La prima volta che sono venuta in contatto con Biligue per gioco ero molto scettica: OK chi ha un compagno straniero e/o vive in un Paese straniero, ma chi vive in Italia con compagno italiano come può cercare di crescere dei figli bilingue? Non è un po' artificioso?
Leggendo le risorse all'interno del sito, mi sono convinta che è possibile, se c'è passione. Così com'è possibile che una bambina di 9 mesi faccia lo shimmy di spalle sull'onda della passione di sua madre per la danza orientale. O com'è possibile che la stessa bambina impari a riconoscere e ballare lo zar.
Noi questa passione non l'abbiamo, non abbiamo neppure una conoscenza così perfetta di una lingua da poterla passare ai nostri figli. Abbiamo però la fortuna di avere diversi bambini bilingui nella scuola di Amelia.
La mamma di uno di questi, Caroline, è madrelingua inglese e ha scelto di fare un corso settimanale con i bambini di 3-4 anni. Inizialmente non me ne ero interessata, credendo che Amelia non fosse ricettiva. Invece, dopo qualche settimana dall'inizio del corso, Amelia stessa mi ha chiesto di partecipare (probabilmente per divertirsi un'ora in più con i suoi amici e con Caroline, che è un'animatrice nata).
Da lì, Amelia è stata sempre più interessata all'inglese: oltre a ripetere le cose imparate durante le lezioni, guarda volentieri programmi in inglese, al punto ogni tanto di chiederci di mettere i DVD nella versione in lingua originale (non è la prima volta che lo facciamo, ma è la prima volta che lo facciamo con lei).
Appena dopo il periodo British (che comunque non si è concluso - spero anzi di organizzare degli incontri di conversazione anche per adulti l'anno prossimo), è tornato in auge un cartone che vedevamo spesso quando lei era piccola e che poi abbiamo lasciato un po' cadere (nonostante a me piaccia sempre da impazzire), ovvero Azur e Asmar. La passione le è tornata perché Ettore si è innamorato dei djinn e ha cominciato a chiedermi ossessivamente di vedere il film (della storia non gli frega poi molto, vuole vedere i djinn e gli elfi). Inoltre, a suo tempo, io avevo imparato le parole della Chanson d'Azur et Asmar, in francese (che conosco a livello poco più che scolastico - lo leggo benissimo, lo capisco così così, lo parlo e scrivo male) e in parte anche in arabo (che capisco molto poco, ma un pochinino mi oriento).
Insomma, che è che non è, ci siamo trovati con Amelia che canta la canzone in arabo e vuole vedere il cartone in francese (ma il cartone ha anche parti in arabo).
Luca riesce a seguire il film in francese, perché lo conosce praticamente a memoria, come me.
Recentemente, sull'onda del successo del francese in casa mia, ho comprato un cofanetto DVD di una serie che ci era molto piaciuta su RAI3, Cacciatori di draghi. Siccome la versione inglese è solo per USA e Canada e la versione italiana non esiste in commercio, ho optato per quella originale francese. Che è tosta da capire (soprattutto perché alcuni personaggi parlano o velocemente o con voce alterata), ma mi sta dando delle belle soddisfazioni. Prima fra tutte, quella di suscitare in Luca il desiderio di conoscere meglio il francese (si sa mai che ci decidiamo finalmente ad emigrare in un caseificio francese).
E così arriviamo ai miei più recenti acquisti online: su Amazon.fr, ho preso due libri appartenenti al merchandising di Azur et Asmar, per accontentare Amelia che sente la mancanza di un libro su cui farsi raccontare la storia.
Ecco, non so quanto durerà questa passione per le lingue straniere e non so quante energie potremo/vorremo spendere su questo fronte. Per ora, ci entusiasma l'idea di imparare quasi insieme e quasi ad armi pari.
In realtà, se le cose continuassero così, non mi interesserebbe neppure più di tanto che i miei figli imparino benissimo una lingua straniera (intendiamoci: ne sarei contenta). Sull'onda di quello che rivedo in me, mi interessa di più che capiscano i meccanismi di interpretazione di una lingua straniera e li applichino per capire lingue che non hanno mai studiato.
Per esempio: il fatto di sapere bene il latino e di aver studiato filologia romanza mi consente di capire abbastanza bene (almeno nello scritto) la maggioranza delle lingue neolatine (fa eccezione il rumeno, lì son messa peggio che col tedesco).
Oppure: anche se sono ben lontana dal dire che capisco l'arabo, il fatto di ricordare un pochino di lessico mi fa ripetere la mia strofa in modo meno meccanico.
Mi basterebbe che i miei figli arrivassero a questo: mi basterebbe che l'idea di dover imparare una nuova lingua non li bloccasse, che non condizionasse le loro scelte. Vorrei dare loro una chiave per aprire molte porte, dal momento che non posso permettermi la casa intera.
domenica 18 aprile 2010
mercoledì 14 aprile 2010
Il blog ci guadagna?
Come dicevo all'inizio dell'avventura, questo blog ha solo un anno, ma la mia permanenza nella blogosfera risale al 2004.
Su Splinder non c'erano ancora né titoli né categorie, non potevi caricare immagini o contenuti multimediali (li dovevi mettere su siti esterni e poi linkare), Internet era ancora un covo di pervertiti e nerd per la maggior parte della gente.
Eravamo in pochi, le donne non erano in così netta maggioranza, i nostri blog avevano grafiche spesso un po' naif e bastava una cena per incontrarci, altro che BarCamp. E sì che io non sono stata proprio della primissima ora: c'era gente che postava da uno o due anni prima di me (e che purtroppo oggi non scrive quasi più).
Perché scrivevamo? Alcuni di noi già vedevano il blog come una vetrina della propria attività lavorativa (magari erano giornalisti o lavoravano nella comunicazione), ma i più lo usavano come diario online, più o meno intimo. Per me, era una specie di "almanacco delle cose buffe" (soprattutto quelle che nascevano dalla recente convivenza con Luca). Per altri/e, era più un taccuino degli appunti e/o un mezzo di comunicazione con amici sparsi in tutto il mondo e/o un diario quasi segreto. In buona sostanza, per quasi tutti era un hobby, al pari della danza o della lettura o della palestra: era già buono che fosse gratis.
Poi il fenomeno è esploso, ci siamo trovati nel Web 2.0. Siamo diventati un fenomeno di costume e un target di mercato. Ci siamo divisi in categorie, a seconda dell'argomento trattato.
Io, che nel frattempo avevo figliato ma non avevo cambiato di una virgola l'impostazione del mio blog, mi sono ritrovata nella categoria "mommyblogging". Se pensate che nella stessa categoria ci sono anche "mammadolcecuore" e "darklady72", capite già quanto sia sciocco pensare che esista davvero questa categoria e che sia omogenea.
Perché le mamme blogger hanno cominciato ad essere interessanti per le aziende? Perché le statistiche dicono che le donne decidono gli acquisti di una famiglia: da quelli minuti (come la spesa settimanale) a quelli importanti (tipo che l'80% delle volte è la donna ad avere la parola finale sull'acquisto dell'auto di famiglia).
Improvvisamente, da mezze casalinghe un po' sfigate, veniamo portate in palmo di mano come illuminate capitane di'impresa, esperte di gestione economica, maghe dell'acquisto intelligente.
Qualcuno ha cominciato a proporre alle mamme blogger banner da esporre, prodotti da provare, scambi di link. C'è stata pure una famosa conferenza stampa di Danone che scatenò l'irritazione di molte (io non ero invitata, per fortuna: perché ci sarei andata con mio marito, noto oppositore di Actimel e similari, che avrebbe posto domande molto circostanziate all'esperto, dal momento che è esperto anche lui).
Alcune persone, disgustate, hanno proprio lasciato perdere. Altre, nella prospettiva probabilmente di ripagarsi i costi, hanno accettato qualche banner qua e là. Altre ancora hanno visto una concreta opportunità e hanno detto: se le aziende vogliono entrare in contatto col Web 2.0 e sono però troppo imbranate (o mal consigliate) per farlo, perché non le aiutiamo noi? È nato così il progetto The Talking Village, che ho seguito fin dal primo momento perché mi piaceva la filosofia: cercare di influenzare la comunicazione (e magari i comportamenti) delle aziende dal basso, attraverso il contatto con un gruppo di portatori di determinate istanze.
Faccio un esempio: il primo incontro l'abbiamo avuto con Barilla. La prima cosa che abbiamo detto nell'incontro è stata: basta con l'immagine della famiglia da Mulino Bianco. Già il loro team di creativi si stava muovendo in questa direzione, per carità, però credo che parlando con noi (e leggendo questo post di Piattini) si siano fatti un'idea di dove andare. O meglio, di dove NON andare più.
Qualcuno ha detto di essere stato deluso, perché dopo aver scritto per 5 settimane nei diari delle Spighe non ha ricevuto un feedback. Qualcuno ha detto che tutto si è risolto nello sfruttamento (!) delle povere blogger per un tozzo di Spiga. Io dico che mi sono divertita, ho visto il marketing di una grande azienda da vicino, ho preso qualche caloria di troppo e i risultati li vedo ogni volta che vedo una pubblicità Mulino Bianco o che trovo qualche iniziativa innovativa come questa.
Nessuno mi ha chiesto di pubblicizzare l'iniziativa, nessuno ha creduto di sfruttarmi come opinion leader. Mi dispiace di non aver dato più rilievo all'iniziativa quando ho partecipato, ma era la mia prima esperienza e non sapevo bene come gestirla.
Nel frattempo, ho continuato a pubblicare le mie ricette di biscotti, plumcake e dolci. Ho continuato a dire la mia su tutto ciò che mi veniva in mente. Ho continuato a vedere entrambi i miei blog come luoghi di piacere e non di lavoro o guadagno.
La mia di blogger non è una professionalità. Scrivo bene, lo so benissimo, ma resto una brava dilettante. La mia professionalità è altrove, sebbene sempre nell'ambito della scrittura e della comunicazione.
Mi stupisco invece che alcune (molte?) blogger, che oltretutto non hanno una formazione paragonabile alla mia, credano di poter usare il proprio blog per guadagnare.
