Ieri Luca ed io parlavamo. Del futuro, della pensione, di cosa è plausibile aspettarci dalle nostre vite. Sognavamo.
Dicevamo: ma non si potrebbe andare in pensione un anno dopo ma godersi adesso un anno di pausa? Un anno in cui dedicarsi a ciò che ci tiene vivi, alle nostre passioni. Un anno per vedere come sarebbe se.
E poi, per carità, tornare a lavorare esattamente come oggi. Perché non è in spregio al nostro lavoro che vorremmo quell'anno: è solo perché le giornate non sono di 48 ore, e il lavoro ce le occupa tutte.
Lui vorrebbe quell'anno per provare a occuparsi solo dei suoi bonsai e di musica, io per non dover scrivere nei ritagli di tempo. Entrambi vorremmo un anno per vivere in un posto diverso dal nostro, che si tratti di Levanto o di un'isola o di Istanbul.
Ci chiedevamo se magari, risparmiando, riusciremmo a mettere da parte 30.000 euro per prenderci un'aspettativa e vivere quell'anno. Magari tra 10 anni, ma poi i figli adolescenti non se ne vorrebbero andare lontani dai loro amici per un anno. Magari tra 15, ma poi ci sarebbe da pagare l'università e magari anche preoccuparsi dei genitori anziani.
L'ideale sarebbe oggi, ma oggi non si può. Nemmeno per 6 mesi. Nemmeno per 3.
Oggi siamo all'economia di sussistenza, e prendere un'aspettativa non retribuita è impensabile. E poi dico la verità: sul mio lavoro ho nelle mie mani una serie di competenze che mi rendono preziosa, se mi fermassi adesso butterei via tutto.
Mi limito a sognare una piccola pausa. Sogno di essere seduta al sole, mano nella mano con Luca, a guardare i nostri figli che giocano.
E già il fatto di non volermi prendere una pausa anche da loro mi conforta: la mia vita è più felice di quanto si possa sperare.
lunedì 5 marzo 2012
giovedì 1 marzo 2012
Letture di febbraio
Romanzo sul nazismo: La culla del mio nemico di Sara Young. Boh. Per appassionare appassiona, ma lo trovo veramente inverosimile, quel tipo di inverosimiglianza che fa a cazzotti con l'ambientazione della storia. Inutile.
Storia vera: Un'eredità di avorio e ambra di Edmund de Waal. Interessantissimo excursus tra Parigi di metà/fine Ottocento, Vienna del primo Novecento e Tokyo dagli anni Cinquanta a oggi. Bello, curato, mai banale. Ma gridare al capolavoro mi pare eccessivo.
Romanzo fantastico e un po' struggente: Bambini nel bosco di Beatrice Masini. Si immagina un centro di raccolta dei bambini sopravvissuti a una catastrofe tipo nucleare, un posto dove i bambini sono trattati come bestie selvatiche da tener buone. La fuga di un gruppetto diventa un'avventura nel bosco. Sono stata un po' delusa dal finale: secondo me è troppo banale/semplicistico. Però lo consiglierei.
Romanzo familiare: Villa Ventosa di Anne Fine. Questo libro sembra scritto per me. Da un lato, perché mio marito e i suoi fratelli hanno anche loro un giardino della loro favoleggiata infanzia, un luogo della memoria e della nostalgia che solo da alcuni anni Luca sta cominciando a vedere per quello che è, ovvero un posto dove sono stati molto felici ma non per questo intoccabile o invendibile. Dall'altro, perché mi ci vorrebbe un attimo per diventare come la signora Collett (che non a caso si chiama Lilith, l'antimadre per eccellenza): la dolcezza e la disponibilità delle madri non sono il mio forte, mi vien facile essere scostante e velenosa. Questa figura è un monito granitico: fa' qualsiasi cosa pur di non diventare così.
Feuilleton: La notte ha cambiato rumore di Maria Duenas. Verboso: ho letto velocemente un sacco di pagine inutili ai fini della storia, digressioni che come editor avrei tagliato. La vicenda è rocambolesca e a tratti inverosimile, ma credibile e avvincente. Mi piace molto il modo in cui è formulato il finale, originale. Leggibile, ma non imperdibile.
Uno e trino: Switched, che fa parte della Trylle Trilogy di Amanda Hocking. Sì, lo so che devo piantarla di fare la dura e pure di bullarmene. Quindi questo romanzo è un ottimo modo per diventare un po' più morbida e fluffy. Non so voi, ma io quando leggo di primi amori e inizi di un amore mi sciolgo. Sarà che mi ricordo com'era per me e come oggi è giusto non sia più (dopo 8 anni di convivenza e due figli? Dai, c'è un amore immenso, ma l'incertezza e la timidezza dei primi tempi non ci sono più). Voglio assolutamente leggere i seguiti.
Storia vera: Un'eredità di avorio e ambra di Edmund de Waal. Interessantissimo excursus tra Parigi di metà/fine Ottocento, Vienna del primo Novecento e Tokyo dagli anni Cinquanta a oggi. Bello, curato, mai banale. Ma gridare al capolavoro mi pare eccessivo.
Romanzo fantastico e un po' struggente: Bambini nel bosco di Beatrice Masini. Si immagina un centro di raccolta dei bambini sopravvissuti a una catastrofe tipo nucleare, un posto dove i bambini sono trattati come bestie selvatiche da tener buone. La fuga di un gruppetto diventa un'avventura nel bosco. Sono stata un po' delusa dal finale: secondo me è troppo banale/semplicistico. Però lo consiglierei.
Romanzo familiare: Villa Ventosa di Anne Fine. Questo libro sembra scritto per me. Da un lato, perché mio marito e i suoi fratelli hanno anche loro un giardino della loro favoleggiata infanzia, un luogo della memoria e della nostalgia che solo da alcuni anni Luca sta cominciando a vedere per quello che è, ovvero un posto dove sono stati molto felici ma non per questo intoccabile o invendibile. Dall'altro, perché mi ci vorrebbe un attimo per diventare come la signora Collett (che non a caso si chiama Lilith, l'antimadre per eccellenza): la dolcezza e la disponibilità delle madri non sono il mio forte, mi vien facile essere scostante e velenosa. Questa figura è un monito granitico: fa' qualsiasi cosa pur di non diventare così.
Feuilleton: La notte ha cambiato rumore di Maria Duenas. Verboso: ho letto velocemente un sacco di pagine inutili ai fini della storia, digressioni che come editor avrei tagliato. La vicenda è rocambolesca e a tratti inverosimile, ma credibile e avvincente. Mi piace molto il modo in cui è formulato il finale, originale. Leggibile, ma non imperdibile.
Uno e trino: Switched, che fa parte della Trylle Trilogy di Amanda Hocking. Sì, lo so che devo piantarla di fare la dura e pure di bullarmene. Quindi questo romanzo è un ottimo modo per diventare un po' più morbida e fluffy. Non so voi, ma io quando leggo di primi amori e inizi di un amore mi sciolgo. Sarà che mi ricordo com'era per me e come oggi è giusto non sia più (dopo 8 anni di convivenza e due figli? Dai, c'è un amore immenso, ma l'incertezza e la timidezza dei primi tempi non ci sono più). Voglio assolutamente leggere i seguiti.
lunedì 27 febbraio 2012
Il più grande spettacolo
Premessa: nella mia vita ci sono alcune persone che risplendono come fari sia per la loro bravura professionale sia per la loro umanità. Si contano sulle dita delle mani, purtroppo. Una ho avuto la fortuna di sposarla. Un'altra è la mia maestra di danza, che questo weekend ha organizzato un evento davvero eccezionale.
Insieme a un'amica, ho deciso di partecipare a due workshop dei due ospiti internazionali, Illan ed Elisheva.
