lunedì 28 marzo 2011
La cosa giusta?
Era tanto che non andavo a Fa' la cosa giusta. Devo esserci stata nel 2004, forse nel 2005. Quest'anno ho voluto tornarci, anche perché so che nel frattempo si è ampliata, ha maggiore risonanza e un maggior numero di espositori. Ci sono stata ieri, con la mia famiglia. E ne sono tornata un po' perplessa. Di buono c'è molto. La sezione alimentare mi sembra perfetta, forse perché è il settore che, tra biologico ed equo-solidale, si è affermato maggiormente anche a livello di mainstream: è più diffusa la convinzione che si tratti di prodotti più buoni, al di là degli aspetti della salute e/o dell'equità del trattamento lavorativo. Il resto della fiera (non l'ho vista tutta, solo alcune parti di critical fashion, prodotti vari e onlus) mi è sembrato oscillare tra il mercatino comune (intendo senza particolari motivazioni etico-ecologiche), l'omelia radical chic e la corsa a chi è più meritevole di essere aiutato. Sicuramente i prodotti non alimentari non hanno fatto nessuno sforzo per uscire dal cerchio ristretto in cui sono accettati e conosciuti: se la sono suonata e cantata tra i soliti amici, insomma. Per esempio, l'acqua. Ho orecchiato una conferenza sull'acqua che aveva toni molto da omelia: l'acqua è un bene di tutti, sarà la risorsa del domani, eccetera. Sono assolutamente d'accordo con questo discorso, ma, se vuoi convincere la gente, secondo me devi puntare su argomenti più terra terra. Io sono stata convinta a prendere il gasatore (non ho bisogno di un filtro, ma avrei preso anche quello al bisogno) perché la prospettiva di non avere più pacchi di bottiglie in giro mi ha resa felice (e ho avuto ragione). Epperò ho girato la fiera con una bottiglietta d'acqua nello zaino, perché non potevo andare a fare la fila al(l'unico o quasi) distributore ogni volta che i miei figli avevano sete. Quindi non so se alla fine questo modo di presentare l'acqua "del rubinetto" sia stato vincente o no: in tanti si saranno scocciati come me. Eppure io a casa mia non uso bottiglie di plastica, mi porto addirittura l'acqua da casa in ufficio. Oppure la moda: le proposte che ho visto erano anche molto carine (ho lasciato gli occhi su una gonna-vestito in seta indiana...), ma non accessibili a tutti. Ottima l'idea dei jeans equi e solidali, ma per il resto ho visto abiti che non molti potrebbero mettere in ufficio. Io stessa in ufficio non ho un particolare dress code, ma da quando ho più rapporti col pubblico preferisco un abbigliamento più "normale", senza rinunciare al mio stile per carità. Oltretutto, il mio abbigliamento cerca di essere il più economico possibile per puntare sulla varietà (ovvero non dovermi ridurre a lavare la maglietta alla sera per rimetterla il giorno dopo, non è una questione di estetica ma di pulizia): catene low cost, stock, vintage (per non dire "usato", che non fa poi così fine). Quindi ho trovato molto bella l'iniziativa dell'Armadio (che non era neanche nel settore fashion), che vendeva abiti usati a prezzi paragonabili a quelli del Mercatino di TdH che frequento a Pavia: ho preso una maglia e 3 maglioni per un totale di neanche 10 euro. Ma ho trovato poco "sostenibili" le proposte delle sartorie/aziende di abbigliamento: sia quelle che proponevano abiti nuovi a costi "equi e solidali" sia quelle che proponevano oggetti ricavati da materiale di recupero (belle trovate, ma spesso poco portabili per quanto riguarda me e la maggior parte delle persone che conosco). Insomma, sono uscita dalla fiera con una sensazione poco piacevole e con una certezza: non è con questo atteggiamento che i comportamenti e i prodotti "giusti" si imporranno sul mainstream. Sono dell'idea che o si vuole rimanere una élite perché fa figo (nel qual caso, avanti tutta!) o si deve cambiare atteggiamento e cominciare a parlare la lingua delle persone che devono ancora essere convinte. Non dico di snaturarsi, ma insomma, si può bere l'acqua del rubinetto e girare coi tacchi a spillo anziché con le birkenstock: non è necessario abbracciare tutto il pacchetto.
