domenica 1 aprile 2012

Letture di marzo

Urban fantasy romance: il mese scorso avevo parlato di Switched, che mi era piaciuto. Come mi ero ripromessa, ho letto tutta la trilogia. Responso: mhe. Troppi nodi irrisolti, troppe irrazionalità, i personaggi non si evolvono in modo coerente, la storia prende una piega assurda, il triangolo no. Insomma, meglio fermarsi al primo, se si riesce a trattenere la curiosità.
Romanzo poetico: La bambina di neve di Eowyn Ivey. C'è ancora l'Alaska come ne La tenerezza dei lupi, ma trasfigurata in un racconto quasi fiabesco. Bello, appassionante, emozionante ma senza tinte forti. Da regalare.
Fenomeno letterario: The Hunger Games Trilogy. C'è chi lo paragona a Twilight, ma non c'è gara. C'è anche chi paragona Suzanne Collins alla Rowling, e già questo lo trovo più sensato. Anche se il mondo degli Hunger Games è completamente diverso da quello di Harry Potter, c'è la stessa capacità di studiare un intero universo, di creare personaggi incisivi, di avvincere il lettore a una trama ben studiata. Anche qui c'è un triangolo, ma risolto in modo brillante. Da leggere prima che anche in Italia diventi di moda.
(Piccolo inciso: ho visto i trailer ufficiali. E ora sto sbavando per vedere il film, a maggio. Chi viene?)
Romanzo per ragazzi: Gregor e il regno di Semprebuio, sempre di Suzanne Collins. Un'avventura delicata, una fiaba avventurosa. La storia ricorda vagamente la saga dei Minimei, ma qui non c'è un cattivo da combattere, bensì un papà da salvare. Mi è piaciuto, e tra un paio d'anni lo leggerei ai miei figli.
Autobiografia satirica: Il lamento del prepuzio di Shalom Auslander. Si sorride, si ride a volte, ma con la forte impressione di avere a che fare con una persona malata che vive in una società malata: l'umorismo yiddish è un'altra cosa, è più sottile e leggero, sano. Ci sono personaggi che non scorderò (per esempio il padre, bravissimo falegname ma disprezzato dalla moglie perché non è un rabbino come i suoi cognati), ma ancora non so se il libro mi è piaciuto o no.
Romanzo sperimentale: La casa per bambini speciali di Miss Peregrine di Ransom Riggs. La quarta di copertina dice "un po' X-men un po' Harry Potter", e ci sta. Ma c'è anche molto di più. C'è l'idea di prendere delle vere foto d'epoca di freaks e costruirci intorno una trama. C'è il fascino delle immagini, che a questo punto hanno una doppia storia: la loro originale e quella all'interno del romanzo. Da leggere, anche se non è il tuo solito genere.
Thriller: La figlia sbagliata di Jeffrey Deaver. Dopo un inizio un po' stentato, la storia prende quota e si fa interessante. Ottimo intrattenimento per chi non abbia voglia di addentrarsi nelle saghe di Deaver (io per esempio adoro quella di Lincoln Rhyme).
Capolavoro acclamato: 1Q84 di Murakami Haruki. L'ho letto attirata dai motivi sbagliati, aspettandomi qualcosa che all'autore semplicemente non interessa. Ma la storia mi ha catturata, l'ho letto tutto in un weekend. Non ho ancora deciso cosa pensarne. Da un lato, per dire che un libro mi è piaciuto vorrei aver tratto genuino godimento dalla lettura, e non è stato così. Dall'altro, è innegabile che si tratta di un libro che non si può lasciare a metà. Da provare.
Vampiri adolescenti: L'apprendista vampiro di Heather Brewer. Se pensate che l'accoppiata vampiri + adolescenti sia sempre molesta, la serie di Vladimir Tod vi farà ricredere. Niente di spettacolare, per carità, ma in questi libri c'è una freschezza genuina, di quelle che ti fanno pensare che dopotutto l'adolescenza può essere anche una figata.

