domenica 16 giugno 2013

Eterno godimento

Nell'ultimo anno sono stata spesso a Roma: a settembre, a febbraio ed ora.
Per mero piacere, sia pure con la scusa di buone cause di varia natura. L'ultima buona causa è stato il compleanno di Meryem, figlia di un'amica di blog che è diventata amica "reale". Ad avvalorare la buona causa, il fatto (non gravissimo, mi rendo conto, vista la loro età) che i miei figli non fossero ancora stati nella città eterna.
Eh beh, se volevano respirare cultura e bellezza, sono stati accontentati.








Hanno potuto vedere anche aspetti di Roma che non si aspettavano (e neanche noi, a dire il vero):



E diciamolo, non fosse stato per il sole cocente, chissà se tra gli harleyisti avremmo potuto intravedere anche il Patrono!


Al ritorno, infine, la nostra alcea ci ha fatto scoprire di che colore sono i suoi fiori: è rosea! Domani mi aspetta un bagno colore coi fiocchi...


giovedì 13 giugno 2013

Oasi


Il sottotitolo di questo post potrebbe essere "Come trasformare la porta di un pollaio in una cucina e vivere felici".
La porta di cui parlo era di legno massello, abbandonata in favore di una porta di rete metallica. E la cucina che ne ho ricavato è quella del gazebo, che avevamo completamente smantellato e ricomposto con materiali più "nobili" (i ripiani precedenti erano di laminato orrendo).


OK, non è la cucina che mi metterei in casa, è un filo troppo spartana persino per noi. Ma è perfetta per scaldare qualcosa di semplice, fare tisane ed esperimenti di tintura.
Per realizzarla, ho imparato a usare il seghetto alternativo e mi si è aperto un mondo: il bricolage non sarà mai la mia passione principale, ma fare ogni tanto qualche lavoretto di questo genere è molto empowering.
Non tanto e non solo perché sono considerati lavori "da uomini". Soprattutto perché è gratificante scoprire che sei capace di fare anche questo: tagliare ripiani, applicare una maniglia laddove serve e fermarti a comporre un vaso di fiori per completare l'atmosfera.


Vuoi mettere la soddisfazione di goderti un mattino di tranquillità nel tuo gazebo, con una tisana appena preparata con la tua melissa e la tua salvia, a sferruzzare o leggere ascoltando gli uccellini e i corvi?


Oltretutto, dalla porta del pollaio è avanzato pure un pezzo che è stato agilmente trasformato in tagliere.


Ed ora? Beh, ora non c'è che da collaudarlo: ci abbiamo già mangiato in coppia e con la famiglia, ci ho già lavorato a maglia e mi sono messa lì dentro a rileggere il terzo libro della serie di Sholeh Zard.
Come, il terzo libro?! E il secondo? Il secondo, Zohar, è finito e disponibile qui.


martedì 11 giugno 2013

Da rosa nasce cosa


Lo so, sarebbe maggio il mese delle rose. Ma questa primavera non è come dovrebbe essere, quindi le prime rose decenti ho cominciato a vederle una settimana fa. Erano le rose di mio nonno, che le ama e le coltiva da sempre.
Venerdì scorso ho fatto un piccolo blitz da lui e ho raccolto circa 3 etti di petali dalle rose ormai sfiorite. Ho scelto i fiori più rossi, anche se purtroppo la rosa rosso scuro quest'anno è fiorita poco, è un po' malaticcia.
A casa, li ho messi in una pentola con il minimo di acqua possibile e ho portato a ebollizione il bagno colore. Poi ho lasciato riposare tutta la notte.