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mercoledì 23 marzo 2011
Vampiri che ne valgono la pena
Ho recentemente avuto una conversazione con una persona che insospettabilmente si è presa una cotta per Twilight. Io credo di essere vaccinata, dal momento che ho religiosamente letto i commenti di questo blog, ma me ne tengo ugualmente lontana perché non sopporterei l'onta di innamorarmi di Edduccio. Teniamo presente comunque che scrivere di vampiri senza farli sembrare degli idioti (o facendolo, ma volutamente) è ancora possibile. Per esempio, Dampyr lo fa da almeno 10 anni, con una competenza in materia di folklore degna di un antropologo. La storia comincia in modo relativamente semplice, ma subito o quasi appare chiaro che non ci troviamo di fronte alla solita replica di Van Helsing: Boselli (rimasto ormai l'unico responsabile della serie) porta avanti una serie di sottotrame estremamente complesse. Per intenderci, di una complessità che non viene ritenuta "popolare", come se il popolo dei lettori fosse tutto composto da decerebrati. Eppure Dampyr vende e non poco. Certo, gli altri vampiri "italiani" sono tutti prodotti di nicchia, spesso editi da piccole case editrici specializzate come Gargoyle Books. Ma, per gli appassionati, ne vale sicuramente la pena: non ci troverete i drammoni adolescenziali di Twilight, ma sicuramente molto horror di qualità. Ma, anche negli USA, non è che vampiro sia sinonimo di stronzata. Aveva cominciato Anne Rice, dandoci personaggi indimenticabili come Lestat e Marius, Claudia e Maharet (io adoravo Maharet e Mael, preoccupati come genitori dell'incolumità della loro protetta umana). Bellissimo e innovativo il primo romanzo (Intervista col vampiro, da cui è stato tratto il film con Tom Cruise e una serie di altri figoni), interessanti gli sviluppi successivi. Peccato che poi nell'editoria americana (ma un po' anche nella nostra) succeda questa cosa per cui, se diventi un fenomento letterario, vai avanti a scrivere finché i fan non ti tirano i pomodori marci, con rabbia e disgusto. Questo pare valga anche per i romanzi di Anita Blake di Laurell K. Hamilton. I primissimi sono veramente divertenti e ben fatti (ne avevo già parlato qui). Funziona molto bene il rapporto di Anita con il vampiro Jean-Claude, che la attrae ma non la convince del tutto: lei lo desidera ma lo considera un mostro. Funziona anche il confronto tra Richard, il lupo mannaro buonino, e lo stesso Jean-Claude: l'uno che cerca disperatamente di non perdersi nella propria mostruosità e l'altro che ci sguazza. Mi piace anche che Anita alzi la posta, facendosi scudo della propria fede religiosa per non cedere alla avances di nessuno dei due (e mi stupisco della sua resistenza, io a 24 anni con due superfighi come pretendenti non ce l'avrei fatta, in nome di nessun principio). Mi piace il rapporto di Anita con Edward, cosa su cui è basato l'ultimo romanzo della serie che ho letto (Obsidian Butterfly). Purtroppo, sono anche andata a leggere i riassunti dei romanzi non ancora pubblicati in Italia e mi sono un po' cadute le braccia. Come dice giustamente un fan deluso, Anita è scivolata nel porno soft ed è probabile che, dopo un paio di delusioni, smetterò di leggere le sue avventure. Ciò non toglie comunque nulla ai meriti dei primi 8-9 romanzi. Sono molto contenta che la storia di Anita Blake sia diventata sia un fumetto (non un capolavoro, ma carino e rispettoso dello spirito dei romanzi) sia una serie TV (che sarei proprio curiosa di vedere). In campo cinema/televisione, i miei gusti oscillano tra i classici (dal Dracula di Christopher Lee a Intervista col vampiro passando dal Dracula di Francis Ford Coppola) e il linguaggio ultramoderno di True Blood, passando per scivoloni come Buffy. Ho sentito parlare dei Vampire Diaries, ma non mi attirano più di tanto. Qualcuno mi ha chiesto perché la serie televisiva e non i romanzi di Charlaine Harris. La risposta è che i romanzi li ho leggiucchiati in libreria e li ho trovati dimenticabili, mentre la serie TV è fatta veramente bene: attori che sanno recitare (la protagonista ha vinto un Oscar per Lezioni di Piano), un montaggio spettacolare, una gestione impressionante delle complessità della trama (soprattutto nella seconda e terza serie, dove sono presenti sempre almeno due filoni - sempre alla faccia dello stereotipo del popolo bue), nessuna pietà nel trattare temi "scottanti" (omosessualità, droga, connivenze di poteri vengono trattati sia apertamente sia a livello di metafora). Insomma, una vera goduria non solo per gli appassionati di vampiri, ma per tutti quelli che apprezzano un lavoro ben fatto.
Aggiornamento: sto leggendo Narcissus. Oltre ad essere pieno di sesso in modo imbarazzante (Anita Blake: da pulzella a puttana?), è scritto proprio male. I dialoghi sono urendi, sembrano scritti da uno sceneggiatore di Sentieri. Arriverò alla fine, ma meno male che l'ho preso in biblioteca!
Aggiornamento: sto leggendo Narcissus. Oltre ad essere pieno di sesso in modo imbarazzante (Anita Blake: da pulzella a puttana?), è scritto proprio male. I dialoghi sono urendi, sembrano scritti da uno sceneggiatore di Sentieri. Arriverò alla fine, ma meno male che l'ho preso in biblioteca!
venerdì 11 marzo 2011
Il bello del prestito
Di mio, sono una persona che regala volentieri ma non presta facilmente. Tanto meno libri, DVD e CD: le cose a cui tengo di più.
In casa mia, vige questa politica: se un libro mi può servire in futuro lo tengo, se invece è pura evasione finisce altrove. Finora questo "altrove" era la casa di mia mamma (se si trattava di libri che le interessavano) o un negozio di libri usati (dove comunque ti pagano una miseria). I DVD da Blockbuster.
Dall'inizio dell'anno, ho una scelta più comoda e utile alla comunità: la biblioteca.
Non quella del mio paese, che fa orari idioti e garantisce ben pochi servizi, bensì quella del paese vicino, che afferisce a un network di circa 50 biblioteche.
Anche se un'amica mi aveva magnificato questo network, ammetto di averlo un po' snobbato. A parte la biblioteca della mia infanzia/adolescenza, ho avuto sempre brutte esperienze con le biblioteche: pochi libri che non fossero "i classici", nessun materiale multimediale, cataloghi ostici da consultare e lunghissime attese per ottenere i libri. Oltre al fatto che spesso il personale era scostante e sempre con quell'aria scocciata tipica di chi lavora allo sportello.
Invece nella biblioteca di Motta ho trovato una bibliotecaria carinissima e un servizio che non ha niente da invidiare a quello di Amazon. Però gratis.
Io posso prenotare fino a 5 titoli (libri, DVD e CD) in un catalogo online vastissimo. Quando le mie prenotazioni arrivano nella mia biblioteca, mi arriva una mail di avviso. I libri posso tenerli per 2 mesi al massimo, i DVD per 2 settimane. Questo mi ha permesso di leggermi libri che invece avrei esitato a prendere, a causa del loro prezzo: tutto Alan Moore, materiale su popoli dell'antichità, cataloghi di mostre. E poi DVD di film belli ma non indimenticabili, di quelli che non vorresti tenere per sempre anche se ti hanno fatto passare due belle ore.