sabato 24 marzo 2012

L'uomo della mia vita

Io non sono romantica. Non solo per quella corazza che mi metto e che mi fa apparire come una vera (?) dura. Non sono da manifestazioni plateali di sentimenti estremi.
Sono più minimalista. Mi piace che l'amore, anche un amore immenso, si manifesti nelle piccole cose. Mi piace emozionarmi per una frase che magari sembra buttata lì ma che invece vuole dire che lui mi ha capita, sempre. Mi piace quando i miei figli fanno qualcosa che vuole togliermi una fatica, anziché produrre un quintale di disegni per me (che pure mi fanno piacere, ma in tutt'altro senso). Mi piace quando una mia gatta mi cerca in modo (apparentemente) disinteressato, non perché ha fame/freddo/sete. Anche se questo spesso significa dormire con una gatta sulla schiena.
Per dire: fino a un paio d'anni fa, odiavo la Pinta. Lei è la mia gatta più intelligente, e purtroppo per un gatto essere intelligente vuol dire trovare i modi più fantasiosi di combinare guai. Pinta ne ha combinati parecchi, era il flagello di casa. Per molto tempo ho sperato che facesse un giro un po' più lungo e sparisse. Poi ho cominciato a capire che era sinceramente affezionata ai miei bambini: tutte le mattine si presentava in camera nostra e stava lì mentre i bambini si vestivano, li coccolava e si faceva accarezzare. E allora ho cominciato a volerle bene, a perdonarle i disastri, a stare volentieri con lei in braccio.
Ecco, il fatto che io apprezzi i gesti piccoli non significa che mi piacciano anche i sentimenti piccoli. A me i sentimenti piacciono belli grossi, in ogni campo, e mi dispiaccio un po' quando vedo che altre persone riescono a vivere di sentimenti piccoli, stentati come le piantine che mi sono incaponita a tenere davanti a casa e che andrebbero ranzate via per il loro bene.
Per esempio, l'amore. Io ci sto che non si deve cercare il principe azzurro, anzi: nelle mie fantasie di bambina e ragazza, era quasi sempre lei a salvare lui.
E, quanto alla perfezione, ho sempre pensato che avere accanto un uomo perfetto potesse essere deprimente, alla lunga: io perfetta non lo sono.
Però so qual è la mia storia, ovvero quella di una donna che ad un certo punto della sua giovinezza (a 20 anni!) ha fatto una scelta di comodo. Tutte le mie amiche dell'università erano fidanzate, io non riuscivo più a uscire senza fare il reggimoccolo e mi sono messa con un amico del fidanzato di una mia cara amica. Poi in qualche maniera me ne sono pure innamorata (o me ne sono convinta), ma era lui stesso a dirlo (non riferendosi a noi): chiunque può stare con chiunque, per i primi tempi. E lui per me, pur con tutta la sua cultura e con le sue buone qualità, era chiunque. Quando abbiamo rotto, ho patito più per la mia dignità pubblicamente offesa (dovevamo sposarci un mese dopo) e per l'interruzione di un'abitudine che per la perdita di quella persona.
E, dopo pochi mesi (settimane), ho capito che io nella solitudine ci stavo proprio bene. Mai avuto sogni di matrimoni e figli, io. Invece avevo tanti sogni riguardo al lavoro, alla scrittura e alle cose che potevo fare vivendo da sola.
Mi sono infatuata di un'altra persona e ne ho frequentate diverse, ma mai questi uomini mi hanno fatta dubitare di voler vivere da sola, neanche per un istante.
E poi ho incontrato Luca. E, senza che lui toccasse alcun argomento a proposito di famiglia e convivenza, ho desiderato istantaneamente vivere con lui, anche se sapevo che sarebbe stato in campagna, e avere dei figli da lui.
Una mia amica una volta mi ha chiesto se credevo all'uomo della mia vita. Io non credo che ci sia un solo uomo per me e non so se Luca sarà l'unico da qui alla mia morte. So che lui è speciale e lo sarà sempre, qualsiasi cosa succeda. So che con lui ho desiderato i miei figli, li ho avuti e non riesco a immaginare di provare la stessa cosa per un altro uomo (almeno prima della fine della mia vita fertile). So che stare con lui ha cambiato entrambi, parecchio e in meglio, e già questo è qualcosa di cui essere grati per sempre. So che mi sono messa con lui per i motivi giusti e sto con lui perché lo scelgo ogni giorno.
So anche che lui oggi diventa uno splendido 40enne. E spero che quel 4 non gli pesi troppo.