Ancora ancora se si tratta di un blog che rispecchia la loro formazione e le loro abilità. Tipo: sono un'artigiana che confeziona oggetti di un certo tipo e uso il blog per mettere online le foto dei miei lavori, proporre un listino e segnalare i miei contatti. Esempio: Fux, che seguo quasi sempre in silenzio ma riscuote la mia ammirazione.
Oppure se si tratta di un blog di supporto a un'attività reale, tipo quello della Farmacia Serra di Genova, dove consigli e segnalazioni su prodotti in vendita si alternano a informazioni utili, news su Genova e/o sul mondo delle mamme, racconti quotidiani, ecc.
Se invece si tratta di mettere in piedi un mommyblogging all'americana e vivere sul rapporto con le aziende, lo ritengo poco realistico. Ma proprio molto poco.
Soprattutto, però, non mi interessa.
Qualcuno mi dirà: ma come? Tu che ti sei venduta per un pacco di pannolini? Oh, molto peggio: mi sono regalata, perché di pannolini non ne ho visti né richiesti nemmeno uno, e oltretutto credo che la scorta di pannolini LIDL che mi sono comprata tempo fa mi coprirà fino allo spannolinamento di Ettore.
Mi sono regalata un'esperienza interessante, che difficilmente avrei potuto vivere altrimenti. Nessuno mi ha chiesto un'opinione sullo sponsor o sui suoi prodotti, altrimenti avrei risposto adeguatamente. Oltretutto, sono ancora qui a chiedermi se il guadagno dello sponsor sia poi così imponente, a fronte dell'aver speso un bel po' di soldini per mettere in moto la macchina di Zelig e dei teatri milanesi: non faceva prima a girare uno spot molto carino e farlo circolare su Youtube? Evidentemente gli interessa un lavoro di più ampio respiro, che può riscuotere solo la mia stima come tutti i progetti lungimiranti, volti a "preparare" il terreno presso i consumatori.
(A questo punto, sponsor, una preghiera: per essere veramente lungimirante, leggiti i commenti di questo e questo post, grazie. Così, tanto per tenerti informato proprio su tutto il mercato possibile.)
Pare però che la mia posizione sia di minoranza. Che le mamme blogger ritengano di poter fare del proprio blog un lavoro e per questo pretendere dalle aziende il giusto salario. OK, provateci, vi auguro ogni bene. Ma io non mi illuderei: credo che solo poche, altamente preparate e selezionate, possano aspirare a tanto.
In questo clima, è inevitabile che l'aver messo di mezzo i soldi (veri o presunti) abbia alzato i toni e reso le polemiche più aspre. I posti in cui si può esprimere la propria opinione senza dubitare della buona fede del tenutario o senza essere aggrediti dalla parte avversa (intesa come allattanti vs non allattanti, pro marketing vs contro, ecc.) stanno diventando sempre meno (grazie momatwork, per esempio, da te si parla sempre con grande tranquillità e senza ipocrisia anche di questioni che altrove sono spinose). Mi sembra che ci sia una corsa all'assolutizzazione delle posizioni, al voler dividere tra buoni e cattivi (magari più sulla base delle interpretazioni che dei fatti), al tenersi d'occhio reciprocamente per evitare che l'altro arrivi prima di me. Temo si scivoli nel pollaio o, peggio, nei combattimenti di polli, come è successo in molti forum.
Ecco, da questo punto di vista il blog non ci guadagna. Ma proprio per niente.
Su Splinder non c'erano ancora né titoli né categorie, non potevi caricare immagini o contenuti multimediali (li dovevi mettere su siti esterni e poi linkare), Internet era ancora un covo di pervertiti e nerd per la maggior parte della gente.
Eravamo in pochi, le donne non erano in così netta maggioranza, i nostri blog avevano grafiche spesso un po' naif e bastava una cena per incontrarci, altro che BarCamp. E sì che io non sono stata proprio della primissima ora: c'era gente che postava da uno o due anni prima di me (e che purtroppo oggi non scrive quasi più).
Perché scrivevamo? Alcuni di noi già vedevano il blog come una vetrina della propria attività lavorativa (magari erano giornalisti o lavoravano nella comunicazione), ma i più lo usavano come diario online, più o meno intimo. Per me, era una specie di "almanacco delle cose buffe" (soprattutto quelle che nascevano dalla recente convivenza con Luca). Per altri/e, era più un taccuino degli appunti e/o un mezzo di comunicazione con amici sparsi in tutto il mondo e/o un diario quasi segreto. In buona sostanza, per quasi tutti era un hobby, al pari della danza o della lettura o della palestra: era già buono che fosse gratis.
Poi il fenomeno è esploso, ci siamo trovati nel Web 2.0. Siamo diventati un fenomeno di costume e un target di mercato. Ci siamo divisi in categorie, a seconda dell'argomento trattato.
Io, che nel frattempo avevo figliato ma non avevo cambiato di una virgola l'impostazione del mio blog, mi sono ritrovata nella categoria "mommyblogging". Se pensate che nella stessa categoria ci sono anche "mammadolcecuore" e "darklady72", capite già quanto sia sciocco pensare che esista davvero questa categoria e che sia omogenea.
Perché le mamme blogger hanno cominciato ad essere interessanti per le aziende? Perché le statistiche dicono che le donne decidono gli acquisti di una famiglia: da quelli minuti (come la spesa settimanale) a quelli importanti (tipo che l'80% delle volte è la donna ad avere la parola finale sull'acquisto dell'auto di famiglia).
Improvvisamente, da mezze casalinghe un po' sfigate, veniamo portate in palmo di mano come illuminate capitane di'impresa, esperte di gestione economica, maghe dell'acquisto intelligente.
Qualcuno ha cominciato a proporre alle mamme blogger banner da esporre, prodotti da provare, scambi di link. C'è stata pure una famosa conferenza stampa di Danone che scatenò l'irritazione di molte (io non ero invitata, per fortuna: perché ci sarei andata con mio marito, noto oppositore di Actimel e similari, che avrebbe posto domande molto circostanziate all'esperto, dal momento che è esperto anche lui).
Alcune persone, disgustate, hanno proprio lasciato perdere. Altre, nella prospettiva probabilmente di ripagarsi i costi, hanno accettato qualche banner qua e là. Altre ancora hanno visto una concreta opportunità e hanno detto: se le aziende vogliono entrare in contatto col Web 2.0 e sono però troppo imbranate (o mal consigliate) per farlo, perché non le aiutiamo noi? È nato così il progetto The Talking Village, che ho seguito fin dal primo momento perché mi piaceva la filosofia: cercare di influenzare la comunicazione (e magari i comportamenti) delle aziende dal basso, attraverso il contatto con un gruppo di portatori di determinate istanze.
Faccio un esempio: il primo incontro l'abbiamo avuto con Barilla. La prima cosa che abbiamo detto nell'incontro è stata: basta con l'immagine della famiglia da Mulino Bianco. Già il loro team di creativi si stava muovendo in questa direzione, per carità, però credo che parlando con noi (e leggendo questo post di Piattini) si siano fatti un'idea di dove andare. O meglio, di dove NON andare più.
Qualcuno ha detto di essere stato deluso, perché dopo aver scritto per 5 settimane nei diari delle Spighe non ha ricevuto un feedback. Qualcuno ha detto che tutto si è risolto nello sfruttamento (!) delle povere blogger per un tozzo di Spiga. Io dico che mi sono divertita, ho visto il marketing di una grande azienda da vicino, ho preso qualche caloria di troppo e i risultati li vedo ogni volta che vedo una pubblicità Mulino Bianco o che trovo qualche iniziativa innovativa come questa.
Nessuno mi ha chiesto di pubblicizzare l'iniziativa, nessuno ha creduto di sfruttarmi come opinion leader. Mi dispiace di non aver dato più rilievo all'iniziativa quando ho partecipato, ma era la mia prima esperienza e non sapevo bene come gestirla.
Nel frattempo, ho continuato a pubblicare le mie ricette di biscotti, plumcake e dolci. Ho continuato a dire la mia su tutto ciò che mi veniva in mente. Ho continuato a vedere entrambi i miei blog come luoghi di piacere e non di lavoro o guadagno.
La mia di blogger non è una professionalità. Scrivo bene, lo so benissimo, ma resto una brava dilettante. La mia professionalità è altrove, sebbene sempre nell'ambito della scrittura e della comunicazione.
Mi stupisco invece che alcune (molte?) blogger, che oltretutto non hanno una formazione paragonabile alla mia, credano di poter usare il proprio blog per guadagnare.
Ancora ancora se si tratta di un blog che rispecchia la loro formazione e le loro abilità. Tipo: sono un'artigiana che confeziona oggetti di un certo tipo e uso il blog per mettere online le foto dei miei lavori, proporre un listino e segnalare i miei contatti. Esempio: Fux, che seguo quasi sempre in silenzio ma riscuote la mia ammirazione.
Oppure se si tratta di un blog di supporto a un'attività reale, tipo quello della Farmacia Serra di Genova, dove consigli e segnalazioni su prodotti in vendita si alternano a informazioni utili, news su Genova e/o sul mondo delle mamme, racconti quotidiani, ecc.
Se invece si tratta di mettere in piedi un mommyblogging all'americana e vivere sul rapporto con le aziende, lo ritengo poco realistico. Ma proprio molto poco.
Soprattutto, però, non mi interessa.
Qualcuno mi dirà: ma come? Tu che ti sei venduta per un pacco di pannolini? Oh, molto peggio: mi sono regalata, perché di pannolini non ne ho visti né richiesti nemmeno uno, e oltretutto credo che la scorta di pannolini LIDL che mi sono comprata tempo fa mi coprirà fino allo spannolinamento di Ettore.