Insomma, un'esperienza da consigliare a chiunque abbia il network della Fondazione per leggere a disposizione. L'unica controindicazione è che potreste diventare utenti compulsivi come me.
In casa mia, vige questa politica: se un libro mi può servire in futuro lo tengo, se invece è pura evasione finisce altrove. Finora questo "altrove" era la casa di mia mamma (se si trattava di libri che le interessavano) o un negozio di libri usati (dove comunque ti pagano una miseria). I DVD da Blockbuster.
Dall'inizio dell'anno, ho una scelta più comoda e utile alla comunità: la biblioteca.
Non quella del mio paese, che fa orari idioti e garantisce ben pochi servizi, bensì quella del paese vicino, che afferisce a un network di circa 50 biblioteche.
Anche se un'amica mi aveva magnificato questo network, ammetto di averlo un po' snobbato. A parte la biblioteca della mia infanzia/adolescenza, ho avuto sempre brutte esperienze con le biblioteche: pochi libri che non fossero "i classici", nessun materiale multimediale, cataloghi ostici da consultare e lunghissime attese per ottenere i libri. Oltre al fatto che spesso il personale era scostante e sempre con quell'aria scocciata tipica di chi lavora allo sportello.
Invece nella biblioteca di Motta ho trovato una bibliotecaria carinissima e un servizio che non ha niente da invidiare a quello di Amazon. Però gratis.
Io posso prenotare fino a 5 titoli (libri, DVD e CD) in un catalogo online vastissimo. Quando le mie prenotazioni arrivano nella mia biblioteca, mi arriva una mail di avviso. I libri posso tenerli per 2 mesi al massimo, i DVD per 2 settimane. Questo mi ha permesso di leggermi libri che invece avrei esitato a prendere, a causa del loro prezzo: tutto Alan Moore, materiale su popoli dell'antichità, cataloghi di mostre. E poi DVD di film belli ma non indimenticabili, di quelli che non vorresti tenere per sempre anche se ti hanno fatto passare due belle ore.
Insomma, un'esperienza da consigliare a chiunque abbia il network della Fondazione per leggere a disposizione. L'unica controindicazione è che potreste diventare utenti compulsivi come me.
mercoledì 9 marzo 2011
Come voglio essere
Ieri abbiamo saputo che una parente di Luca è morta alla bella età di 96 anni. Roba che, se arrivassi a un'età simile in buone condizioni, lascerei detto di fare una festa, altro che funerale.
Mi dispiace, ma non riesco ad essere triste per una persona che è vissuta 96 anni. Non sono così cinica da dire "finalmente", ma mi stringo nelle spalle e dico "vabbe', la sua vita ha avuto il tempo di farsela" (senza contare il sospirino di invidia, perché noi che lavoreremo fino a 65-70-75 anni col cavolo che arriveremo oltre ai 90).
Spesso mi dicono che non sono comprensiva nei confronti degli anziani. Può essere. Io penso di esserlo fin troppo, ovvero di comprendere perfettamente che tanti anziani si comportano in maniere sbagliate perché sanno di essere scusati, tipo "sai, poverino/a, ha un'età".
A questo punto, aspetto ansiosamente il momento in cui passerò da "che stronza" a "sai, poverina, ha un'età". Il fatto è che probabilmente non ci arriverò mai, perché educherò i miei figli (e, spero, i miei nipoti) a rispettare le persone, non la loro età.
Ed, io, che da giovane non sono mai stata uno zuccherino, di certo non diventerò una dolce e saggia nonnina. Anzi, se è vero che somiglio a mia nonna Agnese, spero che i miei figli e nipoti abbiano la forza di contenere il mio potenziale distruttivo.
Però, a differenza di mia nonna Agnese, mi piacerebbe lasciare qualcosa di più che qualche aneddoto sulla mia vita. Dopotutto, di lei so abbastanza poco: so che cosa le è successo, non quello che pensava. So che aveva un padre violento, ma non so se gli voleva bene o se aveva paura di somigliargli. So che da vedova ha avuto una vita dura, ma non so che cosa avrebbe pensato delle nostre lotte per conciliare famiglia e lavoro. È morta troppo presto perché glielo potessi chiedere.
Io vorrei essere forte e speciale come lei, ma più aperta e comunicativa. Vorrei tenermi al passo con le nuove tecnologie, ma non solo in cucina come faceva lei. Vorrei che i miei cari mi trovassero dei difetti, ma vorrei anche riuscire ad accettare le loro critiche e migliorare. Vorrei essere come lei nell'andare al sodo delle situazioni, ma senza dimenticare che anche la forma ha il suo peso. Vorrei che i miei cari sentissero il mio amore non tanto nelle opere (ché comunque 3 armadi di tovaglie sono un po' eccessivi) quanto nel calore dei miei sentimenti (e parlo di sentimenti, non di bieca manipolazione dei sensi di colpa). Vorrei avere la sua passione, ma senza la sua avventatezza (e però mi fa molta tenerezza l'idea che mia nonna fosse ancora avventata a 80 anni). Vorrei che nessuno dei miei cari si sentisse in dovere di giustificarsi per una mia mancanza ("sai, mia nonna devi capirla, ha un'età...").
Mi dispiace, ma non riesco ad essere triste per una persona che è vissuta 96 anni. Non sono così cinica da dire "finalmente", ma mi stringo nelle spalle e dico "vabbe', la sua vita ha avuto il tempo di farsela" (senza contare il sospirino di invidia, perché noi che lavoreremo fino a 65-70-75 anni col cavolo che arriveremo oltre ai 90).
Spesso mi dicono che non sono comprensiva nei confronti degli anziani. Può essere. Io penso di esserlo fin troppo, ovvero di comprendere perfettamente che tanti anziani si comportano in maniere sbagliate perché sanno di essere scusati, tipo "sai, poverino/a, ha un'età".