venerdì 16 marzo 2012

Maledetta primavera

Settimana impegnativa. Nonostante Luca sia a casa in ferie/permessi vari da martedì.
Ci siamo dedicati ai bucati seriali, dal momento che la settimana precedente li avevamo trascurati quasi del tutto. Peccato che il nostro karma fosse già compromesso.
Infatti mercoledì sera, mentre Luca era fuori casa per suonare e provare per uno spettacolo, ho scoperto che Amelia ed Ettore avevano i pidocchi. Tanti. Nonostante li avessi controllati venerdì. E nonostante mia madre, nota fanatica della crociata antiparassiti, avesse controllato Ettore non più tardi di martedì pomeriggio.
Evidentemente o i pidocchi si manifestano improvvisamente o mia madre non ci vede più tanto bene, perché mercoledì Ettore era pieno.
Ovviamente mercoledì sera ho fatto la mia scoperta quando era troppo tardi per andare in farmacia. Ho provato con un impacco di aceto, giusto per non star lì a far niente.
Poi ieri siamo andati in farmacia (dove mi hanno informata che con la primavera i pidocchi si ringalluzziscono), abbiamo preso il prodotto e ci siamo dedicati a fare il trattamento su tutte le teste disponibili. Luca non poteva esserci, perché aveva l'appuntamento per donare il sangue (tanto lui non li ha presi, che culo), quindi ho fatto tutto da sola e mi son pure trovata i pidocchi, bleah!
Contemporaneamente ai trattamenti, abbiamo lavato (e asciugato) le lenzuola di 3 letti matrimoniali e 2 lettini (ebbene sì, nel weekend avevamo avuto ospiti), ho pulito ripetutamente lavandino e vasca con un prodotto alla candeggina, già che c'ero mi sono pure fatta un impacco all'henné e aceto.
Poi siamo andati tutti dal parrucchiere, intanto che la casa veniva disinfestata dalle bombolette autoeroganti (tossiche, ma efficaci). Ovviamente il parrucchiere era stato preavvertito (in realtà avevo fissato l'appuntamento prima dell'infestazione e volevo sapere se preferiva disdire) e anzi, mi ha ringraziato di essere stata corretta.
Oggi, per ripigliarmi e per far ripigliare mia madre dallo spavento, facciamo un giro in solitaria all'outlet di Serravalle. Domani vorremmo approfittare del sole per andare a Chiavari o Nervi. Domenica vedo le mie amiche per il primo incontro di un corso di cucito.
E poi pianifico gite, weekend, vacanze. Sarà la primavera.

lunedì 5 marzo 2012

Una piccola pausa

Ieri Luca ed io parlavamo. Del futuro, della pensione, di cosa è plausibile aspettarci dalle nostre vite. Sognavamo.
Dicevamo: ma non si potrebbe andare in pensione un anno dopo ma godersi adesso un anno di pausa? Un anno in cui dedicarsi a ciò che ci tiene vivi, alle nostre passioni. Un anno per vedere come sarebbe se.
E poi, per carità, tornare a lavorare esattamente come oggi. Perché non è in spregio al nostro lavoro che vorremmo quell'anno: è solo perché le giornate non sono di 48 ore, e il lavoro ce le occupa tutte.
Lui vorrebbe quell'anno per provare a occuparsi solo dei suoi bonsai e di musica, io per non dover scrivere nei ritagli di tempo. Entrambi vorremmo un anno per vivere in un posto diverso dal nostro, che si tratti di Levanto o di un'isola o di Istanbul.
Ci chiedevamo se magari, risparmiando, riusciremmo a mettere da parte 30.000 euro per prenderci un'aspettativa e vivere quell'anno. Magari tra 10 anni, ma poi i figli adolescenti non se ne vorrebbero andare lontani dai loro amici per un anno. Magari tra 15, ma poi ci sarebbe da pagare l'università e magari anche preoccuparsi dei genitori anziani.
L'ideale sarebbe oggi, ma oggi non si può. Nemmeno per 6 mesi. Nemmeno per 3.
Oggi siamo all'economia di sussistenza, e prendere un'aspettativa non retribuita è impensabile. E poi dico la verità: sul mio lavoro ho nelle mie mani una serie di competenze che mi rendono preziosa, se mi fermassi adesso butterei via tutto.
Mi limito a sognare una piccola pausa. Sogno di essere seduta al sole, mano nella mano con Luca, a guardare i nostri figli che giocano.
E già il fatto di non volermi prendere una pausa anche da loro mi conforta: la mia vita è più felice di quanto si possa sperare.