Il giorno dopo, ho filtrato il bagno colore, che si presentava di un rosso piuttosto acceso. Vi ho sciolto un po' di allume, vi ho immerso la lana ben bagnata (dettaglio imparato al corso) e ho portato a ebollizione pian piano.
Poi ho lasciato riposare tutto il giorno e tutta la notte. Poi ho sciacquato e steso ad asciugare (non al sole, ma del resto domenica non ce n'era).
Il risultato? Non mi aspettavo il rosso, no, sapevo che il colore avrebbe virato al verde. Quel che non mi aspettavo era un colore così bello, purtroppo non valorizzato dalle foto (sembra più giallo).
Si tratta in realtà di un verde chiaro intenso e deciso, con una nota acida che si sposa benissimo con tutta la gamma dal viola al lilla al grigio.
Non vedo l'ora di usarlo in uno dei miei prossimi maglioni.


PS: a onor del vero, devo confessare che questo non è stato il mio unico esperimento del weekend.
La celidonia (principalmente radici), che mi faceva ben sperare per il colore del suo lattice, ha dato un giallino su lino e cotone e un marroncino chiaro ignorante sulla lana.
La betulla (rametti, quindi corteccia) non ha colorato niente.
L'equiseto, per raccogliere il quale mi sono bagnata fino alla vita, ha prodotto un giallino insulso.
Probabilmente entro la settimana proverò le more di gelso, anche se mi scoccia un po' raccoglierle a scopi non (solo) alimentari. Vedremo.

lunedì 10 giugno 2013

Il cerchio magico


Questa è più o meno la vista che si offre a chi arriva davanti alla porta di casa mia. E già questa basta a conquistarmi: c'è quasi tutto, lì.
C'è la bordura rocciosa del laghetto, con le piante del polacco e le aromatiche messe da noi. C'è la ricostruzione di Stonehenge, un po' kitsch ma irrinunciabile. E c'è il cerchio di pietre, con la sua betulla a proteggerlo e ombreggiarlo.
Il cerchio è la cosa più strana e meno funzionale del mio nuovo giardino. Ed è l'elemento che meno verrà toccato: mi limiterò a tenerlo in ordine e a sedermici dentro ogni tanto, quando sono stanca di lavorare e ho voglia di guardarmi intorno.
Oddio, non che sia poco lavoro. Con tutte le piogge che ci sono state a maggio, fino a una decina di giorni fa il cerchio di pietre somigliava più a un prato che a un acciottolato.


Poi un pomeriggio mi ha presa lo sconforto e, nonostante il dolore a una spalla, sono andata a strappare erba al ritorno dall'ufficio. È stato terapeutico sia per la spalla sia per il mio animo, mettermi a sradicare tarassaco e trifoglio sotto gli occhi curiosi dei conigli.


L'unica erba a cui ho deciso di permettere l'accesso al mio cerchio è la cotonaria (grazie Vesnuccia per avermi detto il nome).
Ho scoperto che si è autoseminata, il che mi sembra ancora più bello e significativo.


Per ora, se ne sta ancora un po' in disparte: le foglie hanno riempito un po' tutto il cerchio, ma è fiorita solo in un punto.
La betulla, in tutto questo, ombreggia, protegge, osserva. Ogni tanto le cade qualche ramo, e così mi è venuta la fantasia di provare a tingere con questi rametti (pare che la corteccia dia il rosa). Soprattutto, nonostante le tantissime zanzare di quest'anno, mi invita a passare qualche minuto lì nel cerchio, a strappare erba e socializzare con i conigli.
Forse è a questo che serve un cerchio di pietre.


giovedì 6 giugno 2013

Dentro e fuori



Io sono figlia di gente di città. Anche se nata e vissuta in campagna fino ai 23 anni, questa impronta mi ha accompagnato per tutta la mia vita.
L'aria aperta è una stravaganza di lusso, una di quelle cose che si vedono nei film e nelle riviste ma poi nella vita vera non si fanno. Il giardino? Luogo pieno di insetti, da "tenere" perché i vicini non sparlino ma senza una funzione utile o piacevole.
Nella mia casa da single, cara grazia che ci fosse il bidet, figurarsi il giardino: mi affacciavo su un cortile di ringhiera, puro cemento senza fronzoli. Neanche due anni dopo, l'amore mi ha rapita e portata (contro la mia volontà, sia ben chiaro) nel luogo più inculato della Lombardia, riserva di caccia di zanzare e tafani.
All'inizio l'ho rifiutato, ho cercato vie di fuga. Poi la mia natura selvatica ha avuto la meglio su di me.
Prima mi sono innamorata del bosco: i suoi sentieri, le vie d'acqua, i mughetti selvatici, il "mio" boschetto di carpini e la grande quercia caduta.