Da Illan non sapevo bene che cosa aspettarmi: un ragazzino di 18 anni, bravo sul palco ma chissà come insegnante... Ecco, quel ragazzino di 18 anni è stato un insegnante fenomenale: comunicativo, chiaro, interessante. Oltre ad essere simpatico e disponibile.
Insomma, dopo 10 minuti ero già pronta a stalkerare sua madre (presente, ma discreta e simpaticissima anche lei) per farmi insegnare come crescere i miei figli così: capaci di sfruttare il proprio talento ma senza per questo smettere di coltivare la propria umanità.
Elisheva, che sul palco rende 100 volte di più che nei video, si è dimostrata altrettanto brava come insegnante. Di lei, oltre alle doti umane, ho apprezzato la grande esperienza, il controllo di parti apparentemente insignificanti del corpo, il metodo, l'originalità. Un'altra insegnante che terrò d'occhio nei suoi prossimi passaggi in Italia.
Penso che però molto del merito vada anche all'organizzatrice dell'evento, che ha fatto sentire tutti come in una grande famiglia, e alla location delle attività didattiche, che ci ha contenuti tutti in un ambiente adeguatamente ampio ma raccolto. Sicuramente non sarebbe stata la stessa cosa, se fossimo stati in un salone enorme in 100.
Dello spettacolo mi è dispiaciuta una sola cosa: che Amelia, che fino all'ultimo è stata indecisa se venire o no, abbia scelto di rimanere dalla nonna. Sicuramente si sarebbe perdutamente innamorata di Illan e sarebbe rimasta incantata dai pezzi di De Nova Luce e della Carovana Tribale.
Io e Luca lo spettacolo ce lo siamo goduto proprio. E segnaliamo con grande calore agli amici romani che il weekend prossimo si replica dalle loro parti: io non me lo perderei.
Insieme a un'amica, ho deciso di partecipare a due workshop dei due ospiti internazionali, Illan ed Elisheva.
Da Illan non sapevo bene che cosa aspettarmi: un ragazzino di 18 anni, bravo sul palco ma chissà come insegnante... Ecco, quel ragazzino di 18 anni è stato un insegnante fenomenale: comunicativo, chiaro, interessante. Oltre ad essere simpatico e disponibile.
Insomma, dopo 10 minuti ero già pronta a stalkerare sua madre (presente, ma discreta e simpaticissima anche lei) per farmi insegnare come crescere i miei figli così: capaci di sfruttare il proprio talento ma senza per questo smettere di coltivare la propria umanità.
Elisheva, che sul palco rende 100 volte di più che nei video, si è dimostrata altrettanto brava come insegnante. Di lei, oltre alle doti umane, ho apprezzato la grande esperienza, il controllo di parti apparentemente insignificanti del corpo, il metodo, l'originalità. Un'altra insegnante che terrò d'occhio nei suoi prossimi passaggi in Italia.
Penso che però molto del merito vada anche all'organizzatrice dell'evento, che ha fatto sentire tutti come in una grande famiglia, e alla location delle attività didattiche, che ci ha contenuti tutti in un ambiente adeguatamente ampio ma raccolto. Sicuramente non sarebbe stata la stessa cosa, se fossimo stati in un salone enorme in 100.
Dello spettacolo mi è dispiaciuta una sola cosa: che Amelia, che fino all'ultimo è stata indecisa se venire o no, abbia scelto di rimanere dalla nonna. Sicuramente si sarebbe perdutamente innamorata di Illan e sarebbe rimasta incantata dai pezzi di De Nova Luce e della Carovana Tribale.
Io e Luca lo spettacolo ce lo siamo goduto proprio. E segnaliamo con grande calore agli amici romani che il weekend prossimo si replica dalle loro parti: io non me lo perderei.
giovedì 23 febbraio 2012
Ordine e pulizia
OK, lo ammetto: ultimamente sono spesso su Pinterest. Mi ipnotizza, mi dà un sacco di spunti, mi incuriosisce. Mi piace sia vedere i pin dei miei preferiti sia andare nel grande mare indifferenziato.
Faccio finta di non vedere le ricette, mi beo di paesaggi che forse non vedrò mai, metto da parte immagini che mi piacciono ma non so perché, sbavo su alcuni arredamenti e alcune case. Più sulle case, ammetto: gli arredamenti spesso sarebbero tranquillamente alla mia portata, nulla che non si possa fare con un po' di IKEA e qualche mobile di recupero.
Ma qui casca l'asino: in realtà casa mia non è brutta, almeno nei posti che abbiamo potuto "pensare" meglio (ovvero cucina e soggiorno). Anzi, penso che non abbia niente da invidiare a certe case che sono su Pinterest.
I problemi sono 2: da un lato la mancanza di ordine e dall'altro la mancanza di stile del disordine. Mi spiego: se non riesci a mettere in ordine, puoi sempre avere un certo stile nel tuo casino. Ciò è possibile di solito se vivi da solo o se tu e il tuo compagno avete lo stesso identico stile. Altrimenti, l'unica soluzione per apparire cool è l'ordine. Che significa ogni cosa al suo posto e un posto per ogni cosa.
Ora non voglio attaccare il pippone che a casa mia sono l'unica che pensa all'ordine e che ne ho piene le palle di trovarlo io, il posto per ogni cosa. Non è vero: quando mi sono lavata le mani del disordine dei giocattoli, ci ha pensato Luca. E sto progettando di comprare un robot aspirapolvere da programmare tutte le sere, per educare i miei figli a riordinare prima di salire in camera.
Però, quando riesco a guardare la mia casa ordinata e pulita, mi chiedo proprio perché sbavare su case altrui. La soluzione ci sarebbe: sopprimere gatti e bambini. Oppure aspettare che si tolgano dalle palle, tra quei 15-20 anni.
Faccio finta di non vedere le ricette, mi beo di paesaggi che forse non vedrò mai, metto da parte immagini che mi piacciono ma non so perché, sbavo su alcuni arredamenti e alcune case. Più sulle case, ammetto: gli arredamenti spesso sarebbero tranquillamente alla mia portata, nulla che non si possa fare con un po' di IKEA e qualche mobile di recupero.
Ma qui casca l'asino: in realtà casa mia non è brutta, almeno nei posti che abbiamo potuto "pensare" meglio (ovvero cucina e soggiorno). Anzi, penso che non abbia niente da invidiare a certe case che sono su Pinterest.
I problemi sono 2: da un lato la mancanza di ordine e dall'altro la mancanza di stile del disordine. Mi spiego: se non riesci a mettere in ordine, puoi sempre avere un certo stile nel tuo casino. Ciò è possibile di solito se vivi da solo o se tu e il tuo compagno avete lo stesso identico stile. Altrimenti, l'unica soluzione per apparire cool è l'ordine. Che significa ogni cosa al suo posto e un posto per ogni cosa.
Ora non voglio attaccare il pippone che a casa mia sono l'unica che pensa all'ordine e che ne ho piene le palle di trovarlo io, il posto per ogni cosa. Non è vero: quando mi sono lavata le mani del disordine dei giocattoli, ci ha pensato Luca. E sto progettando di comprare un robot aspirapolvere da programmare tutte le sere, per educare i miei figli a riordinare prima di salire in camera.
Però, quando riesco a guardare la mia casa ordinata e pulita, mi chiedo proprio perché sbavare su case altrui. La soluzione ci sarebbe: sopprimere gatti e bambini. Oppure aspettare che si tolgano dalle palle, tra quei 15-20 anni.
giovedì 16 febbraio 2012
Del lavoro e altri demoni
Ultimamente sono capitate un po' di cose che mi hanno fatto rimuginare sul tema del lavoro, e non solo della sua conciliazione con la maternità: della sua conciliazione con le nostre esigenze e aspettative.