Mi sono regalata un'esperienza interessante, che difficilmente avrei potuto vivere altrimenti. Nessuno mi ha chiesto un'opinione sullo sponsor o sui suoi prodotti, altrimenti avrei risposto adeguatamente. Oltretutto, sono ancora qui a chiedermi se il guadagno dello sponsor sia poi così imponente, a fronte dell'aver speso un bel po' di soldini per mettere in moto la macchina di Zelig e dei teatri milanesi: non faceva prima a girare uno spot molto carino e farlo circolare su Youtube? Evidentemente gli interessa un lavoro di più ampio respiro, che può riscuotere solo la mia stima come tutti i progetti lungimiranti, volti a "preparare" il terreno presso i consumatori.
(A questo punto, sponsor, una preghiera: per essere veramente lungimirante, leggiti i commenti di questo e questo post, grazie. Così, tanto per tenerti informato proprio su tutto il mercato possibile.)
Pare però che la mia posizione sia di minoranza. Che le mamme blogger ritengano di poter fare del proprio blog un lavoro e per questo pretendere dalle aziende il giusto salario. OK, provateci, vi auguro ogni bene. Ma io non mi illuderei: credo che solo poche, altamente preparate e selezionate, possano aspirare a tanto.
In questo clima, è inevitabile che l'aver messo di mezzo i soldi (veri o presunti) abbia alzato i toni e reso le polemiche più aspre. I posti in cui si può esprimere la propria opinione senza dubitare della buona fede del tenutario o senza essere aggrediti dalla parte avversa (intesa come allattanti vs non allattanti, pro marketing vs contro, ecc.) stanno diventando sempre meno (grazie momatwork, per esempio, da te si parla sempre con grande tranquillità e senza ipocrisia anche di questioni che altrove sono spinose). Mi sembra che ci sia una corsa all'assolutizzazione delle posizioni, al voler dividere tra buoni e cattivi (magari più sulla base delle interpretazioni che dei fatti), al tenersi d'occhio reciprocamente per evitare che l'altro arrivi prima di me. Temo si scivoli nel pollaio o, peggio, nei combattimenti di polli, come è successo in molti forum.
Ecco, da questo punto di vista il blog non ci guadagna. Ma proprio per niente.
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lunedì 12 aprile 2010
Solidale con chi?
Tempo fa, mi è capitato di arrivare per vie traverse su un blog di una ragazza italiana che si è trasferita con il marito in Israele e là hanno avuto il loro primo figlio. L'ho contattata via mail e, giocoforza grazie al lavoro di mio marito, siamo finite a parlare di kasherut. È un argomento vastissimo e affascinante, ne parlerei all'infinito per tutte le sue implicazioni antropologiche, storiche, sociali, biologiche e nutrizionali.
In particolare, mi hanno colpito due aspetti della kasherut.
Prima di tutto, lo spirito con cui mi è stato spiegato il senso della kasherut: una forma di disciplina e di rispetto verso il proprio corpo e verso le risorse della natura, di cui non dobbiamo disporre a nostro piacimento e senza criterio.
Secondariamente, ho scoperto che un aspetto importante della kasherut è che il cibo sia stato prodotto nel rispetto delle regole del mondo del lavoro, senza sfruttare nessuno e pagando i dovuti stipendi + contributi.
In quest'epoca che sembra aver scoperto l'equo e solidale, gli ebrei alzano la manina e dicono: ma veramente noi ci avevamo già pensato da un po', e non solo per i Paesi poveri.
Già, perché noi il concetto di equo e solidale lo applichiamo a due ambiti: il Terzo Mondo e i fornitori dei gruppi d'acquisto solidali. Come se i cattivi fossero solo le multinazionali e le regole dei mercati generali.
Capita invece che il settore agricolo, insieme a quello dell'edilizia, sia quello dove il lavoro in nero e il mancato rispetto delle norme di sicurezza sono più diffusi. Oltre al lavoro sommerso vero e proprio, ci sono produttori che stipulano falsi contratti di lavoro occasionale e falsi contratti di apprendistato, per poi integrare in nero. Non parliamo poi del lavoro straordinario, che solo in rari casi (e in questo devo rendere onore ai nostri feudatari) viene dichiarato in busta paga.
Il fatto di essere aziende bio non fa nessuna differenza: nessuna certificazione garantisce il rispetto delle regole per quanto riguarda i lavoratori.
È vero che, almeno nel pubblico, l'esigenza oggi viene più sentita: le PA sono tenute a richiedere alle aziende fornitrici un certificato (chiamato DURC) in cui le aziende dichiarano di essere in regola con il pagamento dei contributi ai dipendenti.
Non mi risulta però che i gruppi d'acquisto o i distributori di prodotti bio chiedano garanzie di questo genere. In più (mi baso sulla mia esperienza di gruppo d'acquisto, risalente ormai al 2005-2006) mi risulta che la maggior parte dei fornitori dei GAS non emetta fattura o documenti equivalenti a fronte degli acquisti fatti, nemmeno quando sono ingenti o continuativi.
Probabilmente, forti della loro buona volontà e del pregiudizio positivo nei confronti del produttore, i gruppi d'acquisto pensano che basti conoscersi di persona e andare a visitare le aziende per evitare malintenzionati e non si pongono il problema di evadere le tasse.
Niente di più sbagliato: molti produttori vedono nei gruppi d'acquisto l'opportunità di bypassare i controlli di mercato e di applicare un margine impensabile nel mercato convenzionale. Non dico che siano tutti così, per carità, credo anzi che ci siano parecchi produttori che credono in un'economia alternativa e in un mondo di solidarietà reciproca. Ma ce ne sono anche molti altri che sono solidali solo col proprio portafogli, e che vedono i GAS come un'opportunità di smaltire i prodotti rifiutati dal mercato (anche solo perché fuori pezzatura o in esubero) e di guadagnare di più e con più sicurezza.
Ricordo per esempio un nostro fornitore di ortaggi: forniva una cassetta a peso e prezzo fisso, ma di cui non si poteva scegliere il contenuto. E c'erano periodi in cui ti ritrovavi 5 chili di insalata ogni settimana. Se cercavi di chiedere maggiore equilibrio, cercava di impietosirti con la storia del tipo "sono un povero ortolano dell'Oltrepò, qui non viene nient'altro, se mi metto anche ad accontentare le richieste di ognuno ci smeno...". Noi ci siamo stufati e ci siamo tirati fuori dal gruppo d'acquisto, ma mi risulta che molti siano andati avanti per anni ad essere clienti fissi di questo fornitore, che avrebbe avuto a questo punto anche la sicurezza economica per migliorare il meccanismo, ma non aveva nessun interesse a farlo.
Con questo, non voglio demonizzare i produttori né presentare i gruppi d'acquisto come degli allocchi. Voglio solo riflettere sul fatto che siamo molto svelti a stigmatizzare la multinazionale di turno (magari sulla base di un sentito dire che non tiene conto dell'effettiva realtà di un Paese - o magari con piena ragione, perché no?), ma non ci soffermiamo a valutare con occhio più critico la realtà che ci sta intorno. Bio ci sembra garanzia di un mondo meraviglioso e ideale, ma purtroppo nessun organo certificatore tiene conto di qualcosa che non sia la mera tecnica di coltivazione.
Pensiamo alle condizioni in cui vivono i raccoglitori di pomodori, pensiamo a Rosarno. Crediamo che invece i raccoglitori di pomodori bio vivano in ville con l'aria condizionata?
Pensiamo al costo della manodopera nei Paesi poveri. Sapete che in certi posti costa meno pagare le mondine che dare i diserbanti? È possibile che, se compriamo delle banane o del riso bio (ma non equi e solidali) dal Terzo Mondo, siano stati coltivati sfruttando in questo modo la popolazione locale. O magari non sfruttandola, perché un salario che a noi sembra miserrimo là è garanzia di sopravvivenza.
Credo però che sia ora di pretendere di più dai produttori, prendendo spunto dalla kasherut ebraica: non basta che coltiviate senza far male alla terra, voglio che coltiviate senza far male alle persone. Altrimenti vado a comprare dalla prima multinazionale che passa, che almeno non vanta aspirazioni di santità.
In particolare, mi hanno colpito due aspetti della kasherut.
Prima di tutto, lo spirito con cui mi è stato spiegato il senso della kasherut: una forma di disciplina e di rispetto verso il proprio corpo e verso le risorse della natura, di cui non dobbiamo disporre a nostro piacimento e senza criterio.
Secondariamente, ho scoperto che un aspetto importante della kasherut è che il cibo sia stato prodotto nel rispetto delle regole del mondo del lavoro, senza sfruttare nessuno e pagando i dovuti stipendi + contributi.
In quest'epoca che sembra aver scoperto l'equo e solidale, gli ebrei alzano la manina e dicono: ma veramente noi ci avevamo già pensato da un po', e non solo per i Paesi poveri.
Già, perché noi il concetto di equo e solidale lo applichiamo a due ambiti: il Terzo Mondo e i fornitori dei gruppi d'acquisto solidali. Come se i cattivi fossero solo le multinazionali e le regole dei mercati generali.
Capita invece che il settore agricolo, insieme a quello dell'edilizia, sia quello dove il lavoro in nero e il mancato rispetto delle norme di sicurezza sono più diffusi. Oltre al lavoro sommerso vero e proprio, ci sono produttori che stipulano falsi contratti di lavoro occasionale e falsi contratti di apprendistato, per poi integrare in nero. Non parliamo poi del lavoro straordinario, che solo in rari casi (e in questo devo rendere onore ai nostri feudatari) viene dichiarato in busta paga.
Il fatto di essere aziende bio non fa nessuna differenza: nessuna certificazione garantisce il rispetto delle regole per quanto riguarda i lavoratori.
È vero che, almeno nel pubblico, l'esigenza oggi viene più sentita: le PA sono tenute a richiedere alle aziende fornitrici un certificato (chiamato DURC) in cui le aziende dichiarano di essere in regola con il pagamento dei contributi ai dipendenti.
Non mi risulta però che i gruppi d'acquisto o i distributori di prodotti bio chiedano garanzie di questo genere. In più (mi baso sulla mia esperienza di gruppo d'acquisto, risalente ormai al 2005-2006) mi risulta che la maggior parte dei fornitori dei GAS non emetta fattura o documenti equivalenti a fronte degli acquisti fatti, nemmeno quando sono ingenti o continuativi.