Poi, l'anno scorso per la prima volta in tanti anni, il cortile è diventato un luogo di relax e chiacchiere, dove i miei bambini potevano giocare con gli altri e noi donne facevamo roccolo. Lo sarebbe ancora, se non fosse a) che quest'anno il tempo non aiuta b) che quest'anno la vecchia imperversa, e la mia vicina egiziana non riesce a scrollarsela di dosso.
Ma la vita di cortile, sia pure piacevole, sbiadisce di fronte alle promesse della casa del polacco. Ora, per carità, non c'è da immaginarsi chissà che: è una casa semi-isolata (abbiamo un vicino con cui ci diamo le spalle) con un pezzo di terra intorno, com'è logico essendo sperduta in culo ai lupi.


Epperò sarà il cerchio di pietre, sarà la betulla che lo ombreggia, sarà il laghetto con la sua bordura rocciosa. O sarà il gazebo là dietro, un po' nascosto, un po' simile alle casette sugli alberi che sognavo da piccola. Sarà l'eco del ricordo di una persona che stimo molto e a cui vorrei somigliare: intraprendente, un po' folle, piena di energie e di voglia di fare. Sarà la luce di quei primi giorni in cui abbiamo ricevuto le chiavi di casa, il periodo di sole e caldo più lungo di questa primavera (7-8 giorni).
Il fatto è che io di quella casa ho deciso di godermi tutto, il dentro e il fuori, il giardino e l'orto, la cantina e se potessi financo il tetto.
Lo so che non è mia, è solo in comodato d'uso. Del resto ero in affitto anche nella casa di Levanto, quella che ora è in vendita, ma questo non mi impedisce di amarla.
Questa casa, che nominerò sempre e comunque come "la casa del polacco", sarà probabilmente mia finché Luca lavorerà qui (e io mi spingo a sperare che ci possiamo restare anche dopo, sarei persino disposta ad accantonare i miei sogni di vecchiaia genovese).
Smanio di andarci a vivere davvero, non vedo l'ora che inizino (e finiscano) i lavori per il riscaldamento.
Ecco perché, mentre attendo il momento del trasloco, mi dedico a ciò che c'è fuori. E sogno, misuro, m'informo, ri-misuro, fotografo e aspetto. E scrivo.


mercoledì 5 giugno 2013

Nel blu dipinto di blu



Il giorno dopo, ci siamo svegliati con la camera inondata di luce, con la promessa (mantenuta) di una giornata di sole.
Dopo un'abbondante colazione, ci siamo rimesse al lavoro: abbiamo sciacquato i campioni del giorno prima e abbiamo preparato i bagni per i pigmenti blu: l'indaco e il guado.
Fin dai primi tempi in cui mi sono accostata alla tintura in modo più costante, sento parlare della tintura al tino. In rete si trovano informazioni frammentarie su questa tecnica. La maggior parte di esse contiene formule chimiche, magari non complesse, ma che fanno apparire la cosa molto più complicata di quello che è.
Il procedimento è lo stesso per i due pigmenti, e coinvolge 4 ingredienti: acqua, pigmento, sodio carbonato anidro e diossido di thiourea.
Il bagno che se ne ottiene ha più o meno questo aspetto:


Meno male che su Internet non si possono sentire gli odori, altrimenti poveri voi. Va da sé che farò questo genere di esperimenti solo quando avrò il fornello nel gazebo.
Il processo di tintura è uno di quegli esperimenti che farei in continuazione se fossi un docente di chimica: è bellissimo sentire l'"ooooh" di meraviglia ogni volta che il colore verdino del bagno vira velocemente al blu grazie al contatto con l'aria (e quindi con l'ossigeno).