Fatto n. 1: messa alle strette dal marito per una serie di circostanze, una mia amica decide di lasciare il lavoro di libera professionista, che lei amava tanto e che ormai aveva ingranato, e cercarsi un part time da dipendente / co.co.co.
Fatto n. 2: un'altra amica, dipendente a tempo indeterminato in un'azienda che la tratta da schiava e per cui è costretta a fare la pendolare, si licenzia perché è stufa di aver voglia di vomitare ogni volta che fa la strada per l'ufficio. La capisco e spero che trovi presto un lavoro migliore.
Fatto n. 3: una terza amica viene presa in prova dall'azienda dei suoi sogni, a fare il lavoro che le piace e le viene meglio, con un orario part time decisamente comodo e uno stipendio più che dignitoso.
Fatto n. 4: ieri leggo da Emily un post che parla di un caso di tentata conciliazione tra datore di lavoro e lavoratrice tornata dalla maternità.
Il fatto è che io non so cosa pensare di questo sistema di lavoro. L'articolo 18 va benissimo, ma è anche il fallimento della nostra società. Perché? Perché in realtà, in un mercato del lavoro ricco e dinamico e in una società dove le tutele sociali sono ben gestite dallo Stato, l'articolo 18 e il mito del posto fisso non avrebbero ragione di esistere.
Prendiamo il mio caso. Non ho fatto fatica a trovare il mio primo lavoro, a 24 anni, e mi ci sono trovata così bene che, anni dopo, quando ormai ero da un'altra parte, il mio primo datore di lavoro è tornato a cercarmi. Ho rifiutato perché sapevo di voler mettere su famiglia e i ritmi di quell'azienda, che pure continuo ad amare, non sarebbero stati conciliabili con i miei, soprattutto durante i primi anni.
A volte ho rimpianto quella scelta, altre volte mi son detta che era indispensabile. Dopo la prima maternità, mi sono vista sottrarre un progetto che mi era stato promesso (e a cui avevo dato tutta la mia disponibilità). Sono entrata nello Stato, mi sono mortificata in un posto di lavoro orrendo a fare un lavoro per cui nessuno mi ha mai addestrata. E poi sono stata graziata con il trasferimento nel mio posto attuale.
Dal 2006 fino alla fine del 2010, ho dato a nido, tate, baby sitter e servizi comunali non meno di 400 euro al mese (in media 600/650, con punte di 1000, ovvero l'intero mio stipendo, nel mese di settembre). Sono stata costretta ad avere due auto, perché nel posto in cui vivo non è pensabile diversamente se entrambi lavorano.
Avrei fatto queste scelte se fossi stata sicura di trovare un lavoro alla fine di quel periodo? Io penso di no. Avrei sicuramente cercato di lavorare, magari da casa o magari part time, nel periodo tra un figlio e l'altro, ma non penso né che mi sarei trascinata una situazione così brutta per amore del posto fisso né che avrei odiato così tanto il ritorno al lavoro.
Ovviamente parlo per me: ci sono invece tante donne che sentono l'esigenza di tornare al lavoro pochi mesi dopo il parto. E per loro uno Stato civile potrebbe approntare nidi pubblici e servizi più aderenti alle esigenze del mondo del lavoro (per esempio, non una scuola con 3 mesi di vacanze estive e giorni di ferie sparsi a tradimento qua e là). Non parliamo poi del congedo parentale obbligatorio per i padri, che è ormai un mio vecchio cavallo di battaglia.
Adesso che i miei figli sono più grandi, la mia presenza sul lavoro è la stessa di una childfree: adesso, se non vivessi in uno Stato in cui il mercato del lavoro è veramente infame, potrei tornare a cercare un lavoro impegnativo, in grado di sfruttare le mie competenze e la mia maturità.
Per fortuna è quello che casualmente mi sta capitando nella mia struttura: sto crescendo in un ambito in via di sviluppo e probabilmente mi capiterà di fare cose interessanti.
E vedo che, nello Stato, il mio percorso è piuttosto comune: fai un periodo-purgatorio in cui, per via dei bambini piccoli, si sa che non sei affidabile (a meno che di non avere una mamma o suocera pensionate alle spalle), poi, se dimostri il tuo valore, la tua carriera riprende.
Ma quante aziende private se lo possono permettere? Perché, dal momento che si tratta di costi sociali, non se ne fa carico lo Stato? Ovviamente già paga i congedi parentali e le assenze per malattia dei figli (che inspiegabilmente non vengono sottoposte a controllo da parte del medico fiscale: perché?), ma i costi per le aziende sono molto più alti: ci sono lavori interrotti, sostituti da prendere al di là del periodo di congedo, magari anche decisioni da prendere in modo imparziale, cosa per cui sarebbe bene istituire una specie di giudice del lavoro.
E in questo caso il congedo parentale esteso ai padri può tamponare la questione solo parzialmente: in periodi particolarmente pieni per l'uno si può pesare più sull'altro, ma se i periodi di piena coincidono?
Insomma, io una soluzione in tasca non ce l'ho, ma mi chiedo se sono la sola a farmi certe domande.
Fatto n. 1: messa alle strette dal marito per una serie di circostanze, una mia amica decide di lasciare il lavoro di libera professionista, che lei amava tanto e che ormai aveva ingranato, e cercarsi un part time da dipendente / co.co.co.
Fatto n. 2: un'altra amica, dipendente a tempo indeterminato in un'azienda che la tratta da schiava e per cui è costretta a fare la pendolare, si licenzia perché è stufa di aver voglia di vomitare ogni volta che fa la strada per l'ufficio. La capisco e spero che trovi presto un lavoro migliore.
Fatto n. 3: una terza amica viene presa in prova dall'azienda dei suoi sogni, a fare il lavoro che le piace e le viene meglio, con un orario part time decisamente comodo e uno stipendio più che dignitoso.
Fatto n. 4: ieri leggo da Emily un post che parla di un caso di tentata conciliazione tra datore di lavoro e lavoratrice tornata dalla maternità.
Il fatto è che io non so cosa pensare di questo sistema di lavoro. L'articolo 18 va benissimo, ma è anche il fallimento della nostra società. Perché? Perché in realtà, in un mercato del lavoro ricco e dinamico e in una società dove le tutele sociali sono ben gestite dallo Stato, l'articolo 18 e il mito del posto fisso non avrebbero ragione di esistere.
Prendiamo il mio caso. Non ho fatto fatica a trovare il mio primo lavoro, a 24 anni, e mi ci sono trovata così bene che, anni dopo, quando ormai ero da un'altra parte, il mio primo datore di lavoro è tornato a cercarmi. Ho rifiutato perché sapevo di voler mettere su famiglia e i ritmi di quell'azienda, che pure continuo ad amare, non sarebbero stati conciliabili con i miei, soprattutto durante i primi anni.
A volte ho rimpianto quella scelta, altre volte mi son detta che era indispensabile. Dopo la prima maternità, mi sono vista sottrarre un progetto che mi era stato promesso (e a cui avevo dato tutta la mia disponibilità). Sono entrata nello Stato, mi sono mortificata in un posto di lavoro orrendo a fare un lavoro per cui nessuno mi ha mai addestrata. E poi sono stata graziata con il trasferimento nel mio posto attuale.
Dal 2006 fino alla fine del 2010, ho dato a nido, tate, baby sitter e servizi comunali non meno di 400 euro al mese (in media 600/650, con punte di 1000, ovvero l'intero mio stipendo, nel mese di settembre). Sono stata costretta ad avere due auto, perché nel posto in cui vivo non è pensabile diversamente se entrambi lavorano.