giovedì 1 marzo 2012

Letture di febbraio

Romanzo sul nazismo: La culla del mio nemico di Sara Young. Boh. Per appassionare appassiona, ma lo trovo veramente inverosimile, quel tipo di inverosimiglianza che fa a cazzotti con l'ambientazione della storia. Inutile.
Storia vera: Un'eredità di avorio e ambra di Edmund de Waal. Interessantissimo excursus tra Parigi di metà/fine Ottocento, Vienna del primo Novecento e Tokyo dagli anni Cinquanta a oggi. Bello, curato, mai banale. Ma gridare al capolavoro mi pare eccessivo.
Romanzo fantastico e un po' struggente: Bambini nel bosco di Beatrice Masini. Si immagina un centro di raccolta dei bambini sopravvissuti a una catastrofe tipo nucleare, un posto dove i bambini sono trattati come bestie selvatiche da tener buone. La fuga di un gruppetto diventa un'avventura nel bosco. Sono stata un po' delusa dal finale: secondo me è troppo banale/semplicistico. Però lo consiglierei.
Romanzo familiare: Villa Ventosa di Anne Fine. Questo libro sembra scritto per me. Da un lato, perché mio marito e i suoi fratelli hanno anche loro un giardino della loro favoleggiata infanzia, un luogo della memoria e della nostalgia che solo da alcuni anni Luca sta cominciando a vedere per quello che è, ovvero un posto dove sono stati molto felici ma non per questo intoccabile o invendibile. Dall'altro, perché mi ci vorrebbe un attimo per diventare come la signora Collett (che non a caso si chiama Lilith, l'antimadre per eccellenza): la dolcezza e la disponibilità delle madri non sono il mio forte, mi vien facile essere scostante e velenosa. Questa figura è un monito granitico: fa' qualsiasi cosa pur di non diventare così.
Feuilleton: La notte ha cambiato rumore di Maria Duenas. Verboso: ho letto velocemente un sacco di pagine inutili ai fini della storia, digressioni che come editor avrei tagliato. La vicenda è rocambolesca e a tratti inverosimile, ma credibile e avvincente. Mi piace molto il modo in cui è formulato il finale, originale. Leggibile, ma non imperdibile.
Uno e trino: Switched, che fa parte della Trylle Trilogy di Amanda Hocking. Sì, lo so che devo piantarla di fare la dura e pure di bullarmene. Quindi questo romanzo è un ottimo modo per diventare un po' più morbida e fluffy. Non so voi, ma io quando leggo di primi amori e inizi di un amore mi sciolgo. Sarà che mi ricordo com'era per me e come oggi è giusto non sia più (dopo 8 anni di convivenza e due figli? Dai, c'è un amore immenso, ma l'incertezza e la timidezza dei primi tempi non ci sono più). Voglio assolutamente leggere i seguiti.