Il colore è più intenso per il bagno di indaco, mentre il bagno di guado produce un colore più polveroso (anche se altrettanto complesso e profondo).
Perché questo è il bello delle tinture naturali: qualsiasi colore tu scelga, non otterrai mai una tinta piatta. Anzi, il fascino principale della tintura a mano è proprio la straordinaria ricchezza dei colori, unita alla meraviglia tattile delle fibre naturali.


Dopo questa esperienza, difficilmente comprerò filati con una percentuale anche minima di filati sintetici: per una differenza di prezzo tutto sommato trascurabile, le fibre naturali sono incomparabilmente più piacevoli.
So benissimo che nei negozi un gomitolo può costare cifre esorbitanti, ma credo che con un po' di competenza e accortezza si possa evitare di spendere eccessivamente per qualcosa che non lo merita.


Dimenticavo: a differenza dei pigmenti naturali per la pittura, le tinture per il tessile possono essere combinate attraverso la tecnica della sovratintura.
Per ottenere il verde, per esempio, abbiamo immerso nei bagni blu alcuni campioni precedentemente colorati di giallo con cipolla e curcuma. Il risultato è stato un verde tendente al blu per il bagno indaco, mentre il bagno di guado ha colorato di un verde erba brillante.
Risultati ancora più interessanti sono stati ricavati dalla sovratintura in indaco di una matassa che era stata precedentemente tinta da un capo in giallo e dall'altro capo in rosso.
In buona sostanza: la tintura a mano permette di pensare i propri capi da cima a fondo, senza doversi adattare per forza alle offerte del mercato.
Poi per carità, ci saranno sicuramente lane che mi attireranno al di fuori di questo percorso, non intendo diventare una talebana dell'ecotintura.
Però ora posso applicare ai colori lo stesso ragionamento che applico ai modelli e ai materiali: se devo spendere soldi e tempo e impegno in qualcosa, di certo non li spenderò in un modello/materiale/colore che potrei agevolmente trovare al mercato per pochi euro.


martedì 4 giugno 2013

Giocare con i colori


Dopo un pranzo sostanzioso e squisito, ci siamo installate sulla bellissima terrazza dell'agriturismo per la parte più divertente: tingere!


Federica e Stefania ci hanno dato alcune nozioni base, che hanno integrato e corretto quelle apprese dal mio vecchio manuale di tintura e le idee che mi ero fatta durante i miei esperimenti.
Poi ci siamo dedicate alla descrizione delle sostanze che danno i gialli e i rossi.
Per i gialli, abbiamo fatto esperimenti con e senza allume, con 3 pigmenti vegetali: curcuma, camomilla dei tintori e bucce di cipolla bionda.
Come per tutte le altre tinture, abbiamo usato campioni di varie fibre: lana in filo e in fiocchi, cotone, canapa, seta e lino.


A parte qualche piccolo incidente di percorso (i fondi di un paio di barattoli hanno ceduto a causa dello shock termico), i risultati sono stati molto soddisfacenti.
La camomilla, sia con sia senza allume, dà un colore chiaro e delicato, soprattutto sulla lana.
La cipolla mantiene una sfumatura dorata, soprattutto sulla seta e sul lino.
La curcuma rende il giallo più classico, quello a cui ognuno di noi pensa quando si dice "giallo".


Per i pigmenti che danno il rosso, invece, ci siamo mosse su una gamma di colore molto più ampia: dall'arancione al viola, passando per infinite sfumature.


Anche qui, abbiamo provato i pigmenti sia con sia senza allume.
La radice di robbia tende a un bellissimo rosso mattone con le fibre animali (lana e seta), mentre nelle fibre vegetali (cotone, lino e canapa), vira più al rosa corallo.