A questo punto, aspetto ansiosamente il momento in cui passerò da "che stronza" a "sai, poverina, ha un'età". Il fatto è che probabilmente non ci arriverò mai, perché educherò i miei figli (e, spero, i miei nipoti) a rispettare le persone, non la loro età.
Ed, io, che da giovane non sono mai stata uno zuccherino, di certo non diventerò una dolce e saggia nonnina. Anzi, se è vero che somiglio a mia nonna Agnese, spero che i miei figli e nipoti abbiano la forza di contenere il mio potenziale distruttivo.
Però, a differenza di mia nonna Agnese, mi piacerebbe lasciare qualcosa di più che qualche aneddoto sulla mia vita. Dopotutto, di lei so abbastanza poco: so che cosa le è successo, non quello che pensava. So che aveva un padre violento, ma non so se gli voleva bene o se aveva paura di somigliargli. So che da vedova ha avuto una vita dura, ma non so che cosa avrebbe pensato delle nostre lotte per conciliare famiglia e lavoro. È morta troppo presto perché glielo potessi chiedere.
Io vorrei essere forte e speciale come lei, ma più aperta e comunicativa. Vorrei tenermi al passo con le nuove tecnologie, ma non solo in cucina come faceva lei. Vorrei che i miei cari mi trovassero dei difetti, ma vorrei anche riuscire ad accettare le loro critiche e migliorare. Vorrei essere come lei nell'andare al sodo delle situazioni, ma senza dimenticare che anche la forma ha il suo peso. Vorrei che i miei cari sentissero il mio amore non tanto nelle opere (ché comunque 3 armadi di tovaglie sono un po' eccessivi) quanto nel calore dei miei sentimenti (e parlo di sentimenti, non di bieca manipolazione dei sensi di colpa). Vorrei avere la sua passione, ma senza la sua avventatezza (e però mi fa molta tenerezza l'idea che mia nonna fosse ancora avventata a 80 anni). Vorrei che nessuno dei miei cari si sentisse in dovere di giustificarsi per una mia mancanza ("sai, mia nonna devi capirla, ha un'età...").
martedì 8 marzo 2011
La festa di chi?
In casa mia non si è mai molto amata la festa della donna. La mimosa sì (infatti la prima cosa che farei andando a vivere in Liguria sarebbe prendermene una, da piantare o da tenere in vaso). Ma la festa non ci pareva il caso.
A me personalmente, la festa della donna sembra come la festa della Shoah, che infatti non si festeggia ma si commemora con dolore e imbarazzo. Nel senso: non ci trovo molto da festeggiare.
Abbiamo conquistato dei diritti negli ultimi 100 anni, ma grazie al cazzo! Ci spettavano! I neri americani festeggiano la festa del nero, perché gli è stato riconosciuto lo status di esseri umani? No, si incazzano di brutto perché il razzismo c'è ancora. Noi donne dovremmo fare altrettanto.
In Italia, dovremmo farlo perché, al di là degli scandaletti sessuali e degli estremismi in entrambi i sensi, la realtà è che, se tu donna vuoi avere una famiglia, son cazzi tuoi e lo Stato se ne batte il belino, salvo poi fare i Family Day per difendere il matrimonio.
(Per inciso: io sono sposata. Se volete incentivare il matrimonio rispetto alla convivenza, fatelo, io non ho nessun problema: fatemi sgravi fiscali, asili nido, case ad affitto convenzionato. Se invece volete solo farvi belli e prendere i voti dei cattolici, vi auguro che l'Inferno esista.)
Nel resto del mondo, dovremmo farlo perché, anche se per noi lo scandalo più grande è che 4 troiette prendano dei soldi per fare pompini ai politici, il mondo femminile ha ancora problemi come l'infibulazione, la mortalità femminile per violenza, l'aborto selettivo che uccide le femmine, lo sfruttamento della prostituzione anche infantile, la mancanza totale di diritti delle donne rispetto agli uomini.
Ovviamente parlo di resto del mondo ma lo si può vedere anche solo affacciandosi alla finestra. Anche se di solito preferiamo distogliere lo sguardo per non andare nei casini, per non offendere con un'offerta d'aiuto, per non impegolarci con l'infinita burocrazia che gravita intorno a tutto. Anche se i loro bambini sono uguali ai nostri, e meno male che almeno loro giocano insieme.
A me personalmente, la festa della donna sembra come la festa della Shoah, che infatti non si festeggia ma si commemora con dolore e imbarazzo. Nel senso: non ci trovo molto da festeggiare.
Abbiamo conquistato dei diritti negli ultimi 100 anni, ma grazie al cazzo! Ci spettavano! I neri americani festeggiano la festa del nero, perché gli è stato riconosciuto lo status di esseri umani? No, si incazzano di brutto perché il razzismo c'è ancora. Noi donne dovremmo fare altrettanto.
In Italia, dovremmo farlo perché, al di là degli scandaletti sessuali e degli estremismi in entrambi i sensi, la realtà è che, se tu donna vuoi avere una famiglia, son cazzi tuoi e lo Stato se ne batte il belino, salvo poi fare i Family Day per difendere il matrimonio.
(Per inciso: io sono sposata. Se volete incentivare il matrimonio rispetto alla convivenza, fatelo, io non ho nessun problema: fatemi sgravi fiscali, asili nido, case ad affitto convenzionato. Se invece volete solo farvi belli e prendere i voti dei cattolici, vi auguro che l'Inferno esista.)
Nel resto del mondo, dovremmo farlo perché, anche se per noi lo scandalo più grande è che 4 troiette prendano dei soldi per fare pompini ai politici, il mondo femminile ha ancora problemi come l'infibulazione, la mortalità femminile per violenza, l'aborto selettivo che uccide le femmine, lo sfruttamento della prostituzione anche infantile, la mancanza totale di diritti delle donne rispetto agli uomini.