Probabilmente, forti della loro buona volontà e del pregiudizio positivo nei confronti del produttore, i gruppi d'acquisto pensano che basti conoscersi di persona e andare a visitare le aziende per evitare malintenzionati e non si pongono il problema di evadere le tasse.
Niente di più sbagliato: molti produttori vedono nei gruppi d'acquisto l'opportunità di bypassare i controlli di mercato e di applicare un margine impensabile nel mercato convenzionale. Non dico che siano tutti così, per carità, credo anzi che ci siano parecchi produttori che credono in un'economia alternativa e in un mondo di solidarietà reciproca. Ma ce ne sono anche molti altri che sono solidali solo col proprio portafogli, e che vedono i GAS come un'opportunità di smaltire i prodotti rifiutati dal mercato (anche solo perché fuori pezzatura o in esubero) e di guadagnare di più e con più sicurezza.
Ricordo per esempio un nostro fornitore di ortaggi: forniva una cassetta a peso e prezzo fisso, ma di cui non si poteva scegliere il contenuto. E c'erano periodi in cui ti ritrovavi 5 chili di insalata ogni settimana. Se cercavi di chiedere maggiore equilibrio, cercava di impietosirti con la storia del tipo "sono un povero ortolano dell'Oltrepò, qui non viene nient'altro, se mi metto anche ad accontentare le richieste di ognuno ci smeno...". Noi ci siamo stufati e ci siamo tirati fuori dal gruppo d'acquisto, ma mi risulta che molti siano andati avanti per anni ad essere clienti fissi di questo fornitore, che avrebbe avuto a questo punto anche la sicurezza economica per migliorare il meccanismo, ma non aveva nessun interesse a farlo.
Con questo, non voglio demonizzare i produttori né presentare i gruppi d'acquisto come degli allocchi. Voglio solo riflettere sul fatto che siamo molto svelti a stigmatizzare la multinazionale di turno (magari sulla base di un sentito dire che non tiene conto dell'effettiva realtà di un Paese - o magari con piena ragione, perché no?), ma non ci soffermiamo a valutare con occhio più critico la realtà che ci sta intorno. Bio ci sembra garanzia di un mondo meraviglioso e ideale, ma purtroppo nessun organo certificatore tiene conto di qualcosa che non sia la mera tecnica di coltivazione.
Pensiamo alle condizioni in cui vivono i raccoglitori di pomodori, pensiamo a Rosarno. Crediamo che invece i raccoglitori di pomodori bio vivano in ville con l'aria condizionata?
Pensiamo al costo della manodopera nei Paesi poveri. Sapete che in certi posti costa meno pagare le mondine che dare i diserbanti? È possibile che, se compriamo delle banane o del riso bio (ma non equi e solidali) dal Terzo Mondo, siano stati coltivati sfruttando in questo modo la popolazione locale. O magari non sfruttandola, perché un salario che a noi sembra miserrimo là è garanzia di sopravvivenza.
Credo però che sia ora di pretendere di più dai produttori, prendendo spunto dalla kasherut ebraica: non basta che coltiviate senza far male alla terra, voglio che coltiviate senza far male alle persone. Altrimenti vado a comprare dalla prima multinazionale che passa, che almeno non vanta aspirazioni di santità.
domenica 11 aprile 2010
In bilico
Ultimamente, mi capita di frequentare (più online che dal vivo, purtroppo) essenzialmente due tipi di madri, entrambe molto fuori dal mainstream.
Uno è il tipo della madre-mamma: una che si documenta su tomi di puericultura che neanche all'università (e parlo con cognizione di causa, purtroppo), dedica quasi tutto il proprio tempo libero ai figli (magari ha anche rinunciato al lavoro per stare con loro). Di solito tutto ciò è accompagnato da una grande attenzione alla natura e all'ambiente (che prende magari la via dei pannolini lavabili), una certa cura per l'alimentazione (che prende la via dell'allattamento "prolungato", dell'autosvezzamento e dei cibi biologici) e dalla preferenza per le attività all'aria aperta (sulla falsariga degli insegnamenti di Steiner).
Badate che non sto parlando di decerebrate che sorridono dagli spot del prodotto Taldeitali: parlo di persone con una cultura generale e specifica che la maggior parte degli educatori se la sogna, molto consapevoli di tutto ciò che vivono, capaci di critiche intelligenti e costruttive.
Se cito come esempi momatwork e Claudia, direi che ho detto tutto, no?
L'altro è il tipo della mamma il cui obiettivo principale non è essere mamma. Detto così, sembra una che se ne frega dei figli: niente di più sbagliato. Questo tipo di madre è contentissima di esserlo, magari anche lei ha rinunciato al lavoro per stare con i bambini o magari ha deciso di togliersi dalle logiche di carriera tradizionale. Semplicemente, non le interessa più di tanto parlare di cose che riguardino i bambini. Io non so se segue un particolare metodo educativo, non so se ha una posizione particolare riguardo all'alimentazione dei suoi figli, non so nemmeno se gli fa vedere la TV o no. Suppongo che nell'educazione dei figli sia tendenzialmente mainstream ma senza cadere nel qualunquismo. Conosco però le sue passioni oltre i figli, conosco il suo pensiero riguardo alcuni temi: confrontarmi su alcuni temi con questo genere di donna è stimolante e divertente. Penso a Manager di Me Stessa o a Bianca, ma sono solo esempi tra le tante.
Spesso queste due categorie si guardano con diffidenza, spesso si commentano a vicenda con pareri poco lusinghieri, a volte (ma son rari casi, che non riguardano certo le persone che ho citato) arrivano addirittura a farsi la guerra.
Io mi sento in mezzo. Ho una passione forte, la narrativa, ma ho messo a cuccia la danza perché toglieva troppe energie al resto. Dedico una gran parte del mio tempo libero ai figli, non mi sognerei mai di andare in vacanza con una tata, ma nello stesso tempo sono gran pronta a cioccare i bambini a chiunque li tenga per ritagliarmi uno spazio tutto mio una volta ogni tanto, con le amiche e/o con mio marito. Vivo uno stile di vita fatto di autoproduzione e alimenti bio, ma sono ben felice di dialogare con multinazionali senza pregiudizi. Aspetto il part time come la manna dal cielo ma poi sono prontissima a farmi tutti i weekend in una fiera diversa per promuovere Viola, quando uscirà (stanchezza a parte).
Non è che io desideri sentirmi per forza ingabbiata in una categoria. È semplicemente che a volte mi sento come se avessi una doppia personalità: mi rendo conto che lo stesso tema, presentato da una parte o dall'altra, mi provoca pensieri, sentimenti, posizioni diverse.
Faccio un paragone forte: a volte mi sento come quei leghisti che "a casa terroni e negri" e poi il loro migliore amico è di Avellino e si trovano benissimo col collega senegalese.
Tradotto: a volte faccio affermazioni assolute per amore di battuta o sull'onda di un'impressione del momento, salvo poi riconsiderare la questione se mi viene proposta "dall'altra parte" in modo circostanziato e pacato.
Ciò non toglie che su alcuni temi non c'è storia, la mia opinione è quella: posso enunciarla in modi differenti per non ferire il mio interlocutore, al massimo.
Del resto, tutti mi dicono che la mia dote migliore è la schiettezza. Spero sempre di essere all'altezza di questo complimento.
Uno è il tipo della madre-mamma: una che si documenta su tomi di puericultura che neanche all'università (e parlo con cognizione di causa, purtroppo), dedica quasi tutto il proprio tempo libero ai figli (magari ha anche rinunciato al lavoro per stare con loro). Di solito tutto ciò è accompagnato da una grande attenzione alla natura e all'ambiente (che prende magari la via dei pannolini lavabili), una certa cura per l'alimentazione (che prende la via dell'allattamento "prolungato", dell'autosvezzamento e dei cibi biologici) e dalla preferenza per le attività all'aria aperta (sulla falsariga degli insegnamenti di Steiner).
Badate che non sto parlando di decerebrate che sorridono dagli spot del prodotto Taldeitali: parlo di persone con una cultura generale e specifica che la maggior parte degli educatori se la sogna, molto consapevoli di tutto ciò che vivono, capaci di critiche intelligenti e costruttive.
Se cito come esempi momatwork e Claudia, direi che ho detto tutto, no?
L'altro è il tipo della mamma il cui obiettivo principale non è essere mamma. Detto così, sembra una che se ne frega dei figli: niente di più sbagliato. Questo tipo di madre è contentissima di esserlo, magari anche lei ha rinunciato al lavoro per stare con i bambini o magari ha deciso di togliersi dalle logiche di carriera tradizionale. Semplicemente, non le interessa più di tanto parlare di cose che riguardino i bambini. Io non so se segue un particolare metodo educativo, non so se ha una posizione particolare riguardo all'alimentazione dei suoi figli, non so nemmeno se gli fa vedere la TV o no. Suppongo che nell'educazione dei figli sia tendenzialmente mainstream ma senza cadere nel qualunquismo. Conosco però le sue passioni oltre i figli, conosco il suo pensiero riguardo alcuni temi: confrontarmi su alcuni temi con questo genere di donna è stimolante e divertente. Penso a Manager di Me Stessa o a Bianca, ma sono solo esempi tra le tante.
Spesso queste due categorie si guardano con diffidenza, spesso si commentano a vicenda con pareri poco lusinghieri, a volte (ma son rari casi, che non riguardano certo le persone che ho citato) arrivano addirittura a farsi la guerra.
Io mi sento in mezzo. Ho una passione forte, la narrativa, ma ho messo a cuccia la danza perché toglieva troppe energie al resto. Dedico una gran parte del mio tempo libero ai figli, non mi sognerei mai di andare in vacanza con una tata, ma nello stesso tempo sono gran pronta a cioccare i bambini a chiunque li tenga per ritagliarmi uno spazio tutto mio una volta ogni tanto, con le amiche e/o con mio marito. Vivo uno stile di vita fatto di autoproduzione e alimenti bio, ma sono ben felice di dialogare con multinazionali senza pregiudizi. Aspetto il part time come la manna dal cielo ma poi sono prontissima a farmi tutti i weekend in una fiera diversa per promuovere Viola, quando uscirà (stanchezza a parte).