Avrei fatto queste scelte se fossi stata sicura di trovare un lavoro alla fine di quel periodo? Io penso di no. Avrei sicuramente cercato di lavorare, magari da casa o magari part time, nel periodo tra un figlio e l'altro, ma non penso né che mi sarei trascinata una situazione così brutta per amore del posto fisso né che avrei odiato così tanto il ritorno al lavoro.
Ovviamente parlo per me: ci sono invece tante donne che sentono l'esigenza di tornare al lavoro pochi mesi dopo il parto. E per loro uno Stato civile potrebbe approntare nidi pubblici e servizi più aderenti alle esigenze del mondo del lavoro (per esempio, non una scuola con 3 mesi di vacanze estive e giorni di ferie sparsi a tradimento qua e là). Non parliamo poi del congedo parentale obbligatorio per i padri, che è ormai un mio vecchio cavallo di battaglia.
Adesso che i miei figli sono più grandi, la mia presenza sul lavoro è la stessa di una childfree: adesso, se non vivessi in uno Stato in cui il mercato del lavoro è veramente infame, potrei tornare a cercare un lavoro impegnativo, in grado di sfruttare le mie competenze e la mia maturità.
Per fortuna è quello che casualmente mi sta capitando nella mia struttura: sto crescendo in un ambito in via di sviluppo e probabilmente mi capiterà di fare cose interessanti.
E vedo che, nello Stato, il mio percorso è piuttosto comune: fai un periodo-purgatorio in cui, per via dei bambini piccoli, si sa che non sei affidabile (a meno che di non avere una mamma o suocera pensionate alle spalle), poi, se dimostri il tuo valore, la tua carriera riprende.
Ma quante aziende private se lo possono permettere? Perché, dal momento che si tratta di costi sociali, non se ne fa carico lo Stato? Ovviamente già paga i congedi parentali e le assenze per malattia dei figli (che inspiegabilmente non vengono sottoposte a controllo da parte del medico fiscale: perché?), ma i costi per le aziende sono molto più alti: ci sono lavori interrotti, sostituti da prendere al di là del periodo di congedo, magari anche decisioni da prendere in modo imparziale, cosa per cui sarebbe bene istituire una specie di giudice del lavoro.
E in questo caso il congedo parentale esteso ai padri può tamponare la questione solo parzialmente: in periodi particolarmente pieni per l'uno si può pesare più sull'altro, ma se i periodi di piena coincidono?
Insomma, io una soluzione in tasca non ce l'ho, ma mi chiedo se sono la sola a farmi certe domande.
martedì 7 febbraio 2012
A cavallo
Ieri Ettore si è goduto la prima parte del suo regalo di compleanno: la prima lezione di un corso di equitazione.
Qualche mese fa, alla fiera del paese, avevamo visto questo recinto in cui si poteva fare un giro sui pony più bassi che abbia mai visto. In un primo tempo, né Ettore né Amelia avevano voluto provare. Poi, senza che io insistessi o nominassi di nuovo quei pony, Ettore ha cambiato idea e ha voluto salirci.
Ho preso informazioni sul maneggio (è a 10-15 minuti da casa mia, appena oltre il ponte di barche) e ho scoperto che non accettavano allievi fino ai 4 anni. Quindi ho concordato con Ettore che il corso di equitazione sarebbe stato il suo regalo di compleanno.
Quindi qualche giorno prima ho chiamato e mi sono messa d'accordo con la titolare per ieri pomeriggio.
Ettore è stato bardato di tutto punto (cap, tartaruga, stivaletti) e ha fatto quasi mezz'ora di esercizi su un pony alto come un tavolo da cucina: esercizi essenzialmente di equilibrio, per abituarlo a stare in sella senza tenersi.
Verso la fine, ha preferito non continuare perché aveva troppo freddo (e ne faceva, anche se eravamo al coperto e al semichiuso).
Però è stato contento e ha espresso il desiderio di fare altre lezioni. Quindi ho firmato tutti i moduli e la prossima volta pagheremo assicurazione e tesserino.
Spero e penso che per lui sarà una bella esperienza: abituato com'è ai bovini, imparerà anche come trattare i cavalli e svilupperà sicuramente una relazione affettiva col "suo" pony. Penso che gli farà bene avere un rapporto con una creatura su cui la sua ruffianeria non ha presa (a differenza degli umani).
La prossima lezione è tra due settimane. Sperando che questo freddo sia solo un lontano ricordo.
Qualche mese fa, alla fiera del paese, avevamo visto questo recinto in cui si poteva fare un giro sui pony più bassi che abbia mai visto. In un primo tempo, né Ettore né Amelia avevano voluto provare. Poi, senza che io insistessi o nominassi di nuovo quei pony, Ettore ha cambiato idea e ha voluto salirci.
Ho preso informazioni sul maneggio (è a 10-15 minuti da casa mia, appena oltre il ponte di barche) e ho scoperto che non accettavano allievi fino ai 4 anni. Quindi ho concordato con Ettore che il corso di equitazione sarebbe stato il suo regalo di compleanno.
Quindi qualche giorno prima ho chiamato e mi sono messa d'accordo con la titolare per ieri pomeriggio.
Ettore è stato bardato di tutto punto (cap, tartaruga, stivaletti) e ha fatto quasi mezz'ora di esercizi su un pony alto come un tavolo da cucina: esercizi essenzialmente di equilibrio, per abituarlo a stare in sella senza tenersi.
Verso la fine, ha preferito non continuare perché aveva troppo freddo (e ne faceva, anche se eravamo al coperto e al semichiuso).
Però è stato contento e ha espresso il desiderio di fare altre lezioni. Quindi ho firmato tutti i moduli e la prossima volta pagheremo assicurazione e tesserino.
Spero e penso che per lui sarà una bella esperienza: abituato com'è ai bovini, imparerà anche come trattare i cavalli e svilupperà sicuramente una relazione affettiva col "suo" pony. Penso che gli farà bene avere un rapporto con una creatura su cui la sua ruffianeria non ha presa (a differenza degli umani).
La prossima lezione è tra due settimane. Sperando che questo freddo sia solo un lontano ricordo.
mercoledì 1 febbraio 2012
Letture di gennaio
Gennaio è stato un buon mese per le mie letture: a parte le vacanze, c'è stata anche una simpatica settimana di malattia, durante la quale l'unica cosa bella è stata leggere.
Saggistica: finalmente mi sono confrontata con la famosa opera di Margaret Murray, Le streghe dell'Europa Occidentale. Sinceramente però sono un po' perplessa: le prove raccolte dalla Murray riguardo rituali e credenze delle streghe dal XV secolo mi sembrano raccontare un culto più satanico che dianico. Insomma, non c'è neanche la preminenza di una divinità femminile, bensì di un dio maschio! Credo che la Murray sia stata un'ottima pioniera in questo genere di studi, ma che ormai abbia più senso leggere saggi più recenti.
Romanzo storico: La dea dei cavalli di Morgan Llywelyn, anche se di storico ha ben poco. La storia è appassionante e divertente, ma decisamente squilibrata. Forse me la sarei goduta di più se a) non avesse avuto pretese di storicità ma fosse stato un romanzo fantasy b) la terza e ultima parte non fosse stata liquidata in 20-30 paginette.
Romanzo psicologico: Un'inquietante simmetria. Sicuramente una goduria per chi conosce bene Londra, quindi punto a favore. La storia è davvero inquietante, sempre giocata sul filo della tensione psicologica con un (bel) po' di paranormale. Trovo un po' deludente il colpo di scena finale, anche se è abbastanza nella natura del personaggio (e non spoilero oltre).