Ovviamente parlo di resto del mondo ma lo si può vedere anche solo affacciandosi alla finestra. Anche se di solito preferiamo distogliere lo sguardo per non andare nei casini, per non offendere con un'offerta d'aiuto, per non impegolarci con l'infinita burocrazia che gravita intorno a tutto. Anche se i loro bambini sono uguali ai nostri, e meno male che almeno loro giocano insieme.
lunedì 28 febbraio 2011
Forte 'sta cippa
Giuro, non ho concepito questo post e il precedente come un dittico. Semplicemente, in questo weekend ho finalmente comprato un libro che corteggiavo da quando è uscito e che non ho mai avuto il coraggio di comprare.
Perché?
Perché sapevo che mi sarei commossa. Così come recentemente ho visto Il labirinto del fauno e mi è quasi venuto un attacco d'asma per il pianto (infatti ho prenotato in biblioteca La spina del diavolo, dello stesso regista e con ambientazione simile, e sto pensando di non guardarlo del tutto).
Ecco, "Mia mamma è in America" non ti fa venire l'asma. Peggio: ti mette addosso una malinconia dolcissima, e contemporaneamente una paura fottuta.
Non tanto la paura di morire, che è presente per me come per qualsiasi altro mortale mediamente sano ed esposto ai generici rischi della nostra società.
Quanto per una cosa che dice il protagonista: "I ricordi della mamma sono scappati via".
Lui ha 6 anni, sua mamma è morta quando sia lui sia suo fratello erano piccoli (ma loro non lo sanno, credono sia in viaggio) e loro non se la ricordano. È la cosa che trovo più crudele.
Non voglio raccontare troppo di questo libro, che merita di essere letto. Sottolineo solo che, anche se c'è una mamma morta sullo sfondo, si sorride molto: il mondo dei bambini viene raccontato in modo sincero e senza abbellimenti, in tutti i suoi aspetti.
Ed è per questo che ieri sera, abbracciando Luca, gli ho detto: dovesse succedermi mai qualcosa di brutto, inventati che sono in tournée con Bregovic.
Perché?
Perché sapevo che mi sarei commossa. Così come recentemente ho visto Il labirinto del fauno e mi è quasi venuto un attacco d'asma per il pianto (infatti ho prenotato in biblioteca La spina del diavolo, dello stesso regista e con ambientazione simile, e sto pensando di non guardarlo del tutto).
Ecco, "Mia mamma è in America" non ti fa venire l'asma. Peggio: ti mette addosso una malinconia dolcissima, e contemporaneamente una paura fottuta.
Non tanto la paura di morire, che è presente per me come per qualsiasi altro mortale mediamente sano ed esposto ai generici rischi della nostra società.
Quanto per una cosa che dice il protagonista: "I ricordi della mamma sono scappati via".
Lui ha 6 anni, sua mamma è morta quando sia lui sia suo fratello erano piccoli (ma loro non lo sanno, credono sia in viaggio) e loro non se la ricordano. È la cosa che trovo più crudele.
Non voglio raccontare troppo di questo libro, che merita di essere letto. Sottolineo solo che, anche se c'è una mamma morta sullo sfondo, si sorride molto: il mondo dei bambini viene raccontato in modo sincero e senza abbellimenti, in tutti i suoi aspetti.
Ed è per questo che ieri sera, abbracciando Luca, gli ho detto: dovesse succedermi mai qualcosa di brutto, inventati che sono in tournée con Bregovic.
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giovedì 24 febbraio 2011
Una donna forte
Ho passato la vita ad essere forte.
Venivo da una famiglia di donne forti: mia nonna vedova nel dopoguerra, mia madre che lavora(va) e neanche un cane che l'aiutasse (niente colf, niente part time, niente piatti pronti da sua madre). Sono stata cresciuta così, senza neanche un dubbio sulla mia forza: era un dato di fatto, si deve essere forti.
Corredato da scherno e allusioni nei confronti di quelle che forti non erano o non si mostravano: le moglie che lasciavano fare ai mariti, quelle che si erano sposate per "sistemarsi", quelle che chiudevano gli occhi pur di non restare sole. E, a scuola, il dito di mia madre era puntato contro quelle che i genitori lasciavano a casa per non farle interrogare o per evitare il tal compito in classe, o quelle che con la scusa dell'"essere disorientate" o "dover maturare" perdevano un anno o che.
L'unica debolezza che mi era permessa era quella fisica: il mio sistema immunitario non è mai stato il massimo, mi son sempre ammalata spesso. Di solito nei momenti cruciali: la prima gita, gli esami di terza media, l'occasione tal dei tali. E le vacanze, che culo.
Per il resto, per me essere donna non ha mai coinciso con l'essere il sesso debole, anzi. Mia madre e mia nonna mi hanno inculcato la convinzione che per essere donna ci vogliono le palle: lavori il doppio, fai i lavori più ingrati e c'è sempre qualcuno che ha da ridire.
Ecco perché mia madre scoppiò a piangere quando vide che ero femmina, mica per altro. Non che avesse torto.
Però io, come lei e mia nonna, sono caduta molto facilmente in due trappole.
La prima è il non manifestare i propri sentimenti, "come un vero uomo". L'unica persona adulta con cui mi permetto gesti quotidiani di affetto è mio marito. Per il resto, non sono abituata né a baciare né ad abbracciare i miei, tantomeno mio nonno: se ci proviamo, lo sentiamo come una forzatura. Non sono abituata ad abbracciare le mie amiche, le bacio sulle guance per gentilezza ma non mi viene l'impulso. E poi ci si stupisce che una si sente invasa da gravidanza e allattamento.
