un reggiseno (possibilmente non ai minimi termini, se no mi mette ansia) non mi turba per niente, perché è funzionale ai movimenti della danza (mentre mostrare le gambe rischia di essere persino controproducente - provate la differenza tra ballare con la gonna o senza, poi mi direte - e non parliamo poi delle possibili flaccidità o celluliti).
Stesso discorso per il burlesque. Dita von Teese e le sue emule non sono carne da macello in bella mostra: sono artiste che sgobbano tot ore al giorno per ottenere un risultato, esattamente come Eleonora Abbagnano o Carolina Kostner. Che poi si spoglino (e non lo fanno né sempre né per forza) è un dettaglio. Oltretutto, nel burlesque, non vince la volgarità da lap dancer: vincono lo stile, l'ironia, l'originalità, la ricerca quasi filologica di elementi del passato da reintegrare nel presente.
Certo, se sei un'artista del burlesque, devi sposarti Marilyn Manson per avere una visibilità più ampia. Altrimenti una qualsiasi valletta televisiva ha più soldi e più successo di te, a fronte di non saper fare nulla di artistico. Questa è la parte triste e immorale.
mercoledì 17 febbraio 2010
Educazione e istruzione
In questo periodo, complici le scadenze delle iscrizioni alle scuole dell'infanzia e primarie, Luca ed io abbiamo molto riflettuto sulla scuola che vorremmo.
Il primo punto fermo che abbiamo messo (forse l'unico, a dire il vero) è che vorremmo, se possibile, che i nostri figli stessero a scuola solo la mattina. Non sappiamo ancora se e come ciò sarà possibile: c'è di mezzo la mia richiesta di part time, l'eventuale formazione di una classe elementare di 24 ore, l'accettazione di Ettore l'anno prossimo (ma pare che, proprio proprio andasse male, a Bereguardo lo accetterebbero dal 6 febbraio).
Perché vogliamo ridurre al massimo le ore di scuola? Non per crescere figli asini, ma il contrario.
Nel caso in cui riuscissimo, i vantaggi sarebbero tanti.
Prima di tutto, penso che non passare tutta la giornata a scuola aiuti i bambini, soprattutto alle primarie, a distinguere tra educatore e insegnante. Quest'ultimo ti inculca nozioni e metodi di apprendimento, mentre il primo è portatore di tutto un sistema di valori. Non dico che i miei figli non debbano entrare in contatto con altri sistemi di valori, ma preferirei che il loro riferimento principale fosse il nostro.
Detto questo, non credo che entreranno in contatto con insegnanti immorali o crudeli (e se succedesse, prenderei provvedimenti). Ma sicuramente assorbiranno, in parte, sistemi etici e modelli culturali che non sono i nostri e che non ritengo poi così meravigliosi o indispensabili.
Esempio: ammettiamo che abbiano un'insegnante (purtroppo il mondo dell'insegnamento all'infanzia è in gran parte in mano alle donne) che trova giusta la divisione tra "cose da maschi" e "cose da femmine". Per quanto io possa fare per far cambiare idea all'insegnante in questione, lei difficilmente cambierà radicalmente opinione. E io non voglio che i miei figli vengano troppo influenzati da una persona con un'opinione del genere, per quanto brava persona e ottima professionista.
Non dico che tutte le diversità siano un male, per carità. Se mi trovassi ad avere un'insegnante, che so?, vegetariana (non fanatica, ovviamente), sarei contenta che i miei figli crescessero anche con la sua opinione, se rispettosa del nostro modo di vivere.
L'altro aspetto per cui sarei contenta di poterli seguire durante il pomeriggio è proprio l'apprendimento. Nella scuola pubblica, necessariamente l'approccio non è ad personam e l'obiettivo di riferimento è medio. Se uno dei miei figli si trovasse ad essere fuori dalla media (nel bene o nel male), vorrei poterlo seguire, per evitare di fargli odiare la scuola e il sapere. Inoltre, anche nel caso in cui tutto viaggi nei normali binari, vorrei poter presentare loro alcuni argomenti sotto un altro punto di vista, cercare di trovare punti di contatto tra le nozioni astratte e la vita vera.