Romanzo fantascientifico: Sono il numero quattro. Romanzo young adult godibile, anche se a noi "grandi" viene il nervoso per qualche piccola idiozia da adolescente. A momenti riuscivo quasi a commuovermi sul finale.
Romanzo avventuroso: La tenerezza dei lupi. Non so voi, ma io sono cresciuta con Zanna Bianca e Il richiamo della foresta. Qui l'ambientazione è la stessa: l'Alaska in quei tempi lì, con il contorno di natura, rapporto con i nativi e con le risorse locali, aspettative dei coloni, eccetera. Il tutto mischiato con un piccolo intrigo e con tanta umanità nel senso non buonista del termine.
Romanzo di vampiri: Il profumo del sangue. Che mmerda! Immaginavo una cazzata, ma non così poderosa. Immaginatevi i peggio romanzi di Anita Blake, quelli dopo la svolta porno-soft, e infilateci dentro degli angeli arrapati. Ho reso l'idea?
Giallo storico: La signora dell'arte della morte. Una specie di Kay Scarpetta del 1100. Se si supera l'estrema inverosimiglianza del tutto (un medico legale donna nubile nell'Inghilterra del 1100, ne vogliamo parlare di quanto velocemente sarebbe stata messa su una pira?), godibile e divertente. Uno svuotacervello intelligente stile Fratello Cadfael o Owen Archer.
Romanzo di spionaggio: L'arma segreta di Stella Rimington. Non so se l'ex capo dell'MI5 sia un vero talento o se abbia un bravissimo ghost writer, ma mi piace proprio: storie verosimili, intrecci funzionanti e personaggi azzeccatissimi. Liz è poco più che un'impiegata statale come me, ma è candidata ad essere uno dei miei personaggi preferiti in assoluto.
Giallo scandinavo: Al lupo al lupo! di Karin Fossum. Bello, ben fatto, quello che ti aspetti da un giallo. Da non leggere se: avete un bambino neonato, avete un bambino a cui dovete decidere di concedere un po' di autonomia, avete un figlio adolescente inquieto, siete malati, vi fate menate sull'età. Insomma, è un libro destabilizzate, da leggere solo quando si è in stato di felicità zen.
Romanzo fantasy: Inheritance. Qualcosa come 800 e rotti pagine per raccontare una storia che la Rowling avrebbe riassunto in 10 pagine, emozionandoci. Il successo di Paolini è per me la cosa più inspiegabile al mondo, da segnalare al CICAP. Vi dico solo che fino all'ultimo (ovvero a 100 pagine dalla fine, sigh!) ho vivamente sperato che il drago del cattivo si magnasse tutti i buoni senza neanche arrostirli. O che, in alternativa, morissero tutti spontaneamente di dissenteria fulminante. Mi si dirà: e perché te lo sei letto tutto, 'sto benedetto ciclo? Perché ne avevo il tempo e perché odio lasciare le saghe a metà, ma lo considero una vera perdita di energie cerebrali.
Saggio antropologico: La stirpe di Dracula di Massimo Introvigne. L'ho sentito citare in varie situazioni, ma non avevo mai avuto modo di metterci sopra le mani. Beh, ottimo saggio, molto interessante. Peccato che, essendo stato pubblicato a fine anni Novanta, non possa comprendere tutto il fenomeno dei vampiri per adolescenti, da Buffy la serie TV in poi. Per il mio punto di vista, è stata molto interessante la parte sull'origine del mito del vampiro, che mi ha permesso di collocare correttamente una conferenza ascoltata un paio d'anni fa.
Storia edificante: Bambini di farina di Anne Fine. Lo farei leggere a un ragazzino delle medie, quell'età in cui si disprezzano i genitori a prescindere e si ha sempre ragione. E, se fossi un insegnante di una scuola in cui si può fare, ripeterei l'esperimento: dev'essere moooooolto interessante.
Romanzo bimbiminkia: Rebel di Alexandra Adornetto. Lo ammetto: nella prima metà, sia pure con tutte le sue ingenuità, il romanzo mi ha incuriosita. Non era male, all'inizio, neanche la figura dell'emissario delle tenebre. Da 2/3 in poi purtroppo si sbraca: il cattivo ripercorre tutto il manuale del cattivo da manuale, quella cattiveria stupida e con poche chances di successo. Ovvio che da lì in poi la protagonista non se lo fila e la storia diventa una stronzata. Occasione sprecata.
Saggistica: finalmente mi sono confrontata con la famosa opera di Margaret Murray, Le streghe dell'Europa Occidentale. Sinceramente però sono un po' perplessa: le prove raccolte dalla Murray riguardo rituali e credenze delle streghe dal XV secolo mi sembrano raccontare un culto più satanico che dianico. Insomma, non c'è neanche la preminenza di una divinità femminile, bensì di un dio maschio! Credo che la Murray sia stata un'ottima pioniera in questo genere di studi, ma che ormai abbia più senso leggere saggi più recenti.
Romanzo storico: La dea dei cavalli di Morgan Llywelyn, anche se di storico ha ben poco. La storia è appassionante e divertente, ma decisamente squilibrata. Forse me la sarei goduta di più se a) non avesse avuto pretese di storicità ma fosse stato un romanzo fantasy b) la terza e ultima parte non fosse stata liquidata in 20-30 paginette.
Romanzo psicologico: Un'inquietante simmetria. Sicuramente una goduria per chi conosce bene Londra, quindi punto a favore. La storia è davvero inquietante, sempre giocata sul filo della tensione psicologica con un (bel) po' di paranormale. Trovo un po' deludente il colpo di scena finale, anche se è abbastanza nella natura del personaggio (e non spoilero oltre).
Romanzo fantascientifico: Sono il numero quattro. Romanzo young adult godibile, anche se a noi "grandi" viene il nervoso per qualche piccola idiozia da adolescente. A momenti riuscivo quasi a commuovermi sul finale.
Romanzo avventuroso: La tenerezza dei lupi. Non so voi, ma io sono cresciuta con Zanna Bianca e Il richiamo della foresta. Qui l'ambientazione è la stessa: l'Alaska in quei tempi lì, con il contorno di natura, rapporto con i nativi e con le risorse locali, aspettative dei coloni, eccetera. Il tutto mischiato con un piccolo intrigo e con tanta umanità nel senso non buonista del termine.
Romanzo di vampiri: Il profumo del sangue. Che mmerda! Immaginavo una cazzata, ma non così poderosa. Immaginatevi i peggio romanzi di Anita Blake, quelli dopo la svolta porno-soft, e infilateci dentro degli angeli arrapati. Ho reso l'idea?
Giallo storico: La signora dell'arte della morte. Una specie di Kay Scarpetta del 1100. Se si supera l'estrema inverosimiglianza del tutto (un medico legale donna nubile nell'Inghilterra del 1100, ne vogliamo parlare di quanto velocemente sarebbe stata messa su una pira?), godibile e divertente. Uno svuotacervello intelligente stile Fratello Cadfael o Owen Archer.
Romanzo di spionaggio: L'arma segreta di Stella Rimington. Non so se l'ex capo dell'MI5 sia un vero talento o se abbia un bravissimo ghost writer, ma mi piace proprio: storie verosimili, intrecci funzionanti e personaggi azzeccatissimi. Liz è poco più che un'impiegata statale come me, ma è candidata ad essere uno dei miei personaggi preferiti in assoluto.
Giallo scandinavo: Al lupo al lupo! di Karin Fossum. Bello, ben fatto, quello che ti aspetti da un giallo. Da non leggere se: avete un bambino neonato, avete un bambino a cui dovete decidere di concedere un po' di autonomia, avete un figlio adolescente inquieto, siete malati, vi fate menate sull'età. Insomma, è un libro destabilizzate, da leggere solo quando si è in stato di felicità zen.
