giovedì 23 ottobre 2014

Di foglie e di vento



Ora dirò una cosa molto impopolare: nonostante io odi il freddo, soprattutto se ventoso, e nonostante io stia passando i miei giorni in ufficio a pregare perché un montone vivo mi cada sulle spalle e ci resti, a me questo tempo piace.
Perché il cielo è terso, si vedono le Alpi e gli Appennini.
Perché mi piace il rumore che fanno le foglie secche quando ci cammino sopra.
Perché stasera tornerò a casa e saranno accesi la stufa e il camino.
Perché bevo litri di tè bollente.
Perché lavorare a maglia sembra più "giusto" che in altre stagioni e climi.
Perché i gatti diventano coccolosi e ti si spalmano addosso per ore, scaldandoti.
Perché oggi ho potuto indossare per la prima volta un cappello che avevo completato sul finire dell'anno scorso, e che tiene caldo con la massima morbidezza.


martedì 21 ottobre 2014

Spostare le piramidi



OK, lo ammetto: la grigliata è stata tutta una montatura.
Non ce ne fregava niente di darvi da mangiare: volevamo solo avere in giardino abbastanza braccia da spostare la piramide del polacco.
(Doverosa premessa: il polacco si era costruito questa piramide, debitamente rivestita di zanzariera, per ricaricarcisi. Dal momento che per me è solo un bell'arrampicatoio per rose, ho pensato che sarebbe stata meglio nel roseto appunto. Il posto lasciato dalla piramide sarà a tempo debito occupato da una piccola roulotte scrausa. Fine della premessa.)
Alcuni di voi erano avvisati, altri sono stati presi con l'inganno. Fatto sta che lo scopo è stato raggiunto, e ora una decina di voi può fregiarsi di aver spostato una piramide.
Per chi ama le statistiche, abbiamo dato da mangiare a 31 adulti e 7 bambini, senza contare i cani. Non so quanti chili di carne e verdure siano stati grigliati, ma abbiamo avanzato quasi tutto ciò che noi avevamo comprato apposta, perché la vostra generosità è stata incontenibile: avete portato carne, pane, dolci, stuzzichini, vino, birra, bibite, persino un bellissimo fiore (quello però non l'abbiamo grigliato).
Ma soprattutto avete portato voi stessi: tutti diversi ma fantastici, e vi siete amalgamati ancora meglio, avete fatto amicizia e vi siete divertiti.
Mi sono divertita anch'io, sono stata bene e, siccome abbiamo avanzato chili di roba, sto già programmando di ripetere l'esperienza.
Come la vedete la grigliata di Halloween?

mercoledì 15 ottobre 2014

Educare alla libertà

Lo ammetto: nel post di Genitoricrescono ho visto sì una possibilità di crescita per mia figlia, ma anche un'occasione per semplificarmi la vita.
Il fatto è questo: il mercoledì, subito dopo l'uscita da scuola, Amelia ha il corso di nuoto. La piscina è accanto alla scuola e vi si può accedere senza uscire dalla cancellata: si percorre il marciapiedi che corre intorno all'edificio ed ecco l'ingresso.
Quando l'abbiamo iscritta, ho subito pensato: sarebbe bello che potesse andarci da sola. Dopotutto, lei e Ettore sono piuttosto autonomi e mi fido della loro capacità di prevedere e comprendere i pericoli della strada.
Pensavo che la scuola me lo potesse impedire e invece no, non può. Ci sono addirittura scuole che prevedono questa possibilità e predispongono moduli che parlano di scelte educative e di maturità del bambino.
La mia scuola ha storto il naso, ha recalcitrato e alla fine ha prodotto un modulo che parla di impossibilità del genitore, obbliga a specificare il percorso del bambino (non più di 500 metri) e dichiara che al suo arrivo a casa il bambino troverà un adulto pronto ad accoglierlo.
(Ora, non so voi. Ma io penso che, se un adulto è impossibilitato ad andare a prendere un bambino a 500 metri da casa, non potrà aprirgli la porta 5 minuti dopo. A meno che non sia a casa in malattia o agli arresti domiciliari.)
Per quieto vivere, ho dichiarato il falso: io non sono impossibilitata ad andare a prendere Amelia, ho deciso di farla uscire da sola per scelta.
Ho scelto di dare fiducia a mia figlia, di permetterle un piccolo spazio di autonomia, di farla sentire grande. Ho scelto di darle la possibilità di muoversi in un ambiente sicuro e protetto, perché si faccia le ossa per il futuro. Ho scelto di renderla orgogliosa della sua piccola conquista.
E non riesco davvero a stimare una scuola che non riesce a capire una scelta del genere.