Un altro motivo ancora è attaccabile da chi sostiene l'importanza di temprarsi: vorrei che i miei figli non si stancassero eccessivamente. Vorrei che avessero sì le energie per imparare e approfondire, ma anche per giocare, muoversi, fare sport o danza. Non voglio ritrovarmi a trascinare qua e là degli straccetti stanchi e apatici, come mi succede il giovedì quando Amelia esce alle 17.30 e si addormenta appena metto in moto l'auto. Vorrei che la scuola non fosse tutta la loro vita, che avessero energia per fare altro altrove, fosse anche "solo" a casa loro. Inoltre, penso che l'essere meno stanchi li possa aiutare anche ad ammalarsi di meno e/o meno gravemente.
Infine, credo che un ritmo del genere possa aiutarli a trovare un equilibrio migliore tra l'essere proiettati "fuori", verso la socialità, e il rifiugiarsi dentro il calore della famiglia.
Qualcuno mi dirà: ci arrivi adesso che ormai hanno fatto il nido e Amelia quasi tutta la materna a tempo pieno. E io risponderò: finché devo pagare il nido, non mi posso permettere nient'altro che di fare le mie 36 ore settimanali scapicollandomi per cercare di tornare a casa prima che posso. E inoltre, se anche dopo non fosse possibile applicare questo programma di homeschooling part-time, non credo che ci sarebbero danni irreparabili.
Credo solo che, dal momento che per me questa soluzione è praticabile (non senza il sacrificio di una bella fetta di stipendio), cercherò di realizzarla e spero davvero che sia una buona soluzione per tutti.
Il primo punto fermo che abbiamo messo (forse l'unico, a dire il vero) è che vorremmo, se possibile, che i nostri figli stessero a scuola solo la mattina. Non sappiamo ancora se e come ciò sarà possibile: c'è di mezzo la mia richiesta di part time, l'eventuale formazione di una classe elementare di 24 ore, l'accettazione di Ettore l'anno prossimo (ma pare che, proprio proprio andasse male, a Bereguardo lo accetterebbero dal 6 febbraio).
Perché vogliamo ridurre al massimo le ore di scuola? Non per crescere figli asini, ma il contrario.
Nel caso in cui riuscissimo, i vantaggi sarebbero tanti.
Prima di tutto, penso che non passare tutta la giornata a scuola aiuti i bambini, soprattutto alle primarie, a distinguere tra educatore e insegnante. Quest'ultimo ti inculca nozioni e metodi di apprendimento, mentre il primo è portatore di tutto un sistema di valori. Non dico che i miei figli non debbano entrare in contatto con altri sistemi di valori, ma preferirei che il loro riferimento principale fosse il nostro.
Detto questo, non credo che entreranno in contatto con insegnanti immorali o crudeli (e se succedesse, prenderei provvedimenti). Ma sicuramente assorbiranno, in parte, sistemi etici e modelli culturali che non sono i nostri e che non ritengo poi così meravigliosi o indispensabili.
Esempio: ammettiamo che abbiano un'insegnante (purtroppo il mondo dell'insegnamento all'infanzia è in gran parte in mano alle donne) che trova giusta la divisione tra "cose da maschi" e "cose da femmine". Per quanto io possa fare per far cambiare idea all'insegnante in questione, lei difficilmente cambierà radicalmente opinione. E io non voglio che i miei figli vengano troppo influenzati da una persona con un'opinione del genere, per quanto brava persona e ottima professionista.
Non dico che tutte le diversità siano un male, per carità. Se mi trovassi ad avere un'insegnante, che so?, vegetariana (non fanatica, ovviamente), sarei contenta che i miei figli crescessero anche con la sua opinione, se rispettosa del nostro modo di vivere.
L'altro aspetto per cui sarei contenta di poterli seguire durante il pomeriggio è proprio l'apprendimento. Nella scuola pubblica, necessariamente l'approccio non è ad personam e l'obiettivo di riferimento è medio. Se uno dei miei figli si trovasse ad essere fuori dalla media (nel bene o nel male), vorrei poterlo seguire, per evitare di fargli odiare la scuola e il sapere. Inoltre, anche nel caso in cui tutto viaggi nei normali binari, vorrei poter presentare loro alcuni argomenti sotto un altro punto di vista, cercare di trovare punti di contatto tra le nozioni astratte e la vita vera.