L'altra trappola è lo stoicismo un po' celodurista. Del tipo che, così come ti sei sentita una mezzasega ad avere paura di certe situazioni e ad avvertire la fatica di altre, se un'altra donna ti esprime le sue difficoltà dentro di te pensi "che mezza sega". A meno che le difficoltà non siano proprio grosse e oggettive. Anche se razionalmente sei aperta e ben disposta, anche se razionalmente non ci trovi niente di male ad essere in difficoltà e dirlo, dentro di te una vocina prende i toni del sergente di Full Metal Jacket. Non è un'aspirazione alla perfezione, bensì alla durezza: diventare abbastanza tosta da non farsi abbattere da nulla. Bella illusione.
Oltre a queste magagne, essere considerata "forte" ne genera un'altra: gli altri, col fatto che tu sei "quella forte", prendono sempre e non offrono mai.
Per carità, non tutto il male viene per nuocere: impari a chiedere aiuto se ti serve. Ma lo puoi fare solo con chi ti è abbastanza vicino, mentre tutto il resto del mondo ti vede bella corazzata e non si sogna neanche lontanamente di darti una mano. Anzi: dai, sei forte, superi anche questa difficoltà. Ma vaffanculo, va': magari sono forte, magari ce la faccio, ma se qualcuno mi toglie qualche peso dalle spalle non mi fa schifo. Se quel qualcuno poi me lo toglie anche spontaneamente son proprio contenta.
Dedicato a mio marito, che quando torna sulla Terra si accorge dei miei pesi e me ne toglie qualcuno. Senza far cadere tutti gli altri.
Venivo da una famiglia di donne forti: mia nonna vedova nel dopoguerra, mia madre che lavora(va) e neanche un cane che l'aiutasse (niente colf, niente part time, niente piatti pronti da sua madre). Sono stata cresciuta così, senza neanche un dubbio sulla mia forza: era un dato di fatto, si deve essere forti.
Corredato da scherno e allusioni nei confronti di quelle che forti non erano o non si mostravano: le moglie che lasciavano fare ai mariti, quelle che si erano sposate per "sistemarsi", quelle che chiudevano gli occhi pur di non restare sole. E, a scuola, il dito di mia madre era puntato contro quelle che i genitori lasciavano a casa per non farle interrogare o per evitare il tal compito in classe, o quelle che con la scusa dell'"essere disorientate" o "dover maturare" perdevano un anno o che.
L'unica debolezza che mi era permessa era quella fisica: il mio sistema immunitario non è mai stato il massimo, mi son sempre ammalata spesso. Di solito nei momenti cruciali: la prima gita, gli esami di terza media, l'occasione tal dei tali. E le vacanze, che culo.
Per il resto, per me essere donna non ha mai coinciso con l'essere il sesso debole, anzi. Mia madre e mia nonna mi hanno inculcato la convinzione che per essere donna ci vogliono le palle: lavori il doppio, fai i lavori più ingrati e c'è sempre qualcuno che ha da ridire.
Ecco perché mia madre scoppiò a piangere quando vide che ero femmina, mica per altro. Non che avesse torto.
Però io, come lei e mia nonna, sono caduta molto facilmente in due trappole.
La prima è il non manifestare i propri sentimenti, "come un vero uomo". L'unica persona adulta con cui mi permetto gesti quotidiani di affetto è mio marito. Per il resto, non sono abituata né a baciare né ad abbracciare i miei, tantomeno mio nonno: se ci proviamo, lo sentiamo come una forzatura. Non sono abituata ad abbracciare le mie amiche, le bacio sulle guance per gentilezza ma non mi viene l'impulso. E poi ci si stupisce che una si sente invasa da gravidanza e allattamento.
L'altra trappola è lo stoicismo un po' celodurista. Del tipo che, così come ti sei sentita una mezzasega ad avere paura di certe situazioni e ad avvertire la fatica di altre, se un'altra donna ti esprime le sue difficoltà dentro di te pensi "che mezza sega". A meno che le difficoltà non siano proprio grosse e oggettive. Anche se razionalmente sei aperta e ben disposta, anche se razionalmente non ci trovi niente di male ad essere in difficoltà e dirlo, dentro di te una vocina prende i toni del sergente di Full Metal Jacket. Non è un'aspirazione alla perfezione, bensì alla durezza: diventare abbastanza tosta da non farsi abbattere da nulla. Bella illusione.
Oltre a queste magagne, essere considerata "forte" ne genera un'altra: gli altri, col fatto che tu sei "quella forte", prendono sempre e non offrono mai.
Per carità, non tutto il male viene per nuocere: impari a chiedere aiuto se ti serve. Ma lo puoi fare solo con chi ti è abbastanza vicino, mentre tutto il resto del mondo ti vede bella corazzata e non si sogna neanche lontanamente di darti una mano. Anzi: dai, sei forte, superi anche questa difficoltà. Ma vaffanculo, va': magari sono forte, magari ce la faccio, ma se qualcuno mi toglie qualche peso dalle spalle non mi fa schifo. Se quel qualcuno poi me lo toglie anche spontaneamente son proprio contenta.
Dedicato a mio marito, che quando torna sulla Terra si accorge dei miei pesi e me ne toglie qualcuno. Senza far cadere tutti gli altri.
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martedì 22 febbraio 2011
Strada sbagliata
Da alcune mattine, mentre guido, sento su RadioDJ una serie di pubblicità della Subaru Trezia. Pubblicizzano un'auto espressamente progettata per le donne (e, confesso, la dicitura "guida rialzata" mi attira non poco). E i loro spot radiofonici vorrebbero essere femministi o qualcosa del genere.
Finora ne ho sentiti due. In uno, il protagonista del Gladiatore viene interrotto da una donna che lo liquida in modo abbastanza antipatico e poi pronuncia la famosa frase "al mio segnale, scatenate l'inferno". Nel secondo, ci raccontano che Mao e Garibaldi erano donne, perché rivoluzionari e condottieri.
Boh. Non so come siano resi in TV (già il banner che mostra la trasformazione di Mao in donna mi sembra più promettente), ma in radio questi due spot sono orrendi.