Romanzo fantasy: Inheritance. Qualcosa come 800 e rotti pagine per raccontare una storia che la Rowling avrebbe riassunto in 10 pagine, emozionandoci. Il successo di Paolini è per me la cosa più inspiegabile al mondo, da segnalare al CICAP. Vi dico solo che fino all'ultimo (ovvero a 100 pagine dalla fine, sigh!) ho vivamente sperato che il drago del cattivo si magnasse tutti i buoni senza neanche arrostirli. O che, in alternativa, morissero tutti spontaneamente di dissenteria fulminante. Mi si dirà: e perché te lo sei letto tutto, 'sto benedetto ciclo? Perché ne avevo il tempo e perché odio lasciare le saghe a metà, ma lo considero una vera perdita di energie cerebrali.
Saggio antropologico: La stirpe di Dracula di Massimo Introvigne. L'ho sentito citare in varie situazioni, ma non avevo mai avuto modo di metterci sopra le mani. Beh, ottimo saggio, molto interessante. Peccato che, essendo stato pubblicato a fine anni Novanta, non possa comprendere tutto il fenomeno dei vampiri per adolescenti, da Buffy la serie TV in poi. Per il mio punto di vista, è stata molto interessante la parte sull'origine del mito del vampiro, che mi ha permesso di collocare correttamente una conferenza ascoltata un paio d'anni fa.
Storia edificante: Bambini di farina di Anne Fine. Lo farei leggere a un ragazzino delle medie, quell'età in cui si disprezzano i genitori a prescindere e si ha sempre ragione. E, se fossi un insegnante di una scuola in cui si può fare, ripeterei l'esperimento: dev'essere moooooolto interessante.
Romanzo bimbiminkia: Rebel di Alexandra Adornetto. Lo ammetto: nella prima metà, sia pure con tutte le sue ingenuità, il romanzo mi ha incuriosita. Non era male, all'inizio, neanche la figura dell'emissario delle tenebre. Da 2/3 in poi purtroppo si sbraca: il cattivo ripercorre tutto il manuale del cattivo da manuale, quella cattiveria stupida e con poche chances di successo. Ovvio che da lì in poi la protagonista non se lo fila e la storia diventa una stronzata. Occasione sprecata.
Romanzo horror: La progenie di Guillermo del Toro e Chuck Hogan (che mi immagino come un misto di Chuck Norris e Hulk Hogan). Se questo libro doveva farmi paura, beh, ha rispettato la sua mission: fa una paura fottuta, almeno a me. Ora prenoto il secondo, La caduta.
giovedì 26 gennaio 2012
Col cuore pesante
Ieri verso l'ora di cena c'è stato un po' di trambusto: la vicina indiana ci ha chiesto di chiamare i carabinieri perché il marito ha bevuto troppo ed è diventato ingestibile, le ha dato uno schiaffo. Lei era fuori casa, sulla porta, a piangere con la bambina, che ha un anno in più di Amelia.
Se fossi una persona migliore, le avrei ospitate per stanotte. Invece non ne ho avuto il coraggio. Non solo perché non volevo essere coinvolta, ma anche per non rovinare la mia piccola e felice routine quotidiana.
Lui si è parecchio calmato quando ha visto i carabinieri, lei alla fine ha preferito rimanere a casa con lui (ma mi chiedo se avrebbe avuto un altro posto dove andare: a volte mi rispondo di sì perché ha un fratello vicino, altre volte mi rispondo di no perché non lo so).
I carabinieri hanno finito il giro di domande a casa nostra, per capire com'era la situazione. E noi in realtà non è che facciamo finta di niente, è proprio che non ci è mai capitato di sentire urla da casa loro o cose del genere (sono di fronte a noi, non accanto). La sola cosa che abbiamo potuto riferire è che la bambina ha detto ai nostri figli che una volta il papà aveva picchiato sua mamma tanto da farle credere che fosse morta (ma nello stesso periodo ho osservato attentamente la mia vicina e non ho notato segni, quindi forse la bambina esagera o si riferisce a un'epoca precedente).
Purtroppo i carabinieri hanno concluso che, finché lui non la tocca in modo "documentabile", non c'è modo di fare qualcosa contro di lui. Erano arrabbiati e tristi quanto noi, perché si sentivano impotenti. Ci hanno riferito che lei ha detto di aver sentito un avvocato, ma che la separazione le sarebbe costata 2000 euro, che lei non ha (mantiene marito e figlia con uno stipendio di 700 euro). E, anche se li avesse, dubito che li userebbe: purtroppo la sua famiglia sa dei problemi di alcol del marito, ma non fa nulla per aiutarla, probabilmente perché separarsi è disdicevole nella loro cultura.
Insomma, oggi sono qui col cuore pesante. Non mi sento abbastanza coraggiosa da intervenire, ma sento che in qualche maniera dovrei farlo.
E il motivo per cui non mi immischio è molto egoistico: non voglio che i miei figli, soprattutto Amelia, frequentino la bambina indiana più di quanto facciano già. Questa bambina è particolarmente intelligente, ma proprio per questo molto brava a manipolare la realtà e quella broccolona di mia figlia: quest'estate, quando sono arrivati i bambini egiziani, lei si è inventata cose non vere perché Amelia rimanesse solo sua amica esclusiva. Insomma, se non mi facesse pena e non sapessi perché è diventata così, direi che è una stronza. Inoltre, come molti bambini esposti a un certo tipo di cultura arretrata, ha già malizie e nozioni sulla vita sentimental/sessuale. Io non sono puritana, ma la visione di questa bambina è molto distorta rispetto alla nostra (al punto che ho sviluppato qualche sospetto sul padre), e non mi piace che metta certe idee in testa ad Amelia.
Insomma, vorrei aiutare la mia vicina, che è una bravissima persona, ma con queste premesse ho paura di avvicinarmi troppo. E non so cosa fare, se non sentirmi il cuore pesante e colpevole.
Se fossi una persona migliore, le avrei ospitate per stanotte. Invece non ne ho avuto il coraggio. Non solo perché non volevo essere coinvolta, ma anche per non rovinare la mia piccola e felice routine quotidiana.
Lui si è parecchio calmato quando ha visto i carabinieri, lei alla fine ha preferito rimanere a casa con lui (ma mi chiedo se avrebbe avuto un altro posto dove andare: a volte mi rispondo di sì perché ha un fratello vicino, altre volte mi rispondo di no perché non lo so).
I carabinieri hanno finito il giro di domande a casa nostra, per capire com'era la situazione. E noi in realtà non è che facciamo finta di niente, è proprio che non ci è mai capitato di sentire urla da casa loro o cose del genere (sono di fronte a noi, non accanto). La sola cosa che abbiamo potuto riferire è che la bambina ha detto ai nostri figli che una volta il papà aveva picchiato sua mamma tanto da farle credere che fosse morta (ma nello stesso periodo ho osservato attentamente la mia vicina e non ho notato segni, quindi forse la bambina esagera o si riferisce a un'epoca precedente).
Purtroppo i carabinieri hanno concluso che, finché lui non la tocca in modo "documentabile", non c'è modo di fare qualcosa contro di lui. Erano arrabbiati e tristi quanto noi, perché si sentivano impotenti. Ci hanno riferito che lei ha detto di aver sentito un avvocato, ma che la separazione le sarebbe costata 2000 euro, che lei non ha (mantiene marito e figlia con uno stipendio di 700 euro). E, anche se li avesse, dubito che li userebbe: purtroppo la sua famiglia sa dei problemi di alcol del marito, ma non fa nulla per aiutarla, probabilmente perché separarsi è disdicevole nella loro cultura.