Un altro motivo ancora è attaccabile da chi sostiene l'importanza di temprarsi: vorrei che i miei figli non si stancassero eccessivamente. Vorrei che avessero sì le energie per imparare e approfondire, ma anche per giocare, muoversi, fare sport o danza. Non voglio ritrovarmi a trascinare qua e là degli straccetti stanchi e apatici, come mi succede il giovedì quando Amelia esce alle 17.30 e si addormenta appena metto in moto l'auto. Vorrei che la scuola non fosse tutta la loro vita, che avessero energia per fare altro altrove, fosse anche "solo" a casa loro. Inoltre, penso che l'essere meno stanchi li possa aiutare anche ad ammalarsi di meno e/o meno gravemente.
Infine, credo che un ritmo del genere possa aiutarli a trovare un equilibrio migliore tra l'essere proiettati "fuori", verso la socialità, e il rifiugiarsi dentro il calore della famiglia.
Qualcuno mi dirà: ci arrivi adesso che ormai hanno fatto il nido e Amelia quasi tutta la materna a tempo pieno. E io risponderò: finché devo pagare il nido, non mi posso permettere nient'altro che di fare le mie 36 ore settimanali scapicollandomi per cercare di tornare a casa prima che posso. E inoltre, se anche dopo non fosse possibile applicare questo programma di homeschooling part-time, non credo che ci sarebbero danni irreparabili.
Credo solo che, dal momento che per me questa soluzione è praticabile (non senza il sacrificio di una bella fetta di stipendio), cercherò di realizzarla e spero davvero che sia una buona soluzione per tutti.
martedì 16 febbraio 2010
Festa!
Credevo di essere fuori dal giro dei matrimoni, e invece quest'anno ci sono ben due colpi di coda: giovedì si sposa un'amica di Luca e a fine maggio mio suocero. In più, una blogamica convola il prossimo ottobre.
Ecco, spesso le persone che si sposano mi chiedono come ho fatto per il mio matrimonio: quanto ho speso, che tipo di rinfresco ho fatto, dove ho preso l'abito, eccetera. Questo a volte mi imbarazza, perché per me sposarmi è stato economicamente vantaggioso: facendo il saldo tra ciò che ho speso e ciò che ho ricevuto, ci ho vergognosamente guadagnato.
La nostra idea di partenza è stata: vogliamo fare una festa, in cui tutti (noi per primi) si divertano.
Prima di tutto, volevamo essere semplici e comodi: ci siamo sposati nel Comune dove già eravamo residenti, festa in una cascina a 1 km da casa nostra, pranzo a buffet ma con tanti tavoli dove sedersi, vestiti leggeri e comodi.
Il modello del vestito è stata la prima cosa che ho scelto: nonostante non sapessi ancora che sarei stata incinta di Amelia, volevo un bell'abito stile impero, in sangallo azzurro. Alla fine il sangallo azzurro non l'ho trovato (il sangallo colorato sarebbe tornato di moda 6 mesi dopo) e ho optato per un sangallo bianco con fodera azzurra.
Ho avuto l'onore di un abito cucito da una costumista eccezionale, che lavorava per la scuola di danza che frequentavo. Siccome era anche invitata al matrimonio con tutta la scuola, me l'ha praticamente regalato.
Il vestito di Luca, invece, è stata una delle ultime cose che abbiamo comprato: preso in una stock house a 2-3 settimane dal matrimonio, un completo di lino blu semplice e riutilizzabile, con una camicia azzurra e senza cravatta. Sono stata io a volerlo senza cravatta, perché vederlo con la cravatta mi avrebbe fatto pensare a una mascherata: lui non l'ha mai messa, non sa neanche farsi il nodo.
Mi pareva assurdo che io potessi scegliere l'abito che mi andava più comodo e lui no.
Per il rinfresco, abbiamo chiesto ai nostri amici che gestiscono un Punto Macrobiotico a Mezzana Bigli. Al loro matrimonio, il cibo ci era sembrato leggero e sfizioso, quindi abbiamo deciso di buttarci su questa scelta un po' alternativa, che rischiava di essere impopolare e invece è piaciuta molto.