Non è che io desideri sentirmi per forza ingabbiata in una categoria. È semplicemente che a volte mi sento come se avessi una doppia personalità: mi rendo conto che lo stesso tema, presentato da una parte o dall'altra, mi provoca pensieri, sentimenti, posizioni diverse.
Faccio un paragone forte: a volte mi sento come quei leghisti che "a casa terroni e negri" e poi il loro migliore amico è di Avellino e si trovano benissimo col collega senegalese.
Tradotto: a volte faccio affermazioni assolute per amore di battuta o sull'onda di un'impressione del momento, salvo poi riconsiderare la questione se mi viene proposta "dall'altra parte" in modo circostanziato e pacato.
Ciò non toglie che su alcuni temi non c'è storia, la mia opinione è quella: posso enunciarla in modi differenti per non ferire il mio interlocutore, al massimo.
Del resto, tutti mi dicono che la mia dote migliore è la schiettezza. Spero sempre di essere all'altezza di questo complimento.
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sabato 10 aprile 2010
Ogni volta
Qualcuno potrebbe dire: ma accidenti, ci devi raccontare proprio tutte le volte che ti incontri con le altre blogger? Non te lo puoi tenere un po' per te?
Anche no. Per due motivi:
1 - è stato un pomeriggio bello e divertente, in cui ho imparato un sacco di cose
2 - quando si incontrano persone in gamba, dedicate a un progetto intelligente, vale sempre la pena di segnarselo.
Ora vi svelo l'arcano: le blogger del progetto Mammacheridere Lab hanno finalmente incontrato di persona gli altri attori coinvolti nel progetto, ovvero lo staff dell'agenzia di comunicazione, lo sponsor e il team creativo che trasformerà i nostri post in uno spettacolo.
OK, lo confesso: a me incontrare le aziende piace. Forse perché mi ricorda la mia vita precedente, o forse perché nella mia vita precedente non potevo rapportarmi con tanta libertà (fosse mai che perdi il cliente). O forse semplicemente perché mi piace molto andare a vedere come lavorano gli "altri", nel senso di tutti quelli che fanno lavori diversi da quelli che ho fatto io.
Quindi, già essere lì per me era una goduria. Se poi contiamo che gli interlocutori erano simpatici e brillanti, potete immaginare.
Non pretendo di fare una cronistoria della giornata, non penso spetti a me. Mi piacerebbe però fissare alcuni particolari che mi hanno colpita.
Per esempio, mai mi sarei immaginata che il giovane creativo seduto accanto a me fosse un papà. Con la mia solita delicatezza, mi sarebbe venuto da dirgli: ma se sei appena diventato maggiorenne! E invece...
Oppure, mi sarei aspettata un approccio più formale da parte del rappresentante di Huggies, che invece si è presentato in modo simpatico e disinvolto, disponibile al dialogo ma forse più in veste di ascoltatore.
Oltretutto, la mia esperienza (quella breve di blogger e quella antica di content manager) mi aveva insegnato che in incontri del genere si spende qualche parola sull'azienda e sul prodotto. Invece ieri Huggies è stata nominata solo in relazione con la sua immagine e con le precedenti campagne pubblicitarie basate sull'ironia (io lo spot del bambino-geyser me lo ricordavo, ma non lo collegavo ormai più ad Huggies). Anzi, si è parlato più di spannolinamento (a che età, con quali modalità, ecc.) che non di pannolini!
L'ultima cosa che mi è piaciuta moltissimo è stata imparare come funziona la creazione di uno spettacolo di cabaret e vedere l'autrice in azione.
Per mia natura, sono appassionata di ogni forma di scrittura, anche se non penso di praticarla. Il teatro, in particolare, mi è proprio estraneo, non ci ho mai pensato neanche lontanamente. È stato interessante capire come il comico interagisce con gli autori, a cosa servono gli autori se già il comico scrive le proprie battute, come vengono testati i pezzi (guardate qui, voi che potete uscire durante la settimana senza crollare di sonno), come si arriva sul palco di un teatro. Sono tutte cose che non sapevo, così come non avevo neppure idea che esistesse una tecnica ben precisa di scrittura (OK, me lo potevo immaginare ma non me lo ero mai chiesto).
Ad un certo punto, poi, l'autrice (che, da quello che ho capito, è più una specie di editor dei testi del comico che non un autore ex novo) ha preso in mano la situazione e ha cominciato a elencare i temi (quelli ufficiali e altri), chiedendoci se pensavamo che funzionassero e se credevamo ci fosse materiale sufficiente. Ha saputo tenere testa al nostro brainstorming (più storming che brain), senza essere sopraffatta dalle nostre voci. Ha preso appunti, ha fatto domande, ha tratto conclusioni. Con un polso e una professionalità sorprendenti, soprattutto dal momento che il suo atteggiamento e il suo aspetto non erano certo quelli di una donna di potere (e anche per questo l'ho apprezzata).
Poi, per carità, ci sono anche i momenti informali legati alle chiacchiere tra persone che non si vedono spesso o non si erano mai viste prima, e che ogni volta confermano l'impressione avuta tramite web.
Mi ha fatto molto piacere incontrare Yeni Belqis, che avevo visto incinta quindi potete immaginare quanto tempo era passato dall'ultima volta. Ho rivisto con molto piacere le blogger milanesi, a cui avevo recentemente dato buca in un'altra occasione. Ho reincontrato Wonder, sfiorata nel primo MaMCamp milanese. Ho conosciuto Paola di Margherita e il Lappio, Silvia di Genitori Crescono e Paola di Erounabravamamma. Mi è dispiaciuto che BStevens non abbia fatto la magnifica follia di portarsi dietro Puk.
Poi suonano i rintocchi dell'ora di cena e tutte noi via, verso le nostre case. Senza sentirci delle Cenerentole: piuttosto rientrando nei panni delle nostre identità quotidiane, come nei fumetti DC e Marvel. Con una differenza: Superman e l'Uomo Ragno non si divertivano tanto come noi.
Anche no. Per due motivi:
1 - è stato un pomeriggio bello e divertente, in cui ho imparato un sacco di cose
2 - quando si incontrano persone in gamba, dedicate a un progetto intelligente, vale sempre la pena di segnarselo.
Ora vi svelo l'arcano: le blogger del progetto Mammacheridere Lab hanno finalmente incontrato di persona gli altri attori coinvolti nel progetto, ovvero lo staff dell'agenzia di comunicazione, lo sponsor e il team creativo che trasformerà i nostri post in uno spettacolo.
OK, lo confesso: a me incontrare le aziende piace. Forse perché mi ricorda la mia vita precedente, o forse perché nella mia vita precedente non potevo rapportarmi con tanta libertà (fosse mai che perdi il cliente). O forse semplicemente perché mi piace molto andare a vedere come lavorano gli "altri", nel senso di tutti quelli che fanno lavori diversi da quelli che ho fatto io.
Quindi, già essere lì per me era una goduria. Se poi contiamo che gli interlocutori erano simpatici e brillanti, potete immaginare.
Non pretendo di fare una cronistoria della giornata, non penso spetti a me. Mi piacerebbe però fissare alcuni particolari che mi hanno colpita.
Per esempio, mai mi sarei immaginata che il giovane creativo seduto accanto a me fosse un papà. Con la mia solita delicatezza, mi sarebbe venuto da dirgli: ma se sei appena diventato maggiorenne! E invece...
Oppure, mi sarei aspettata un approccio più formale da parte del rappresentante di Huggies, che invece si è presentato in modo simpatico e disinvolto, disponibile al dialogo ma forse più in veste di ascoltatore.
Oltretutto, la mia esperienza (quella breve di blogger e quella antica di content manager) mi aveva insegnato che in incontri del genere si spende qualche parola sull'azienda e sul prodotto. Invece ieri Huggies è stata nominata solo in relazione con la sua immagine e con le precedenti campagne pubblicitarie basate sull'ironia (io lo spot del bambino-geyser me lo ricordavo, ma non lo collegavo ormai più ad Huggies). Anzi, si è parlato più di spannolinamento (a che età, con quali modalità, ecc.) che non di pannolini!
L'ultima cosa che mi è piaciuta moltissimo è stata imparare come funziona la creazione di uno spettacolo di cabaret e vedere l'autrice in azione.
Per mia natura, sono appassionata di ogni forma di scrittura, anche se non penso di praticarla. Il teatro, in particolare, mi è proprio estraneo, non ci ho mai pensato neanche lontanamente. È stato interessante capire come il comico interagisce con gli autori, a cosa servono gli autori se già il comico scrive le proprie battute, come vengono testati i pezzi (guardate qui, voi che potete uscire durante la settimana senza crollare di sonno), come si arriva sul palco di un teatro. Sono tutte cose che non sapevo, così come non avevo neppure idea che esistesse una tecnica ben precisa di scrittura (OK, me lo potevo immaginare ma non me lo ero mai chiesto).
Ad un certo punto, poi, l'autrice (che, da quello che ho capito, è più una specie di editor dei testi del comico che non un autore ex novo) ha preso in mano la situazione e ha cominciato a elencare i temi (quelli ufficiali e altri), chiedendoci se pensavamo che funzionassero e se credevamo ci fosse materiale sufficiente. Ha saputo tenere testa al nostro brainstorming (più storming che brain), senza essere sopraffatta dalle nostre voci. Ha preso appunti, ha fatto domande, ha tratto conclusioni. Con un polso e una professionalità sorprendenti, soprattutto dal momento che il suo atteggiamento e il suo aspetto non erano certo quelli di una donna di potere (e anche per questo l'ho apprezzata).
Poi, per carità, ci sono anche i momenti informali legati alle chiacchiere tra persone che non si vedono spesso o non si erano mai viste prima, e che ogni volta confermano l'impressione avuta tramite web.