venerdì 3 ottobre 2014

Parliamo di cose serie


Va bene riflettere, meditare, intuire.
Ma son tutte cose che vengono meglio se si fanno andare le mani. Soprattutto se negli ultimi tempi lo stash dei filati è cresciuto nonostante i buoni propositi.
Il fatto è che a certe tentazioni si può resistere, ma anche no.
Per esempio: non mi ricordo esattamente quanto sono costati, ma se vi dicessi che i meravigliosi gomitoli della foto di apertura sono misto lino e cotone, artigianali, a un prezzo decisamente basso? E non li posso comprare ovunque, li vendono solo da Sogni di Lana a Levanto.
Che facevo? Glieli lasciavo lì? Eh no, non sono quel tipo di persona.
Quindi li ho presi con me, li ho portati a casa e penso che ci farò qualcosa di questo genere.


Poi capito per tutt'altre ragioni in una bottega del commercio equo. La ragazza, che mi conosce, senza alcun mio accenno mi dice che quest'anno arriveranno i gomitoli di alpaca, di tutti i colori. A 10 euro l'etto, pura alpaca equa e solidale.
Mi piazza in mano il link del catalogo e mi invita a contattarla per dirle cosa voglio e quanto ne voglio.
A mio onore va il fatto di essermi trattenuta: ho ordinato i miei 5 etti di verde felce e non mi sono fatta tentare né dal blu né dall'arancione. Nemmeno quando li ho potuti vedere e toccare dal vivo.
Penso di aver trovato il filato ideale per un mio vecchio amore.



E infine sono andata a Filo lungo filo, nell'incredibile Villaggio Leumann di Torino. La fiera delle tentazioni.
Ho provato un cappotto strepitoso, a soli 150 euro, e me ne sono stata buonina.
Ho toccato lana, seta, alpaca, mohair, lino, cotone. Ancora mi rimane nel cuore un mohair e soia stupendo.
Ho preso una matassa di seta non tinta, 13 euro per un etto. La tingerò di giallo curcuma e ci farò qualcosa di fighissimo per le sere estive.
E ho ceduto al fascino di due matasse di seta tinta col campeggio, 14 euro all'etto. Per "accontentare" la mia amica Antonia, che mi rimprovera di vestirmi troppo oversize, ho deciso di farci questo (ho mai detto che adoro i free Ravelry download?).

E, per finire in bellezza, è stato pubblicato un pattern che ho avuto la fortuna di testare quest'inverno, Lujanta di Valentina Cosciani.
Devo ammettere che, mentre lo lavoravo, non ne ero molto convinta: era troppo diverso da ciò che avevo fatto fino ad allora e dubitavo che mi potesse stare bene.
E invece si è rivelato un capo-jolly, di quelli che stanno bene con tutto e in tutte le occasioni.
Tanto che, prima o poi, mi sa che me lo rifaccio in cotone.



mercoledì 1 ottobre 2014

Figli e libertà

(Riflessioni completamente mie, che non valgono come verità assolute e/o aforismi)

Il prezzo da pagare per la libertà è la solitudine.
Lo sapevo bene quando ero single.
Ma la solitudine è sempre stata mia amica: non per niente sono figlia unica e ben felice di esserlo.
La solitudine è come la sorella che non ho mai avuto: le voglio bene, ma ogni tanto è pesante. Però le voglio bene.
Purtroppo, la solitudine è incompatibile con la mia vita attuale. Altrettanto, devo ammettere, la libertà assoluta, quella libertà che ti permette di fare qualsiasi cosa senza ferire nessuno che abbia il diritto di sentirsi ferito.
Auguro ai miei figli di provarla, quella libertà. Per me è un caro ricordo.
Attenzione: non un rimpianto.
Non amo Luca per caso, non ho fatto i miei figli per caso.
Ho consapevolmente scelto di dire addio alla mia libertà, per amore.
Perché l'amore ti rende dipendente da chi ami: mio marito, i miei figli. Persino i miei gatti, il mio cane. Io non posso più vivere senza di loro.
Potrei sopravvivere, ma che senso avrebbe farlo di proposito?
E così non ho più la mia libertà. La mia solitudine.
Non sto a dire che in cambio ho un mondo d'amore: è scontato, chi rinuncerebbe al proprio bene più prezioso per qualcosa che vale di meno?
In cambio, ho una me stessa migliore.
Una che supera le paure e i limiti.
Una che urla e spacca, ma per ricomporre.
Una che si sente di poter conquistare il mondo, ma non gliene frega niente.
Perché il mondo ce l'ha già.

mercoledì 24 settembre 2014

Paura?