Però la torta macrobiotica no: abbiamo lasciato fare a quella gran golosa di mia madre e ci siamo ritrovati con diversi piani di torta mimosa al cioccolato. Una cosa che ce la sogniamo ancora.
Per i fiori, ho sfruttato le doti d'artista del papà di una cara amica, fioraio in pensione. Come sempre, ha fatto un lavoro spettacolare: ha assemblato le composizioni e il bouquet basandosi sui colori dei fiori dei campi (c'è un campo di fronte al caseificio che a giugno ha gli stessi colori identici).
Per la distribuzione confetti, ci siamo affidati al fai-da-te: presa una stoffa di mia nonna, ne abbiamo ricavato dei sacchettini molto semplici, li abbiamo riempiti con i confetti equi e solidali e li abbiamo chiusi con nastri di raso di vari colori (sempre eredità della nonna) e con una spiga di grano (raccolte da Luca e messe a seccare). Il tutto ci è costato una settantina di euro (i confetti) e un paio di giornate uomo.
Per l'animazione, abbiamo chiesto alla compagnia di giocoleria con cui lavoravamo quando ci siamo conosciuti (io cartomante, lui suonatore). E poi, le mie compagne di danza si sono esibite con me in un baladi.
Il risultato è stato una festa molto poco convenzionale, dove tutti si sono divertiti, hanno mangiato ma senza sfondarsi, si è ballato, si è riso e ci si è commossi.
Il viaggio di nozze? In Turchia, messo in lista nozze. A Istanbul, ho sentito muoversi Amelia per la prima volta. E lì è cominciata la vera festa.
Ecco, spesso le persone che si sposano mi chiedono come ho fatto per il mio matrimonio: quanto ho speso, che tipo di rinfresco ho fatto, dove ho preso l'abito, eccetera. Questo a volte mi imbarazza, perché per me sposarmi è stato economicamente vantaggioso: facendo il saldo tra ciò che ho speso e ciò che ho ricevuto, ci ho vergognosamente guadagnato.
La nostra idea di partenza è stata: vogliamo fare una festa, in cui tutti (noi per primi) si divertano.
Prima di tutto, volevamo essere semplici e comodi: ci siamo sposati nel Comune dove già eravamo residenti, festa in una cascina a 1 km da casa nostra, pranzo a buffet ma con tanti tavoli dove sedersi, vestiti leggeri e comodi.
Il modello del vestito è stata la prima cosa che ho scelto: nonostante non sapessi ancora che sarei stata incinta di Amelia, volevo un bell'abito stile impero, in sangallo azzurro. Alla fine il sangallo azzurro non l'ho trovato (il sangallo colorato sarebbe tornato di moda 6 mesi dopo) e ho optato per un sangallo bianco con fodera azzurra.
Ho avuto l'onore di un abito cucito da una costumista eccezionale, che lavorava per la scuola di danza che frequentavo. Siccome era anche invitata al matrimonio con tutta la scuola, me l'ha praticamente regalato.
Il vestito di Luca, invece, è stata una delle ultime cose che abbiamo comprato: preso in una stock house a 2-3 settimane dal matrimonio, un completo di lino blu semplice e riutilizzabile, con una camicia azzurra e senza cravatta. Sono stata io a volerlo senza cravatta, perché vederlo con la cravatta mi avrebbe fatto pensare a una mascherata: lui non l'ha mai messa, non sa neanche farsi il nodo.
Mi pareva assurdo che io potessi scegliere l'abito che mi andava più comodo e lui no.
Per il rinfresco, abbiamo chiesto ai nostri amici che gestiscono un Punto Macrobiotico a Mezzana Bigli. Al loro matrimonio, il cibo ci era sembrato leggero e sfizioso, quindi abbiamo deciso di buttarci su questa scelta un po' alternativa, che rischiava di essere impopolare e invece è piaciuta molto.
Però la torta macrobiotica no: abbiamo lasciato fare a quella gran golosa di mia madre e ci siamo ritrovati con diversi piani di torta mimosa al cioccolato. Una cosa che ce la sogniamo ancora.
Per i fiori, ho sfruttato le doti d'artista del papà di una cara amica, fioraio in pensione. Come sempre, ha fatto un lavoro spettacolare: ha assemblato le composizioni e il bouquet basandosi sui colori dei fiori dei campi (c'è un campo di fronte al caseificio che a giugno ha gli stessi colori identici).