Vorrebbero dare l'immagine di una donna "alla guida" (infatti il pay-off è "cambia guida"), ma il risultato è maldestro, irritante e inefficace. Nel primo spot, la donna fa la figura della solita donnetta supponente e antipatica. Il secondo comunque si risolve in un elenco di nomi maschili, di cui si dice che erano donne: la furbata di tutto ciò non mi è comprensibile.
Insomma, gli spot radiofonici sembrano talmente forzati da essere controproducenti: anche se l'idea di un'auto progettata per una donna mi piace, solo per l'idiozia della campagna pubblicitaria non la prenderei neanche in considerazione.
Secondo me, c'erano modi più efficaci di pubblicizzare questa auto.
Se si voleva insistere sul concetto di guida femminile, sarebbe bastato puntare sulle donne che davvero sono state rivoluzionarie e condottiere: Elisabetta I, Cleopatra, Maria Teresa d'Austria, Caterina di Russia. Solo per citare le prime che mi vengono in mente.
Se si voleva parlare di un prodotto "solo per donne", lo si poteva accostare ad altri oggetti che sono solo appannaggio femminile, tipo rossetto, tacco a spillo e ciglia finte se si voleva sottolineare la seduzione oppure tampax, pillola e lavatrice se si voleva sottolineare l'aspetto pratico/rivoluzionario.
In verità, queste sono due idee a caso che mi sono venute in questi 10 minuti in cui ho scritto questo post. Penso che un'agenzia di comunicazione dovrebbe saper fare di meglio.
Finora ne ho sentiti due. In uno, il protagonista del Gladiatore viene interrotto da una donna che lo liquida in modo abbastanza antipatico e poi pronuncia la famosa frase "al mio segnale, scatenate l'inferno". Nel secondo, ci raccontano che Mao e Garibaldi erano donne, perché rivoluzionari e condottieri.
Boh. Non so come siano resi in TV (già il banner che mostra la trasformazione di Mao in donna mi sembra più promettente), ma in radio questi due spot sono orrendi.
Vorrebbero dare l'immagine di una donna "alla guida" (infatti il pay-off è "cambia guida"), ma il risultato è maldestro, irritante e inefficace. Nel primo spot, la donna fa la figura della solita donnetta supponente e antipatica. Il secondo comunque si risolve in un elenco di nomi maschili, di cui si dice che erano donne: la furbata di tutto ciò non mi è comprensibile.
Insomma, gli spot radiofonici sembrano talmente forzati da essere controproducenti: anche se l'idea di un'auto progettata per una donna mi piace, solo per l'idiozia della campagna pubblicitaria non la prenderei neanche in considerazione.
Secondo me, c'erano modi più efficaci di pubblicizzare questa auto.
Se si voleva insistere sul concetto di guida femminile, sarebbe bastato puntare sulle donne che davvero sono state rivoluzionarie e condottiere: Elisabetta I, Cleopatra, Maria Teresa d'Austria, Caterina di Russia. Solo per citare le prime che mi vengono in mente.
Se si voleva parlare di un prodotto "solo per donne", lo si poteva accostare ad altri oggetti che sono solo appannaggio femminile, tipo rossetto, tacco a spillo e ciglia finte se si voleva sottolineare la seduzione oppure tampax, pillola e lavatrice se si voleva sottolineare l'aspetto pratico/rivoluzionario.
In verità, queste sono due idee a caso che mi sono venute in questi 10 minuti in cui ho scritto questo post. Penso che un'agenzia di comunicazione dovrebbe saper fare di meglio.
martedì 15 febbraio 2011
Cumuli e nembi
Qualche settimana fa, ho accennato a Luca che magari potevamo farci mettere a posto l'antenna e comprare il decoder per il digitale terrestre.
Ripensandoci, mi sa che preferisco continuare con la radio e internet, anziché farmi inondare della merda che oggi chiamano informazione: faziosa in entrambi i sensi, sensazionalista, approssimativa.
Se merda dev'essere, preferisco fare un giro nelle stalle.
Non riesco a seguire tutti i dibattiti su cose che mi appassionano. Forse non mi appassionano abbastanza. Forse sono stufa di assistere sempre allo stesso schema per cui nessuno alla fine cambia idea, neanche un po'. Forse non me ne frega neanche più niente di far cambiare idea agli ottusi. O forse sto diventando un po' ottusa anch'io.
Non parliamo poi dei dibattiti o le iniziative sulle cose che NON mi appassionano. Oggi per caso mi si apre una pagina che parla di box e girello, nei soliti termini un po' terroristici con cui si parla di questi terribili mezzi di contenimento del passato. Un commento la rincara. Mi verrebbe da scrivere che non è proprio così, che a volte ci si può accorgere che a un bambino farebbe proprio piacere provare il girello e che potrebbe essere il compromesso giusto, senza doversi per forza spaccare la schiena ogni volta. Comincio a scrivere, poi chiudo: ma cosa diavolo me ne frega di dire la mia su una cosa tanto insulsa e lontana da me? Se una è tanto decerebrata da non poter valutare da sé una cosa del genere, come feci io a suo tempo, non sarà certo la mia opinione a ridarle magicamente il senno.
Mi incanto per la passione. Non tanto per le passioni amorose, quanto per quella che le persone mettono nel lavoro. Ecco perché mi piace guardare i documentari sui making of dei film, soprattutto quando c'è stato dietro un grande lavoro artigianale (di make-up, di costumi o anche "semplicemente di studio" delle scene e dei set). Ultimamente ho guardato un documentario sulla produzione del film "Hellboy" e sono rimasta allibita dalla quantità di artisti che lavorano nel campo cinematografico: scultori, make-up artist, realizzatori di animatronics (pupazzi animati), esperti di computer grafica, eccetera.
Per la maggior parte di queste professioni, mi sono chiesta: perché Cinecittà non diventa un centro di formazione per operatori del mondo del cinema? Perché buttiamo i soldi nell'istituzione della laurea in Scienze del giardinaggio e del fiore (giuro, esiste) e poi un ragazzo che desideri lavorare nello spettacolo deve imparare da autodidatta?