Insomma, oggi sono qui col cuore pesante. Non mi sento abbastanza coraggiosa da intervenire, ma sento che in qualche maniera dovrei farlo.
E il motivo per cui non mi immischio è molto egoistico: non voglio che i miei figli, soprattutto Amelia, frequentino la bambina indiana più di quanto facciano già. Questa bambina è particolarmente intelligente, ma proprio per questo molto brava a manipolare la realtà e quella broccolona di mia figlia: quest'estate, quando sono arrivati i bambini egiziani, lei si è inventata cose non vere perché Amelia rimanesse solo sua amica esclusiva. Insomma, se non mi facesse pena e non sapessi perché è diventata così, direi che è una stronza. Inoltre, come molti bambini esposti a un certo tipo di cultura arretrata, ha già malizie e nozioni sulla vita sentimental/sessuale. Io non sono puritana, ma la visione di questa bambina è molto distorta rispetto alla nostra (al punto che ho sviluppato qualche sospetto sul padre), e non mi piace che metta certe idee in testa ad Amelia.
Insomma, vorrei aiutare la mia vicina, che è una bravissima persona, ma con queste premesse ho paura di avvicinarmi troppo. E non so cosa fare, se non sentirmi il cuore pesante e colpevole.
lunedì 23 gennaio 2012
Piaceri a confronto
Forse questo post starebbe meglio sul blog di cucina, ma quello è più un ricettario che altro.
Fatto sta che, come sanno anche i sassi, da settembre sono a dieta. Tra i tanti piacevoli effetti collaterali, questa dieta mi ha aiutata ad abituarmi a prendere il tè senza zucchero né miele né dolcificanti.
Il tè ha sostituito il dolce come finepasto, il che implica che non si tratti del tè in bustina preso tanto per buttare giù qualcosa di caldo: sono diventata particolarmente esigente.
Per esempio, sotto Natale mi sono ritrovata a fare il consueto rifornimento di spezie in un banco dell'Artigiano in Fiera e mi sono fatta tentare dai loro tè. Pessima scelta: oltre ad avere degli aromi chiaramente non naturali, sono per la maggior parte così amari da costringermi a usare il dolcificante. Peccato, perché i profumi non erano per niente male (è così che mi hanno fregata).
Un po' la stessa impostazione, ma per altre ragioni, l'ho trovata nei tè della Kusmi: sono molto profumati, ma il gusto non è all'altezza del profumo. Per carità, basta aggiungere un po' di tè non aromatizzato dello stesso tipo e il gusto migliora nettamente, ma non mi sembra una cosa bella per tè che costano sui 10-12 euro all'etto. Poi il mio giudizio in questo caso non è nettamente negativo per tutta una serie di motivi: i tè sono comunque buoni, le latte sono molto carine (ed è prevista la ricarica), il servizio del negozio online è impeccabile.
Devo dire però che comprare tè in Italia è tutta un'altra cosa. Io ho cominciato bene: da 6 anni a Pavia c'è un negozietto che magari non ha sempre tutto l'assortimento, ma ha tè sempre di ottima qualità. Da loro compro senza esitazione i classici: gunpowder, assam, gelsomino, menta, bergamotto, Christmas tea. Si tratta di tè che non hanno aromi aggiunti, solo ingredienti essiccati. E hanno anche prezzi abbordabili: circa 5-6 euro all'etto. Qui compro anche i filtri usa e getta, che trovo comodissimi anche perché vanno nell'umido.
L'alternativa online al negozietto di Pavia è il negozio di Insieme a tè: i loro tè hanno sempre qualcosa di piacevolmente sorprendente e i loro infusi non sono mai banali. Se dovessi dire quali sono i miei tè preferiti, mi troverei in seria difficoltà. In questo periodo mi piace moltissimo il Tè di Natale, ma per esempio non vedo l'ora che sia riassortito il Sempr'Amore, con frutti rossi essiccati. Devo dire che trovo notevoli anche il Nido di Fata, alle fave di cacao, e la tisana Notte Buona, che abbiamo usato tantissimo nell'ultimo mese non perché avessimo problemi di sonno ma perché è proprio piacevole.
Devo dire che i prezzi sono leggermente più alti di quelli del negozietto, ma mi sembra un costo più che ripagato dall'originalità di questi tè, che ho anche avuto il piacere di regalare questo Natale.
Fatto sta che, come sanno anche i sassi, da settembre sono a dieta. Tra i tanti piacevoli effetti collaterali, questa dieta mi ha aiutata ad abituarmi a prendere il tè senza zucchero né miele né dolcificanti.
Il tè ha sostituito il dolce come finepasto, il che implica che non si tratti del tè in bustina preso tanto per buttare giù qualcosa di caldo: sono diventata particolarmente esigente.
Per esempio, sotto Natale mi sono ritrovata a fare il consueto rifornimento di spezie in un banco dell'Artigiano in Fiera e mi sono fatta tentare dai loro tè. Pessima scelta: oltre ad avere degli aromi chiaramente non naturali, sono per la maggior parte così amari da costringermi a usare il dolcificante. Peccato, perché i profumi non erano per niente male (è così che mi hanno fregata).
Un po' la stessa impostazione, ma per altre ragioni, l'ho trovata nei tè della Kusmi: sono molto profumati, ma il gusto non è all'altezza del profumo. Per carità, basta aggiungere un po' di tè non aromatizzato dello stesso tipo e il gusto migliora nettamente, ma non mi sembra una cosa bella per tè che costano sui 10-12 euro all'etto. Poi il mio giudizio in questo caso non è nettamente negativo per tutta una serie di motivi: i tè sono comunque buoni, le latte sono molto carine (ed è prevista la ricarica), il servizio del negozio online è impeccabile.
Devo dire però che comprare tè in Italia è tutta un'altra cosa. Io ho cominciato bene: da 6 anni a Pavia c'è un negozietto che magari non ha sempre tutto l'assortimento, ma ha tè sempre di ottima qualità. Da loro compro senza esitazione i classici: gunpowder, assam, gelsomino, menta, bergamotto, Christmas tea. Si tratta di tè che non hanno aromi aggiunti, solo ingredienti essiccati. E hanno anche prezzi abbordabili: circa 5-6 euro all'etto. Qui compro anche i filtri usa e getta, che trovo comodissimi anche perché vanno nell'umido.
L'alternativa online al negozietto di Pavia è il negozio di Insieme a tè: i loro tè hanno sempre qualcosa di piacevolmente sorprendente e i loro infusi non sono mai banali. Se dovessi dire quali sono i miei tè preferiti, mi troverei in seria difficoltà. In questo periodo mi piace moltissimo il Tè di Natale, ma per esempio non vedo l'ora che sia riassortito il Sempr'Amore, con frutti rossi essiccati. Devo dire che trovo notevoli anche il Nido di Fata, alle fave di cacao, e la tisana Notte Buona, che abbiamo usato tantissimo nell'ultimo mese non perché avessimo problemi di sonno ma perché è proprio piacevole.
Devo dire che i prezzi sono leggermente più alti di quelli del negozietto, ma mi sembra un costo più che ripagato dall'originalità di questi tè, che ho anche avuto il piacere di regalare questo Natale.
martedì 10 gennaio 2012
230 and counting
Il comodissimo servizio online della mia biblioteca mi informa che negli ultimi 12 mesi ho preso in prestito 230 titoli (che comprendono anche i DVD, i libri dei bambini e i libri da consultazione tipo cataloghi di mostre o libri fotografici). Peraltro, il mio account di Amazon conta 31 ordini effettuati nel 2011 (per un totale di circa 30 libri/fumetti comprati per me, non da regalare).