Per la distribuzione confetti, ci siamo affidati al fai-da-te: presa una stoffa di mia nonna, ne abbiamo ricavato dei sacchettini molto semplici, li abbiamo riempiti con i confetti equi e solidali e li abbiamo chiusi con nastri di raso di vari colori (sempre eredità della nonna) e con una spiga di grano (raccolte da Luca e messe a seccare). Il tutto ci è costato una settantina di euro (i confetti) e un paio di giornate uomo.
Per l'animazione, abbiamo chiesto alla compagnia di giocoleria con cui lavoravamo quando ci siamo conosciuti (io cartomante, lui suonatore). E poi, le mie compagne di danza si sono esibite con me in un baladi.
Il risultato è stato una festa molto poco convenzionale, dove tutti si sono divertiti, hanno mangiato ma senza sfondarsi, si è ballato, si è riso e ci si è commossi.
Il viaggio di nozze? In Turchia, messo in lista nozze. A Istanbul, ho sentito muoversi Amelia per la prima volta. E lì è cominciata la vera festa.
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sabato 13 febbraio 2010
Un tipo schivo
L'ultimo post, bellissimo, di M di MS mi ha fatto tornare alla mente i fatti di due anni fa: i primi tempi con Ettore, i nostri primi rapporti con lui.
Scrive M di MS di essere rimasta delusa perché il suo primo figlio non era affettuoso e coccolone. Beh, oggi faccio quasi fatica a ricordarmene, ma anche Ettore era così. Al seno si era attaccato senza problemi, perché la sua passione è sempre stata il cibo, ma non è che se ne sia privato con grande dolore: il biberon era più veloce e meno faticoso.
Ricordo che nei primi tempi non potevamo metterlo nel lettone con noi, altrimenti si svegliava e si lamentava. Non lo tenevamo troppo in braccio, altrimenti cominciava a contorcersi e buttarsi all'indietro (dall'età di due giorni). Se lo mettevo nel suo lettino per la nanna del pomeriggio, dovevo sparire subito, altrimenti si irritava e si svegliava. Preferiva prendere il biberon stando nella culla, mentre tra le mie braccia si dimenava. Insomma, il contatto fisico non gli garbava poi tanto. Era allegro e socievole, anche affettuoso, ma "su da dosso".
Io all'epoca un po' ci ridevo su (alla faccia di quelli che predicano che il contatto fisico DEVE esserci, e via di fasce, cosleeping, eccetera), un po' mi fregavo le mani perché tutto questo veniva a vantaggio di Amelia e diminuiva la sua possibile gelosia.
Poi francamente non so com'è successo che il piccolo asceta sia diventato un gatto coccolone. Penso che sia stato un percorso lento ma costante, di quelli in cui solo chi non li vive quotidianamente può percepire le differenze. Fatto sta che adesso Ettore è il mio quinto gatto, gli manca solo di fare le fusa (del resto, ho sempre pensato che fosse una reincarnazione del mio gatto Orsino).
Però, leggendo il post di M di MS, mi sono ritrovata a chiedermi: e se Ettore fosse stato il primo? Come mi sarei sentita? Amelia era una neonata molto dolce e coccolona (sebbene nemmeno lei amasse il lettone): il rapporto con lei era gratificante. Ma come sarebbe stato avere un primo figlio che non voleva essere coccolato? Ovviamente non lo saprò mai.
Scrivo queste righe per non scordarmi di quei momenti, che oggi mi paiono così incongruenti con l'Ettore di oggi. Ma anche perché, se qualcuna ha un neonato così e passa di qui, sappia che non è né sola né strana.
Scrive M di MS di essere rimasta delusa perché il suo primo figlio non era affettuoso e coccolone. Beh, oggi faccio quasi fatica a ricordarmene, ma anche Ettore era così. Al seno si era attaccato senza problemi, perché la sua passione è sempre stata il cibo, ma non è che se ne sia privato con grande dolore: il biberon era più veloce e meno faticoso.