Mi ha fatto molto piacere incontrare Yeni Belqis, che avevo visto incinta quindi potete immaginare quanto tempo era passato dall'ultima volta. Ho rivisto con molto piacere le blogger milanesi, a cui avevo recentemente dato buca in un'altra occasione. Ho reincontrato Wonder, sfiorata nel primo MaMCamp milanese. Ho conosciuto Paola di Margherita e il Lappio, Silvia di Genitori Crescono e Paola di Erounabravamamma. Mi è dispiaciuto che BStevens non abbia fatto la magnifica follia di portarsi dietro Puk.
Poi suonano i rintocchi dell'ora di cena e tutte noi via, verso le nostre case. Senza sentirci delle Cenerentole: piuttosto rientrando nei panni delle nostre identità quotidiane, come nei fumetti DC e Marvel. Con una differenza: Superman e l'Uomo Ragno non si divertivano tanto come noi.
venerdì 9 aprile 2010
The Real Thing
Mi capita di leggere sporadicamente blog che raccontano una prima gravidanza. Donne che dal test al parto assumono un'aria sognante e ricamano la tela dei sogni immaginando meravigliose scene di maternità. E donne che le leggono e commentano, dicendo che non vedono l'ora di provare anche loro.
Ecco, io sono contenta per loro e un po' le invidio per i meravigliosi ormoni di cui la Natura le ha dotate. Io in gravidanza ero nervosa, inappetente, incazzosissima e alquanto spaventata dalla prospettiva di avere la responsabilità di un essere umano. Nella prima come nella seconda, intendo.
Ma a volte mi fanno un po' di rabbia e paura, perché temo che, caricate di aspettative eccessive, cadano miseramente nel baratro del post partum, in cui non tutto è rose e fiori. In cui può capitare che un bambino abbia le coliche o che semplicemente non sia molto affettuoso. In cui può esserci fatica, sofferenza fisica, senso di oppressione per le tante responsabilità e aspettative.
Mi fanno rabbia perché tutto quello che a me è parso un immenso dono a loro potrebbe apparire "poco".
Mi spiego: quando aspettavo Amelia, credevo che, non so per quanto tempo, la mia vita sarebbe stata principalmente fatica e frustrazione, deprivazione di sonno, eccetera. Animalmente avevo desiderato una figlia, ma razionalmente credevo sarebbe stata una palla colossale per un sacco di tempo. E invece Amelia mi ha sorpresa e conquistata in ogni momento del nostro rapporto: ogni suo aspetto positivo era per me una sorpresa, per cui provavo tantissima gratitudine, mentre ogni aspetto negativo era stato messo in conto.
Pian piano, superando le mie aspettative, avere figli mi è parsa una cosa bellissima. Perché l'ho vissuto sul campo, anziché anticiparlo nelle mie fantasie.
Forse è stato un po' lo stesso processo del matrimonio: quando mi sono staccata dall'idea dell'uomo perfetto, ho trovato un uomo meraviglioso e ho costruito con lui una vita che nel complesso mi piace proprio.
Ogni tanto l'uomo perfetto ricompare nei miei pensieri, del tipo "oh cazzo ho sposato uno che non sa le date della seconda guerra mondiale" (storia vera, eh), ma sono tentativi destinati a fallire sul principio, perché, oggi che ho provato cosa vuol dire stare con un uomo che ti piace sotto tutti i punti di vista e con cui funzioni bene, me ne frego di chissà quale dandy colto e affascinante.
Ecco, io auguro a tutte coloro che vivono la maternità futura in modo idealizzato di riuscire a liberarsi di quell'immagine di perfezione prima che sia troppo tardi, per confrontarsi con la realtà.
Dove la realtà non è quella di madri sfigate con le occhiaie, no davvero. La maternità non è solo un luogo di dolore.
È quel momento in cui tua figlia dice "mamma" e tu quasi la spaventi urlando di gioia.
È quella giornata in cui siete andate a mangiare insieme al bar.
È quel momento in cui lei ti permette di tenere suo fratello per i prossimi 30 anni.
È la volta in cui lei ti chiede di proseguire il libro della sera prima.
È la mattina in cui lui fa la pipì nel vasino, con te e sua sorella che fate il tifo.
È come quando hai passato giorni o settimane a immaginare come conquistarlo e poi tutto si svolge in modo completamente diverso. Più bello, perché inatteso.
Ecco, io sono contenta per loro e un po' le invidio per i meravigliosi ormoni di cui la Natura le ha dotate. Io in gravidanza ero nervosa, inappetente, incazzosissima e alquanto spaventata dalla prospettiva di avere la responsabilità di un essere umano. Nella prima come nella seconda, intendo.
Ma a volte mi fanno un po' di rabbia e paura, perché temo che, caricate di aspettative eccessive, cadano miseramente nel baratro del post partum, in cui non tutto è rose e fiori. In cui può capitare che un bambino abbia le coliche o che semplicemente non sia molto affettuoso. In cui può esserci fatica, sofferenza fisica, senso di oppressione per le tante responsabilità e aspettative.
Mi fanno rabbia perché tutto quello che a me è parso un immenso dono a loro potrebbe apparire "poco".
Mi spiego: quando aspettavo Amelia, credevo che, non so per quanto tempo, la mia vita sarebbe stata principalmente fatica e frustrazione, deprivazione di sonno, eccetera. Animalmente avevo desiderato una figlia, ma razionalmente credevo sarebbe stata una palla colossale per un sacco di tempo. E invece Amelia mi ha sorpresa e conquistata in ogni momento del nostro rapporto: ogni suo aspetto positivo era per me una sorpresa, per cui provavo tantissima gratitudine, mentre ogni aspetto negativo era stato messo in conto.
Pian piano, superando le mie aspettative, avere figli mi è parsa una cosa bellissima. Perché l'ho vissuto sul campo, anziché anticiparlo nelle mie fantasie.
Forse è stato un po' lo stesso processo del matrimonio: quando mi sono staccata dall'idea dell'uomo perfetto, ho trovato un uomo meraviglioso e ho costruito con lui una vita che nel complesso mi piace proprio.
Ogni tanto l'uomo perfetto ricompare nei miei pensieri, del tipo "oh cazzo ho sposato uno che non sa le date della seconda guerra mondiale" (storia vera, eh), ma sono tentativi destinati a fallire sul principio, perché, oggi che ho provato cosa vuol dire stare con un uomo che ti piace sotto tutti i punti di vista e con cui funzioni bene, me ne frego di chissà quale dandy colto e affascinante.
Ecco, io auguro a tutte coloro che vivono la maternità futura in modo idealizzato di riuscire a liberarsi di quell'immagine di perfezione prima che sia troppo tardi, per confrontarsi con la realtà.
Dove la realtà non è quella di madri sfigate con le occhiaie, no davvero. La maternità non è solo un luogo di dolore.
È quel momento in cui tua figlia dice "mamma" e tu quasi la spaventi urlando di gioia.
È quella giornata in cui siete andate a mangiare insieme al bar.
È quel momento in cui lei ti permette di tenere suo fratello per i prossimi 30 anni.
È la volta in cui lei ti chiede di proseguire il libro della sera prima.
È la mattina in cui lui fa la pipì nel vasino, con te e sua sorella che fate il tifo.
È come quando hai passato giorni o settimane a immaginare come conquistarlo e poi tutto si svolge in modo completamente diverso. Più bello, perché inatteso.
giovedì 8 aprile 2010
Mare mare
Lo so: la Liguria non è la Polinesia. E so anche che non è la Sardegna né la Grecia. È solo il posto di mare più vicino a casa mia. Solo una lingua di terra dura e sterile, abitata da gente scorbutica e sempre scontenta, che mugugna in un dialetto per niente trendy.
Eppure mi rapisce il cuore, molto di più di altri posti. Forse perché è così facile immaginare di abitare lì, senza stravolgere il mio stile di vita. O forse perché ho un'affinità con i liguri: schietti, un po' duri, anche bruschi, pessimisti, ma amabilissimi con chi entra nelle loro grazie, amici veri e leali.
Ecco, già arrivare a Levanto e poter passare il tardo pomeriggio in spiaggia, al sole, mi ha ripagata delle code intorno a Genova e del mal di denti che mi era esploso tra mercoledì e giovedì. Sabato e domenica non sono stati giorni splendidi, lo ammetto, ma ci hanno dato qualche soddisfazione tra una pioggia e l'altra: un pomeriggio con amici a Vernazza, una mattina al parco giochi e sulle giostrine, uno spettacolo di sbandieratori per le vie di Levanto.
Gli altri giorni sono stati di sole e vento: non un caldo tale da prendere il sole in serenità, ma sufficiente per leggere con tranquillità un paio di libri e fumetti, mentre i bambini giocavano con la sabbia e i sassi o guardavano le evoluzioni dei surfisti.
Cedendo alle lusinghe del consumismo, abbiamo speso una cifra imbarazzante tra giostrine a gettone e distributori di palline (come resistere ai personaggi di Shaun the Sheep?).
Cedendo alle lusinghe della gola, abbiamo mangiato quantità imbarazzanti di focaccia, ravioli e dolci.
Ieri pomeriggio, ci siamo concessi una lunga chiacchierata con gli amici dell'Erba Persa e poi siamo tornati a casa. Non torneremo probabilmente fino alla metà di agosto, e stiamo già contando i giorni. Nel frattempo, metteremo a posto le foto e cercheremo di non pensarci troppo.
Eppure mi rapisce il cuore, molto di più di altri posti. Forse perché è così facile immaginare di abitare lì, senza stravolgere il mio stile di vita. O forse perché ho un'affinità con i liguri: schietti, un po' duri, anche bruschi, pessimisti, ma amabilissimi con chi entra nelle loro grazie, amici veri e leali.
Ecco, già arrivare a Levanto e poter passare il tardo pomeriggio in spiaggia, al sole, mi ha ripagata delle code intorno a Genova e del mal di denti che mi era esploso tra mercoledì e giovedì. Sabato e domenica non sono stati giorni splendidi, lo ammetto, ma ci hanno dato qualche soddisfazione tra una pioggia e l'altra: un pomeriggio con amici a Vernazza, una mattina al parco giochi e sulle giostrine, uno spettacolo di sbandieratori per le vie di Levanto.