Mi incanto anche per il talento. Ci sono persone che ne hanno una quantità inverosimile, accompagnata da altrettanta umiltà.
Per esempio Francesca Pedretti, la mia maestra, che riesce sempre a superare se stessa e a creare coreografie splendide e innovative.
Per esempio Mike Mignola, che con un semplice "Non esiste" riesce a farci sorridere e riflettere insieme. Per non parlare di quando ci commuove con un "Vaffanculo".
Per esempio mio marito, che riesce ad essere splendido e pasticcione in ogni cosa che fa, e alla fine riceve complimenti da ogni parte (sperando che compensino le urla di sua moglie).
Ripensandoci, mi sa che preferisco continuare con la radio e internet, anziché farmi inondare della merda che oggi chiamano informazione: faziosa in entrambi i sensi, sensazionalista, approssimativa.
Se merda dev'essere, preferisco fare un giro nelle stalle.
Non riesco a seguire tutti i dibattiti su cose che mi appassionano. Forse non mi appassionano abbastanza. Forse sono stufa di assistere sempre allo stesso schema per cui nessuno alla fine cambia idea, neanche un po'. Forse non me ne frega neanche più niente di far cambiare idea agli ottusi. O forse sto diventando un po' ottusa anch'io.
Non parliamo poi dei dibattiti o le iniziative sulle cose che NON mi appassionano. Oggi per caso mi si apre una pagina che parla di box e girello, nei soliti termini un po' terroristici con cui si parla di questi terribili mezzi di contenimento del passato. Un commento la rincara. Mi verrebbe da scrivere che non è proprio così, che a volte ci si può accorgere che a un bambino farebbe proprio piacere provare il girello e che potrebbe essere il compromesso giusto, senza doversi per forza spaccare la schiena ogni volta. Comincio a scrivere, poi chiudo: ma cosa diavolo me ne frega di dire la mia su una cosa tanto insulsa e lontana da me? Se una è tanto decerebrata da non poter valutare da sé una cosa del genere, come feci io a suo tempo, non sarà certo la mia opinione a ridarle magicamente il senno.
Mi incanto per la passione. Non tanto per le passioni amorose, quanto per quella che le persone mettono nel lavoro. Ecco perché mi piace guardare i documentari sui making of dei film, soprattutto quando c'è stato dietro un grande lavoro artigianale (di make-up, di costumi o anche "semplicemente di studio" delle scene e dei set). Ultimamente ho guardato un documentario sulla produzione del film "Hellboy" e sono rimasta allibita dalla quantità di artisti che lavorano nel campo cinematografico: scultori, make-up artist, realizzatori di animatronics (pupazzi animati), esperti di computer grafica, eccetera.
Per la maggior parte di queste professioni, mi sono chiesta: perché Cinecittà non diventa un centro di formazione per operatori del mondo del cinema? Perché buttiamo i soldi nell'istituzione della laurea in Scienze del giardinaggio e del fiore (giuro, esiste) e poi un ragazzo che desideri lavorare nello spettacolo deve imparare da autodidatta?
Mi incanto anche per il talento. Ci sono persone che ne hanno una quantità inverosimile, accompagnata da altrettanta umiltà.
Per esempio Francesca Pedretti, la mia maestra, che riesce sempre a superare se stessa e a creare coreografie splendide e innovative.
Per esempio Mike Mignola, che con un semplice "Non esiste" riesce a farci sorridere e riflettere insieme. Per non parlare di quando ci commuove con un "Vaffanculo".
Per esempio mio marito, che riesce ad essere splendido e pasticcione in ogni cosa che fa, e alla fine riceve complimenti da ogni parte (sperando che compensino le urla di sua moglie).
Brevi dal mondo reale
Mettetevi davanti al calendario e contate i giorni in cui i vostri figli sono "in vacanza" dalla scuola, senza che ci sia un servizio comunale sostitutivo (GREST o simili).
A me risultato 60 giorni di vacanza all'anno, escluse le mezze giornate della prima settimana di scuola ed eventuali mezze giornate dell'ultima settimana di giugno.
Prendiamo una famiglia come la mia, in cui io schifosa statale ho diritto a 32 giorni di ferie e mio marito 21: messi insieme, fanno 53 giorni, senza nessuna sovrapposizione.
Qualche genio mi dirà: ma chiedi ai nonni! Certo: peccato che i nonni lavorino anche loro e, a parte il fatto che le loro ferie non sono al mio servizio, spesso i loro impegni e le loro scadenze di lavoro non sono rimandabili.
Per ora, riesco a tamponare usando il congedo parentale. Che però mi serve anche per le malattie, dal momento che Ettore ha compiuto i 3 anni. Ma il contratto di mio marito non recepisce il congedo parentale.
Amarezza e disgusto. E non siamo ancora arrivati alle elementari.
A me risultato 60 giorni di vacanza all'anno, escluse le mezze giornate della prima settimana di scuola ed eventuali mezze giornate dell'ultima settimana di giugno.
Prendiamo una famiglia come la mia, in cui io schifosa statale ho diritto a 32 giorni di ferie e mio marito 21: messi insieme, fanno 53 giorni, senza nessuna sovrapposizione.
Qualche genio mi dirà: ma chiedi ai nonni! Certo: peccato che i nonni lavorino anche loro e, a parte il fatto che le loro ferie non sono al mio servizio, spesso i loro impegni e le loro scadenze di lavoro non sono rimandabili.
Per ora, riesco a tamponare usando il congedo parentale. Che però mi serve anche per le malattie, dal momento che Ettore ha compiuto i 3 anni. Ma il contratto di mio marito non recepisce il congedo parentale.
Amarezza e disgusto. E non siamo ancora arrivati alle elementari.
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