Il legno di campeggio dà risultati molto diversi a seconda che l'allume sia presente oppure no: viola deciso nel primo caso, vinaccia nel secondo.
La cocciniglia tende al violetto. Il filato di lino è quello che si "beve" di più il colore.


Il legno rosso del Brasile senza allume tende all'arancio scuro, mentre con allume dà un bellissimo colore corallo (nei campioni risulta un po' tenue, ma dobbiamo tener conto del fatto che si trattava di un secondo bagno).


Mentre noi ci davamo da fare tra tutti i bagni colore, i miei accompagnatori si godevano il sole e/o giocavano nel giardino dell'agriturismo.


E alla sera cena e chiacchiere. Avete mai provato ad accostare i sapori di rosa e zenzero? No? Nemmeno io. E facevo molto male.

lunedì 3 giugno 2013

Questo non è un craftblog


Probabilmente qualcuno si starà chiedendo se chi scrive questo blog sono sempre io o il mio replicante alieno: la maglia, il giardino, i progetti sull'orto e sulla casa nuova... mi sto persino attrezzando per ridipingere i lampadari che mi ha lasciato in eredità il polacco!
Tranquilli: sono sempre io. Sto solo attraversando un periodo in cui ho voglia e occasione di usare le mani. E l'impostazione da storica dell'arte innamorata delle arti applicate non fa che aggravare la mia passione.
Eggià, perché potevo semplicemente limitarmi a lavorare a maglia e usare i banali filati che ci sono in commercio.
E invece ho cominciato a cercare filati naturali, e poi ho cominciato a tingerli. Prima con i coloranti alimentari, poi con varie erbe (e finora ho avuto successo solo con i papaveri).
Alla fiera dei radical-chic, ho incontrato per caso un'associazione che di radical chic ha ben poco: genovesi pratiche e creative, le ragazze di Fili, Trame e Colori non pretendono di salvare il mondo, ma "solo" di trovare un modo diverso ed originale di accostarsi alle arti tessili.
Purtroppo non abito così vicina a Genova da poter seguire le loro attività infrasettimanali (sigh! sob!), ma non avevo nessuna intenzione di perdermi il loro primo corso di tintura, che si è svolto presso l'agriturismo Artemisia di Montoggio (peraltro graziosissimo, gestito da persone splendide e collocato in una zona poco valorizzata ma bellissima).
Siamo arrivati sabato mattina e come prima cosa ci siamo installati in una camera che mi ha dato un sacco di spunti malvagi per la casa del polacco.


La mattina è stata dedicata all'orto tintorio, in cui abbiamo piantato guado, girasole, althaea nigra e rosea, basilico rosso, cosmos, rudbeckia, cartamo, tagete e camomilla tintoria.
Abbiamo lavorato le aiuole, sotto gli occhi curiosi di Vitalba, l'asina morbidissima della fattoria didattica.


I bambini, che si annoiavano ad aiutarci nell'orto, ad un certo punto sono andati a guardare gli animali (e a farsi beccare dal gallo, buono ma con un limite).


Non so che resa avranno le piante che abbiamo seminato, ma mi sono fatta l'idea che, se vuoi avere un orto tintorio, ti conviene dedicarci un sacco di spazio (per avere una quantità consona di materiale). L'abbondanza di spazio dedicato probabilmente verrà compensata dalla scarsità di cure che l'orto tintorio richiede, dal momento che la maggior parte delle specie tintorie mi pare rustica, quando non è infestante.