lunedì 27 febbraio 2012

Il più grande spettacolo

Premessa: nella mia vita ci sono alcune persone che risplendono come fari sia per la loro bravura professionale sia per la loro umanità. Si contano sulle dita delle mani, purtroppo. Una ho avuto la fortuna di sposarla. Un'altra è la mia maestra di danza, che questo weekend ha organizzato un evento davvero eccezionale.
Insieme a un'amica, ho deciso di partecipare a due workshop dei due ospiti internazionali, Illan ed Elisheva.
Da Illan non sapevo bene che cosa aspettarmi: un ragazzino di 18 anni, bravo sul palco ma chissà come insegnante... Ecco, quel ragazzino di 18 anni è stato un insegnante fenomenale: comunicativo, chiaro, interessante. Oltre ad essere simpatico e disponibile.
Insomma, dopo 10 minuti ero già pronta a stalkerare sua madre (presente, ma discreta e simpaticissima anche lei) per farmi insegnare come crescere i miei figli così: capaci di sfruttare il proprio talento ma senza per questo smettere di coltivare la propria umanità.
Elisheva, che sul palco rende 100 volte di più che nei video, si è dimostrata altrettanto brava come insegnante. Di lei, oltre alle doti umane, ho apprezzato la grande esperienza, il controllo di parti apparentemente insignificanti del corpo, il metodo, l'originalità. Un'altra insegnante che terrò d'occhio nei suoi prossimi passaggi in Italia.
Penso che però molto del merito vada anche all'organizzatrice dell'evento, che ha fatto sentire tutti come in una grande famiglia, e alla location delle attività didattiche, che ci ha contenuti tutti in un ambiente adeguatamente ampio ma raccolto. Sicuramente non sarebbe stata la stessa cosa, se fossimo stati in un salone enorme in 100.
Dello spettacolo mi è dispiaciuta una sola cosa: che Amelia, che fino all'ultimo è stata indecisa se venire o no, abbia scelto di rimanere dalla nonna. Sicuramente si sarebbe perdutamente innamorata di Illan e sarebbe rimasta incantata dai pezzi di De Nova Luce e della Carovana Tribale.
Io e Luca lo spettacolo ce lo siamo goduto proprio. E segnaliamo con grande calore agli amici romani che il weekend prossimo si replica dalle loro parti: io non me lo perderei.

giovedì 23 febbraio 2012

Ordine e pulizia

OK, lo ammetto: ultimamente sono spesso su Pinterest. Mi ipnotizza, mi dà un sacco di spunti, mi incuriosisce. Mi piace sia vedere i pin dei miei preferiti sia andare nel grande mare indifferenziato.
Faccio finta di non vedere le ricette, mi beo di paesaggi che forse non vedrò mai, metto da parte immagini che mi piacciono ma non so perché, sbavo su alcuni arredamenti e alcune case. Più sulle case, ammetto: gli arredamenti spesso sarebbero tranquillamente alla mia portata, nulla che non si possa fare con un po' di IKEA e qualche mobile di recupero.
Ma qui casca l'asino: in realtà casa mia non è brutta, almeno nei posti che abbiamo potuto "pensare" meglio (ovvero cucina e soggiorno). Anzi, penso che non abbia niente da invidiare a certe case che sono su Pinterest.
I problemi sono 2: da un lato la mancanza di ordine e dall'altro la mancanza di stile del disordine. Mi spiego: se non riesci a mettere in ordine, puoi sempre avere un certo stile nel tuo casino. Ciò è possibile di solito se vivi da solo o se tu e il tuo compagno avete lo stesso identico stile. Altrimenti, l'unica soluzione per apparire cool è l'ordine. Che significa ogni cosa al suo posto e un posto per ogni cosa.
Ora non voglio attaccare il pippone che a casa mia sono l'unica che pensa all'ordine e che ne ho piene le palle di trovarlo io, il posto per ogni cosa. Non è vero: quando mi sono lavata le mani del disordine dei giocattoli, ci ha pensato Luca. E sto progettando di comprare un robot aspirapolvere da programmare tutte le sere, per educare i miei figli a riordinare prima di salire in camera.
Però, quando riesco a guardare la mia casa ordinata e pulita, mi chiedo proprio perché sbavare su case altrui. La soluzione ci sarebbe: sopprimere gatti e bambini. Oppure aspettare che si tolgano dalle palle, tra quei 15-20 anni.