Gli altri giorni sono stati di sole e vento: non un caldo tale da prendere il sole in serenità, ma sufficiente per leggere con tranquillità un paio di libri e fumetti, mentre i bambini giocavano con la sabbia e i sassi o guardavano le evoluzioni dei surfisti.
Cedendo alle lusinghe del consumismo, abbiamo speso una cifra imbarazzante tra giostrine a gettone e distributori di palline (come resistere ai personaggi di Shaun the Sheep?).
Cedendo alle lusinghe della gola, abbiamo mangiato quantità imbarazzanti di focaccia, ravioli e dolci.
Ieri pomeriggio, ci siamo concessi una lunga chiacchierata con gli amici dell'Erba Persa e poi siamo tornati a casa. Non torneremo probabilmente fino alla metà di agosto, e stiamo già contando i giorni. Nel frattempo, metteremo a posto le foto e cercheremo di non pensarci troppo.
sabato 3 aprile 2010
Naturale e idilliaco
Come ormai sanno anche i muri, io vivo immersa nella natura. Quando c'è la nebbia o le zanzare premono sulle nostre finestre o devo prendere l'auto per andare a prendere il pane, preferirei vivere in piazza del Duomo, di qualsiasi città. Quando invece il tempo è piacevole, c'è il sole e i miei figli giocano felici insieme ai vitelli, mi sembra il posto migliore del mondo.
La verità è che io sono sempre vissuta in posti poco più civilizzati della cascina: sì, la strada era asfaltata, ma bastava arrivare alla fine della via e lì si apriva la campagna. Oltretutto, il mio nonno preferito (ma non ditelo all'altro, se no si offende) era nato e vissuto in campagna fino a 45 anni, in una cascina sperduta nella Lomellina, di cui mi dispiace molto di non conoscere l'esatta ubicazione. Da lui ho imparato ad addomesticare una gazza, per esempio. Il resto l'hanno fatto i libri: quanti di voi sanno che i bruchi di macaone, che si nascondono in mezzo alle carote, se minacciati, tirano fuori due cornini che sanno di carota, per depistare gli aggressori? Io li ho visti con i miei occhi, e mi dispiace tanto che mio nonno (l'altro) non coltivi più le carote.
Questo per dire che, anche se sarei più comoda e felice di vivere in città, sotto sotto sono fiera delle mie competenze di campagnola.
Proprio perché la campagna l'ho sempre vissuta, odio che ne venga tessuto l'elogio in modo astratto. In particolare, non sopporto chi cerca di applicare le proprie categorie mentali alla realtà che io conosco bene.
Per esempio, chi tesse le lodi della natura provvida e materna dovrebbe ascoltare le urla delle manze che partoriscono, soprattutto se si tratta del loro primo nato. Molte sono spaventate e doloranti, non hanno più la forza di spingere. In chi cercano conforto? Nell'uomo, che ficca tutto un braccio dentro di loro e risolve situazioni che in natura sarebbero state mortali. Lo stesso uomo che poi separerà la madre dal figlio, che altrimenti si berrebbe tutto il latte che invece vogliamo berci noi. Lo stesso uomo che, sentendo la madre e il figlio che si chiamano, va a fare una carezza a entrambi perché si sente in colpa ed esorta i miei bambini a tenere compagnia al nuovo nato.
A chi mi dice che la televisione veicola immagini cruente, rispondo che è molto peggio vedere di persona un vitello neonato morto, con la madre legata accanto, che attende il macellaio perché il parto l'ha rovinata e quindi non potrà più figliare. Ma dico anche che intorno alla vacca da macello gira l'uomo che l'ha fatta partorire, che si assicura che la povera bestia non soffra mentre aspetta.
Vivere in una cascina significa spiegare ai tuoi figli perché i vitellini non possono vedere le loro mamme, e fa sì che i tuoi figli non colleghino i topi da cartone animato con i resti sanguinolenti sul pavimento della cucina, perché c'è troppa differenza. Significa anche che i tuoi figli, se vedono un vitello immobile sulla paglia, ti chiedono se è morto, perché sanno che è possibile.
Vivere in campagna significa capire bene la legge del più forte, perché la vedi applicata ogni giorno da chi ti circonda: dagli umani sugli animali, dai predatori sulle prede, negli scazzi gerarchici all'interno di ogni specie. E, che tu sia adulto o bambino, ti senti in bilico tra l'abbandonarti al tuo istinto e il rispettare le regole del vivere civile che ti hanno inculcato.
Vivere in campagna ti aiuta però anche a liberarti dalle ipocrisie: i miei figli sanno perfettamente che cosa mangiano, in casa mia non girerà mai la pietosa bugia del coniglietto che però non è lui o cose del genere. Certo, se dovessi uccidere io le mucche che mangio, lo farei piangendo, perché queste mucche mi hanno fatto compagnia quando i miei figli erano piccolissimi e mi rispecchio in loro, oltre al fatto che sono animali bellissimi. Difficilmente ucciderò una gallina, perché spennarla e mondarla è una menata pazzesca (il coniglio molto meno, ma non ne abbiamo e non mi piace!), ma ricordo senza nessun trauma mia zia che tirava il collo alle galline quando ero piccola.
Ecco, una cosa che a ricordarmela mi fa un po' impressione (ma forse mi incuriosisce più che disgustarmi) è mia zia che pelava le rane: staccava la testa con un coltello e poi toglieva la pelle con un solo movimento abile. Poi le buttava in un mastello, dove la rana morta e scuoiata si agitava ancora un po'. Vi sembra idilliaca questa visione? Ciononostante, le rane stufate mi piacciono molto (quelle fritte dei baracchini un po' meno, ma temo che sia perché si tratta di rane cinesi, di scarsa qualità).
Questo non vuol dire che io sia una donna da corpo dei marines, tutta d'un pezzo: se una serpe mi attraversa la strada, salto in braccio al primo che ho accanto.
E questo non vuol nemmeno dire che io non accolga le istanze dei vegetariani. Solo, mi limito a dire che do più ragione ai vegani: in un allevamento per la produzione di latte, la morte è parte integrante del meccanismo. Di più: anche se i vitelli maschi venissero liberati in natura anziché essere mandati al macello da grandi (tranne i più fortunati, che finiranno a fare gli inseminatori), il meccanismo di riproduzione a comando e di separazione delle madri dai vitelli sarebbe comunque crudele e doloroso. E badate che parlo di un allevamento "umano", non intensivo.
Mi fanno un po' di tenerezza, invece, coloro che a Pasqua si battono contro la mattanza degli agnelli. Sono d'accordo con loro sul fatto che mangiare un animale più adulto sarebbe più etico ed economico, ma teniamo conto del fatto che per un animale in natura è normalissimo che il suo piccolo abbia poche possibilità di diventare adulto: gli agnelli sono lenti e incerti, e i lupi li mangiano per primi, se il gregge non è in grado di proteggerli.
Del resto, appena fuori dalla nostra campagna umanizzata, le volpi e i gatti continuano a cacciare i più deboli e malati, i cinghiali attaccano tutto ciò che si muove e gli aironi si contendono rane e pesci con i cormorani.
Ed è giusto così: siamo noi, con la nostra etica e le nostre sovrastrutture, a complicare tutto. Per fortuna, mi vien da dire.
La verità è che io sono sempre vissuta in posti poco più civilizzati della cascina: sì, la strada era asfaltata, ma bastava arrivare alla fine della via e lì si apriva la campagna. Oltretutto, il mio nonno preferito (ma non ditelo all'altro, se no si offende) era nato e vissuto in campagna fino a 45 anni, in una cascina sperduta nella Lomellina, di cui mi dispiace molto di non conoscere l'esatta ubicazione. Da lui ho imparato ad addomesticare una gazza, per esempio. Il resto l'hanno fatto i libri: quanti di voi sanno che i bruchi di macaone, che si nascondono in mezzo alle carote, se minacciati, tirano fuori due cornini che sanno di carota, per depistare gli aggressori? Io li ho visti con i miei occhi, e mi dispiace tanto che mio nonno (l'altro) non coltivi più le carote.
Questo per dire che, anche se sarei più comoda e felice di vivere in città, sotto sotto sono fiera delle mie competenze di campagnola.
Proprio perché la campagna l'ho sempre vissuta, odio che ne venga tessuto l'elogio in modo astratto. In particolare, non sopporto chi cerca di applicare le proprie categorie mentali alla realtà che io conosco bene.
Per esempio, chi tesse le lodi della natura provvida e materna dovrebbe ascoltare le urla delle manze che partoriscono, soprattutto se si tratta del loro primo nato. Molte sono spaventate e doloranti, non hanno più la forza di spingere. In chi cercano conforto? Nell'uomo, che ficca tutto un braccio dentro di loro e risolve situazioni che in natura sarebbero state mortali. Lo stesso uomo che poi separerà la madre dal figlio, che altrimenti si berrebbe tutto il latte che invece vogliamo berci noi. Lo stesso uomo che, sentendo la madre e il figlio che si chiamano, va a fare una carezza a entrambi perché si sente in colpa ed esorta i miei bambini a tenere compagnia al nuovo nato.
A chi mi dice che la televisione veicola immagini cruente, rispondo che è molto peggio vedere di persona un vitello neonato morto, con la madre legata accanto, che attende il macellaio perché il parto l'ha rovinata e quindi non potrà più figliare. Ma dico anche che intorno alla vacca da macello gira l'uomo che l'ha fatta partorire, che si assicura che la povera bestia non soffra mentre aspetta.
Vivere in una cascina significa spiegare ai tuoi figli perché i vitellini non possono vedere le loro mamme, e fa sì che i tuoi figli non colleghino i topi da cartone animato con i resti sanguinolenti sul pavimento della cucina, perché c'è troppa differenza. Significa anche che i tuoi figli, se vedono un vitello immobile sulla paglia, ti chiedono se è morto, perché sanno che è possibile.
Vivere in campagna significa capire bene la legge del più forte, perché la vedi applicata ogni giorno da chi ti circonda: dagli umani sugli animali, dai predatori sulle prede, negli scazzi gerarchici all'interno di ogni specie. E, che tu sia adulto o bambino, ti senti in bilico tra l'abbandonarti al tuo istinto e il rispettare le regole del vivere civile che ti hanno inculcato.