Ricordo che nei primi tempi non potevamo metterlo nel lettone con noi, altrimenti si svegliava e si lamentava. Non lo tenevamo troppo in braccio, altrimenti cominciava a contorcersi e buttarsi all'indietro (dall'età di due giorni). Se lo mettevo nel suo lettino per la nanna del pomeriggio, dovevo sparire subito, altrimenti si irritava e si svegliava. Preferiva prendere il biberon stando nella culla, mentre tra le mie braccia si dimenava. Insomma, il contatto fisico non gli garbava poi tanto. Era allegro e socievole, anche affettuoso, ma "su da dosso".
Io all'epoca un po' ci ridevo su (alla faccia di quelli che predicano che il contatto fisico DEVE esserci, e via di fasce, cosleeping, eccetera), un po' mi fregavo le mani perché tutto questo veniva a vantaggio di Amelia e diminuiva la sua possibile gelosia.
Poi francamente non so com'è successo che il piccolo asceta sia diventato un gatto coccolone. Penso che sia stato un percorso lento ma costante, di quelli in cui solo chi non li vive quotidianamente può percepire le differenze. Fatto sta che adesso Ettore è il mio quinto gatto, gli manca solo di fare le fusa (del resto, ho sempre pensato che fosse una reincarnazione del mio gatto Orsino).
Però, leggendo il post di M di MS, mi sono ritrovata a chiedermi: e se Ettore fosse stato il primo? Come mi sarei sentita? Amelia era una neonata molto dolce e coccolona (sebbene nemmeno lei amasse il lettone): il rapporto con lei era gratificante. Ma come sarebbe stato avere un primo figlio che non voleva essere coccolato? Ovviamente non lo saprò mai.
Scrivo queste righe per non scordarmi di quei momenti, che oggi mi paiono così incongruenti con l'Ettore di oggi. Ma anche perché, se qualcuna ha un neonato così e passa di qui, sappia che non è né sola né strana.
venerdì 12 febbraio 2010
Essere madre: quello che non mi hanno detto
Mentre una parte dell'Italia si dedica allo sport nazionale di esaltare la mamma e il suo mestiere, qui da noi (inteso come la mia famiglia d'origine) nessuno me ne ha mai fatto il panegirico. Per questo mi stupisco quando sento di persone che cullano un loro "sogno di maternità" e poi se lo vedono infranto dalla realtà.
Qui da noi (inteso come mia madre e mia nonna), nulla mi è stato taciuto dei lati negativi: notti insonni con bimbi urlanti, malattie che si danno il cambio come nella staffetta, problemi di evacuazione, problemi di svezzamento, problemi di alimentazione, problemi di sonno, pidocchi... Sembra che, per mia madre, tutto ciò che non è avvenuto nella sua gravidanza (la più magnifica del mondo, pare) e nel suo parto (il più indolore del mondo, pare) sia avvenuto nel dopo.
Durante la mia gravidanza, mi preparavo al dopo come a un incubo in cui stringere gli occhi e i denti il più possibile, aspettando che passasse.
Altro che l'immagine della mamma angelicata e perfetta: qui si parlava di uno straccio di donna, distrutta dal sacrificio. Sempre uno stereotipo, per carità.
Con tutta questa preparazione, come ho potuto desiderare di diventare madre? Per fortuna (o per disgrazia), la nostra natura ferina riesce ancora ad avere il sopravvento sulla razionalità. E quindi, nel momento in cui ho visto Luca, non ho potuto fare a meno di pensare che io ci volevo fare una figlia. Così, bum, un'esplosione nella mente, come se quel pensiero ce l'avesse messo qualcun altro. Poi metteteci la mia strordinaria fertilità e il gioco è fatto.
Ma, mentre ero preparata ai lati più cupi della maternità (tralasciando il discorso allattamento: mia madre era un'aralda del biberon e non sapeva niente di allattamento al seno), non ero preparata agli aspetti belli. Nessuno me ne aveva parlato, col pudore dei sentimenti positivi che è tipico della mia famiglia d'origine.
E così mi sono ritrovata impreparata davanti alla batosta dell'innamoramento con la mia primogenita. Saranno stati anche ormoni, ma l'effetto è stato simile a ricevere una mazzata in piena faccia, una cosa mai provata neanche con il più affascinante degli uomini.