giovedì 16 febbraio 2012

Del lavoro e altri demoni

Ultimamente sono capitate un po' di cose che mi hanno fatto rimuginare sul tema del lavoro, e non solo della sua conciliazione con la maternità: della sua conciliazione con le nostre esigenze e aspettative.
Fatto n. 1: messa alle strette dal marito per una serie di circostanze, una mia amica decide di lasciare il lavoro di libera professionista, che lei amava tanto e che ormai aveva ingranato, e cercarsi un part time da dipendente / co.co.co.
Fatto n. 2: un'altra amica, dipendente a tempo indeterminato in un'azienda che la tratta da schiava e per cui è costretta a fare la pendolare, si licenzia perché è stufa di aver voglia di vomitare ogni volta che fa la strada per l'ufficio. La capisco e spero che trovi presto un lavoro migliore.
Fatto n. 3: una terza amica viene presa in prova dall'azienda dei suoi sogni, a fare il lavoro che le piace e le viene meglio, con un orario part time decisamente comodo e uno stipendio più che dignitoso.
Fatto n. 4: ieri leggo da Emily un post che parla di un caso di tentata conciliazione tra datore di lavoro e lavoratrice tornata dalla maternità.
Il fatto è che io non so cosa pensare di questo sistema di lavoro. L'articolo 18 va benissimo, ma è anche il fallimento della nostra società. Perché? Perché in realtà, in un mercato del lavoro ricco e dinamico e in una società dove le tutele sociali sono ben gestite dallo Stato, l'articolo 18 e il mito del posto fisso non avrebbero ragione di esistere.
Prendiamo il mio caso. Non ho fatto fatica a trovare il mio primo lavoro, a 24 anni, e mi ci sono trovata così bene che, anni dopo, quando ormai ero da un'altra parte, il mio primo datore di lavoro è tornato a cercarmi. Ho rifiutato perché sapevo di voler mettere su famiglia e i ritmi di quell'azienda, che pure continuo ad amare, non sarebbero stati conciliabili con i miei, soprattutto durante i primi anni.
A volte ho rimpianto quella scelta, altre volte mi son detta che era indispensabile. Dopo la prima maternità, mi sono vista sottrarre un progetto che mi era stato promesso (e a cui avevo dato tutta la mia disponibilità). Sono entrata nello Stato, mi sono mortificata in un posto di lavoro orrendo a fare un lavoro per cui nessuno mi ha mai addestrata. E poi sono stata graziata con il trasferimento nel mio posto attuale.
Dal 2006 fino alla fine del 2010, ho dato a nido, tate, baby sitter e servizi comunali non meno di 400 euro al mese (in media 600/650, con punte di 1000, ovvero l'intero mio stipendo, nel mese di settembre). Sono stata costretta ad avere due auto, perché nel posto in cui vivo non è pensabile diversamente se entrambi lavorano.
Avrei fatto queste scelte se fossi stata sicura di trovare un lavoro alla fine di quel periodo? Io penso di no. Avrei sicuramente cercato di lavorare, magari da casa o magari part time, nel periodo tra un figlio e l'altro, ma non penso né che mi sarei trascinata una situazione così brutta per amore del posto fisso né che avrei odiato così tanto il ritorno al lavoro.
Ovviamente parlo per me: ci sono invece tante donne che sentono l'esigenza di tornare al lavoro pochi mesi dopo il parto. E per loro uno Stato civile potrebbe approntare nidi pubblici e servizi più aderenti alle esigenze del mondo del lavoro (per esempio, non una scuola con 3 mesi di vacanze estive e giorni di ferie sparsi a tradimento qua e là). Non parliamo poi del congedo parentale obbligatorio per i padri, che è ormai un mio vecchio cavallo di battaglia.
Adesso che i miei figli sono più grandi, la mia presenza sul lavoro è la stessa di una childfree: adesso, se non vivessi in uno Stato in cui il mercato del lavoro è veramente infame, potrei tornare a cercare un lavoro impegnativo, in grado di sfruttare le mie competenze e la mia maturità.
Per fortuna è quello che casualmente mi sta capitando nella mia struttura: sto crescendo in un ambito in via di sviluppo e probabilmente mi capiterà di fare cose interessanti.
E vedo che, nello Stato, il mio percorso è piuttosto comune: fai un periodo-purgatorio in cui, per via dei bambini piccoli, si sa che non sei affidabile (a meno che di non avere una mamma o suocera pensionate alle spalle), poi, se dimostri il tuo valore, la tua carriera riprende.
Ma quante aziende private se lo possono permettere? Perché, dal momento che si tratta di costi sociali, non se ne fa carico lo Stato? Ovviamente già paga i congedi parentali e le assenze per malattia dei figli (che inspiegabilmente non vengono sottoposte a controllo da parte del medico fiscale: perché?), ma i costi per le aziende sono molto più alti: ci sono lavori interrotti, sostituti da prendere al di là del periodo di congedo, magari anche decisioni da prendere in modo imparziale, cosa per cui sarebbe bene istituire una specie di giudice del lavoro.
E in questo caso il congedo parentale esteso ai padri può tamponare la questione solo parzialmente: in periodi particolarmente pieni per l'uno si può pesare più sull'altro, ma se i periodi di piena coincidono?
Insomma, io una soluzione in tasca non ce l'ho, ma mi chiedo se sono la sola a farmi certe domande.