Vivere in campagna ti aiuta però anche a liberarti dalle ipocrisie: i miei figli sanno perfettamente che cosa mangiano, in casa mia non girerà mai la pietosa bugia del coniglietto che però non è lui o cose del genere. Certo, se dovessi uccidere io le mucche che mangio, lo farei piangendo, perché queste mucche mi hanno fatto compagnia quando i miei figli erano piccolissimi e mi rispecchio in loro, oltre al fatto che sono animali bellissimi. Difficilmente ucciderò una gallina, perché spennarla e mondarla è una menata pazzesca (il coniglio molto meno, ma non ne abbiamo e non mi piace!), ma ricordo senza nessun trauma mia zia che tirava il collo alle galline quando ero piccola.
Ecco, una cosa che a ricordarmela mi fa un po' impressione (ma forse mi incuriosisce più che disgustarmi) è mia zia che pelava le rane: staccava la testa con un coltello e poi toglieva la pelle con un solo movimento abile. Poi le buttava in un mastello, dove la rana morta e scuoiata si agitava ancora un po'. Vi sembra idilliaca questa visione? Ciononostante, le rane stufate mi piacciono molto (quelle fritte dei baracchini un po' meno, ma temo che sia perché si tratta di rane cinesi, di scarsa qualità).
Questo non vuol dire che io sia una donna da corpo dei marines, tutta d'un pezzo: se una serpe mi attraversa la strada, salto in braccio al primo che ho accanto.
E questo non vuol nemmeno dire che io non accolga le istanze dei vegetariani. Solo, mi limito a dire che do più ragione ai vegani: in un allevamento per la produzione di latte, la morte è parte integrante del meccanismo. Di più: anche se i vitelli maschi venissero liberati in natura anziché essere mandati al macello da grandi (tranne i più fortunati, che finiranno a fare gli inseminatori), il meccanismo di riproduzione a comando e di separazione delle madri dai vitelli sarebbe comunque crudele e doloroso. E badate che parlo di un allevamento "umano", non intensivo.
Mi fanno un po' di tenerezza, invece, coloro che a Pasqua si battono contro la mattanza degli agnelli. Sono d'accordo con loro sul fatto che mangiare un animale più adulto sarebbe più etico ed economico, ma teniamo conto del fatto che per un animale in natura è normalissimo che il suo piccolo abbia poche possibilità di diventare adulto: gli agnelli sono lenti e incerti, e i lupi li mangiano per primi, se il gregge non è in grado di proteggerli.
Del resto, appena fuori dalla nostra campagna umanizzata, le volpi e i gatti continuano a cacciare i più deboli e malati, i cinghiali attaccano tutto ciò che si muove e gli aironi si contendono rane e pesci con i cormorani.
Ed è giusto così: siamo noi, con la nostra etica e le nostre sovrastrutture, a complicare tutto. Per fortuna, mi vien da dire.
venerdì 2 aprile 2010
La sfiga ci vede benissimo
Rispondendo a un commento di Ondaluna, mi sono resa conto di quante volte, ultimamente, piango per un film. Spesso per un cartone animato. Io che prima del 2005 avevo pianto solo per Nel nome del padre, mica per Ghost o Scelta d'amore!
Ho cominciato con la serie TV di Lilo e Stitch, ogni volta che saltava fuori la storia dei genitori di Lilo (che non ci sono più, penso per un incidente). E ovviamente in Lilo e Stitch 2 singhiozzo.
Poi c'è stata l'Era Glaciale, in cui la mamma si butta da una cascata per salvare il bambino dalle tigri. Non parliamo di Nemo, in cui la mamma si sacrifica nella prima scena.
Da lì La Gabbianella e il Gatto ha avuto gioco facile: ogni volta che vedo la sequenza della morte di Kenga, mi nascondo in bagno per la vergogna.
Piango per i genitori della Bella Addormentata che devono affidarla alle tre fatine, e poi mi incazzo perché, se una strega maledicesse mia figlia, andrei a cercarla ben prima del principino di turno.
Sono stata capace di piangere per uno sceneggiato con Neri Marcorè e per diverse puntate di vari telefilm idioti ma con mamme come protagoniste.
Oltre a piangere, faccio anche gli scongiuri: la mamma è il personaggio con le più alte probabilità di morire giovane, e io sono una mamma che vorrebbe vivere a lungo!
Mi dicono che l'unica soluzione è staccarmi dallo stereotipo di mamma angelicata e diventare una strega (cosa che peraltro non mi riesce per niente male): l'erba grama non muore mai!
Ho cominciato con la serie TV di Lilo e Stitch, ogni volta che saltava fuori la storia dei genitori di Lilo (che non ci sono più, penso per un incidente). E ovviamente in Lilo e Stitch 2 singhiozzo.
Poi c'è stata l'Era Glaciale, in cui la mamma si butta da una cascata per salvare il bambino dalle tigri. Non parliamo di Nemo, in cui la mamma si sacrifica nella prima scena.
Da lì La Gabbianella e il Gatto ha avuto gioco facile: ogni volta che vedo la sequenza della morte di Kenga, mi nascondo in bagno per la vergogna.
Piango per i genitori della Bella Addormentata che devono affidarla alle tre fatine, e poi mi incazzo perché, se una strega maledicesse mia figlia, andrei a cercarla ben prima del principino di turno.
Sono stata capace di piangere per uno sceneggiato con Neri Marcorè e per diverse puntate di vari telefilm idioti ma con mamme come protagoniste.
Oltre a piangere, faccio anche gli scongiuri: la mamma è il personaggio con le più alte probabilità di morire giovane, e io sono una mamma che vorrebbe vivere a lungo!
Mi dicono che l'unica soluzione è staccarmi dallo stereotipo di mamma angelicata e diventare una strega (cosa che peraltro non mi riesce per niente male): l'erba grama non muore mai!
giovedì 1 aprile 2010
Sicur l'è mort
In dialetto (in qualsiasi dialetto) ci sono espressioni che mi fanno impazzire per la loro efficacia. Una di queste è quella che vedete nel titolo. È la classica risposta che si dà alla domanda "Sei sicuro?", come a dire che nessuno può essere sicuro al 100% di quello che dice, soprattutto se si tratta di fatti riguardanti altre persone, di teorie scientifiche o in generale di cose che non dipendono da lui. Non parliamo poi delle opinioni.
Mi viene da pensare a questa frase quando qualcuno pontifica su cosa è meglio per i bambini / la società / l'ambiente / eccetera. Mi si materializza davanti quando sento alcune persone formulare opinioni assolute con toni da Savonarola (e spesso lo fanno per partito preso, non per diretta e approfondita conoscenza dell'argomento). Mi verrebbe da proferirla di fronte a certi atteggiamenti da ducetto, di qualsiasi schieramento.
Ve lo immaginate voi uno dei nostri politici? Immaginatevelo in uno di quei salotti televisivi ovattati, abituato all'intervista "in ginocchio" (dove chi sta in ginocchio è ovviamente l'intervistatore). A un certo punto, il politico di turno enuncia solennemente un caposaldo del suo credo, dandolo per sicuro. E l'intervistatore, con faccia scettica: "Ah, guardi, sicur l'è mort".
Ecco, questa è la mia premessa: sicur l'è mort. Potrò avere un'opinione e difenderla a spada tratta, ma mi riservo di sottolineare che la mia è un'opinione, non la considero la verità assoluta e sono pronta a cambiarla, seppure magari a malincuore, nel caso in cui emergano nuovi fatti che mi danno torto.
Questa è la necessaria premessa per affrontare un ciclo di post su natura, agricoltura, alimentazione, economia e persino politica, dove non pretendo di enunciare verità assolute, ma solo di informarvi della mia opinione e delle motivazioni che la sostengono. Questi post saranno scritti a 4 mani da me e Luca, o almeno revisionati da lui, che è il mio esperto scientifico e controllerà che io non scriva castronerie.
Forse per alcuni questi post saranno sorprendenti, dal momento che il mio stile di vita sembra catalogarmi in uno stereotipo ben preciso. Per altri no, dal momento che abbiamo avuto modo di parlarne già in altre sedi.
Spero di cominciare presto: voi affilate le armi e buon divertimento.
Mi viene da pensare a questa frase quando qualcuno pontifica su cosa è meglio per i bambini / la società / l'ambiente / eccetera. Mi si materializza davanti quando sento alcune persone formulare opinioni assolute con toni da Savonarola (e spesso lo fanno per partito preso, non per diretta e approfondita conoscenza dell'argomento). Mi verrebbe da proferirla di fronte a certi atteggiamenti da ducetto, di qualsiasi schieramento.
Ve lo immaginate voi uno dei nostri politici? Immaginatevelo in uno di quei salotti televisivi ovattati, abituato all'intervista "in ginocchio" (dove chi sta in ginocchio è ovviamente l'intervistatore). A un certo punto, il politico di turno enuncia solennemente un caposaldo del suo credo, dandolo per sicuro. E l'intervistatore, con faccia scettica: "Ah, guardi, sicur l'è mort".
Ecco, questa è la mia premessa: sicur l'è mort. Potrò avere un'opinione e difenderla a spada tratta, ma mi riservo di sottolineare che la mia è un'opinione, non la considero la verità assoluta e sono pronta a cambiarla, seppure magari a malincuore, nel caso in cui emergano nuovi fatti che mi danno torto.
Questa è la necessaria premessa per affrontare un ciclo di post su natura, agricoltura, alimentazione, economia e persino politica, dove non pretendo di enunciare verità assolute, ma solo di informarvi della mia opinione e delle motivazioni che la sostengono. Questi post saranno scritti a 4 mani da me e Luca, o almeno revisionati da lui, che è il mio esperto scientifico e controllerà che io non scriva castronerie.
Forse per alcuni questi post saranno sorprendenti, dal momento che il mio stile di vita sembra catalogarmi in uno stereotipo ben preciso. Per altri no, dal momento che abbiamo avuto modo di parlarne già in altre sedi.
Spero di cominciare presto: voi affilate le armi e buon divertimento.
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