E poi, passate le prime 3-4 settimane, mi ritrovavo con un sacco di tempo libero: leggevo, mi facevo chiacchierate telefoniche con mio suocero, guardavo le Olimpiadi di Torino (il curling...), navigavo su Internet, ascoltavo RadioDJ, mi facevo certe passeggiate nel bosco... A volte queste cose le facevo quando Amelia dormiva, ma altre volte mentre lei era sveglia e mi guardava. Ballavo per lei, ci ascoltavamo tutti i miei CD di ogni genere di musica. La osservavo e mi divertivo moltissimo, stare con lei era una continua scoperta.
Nessuno mi aveva parlato dell'emozione del primo bacio, del primo abbraccio, della prima volta in cui tuo/a figlio/a ti dice "bene" (per dire "ti voglio bene"). Nessuno mi aveva detto che al primo "mamma" avrei saltato e pianto e riso come una pazza.
Nessuno mi aveva detto quanto sarei stata orgogliosa di vedere mia figlia ballare o di sentirmi chiedere di leggere un libro insieme.
Almeno, non me ne aveva parlato mia mamma. Nemmeno mia nonna, ma lei ormai era morta quando sono rimasta incinta di Amelia, quindi è un po' più giustificata.
Tutti gli altri mi parlavano solo di questo, ma in toni talmente entusiastici ed esagerati da respingermi. Un po' come quando sentite qualcuno parlare in falsetto per marcare la sua gioia: non vi verrebbe voglia di tirargli un pugno? A me sì, e non solo uno.
Qui da noi (inteso come mia madre e mia nonna), nulla mi è stato taciuto dei lati negativi: notti insonni con bimbi urlanti, malattie che si danno il cambio come nella staffetta, problemi di evacuazione, problemi di svezzamento, problemi di alimentazione, problemi di sonno, pidocchi... Sembra che, per mia madre, tutto ciò che non è avvenuto nella sua gravidanza (la più magnifica del mondo, pare) e nel suo parto (il più indolore del mondo, pare) sia avvenuto nel dopo.
Durante la mia gravidanza, mi preparavo al dopo come a un incubo in cui stringere gli occhi e i denti il più possibile, aspettando che passasse.
Altro che l'immagine della mamma angelicata e perfetta: qui si parlava di uno straccio di donna, distrutta dal sacrificio. Sempre uno stereotipo, per carità.
Con tutta questa preparazione, come ho potuto desiderare di diventare madre? Per fortuna (o per disgrazia), la nostra natura ferina riesce ancora ad avere il sopravvento sulla razionalità. E quindi, nel momento in cui ho visto Luca, non ho potuto fare a meno di pensare che io ci volevo fare una figlia. Così, bum, un'esplosione nella mente, come se quel pensiero ce l'avesse messo qualcun altro. Poi metteteci la mia strordinaria fertilità e il gioco è fatto.
Ma, mentre ero preparata ai lati più cupi della maternità (tralasciando il discorso allattamento: mia madre era un'aralda del biberon e non sapeva niente di allattamento al seno), non ero preparata agli aspetti belli. Nessuno me ne aveva parlato, col pudore dei sentimenti positivi che è tipico della mia famiglia d'origine.
E così mi sono ritrovata impreparata davanti alla batosta dell'innamoramento con la mia primogenita. Saranno stati anche ormoni, ma l'effetto è stato simile a ricevere una mazzata in piena faccia, una cosa mai provata neanche con il più affascinante degli uomini.
E poi, passate le prime 3-4 settimane, mi ritrovavo con un sacco di tempo libero: leggevo, mi facevo chiacchierate telefoniche con mio suocero, guardavo le Olimpiadi di Torino (il curling...), navigavo su Internet, ascoltavo RadioDJ, mi facevo certe passeggiate nel bosco... A volte queste cose le facevo quando Amelia dormiva, ma altre volte mentre lei era sveglia e mi guardava. Ballavo per lei, ci ascoltavamo tutti i miei CD di ogni genere di musica. La osservavo e mi divertivo moltissimo, stare con lei era una continua scoperta.
Nessuno mi aveva parlato dell'emozione del primo bacio, del primo abbraccio, della prima volta in cui tuo/a figlio/a ti dice "bene" (per dire "ti voglio bene"). Nessuno mi aveva detto che al primo "mamma" avrei saltato e pianto e riso come una pazza.