martedì 7 febbraio 2012

A cavallo

Ieri Ettore si è goduto la prima parte del suo regalo di compleanno: la prima lezione di un corso di equitazione.
Qualche mese fa, alla fiera del paese, avevamo visto questo recinto in cui si poteva fare un giro sui pony più bassi che abbia mai visto. In un primo tempo, né Ettore né Amelia avevano voluto provare. Poi, senza che io insistessi o nominassi di nuovo quei pony, Ettore ha cambiato idea e ha voluto salirci.
Ho preso informazioni sul maneggio (è a 10-15 minuti da casa mia, appena oltre il ponte di barche) e ho scoperto che non accettavano allievi fino ai 4 anni. Quindi ho concordato con Ettore che il corso di equitazione sarebbe stato il suo regalo di compleanno.
Quindi qualche giorno prima ho chiamato e mi sono messa d'accordo con la titolare per ieri pomeriggio.
Ettore è stato bardato di tutto punto (cap, tartaruga, stivaletti) e ha fatto quasi mezz'ora di esercizi su un pony alto come un tavolo da cucina: esercizi essenzialmente di equilibrio, per abituarlo a stare in sella senza tenersi.
Verso la fine, ha preferito non continuare perché aveva troppo freddo (e ne faceva, anche se eravamo al coperto e al semichiuso).
Però è stato contento e ha espresso il desiderio di fare altre lezioni. Quindi ho firmato tutti i moduli e la prossima volta pagheremo assicurazione e tesserino.
Spero e penso che per lui sarà una bella esperienza: abituato com'è ai bovini, imparerà anche come trattare i cavalli e svilupperà sicuramente una relazione affettiva col "suo" pony. Penso che gli farà bene avere un rapporto con una creatura su cui la sua ruffianeria non ha presa (a differenza degli umani).
La prossima lezione è tra due settimane. Sperando che questo freddo sia solo un lontano ricordo.