Domenica scorsa ero al mercato di Casteggio, con Daisy. Un'impresa.
La ragazza ha ancora qualche difficoltà a capire come si usa il guinzaglio, e quindi dobbiamo continuamente correggere la sua rotta per evitare che faccia cadere qualcuno (noi, tipicamente). Ci sta, fa tutto parte della famosa educazione su cui dobbiamo puntare.
Incrociamo (a non meno di 2 metri) una famiglia: padre, madre e figlia più o meno coetanea di Amelia. Visibilmente terrorizzata da Daisy, la bambina si ritrae stringendosi alla madre.
Ora, io non so cosa pensino quei genitori della fobia della figlia. Magari ne sono preoccupatissimi ma non riescono a venirne fuori, magari gli sembra una cosa accettabile. Non lo so.
E sinceramente penso anche che in una bambina ci stia una paura così: io ero terrorizzata dalle cimici, che non hanno dentoni.
Quello che non capisco sono le persone che questo genere di paura se lo portano nell'età adulta.
Voglio dire: da bambina e da adolescente, avevo un fottio di paure. Gli insetti, specialmente quelli che pungono, mi hanno sempre terrorizzata. Ma anche le cimici, le rane, i serpenti e chissà quante altre povere bestie a cui non fregava un bel nulla della mia esistenza.
Ma le paure sono fatte apposta per superarle. Io le ho superate, per la maggior parte.
Intendiamoci: non penso che mi terrò mai in casa un pitone e prendere in mano una cimice mi richiede uno sforzo di volontà. Ma si tratta di disgusto, non di quella paura irrazionale che ti fa scappare al primo ronzio.
Mi chiedo perché invece tanta gente se le coccoli così volentieri, le sue paure. Io penso che, a parte rare eccezioni (e di solito si tratta di persone che perlomeno hanno lottato), si tratti di comodi paraventi.
Certo, non paraventi evidenti come un "non posso andare a buttare l'umido, sono terrorizzata dai composter" oppure "non posso stirare le lenzuola, ho una fobia verso il ferro da stiro".
Ma qualcosa del genere.
Lavorare sulle tue paure significa allontanarsi dalla comfort zone. Significa chiedersi perché hai paura di questo o di quello, ammettere le tue debolezze. Significa anche mettersi in ascolto dell'altro, anche se si tratta di un'insignificante bestia. Perché, quando l'altro diventa comprensibile e prevedibile come noi, smette di fare paura.
Ecco, per carità, forse a volte mi farebbe bene che la gente avesse più paura del mio cane: al momento fare 100 metri è un percorso a ostacoli. Tutti la vogliono toccare, tutti mi chiedono. Se mi fermo in un angolo, Daisy diventa un polo di attrazione.
Però davvero: se avete paura di qualcosa al punto di non potervi nemmeno avvicinare, lavorateci sopra. Diventerete persone migliori e ne sarete contenti.

venerdì 19 settembre 2014

È un mondo difficile

E alla fine se ne vanno sempre i migliori. Tipo il mio HP portatile, di cui siamo stati privati da un problema hardware non meglio identificato.
Per fortuna avevo cambiato sistema operativo da pochi mesi, quindi era debitamente stato fatto il backup (e ciò che non è dentro l'hard disk esterno è ancora nella scheda SD della macchina fotografica).
Al momento mi appoggio a un vecchio e scorbutico Asus, che avevo dato per spacciato anni fa e che invece è stato resuscitato da Ubuntu. Ma scriverci è un incubo, dal momento che la tastiera ha un contatto e ad un certo punto comincia a sfornare X come se ci tenessi il dito sopra.
Insomma, questo per dire che da una settimana vorrei parlarvi di Daisy e di incontri con amici, postare foto e magari anche vedermi finalmente l'ultima stagione di True Blood.
E invece niente, vi tocca qualche parola al volo e le immagini di Instagram.

martedì 9 settembre 2014

Scoperte



Non so voi, ma da quando ho il cane scopro che l'Italia è piena di regole bizantine.
Tipo: sui treni Trenord puoi portare il cane (munito di biglietto ridotto, guinzaglio, museruola e finanche certificato dell'ASL - penso ci si riferisca alle informazioni connesse al chip), ma non nelle fasce orarie di punta. Capirei se non pagasse, ma paga come i bambini. E allora neanche i bambini posso portarli nelle fasce orarie protette? Oltretutto il cane si piazza comodamente sotto i sedili, mica occupa un posto. Vabbe'.