Nessuno mi aveva detto quanto sarei stata orgogliosa di vedere mia figlia ballare o di sentirmi chiedere di leggere un libro insieme.
Almeno, non me ne aveva parlato mia mamma. Nemmeno mia nonna, ma lei ormai era morta quando sono rimasta incinta di Amelia, quindi è un po' più giustificata.
Tutti gli altri mi parlavano solo di questo, ma in toni talmente entusiastici ed esagerati da respingermi. Un po' come quando sentite qualcuno parlare in falsetto per marcare la sua gioia: non vi verrebbe voglia di tirargli un pugno? A me sì, e non solo uno.
giovedì 11 febbraio 2010
Per assurdo
Sto correndo, sul lavoro. Ho 3 scadenze: una il 15, una il 20 e una il 23. Per fortuna quella del 20 è prorogabile.
Perdipiù, oggi credevo di aver finito il lavoro per il 15 (salvo revisioni) e invece viene fuori che il programma mi costringe a fare ancora uno sforzo non da poco.
Sono fisicamente stanca: oggi ho lavorato come una macchina, facendo "pause" solo per interpellare il mio docente di riferimento e le mie colleghe quando mi serviva un'informazione.
Domani mattina lavorerò così tutta la mattina, e posso solo sperare che il tempo e i miei figli non facciano scherzetti.
Eppure, lo volete sapere? Sono contenta. Anche se non c'è granché senso in questo lavoro, se non alimentare le paranoie della burocrazia.
Sono contenta di vincere una gara contro il tempo, di dimostrare che sono brava a imparare in pochissimo tempo e in condizioni non ideali. Sono contenta di avere a che fare con una mia collega, amica di una mia amica, con cui ho passato momenti piacevoli nel tempo libero (indimenticabili la bourguignonne e le fajitas a casa della nostra comune amica) e con cui mi trovo proprio bene a lavorare. Sono contenta di avere ritmi da privato, pur essendo nel pubblico.
Se durasse sempre sempre, ne sarei felice? Credo di no, viste anche le mie aspirazioni al part-time.
Però, quando succede ogni tanto, mi dà una sferzata di energia, conferma la mia autostima. È come se mi si dicesse: guarda che sei ancora quella là, quella che ha progettato il sito del Casinò di Sanremo e vinto 2 bandi europei.
Aggiornamento: il "bello" delle scadenze ministeriali, rispetto a quelle dei privati o dei bandi, è che quasi sempre vengono prorogate. All'ultimo, quando tu ormai tutto il lavoro l'hai già fatto.
Perdipiù, oggi credevo di aver finito il lavoro per il 15 (salvo revisioni) e invece viene fuori che il programma mi costringe a fare ancora uno sforzo non da poco.
Sono fisicamente stanca: oggi ho lavorato come una macchina, facendo "pause" solo per interpellare il mio docente di riferimento e le mie colleghe quando mi serviva un'informazione.
Domani mattina lavorerò così tutta la mattina, e posso solo sperare che il tempo e i miei figli non facciano scherzetti.
Eppure, lo volete sapere? Sono contenta. Anche se non c'è granché senso in questo lavoro, se non alimentare le paranoie della burocrazia.
Sono contenta di vincere una gara contro il tempo, di dimostrare che sono brava a imparare in pochissimo tempo e in condizioni non ideali. Sono contenta di avere a che fare con una mia collega, amica di una mia amica, con cui ho passato momenti piacevoli nel tempo libero (indimenticabili la bourguignonne e le fajitas a casa della nostra comune amica) e con cui mi trovo proprio bene a lavorare. Sono contenta di avere ritmi da privato, pur essendo nel pubblico.
Se durasse sempre sempre, ne sarei felice? Credo di no, viste anche le mie aspirazioni al part-time.
Però, quando succede ogni tanto, mi dà una sferzata di energia, conferma la mia autostima. È come se mi si dicesse: guarda che sei ancora quella là, quella che ha progettato il sito del Casinò di Sanremo e vinto 2 bandi europei.
Aggiornamento: il "bello" delle scadenze ministeriali, rispetto a quelle dei privati o dei bandi, è che quasi sempre vengono prorogate. All'ultimo, quando tu ormai tutto il lavoro l'hai già fatto.
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