mercoledì 1 febbraio 2012

Letture di gennaio

Gennaio è stato un buon mese per le mie letture: a parte le vacanze, c'è stata anche una simpatica settimana di malattia, durante la quale l'unica cosa bella è stata leggere.
Saggistica: finalmente mi sono confrontata con la famosa opera di Margaret Murray, Le streghe dell'Europa Occidentale. Sinceramente però sono un po' perplessa: le prove raccolte dalla Murray riguardo rituali e credenze delle streghe dal XV secolo mi sembrano raccontare un culto più satanico che dianico. Insomma, non c'è neanche la preminenza di una divinità femminile, bensì di un dio maschio! Credo che la Murray sia stata un'ottima pioniera in questo genere di studi, ma che ormai abbia più senso leggere saggi più recenti.
Romanzo storico: La dea dei cavalli di Morgan Llywelyn, anche se di storico ha ben poco. La storia è appassionante e divertente, ma decisamente squilibrata. Forse me la sarei goduta di più se a) non avesse avuto pretese di storicità ma fosse stato un romanzo fantasy b) la terza e ultima parte non fosse stata liquidata in 20-30 paginette.
Romanzo psicologico: Un'inquietante simmetria. Sicuramente una goduria per chi conosce bene Londra, quindi punto a favore. La storia è davvero inquietante, sempre giocata sul filo della tensione psicologica con un (bel) po' di paranormale. Trovo un po' deludente il colpo di scena finale, anche se è abbastanza nella natura del personaggio (e non spoilero oltre).
Romanzo fantascientifico: Sono il numero quattro. Romanzo young adult godibile, anche se a noi "grandi" viene il nervoso per qualche piccola idiozia da adolescente. A momenti riuscivo quasi a commuovermi sul finale.
Romanzo avventuroso: La tenerezza dei lupi. Non so voi, ma io sono cresciuta con Zanna Bianca e Il richiamo della foresta. Qui l'ambientazione è la stessa: l'Alaska in quei tempi lì, con il contorno di natura, rapporto con i nativi e con le risorse locali, aspettative dei coloni, eccetera. Il tutto mischiato con un piccolo intrigo e con tanta umanità nel senso non buonista del termine.
Romanzo di vampiri: Il profumo del sangue. Che mmerda! Immaginavo una cazzata, ma non così poderosa. Immaginatevi i peggio romanzi di Anita Blake, quelli dopo la svolta porno-soft, e infilateci dentro degli angeli arrapati. Ho reso l'idea?
Giallo storico: La signora dell'arte della morte. Una specie di Kay Scarpetta del 1100. Se si supera l'estrema inverosimiglianza del tutto (un medico legale donna nubile nell'Inghilterra del 1100, ne vogliamo parlare di quanto velocemente sarebbe stata messa su una pira?), godibile e divertente. Uno svuotacervello intelligente stile Fratello Cadfael o Owen Archer.
Romanzo di spionaggio: L'arma segreta di Stella Rimington. Non so se l'ex capo dell'MI5 sia un vero talento o se abbia un bravissimo ghost writer, ma mi piace proprio: storie verosimili, intrecci funzionanti e personaggi azzeccatissimi. Liz è poco più che un'impiegata statale come me, ma è candidata ad essere uno dei miei personaggi preferiti in assoluto.
Giallo scandinavo: Al lupo al lupo! di Karin Fossum. Bello, ben fatto, quello che ti aspetti da un giallo. Da non leggere se: avete un bambino neonato, avete un bambino a cui dovete decidere di concedere un po' di autonomia, avete un figlio adolescente inquieto, siete malati, vi fate menate sull'età. Insomma, è un libro destabilizzate, da leggere solo quando si è in stato di felicità zen.
Romanzo fantasy: Inheritance. Qualcosa come 800 e rotti pagine per raccontare una storia che la Rowling avrebbe riassunto in 10 pagine, emozionandoci. Il successo di Paolini è per me la cosa più inspiegabile al mondo, da segnalare al CICAP. Vi dico solo che fino all'ultimo (ovvero a 100 pagine dalla fine, sigh!) ho vivamente sperato che il drago del cattivo si magnasse tutti i buoni senza neanche arrostirli. O che, in alternativa, morissero tutti spontaneamente di dissenteria fulminante. Mi si dirà: e perché te lo sei letto tutto, 'sto benedetto ciclo? Perché ne avevo il tempo e perché odio lasciare le saghe a metà, ma lo considero una vera perdita di energie cerebrali.
Saggio antropologico: La stirpe di Dracula di Massimo Introvigne. L'ho sentito citare in varie situazioni, ma non avevo mai avuto modo di metterci sopra le mani. Beh, ottimo saggio, molto interessante. Peccato che, essendo stato pubblicato a fine anni Novanta, non possa comprendere tutto il fenomeno dei vampiri per adolescenti, da Buffy la serie TV in poi. Per il mio punto di vista, è stata molto interessante la parte sull'origine del mito del vampiro, che mi ha permesso di collocare correttamente una conferenza ascoltata un paio d'anni fa.
Storia edificante: Bambini di farina di Anne Fine. Lo farei leggere a un ragazzino delle medie, quell'età in cui si disprezzano i genitori a prescindere e si ha sempre ragione. E, se fossi un insegnante di una scuola in cui si può fare, ripeterei l'esperimento: dev'essere moooooolto interessante.
Romanzo bimbiminkia: Rebel di Alexandra Adornetto. Lo ammetto: nella prima metà, sia pure con tutte le sue ingenuità, il romanzo mi ha incuriosita. Non era male, all'inizio, neanche la figura dell'emissario delle tenebre. Da 2/3 in poi purtroppo si sbraca: il cattivo ripercorre tutto il manuale del cattivo da manuale, quella cattiveria stupida e con poche chances di successo. Ovvio che da lì in poi la protagonista non se lo fila e la storia diventa una stronzata. Occasione sprecata.
Romanzo horror: La progenie di Guillermo del Toro e Chuck Hogan (che mi immagino come un misto di Chuck Norris e Hulk Hogan). Se questo libro doveva farmi paura, beh, ha rispettato la sua mission: fa una paura fottuta, almeno a me. Ora prenoto il secondo, La caduta.