Mi informo sui posti dove posso portare il cane. Scopro che, con guinzaglio e museruola (quest'ultima in borsa, da mettere su richiesta di un'autorità competente), posso portarla praticamente ovunque, tranne (per legge) nei negozi di alimentari.
Salvo che poi in panetteria e in macelleria mi fanno segno di entrare, in barba alla legge.

Scopro anche che l'educazione apre molte porte.
Prima di entrare in un locale pubblico (IKEA, vari bar, negozi), nel dubbio chiedo sempre se posso entrare col cane (ed eventualmente quali sono le regole per farlo).
Finora ne ho sempre ricavato la massima disponibilità e persino ringraziamenti per aver chiesto, nessuno lo fa mai.

Certo, Daisy è carina e simpatica, attira i complimenti e le coccole.
Ma la maggior parte delle risposte mi sono state date senza che lei si palesasse in tutta la sua paraculaggine.
Forse, semplicemente, basta chiedere.

martedì 2 settembre 2014

A chi mi chiede del cane


Daisy è nella nostra vita da poco più di due settimane. Com'era prevedibile, l'ha rivoluzionata.
Per fortuna non si è trattata di una rivoluzione sanguinaria, modello 1789.
Direi più una cosa tipo i diritti civili alle donne: finalmente anche a casa nostra i cani hanno un rappresentante. E di che stazza: dalle zampotte che si ritrova, i 50 chili li raggiungerà tutti, senza sconti.
Senza indulgere nella retorica (mi è stato detto che i cani sono angeli mandati a vegliare su di noi... il che spiegherebbe perfettamente l'avversione dei gatti nei loro confronti), avere un cane è un'esperienza straordinaria, di cui avevo dimenticato le cose più belle.
È anche un'esperienza che richiede solide basi di mediazione culturale, una grande diplomazia e riflessi pronti (tipo quando ti vedi passare davanti una certa ciabatta, che dovrebbe stare sotto la tua sdraio e non in bocca al cane).
Com'era prevedibile, le gatte l'hanno presa male. Ognuna a modo suo.
Quarta si sente lesa nella sua posizione di alfa, e cerca di imporsi con la violenza su questa creatura che non rispetta la sua autorità (e che è grossa 4-5 volte lei).
Rachel soffre orribilmente di gelosia, perché la sua umana Amelia ha un rapporto speciale con Daisy.
Quarto è terrorizzato, con sprazzi di coraggio. Più che altro gradirebbe non essere inseguito.
Castigo rimane piuttosto indifferente, finché Daisy non attenta alla sua ciotola. Allora si incazza e le soffia.
A sorpresa, la più serena è la Pinta: appurato che la sua umana (io) continua a coccolarla e a dormire con lei (anzi, sotto di lei), si limita a evitare che il cane si prenda troppe confidenze.
C'è chi mi predice un roseo futuro in cui cane e gatti dormiranno insieme. Io penso che le cose saranno un po' più complicate: il cane e il gatto giaceranno insieme, ma uno dei due non dormirà molto

lunedì 1 settembre 2014

Non sono più una mamma



Lo so, magari suona arrogante. O falso. O provocatorio.
Ma il fatto è che capisco chi ci sta passando ex novo e quindi tutto è una scoperta, ma per me non è più così.
Non è più cercare di interpretare un pianto. O indovinare un'esigenza.
Se voglio sapere qualcosa, mi basta chiederlo. Posso parlare con i miei figli. Chiedere, ascoltare le risposte, al limite cercare di capire se crederci o no ("che cosa ti è successo?" "niente").
Ma chiunque può essere in grado di parlare con un bambino di 6 o 8 anni. Chiunque può chiedere a mio figlio se ha tanta o poca fame. Chiunque può aiutare Amelia a fare i compiti delle vacanze.
Non serve essere la mamma (o il papà).
In questa fase, mi sento più altro: sono quella che li coccola, che li guida, che ogni tanto li sgrida, quella che li limita e che li sprona. Sono quella che ringhia se fanno troppo ciocco, quella che gli ha fatto scoprire Harry Potter, quella con cui guardano Una mamma per amica e Grimm, quella che brontola quando le macchie non vanno via dalle magliette.
Ogni tanto mi sento una coinquilina tardona. Ogni tanto Malefica mi fa un baffo. Ma non sono più la mamma che spiava le loro espressioni e che da un urlo doveva cercare di capire se avevano fame o c'era il pannolino da cambiare.
Posso dirlo? Che sollievo.