Al ritorno dall'orto, animati da sano appetito, ci siamo seduti a tavola. E questo è stato un altro aspetto notevole del weekend: Emanuela e Daniela cucinano in modo sublime.
Il corso vero e proprio ve lo racconto nel prossimo post.

venerdì 31 maggio 2013

La donna che vorrei essere

Sto girellando su Pinterest, mentre Amelia fa i compiti. Tiro l'ora di andare a prendere Ettore e Hoda (una delle bambine egiziane, all'asilo con lui) che tornano dalla gita.
E mi colpisce questa immagine:


Mi piace, ma non capisco perché. Sì, il maglione è carino, ma non è quello. Il vestito in sé non è un granché, pizzo acrilico probabilmente.
Poi capisco: per istinto (un istinto idiota), a volte mi innamoro di ciò che a me non potrebbe mai star bene.
Quel look farebbe per me se fossi medioalta, slanciata, un po' androgina, con colori diversi. E se fossi più romantica, meno presente, se sorridessi di più.
Già, perché io non sorrido spesso. Rido, piuttosto.
E non mi perdo mai, no. Me lo dice la ruga tra le sopracciglia, quella che mi è spuntata a 23 anni, la maledetta.
Sono piccola, culona, incazzosa e sempre sul pezzo. Non sono una donna a tinte pastello, no.
Da ragazza, un po' ne pativo. Adesso quel patire affiora a tratti, quando vedo un modello che starebbe bene a un'altra. Oppure quando mi pesa il culo ad essere come sono.
Però poi penso alla vita che ho. Immagino come mi vedono gli amici e gli estranei, al ruolo che di solito ricopro quando sono con gli altri. Penso alla direzione che avrebbe preso la mia vita se fossi stata un po' meno decisionista su certe cose, se mi fossi lasciata portare dagli eventi.
Certo, in alcuni casi aspettare sarebbe stato meglio. Ma in altri proprio no, e in altri ancora avrei dovuto prendere in mano la situazione molto prima.
Insomma, se fisicamente l'unica cosa che posso fare è limitare i danni della mia gola, in tutto il resto dopotutto sono la donna che vorrei essere. E in culo ai colori pastello.

mercoledì 29 maggio 2013

Autoreferenziale per autoreferenziale


Diciamolo: bell'esercizio la Musa's Box, ma un filo tanto autoreferenziale. Ovvero, fuor dal parlar raffinato: serve solo a me, ma a quel punto tanto vale che mi tenga un'agenda aggiornata.
Mi ha insegnato una cosa importante, ovvero che, anche quando l'umore mi fa pensare "ma che periodo di merda", la mia vita è piena di cose bellissime e importanti. Una di esse, per esempio, sta facendo le fusa accanto a me in questo momento. Un'altra si sta facendo la doccia, mentre altre due giocano fuori in cortile.


In questo periodo ho appena finito di lavorare tanto (ma come, non lavoro nello Stato? Essì, mi hanno fregata) e sto per ricominciare un periodo di superimmersione.
Quindi non ho molte energie, e quelle poche vengono risucchiate dalle passioni del momento: la casa del polacco e la lana.
Non ho dimenticato Sholeh Zard, niente pericolo: Zohar, il secondo, è in canna e verrà pubblicato tra non più di due settimane, il tempo di dare l'ultima revisione ai refusi e alla grafica, e sistemare il file convertito per Kindle.


Quindi dicevo: casa del polacco e lana.
Sulla prima, penso che ammorberò i miei pochi lettori con una serie di post peggio che autoreferenziali (ne ho già uno in canna) e pieni di richieste di aiuto a chi ne sa di più e/o ci è passato prima di me.
Per esempio, che fiore sarà questo? Il polacco lo ha piantato ai bordi del cerchio di pietre ed ora le piantine si stanno insinuando verso l'interno (seguiranno altre foto).


Per la seconda, mi attende un seminario di tintura naturale in un agriturismo vicino a Genova, e non vedo l'ora. Oltretutto credo che il seminario avrà una ricaduta anche sull'orto della casa del polacco, in cui vorrei ricavare un angolo dedicato alle piante tintorie.
Nel frattempo, continuo caparbiamente a perseguire i miei obiettivi e mi beo di quelli raggiunti.