Quindi ammettiamo che effettivamente io nel 2011 abbia letto 230 libri. Ecco, è vero che io sono particolarmente veloce nella lettura. Ma è anche vero che nel frattempo ho anche lavorato quasi full time (il mio part time significa che lavoro 4 ore in meno a settimana), ho badato alla mia famiglia in ogni modo possibile (la sveglia-vestizione-colazione-scuola alla mattina, cucinare, tenere la casa in modo semidecente, qualche volta anche fare la spesa), il martedì e il mercoledì danza, per non contare tutto il tempo passato con la mia famiglia e le mie amiche di varie provenienze. Eppure ho letto 230 libri: tutte le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco, tutto Bartimeus, una valanga di fumetti (soprattutto americani), una tonnellata di gialli di varie sfumature, qualche fantasy. Non riesco a crederci, e non riesco a credere ai soldi che ho risparmiato grazie alla biblioteca (pur lasciando ad Amazon un buon 300-350 euro come minimo).
Ecco, qua e là qualche impressione.
V per Vendetta, Watchmen, From Hell e in generale tutto quello che sono riuscita a trovare di Alan Moore: boh. Probabilmente non riesco a valutare l'impatto che queste opere hanno avuto all'epoca in cui sono uscite. Ma le consiglierei più per dovere d'informazione che per godimento. Cosa che invece non avevo pensato della Lega degli straordinari gentlemen.
Supereroi & Co: nì. Ancora adesso non riesco a capire il format del supereroe, che è addirittura presente nei primi Sandman e accennato nel primo Hellboy, come se fosse un feticcio impossibile da abbandonare per chi scrive fumetti in USA. Non riesco a capire come possano formare un così complesso sistema narrativo (anzi due, contando la contrapposizione degli universi Marvel/DC), lo trovo ridicolo e infantile se visto da fuori. Eppure ci sono storie, anche di quelle che si avvalgono di questa complessità, che mi hanno presa. Penso al Cavaliere Oscuro colpisce ancora o a Civil War, oppure alle vicende degli X-men.
Di Bartimeus ho già parlato, facendo abbastanza "danni".
Subito dopo, mi sono immersa nel gorgo delle Cronache del Ghiaccio e del Fuoco, che non ho ancora capito se saranno una goduria massima o un epic fail. Di sicuro c'è che la storia prende, i colpi di scena non sono mai scontati e l'autore è incredibilmente sadico nei confronti dei propri personaggi, soprattutto quelli a cui il lettore tende ad affezionarsi. Sicché non puoi mai indovinare dove si andrà a parare, e questo ti tiene avvinto più che mai.
Buona Apocalisse a tutti è stata una buona lettura da mare, divertente e spiritosa, e mi ha dato qualche spunto per un mio progetto preesistente (oltre a farmi capire come mi dovrò comportare in futuro con le mie piante).
Ho apprezzato alcuni libri di letteratura Young Adult: più di tutti la trilogia di The giver (struggente) e i primi due libri della trilogia delle pietre preziose di Kerstin Gier (divertenti). Ho odiato con tutte le mie forze Scarlett di Barbara Baraldi, sembra una brutta fanfiction di Twilight (dove i vampiri sono sostituiti da mezzodemoni).
Mi è piaciuto proprio tanto il primo romanzo di Stella Rimington, A rischio: una bella spy story ben costruita, in cui traspare la competenza dell'autrice nel mondo dei servizi segreti e in cui la protagonista, pur essendo una proiezione dell'autrice, non è una Mary Sue.
Invece non mi è piaciuto per niente l'albo di RED: un pasticcio pessimistico e malinconico. Per carità, pessimismo e malinconia vanno benissimo, ma magari li inserirei in un impianto narrativo un filo più robusto. A differenza di quanto sbandierato, l'albo dà solo lo spunto iniziale per il film con Bruce Willis e compagnia: infatti il film è molto diverso, è godibile e divertente, un giocattolone con azione e battute sull'età che avanza.
L'aiuto, di cui parla anche PianoBi e che mi è stato consigliato dalla mia bibliotecaria, è stato una sorpresa: riesce a parlare di razzismo nell'America degli anni '50-'60 senza cadere nella retorica, senza una scena di aperta violenza e scuotendoci fin nelle radici del nostro essere. Com'è possibile parlare con una persona che ti sta in casa tutto il giorno e considerarla inferiore? Com'è possibile affidare i propri figli a persone che poi non possono usare il nostro stesso bagno perché "che schifo condividere il bagno con una negra"? Io riesco a capire la diffidenza verso chi non si conosce e ha uno stile di vita diverso dal nostro, ma non ce la faccio proprio quando si tratta di persone che vediamo tutti i giorni, che entrano in casa nostra e accudiscono i nostri figli. Voglio dire: quando ho avuto da dire con la tata di Amelia, ho avuto da dire con lei in quanto persona, non in quanto africana o nera. Anzi, forse il fatto di provenire da una cultura diversa le ha fatto in parte da scusante.
L'ultimo libro letto, che sto consigliando a tutti e di cui parlavo nel post precedente, è Cose da salvare in caso di incendio. Pura poesia, lo sta leggendo anche Luca.
Ecco, lo sapevo, è venuto un altro post lunghissimo. Il fatto è che non riesco a star dietro ai libri che mi son piaciuti volta per volta: dovrei istituire le recensioni del mese. Che dite, lo faccio?
Quindi ammettiamo che effettivamente io nel 2011 abbia letto 230 libri. Ecco, è vero che io sono particolarmente veloce nella lettura. Ma è anche vero che nel frattempo ho anche lavorato quasi full time (il mio part time significa che lavoro 4 ore in meno a settimana), ho badato alla mia famiglia in ogni modo possibile (la sveglia-vestizione-colazione-scuola alla mattina, cucinare, tenere la casa in modo semidecente, qualche volta anche fare la spesa), il martedì e il mercoledì danza, per non contare tutto il tempo passato con la mia famiglia e le mie amiche di varie provenienze. Eppure ho letto 230 libri: tutte le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco, tutto Bartimeus, una valanga di fumetti (soprattutto americani), una tonnellata di gialli di varie sfumature, qualche fantasy. Non riesco a crederci, e non riesco a credere ai soldi che ho risparmiato grazie alla biblioteca (pur lasciando ad Amazon un buon 300-350 euro come minimo).
Ecco, qua e là qualche impressione.
V per Vendetta, Watchmen, From Hell e in generale tutto quello che sono riuscita a trovare di Alan Moore: boh. Probabilmente non riesco a valutare l'impatto che queste opere hanno avuto all'epoca in cui sono uscite. Ma le consiglierei più per dovere d'informazione che per godimento. Cosa che invece non avevo pensato della Lega degli straordinari gentlemen.
Supereroi & Co: nì. Ancora adesso non riesco a capire il format del supereroe, che è addirittura presente nei primi Sandman e accennato nel primo Hellboy, come se fosse un feticcio impossibile da abbandonare per chi scrive fumetti in USA. Non riesco a capire come possano formare un così complesso sistema narrativo (anzi due, contando la contrapposizione degli universi Marvel/DC), lo trovo ridicolo e infantile se visto da fuori. Eppure ci sono storie, anche di quelle che si avvalgono di questa complessità, che mi hanno presa. Penso al Cavaliere Oscuro colpisce ancora o a Civil War, oppure alle vicende degli X-men.
Di Bartimeus ho già parlato, facendo abbastanza "danni".
Subito dopo, mi sono immersa nel gorgo delle Cronache del Ghiaccio e del Fuoco, che non ho ancora capito se saranno una goduria massima o un epic fail. Di sicuro c'è che la storia prende, i colpi di scena non sono mai scontati e l'autore è incredibilmente sadico nei confronti dei propri personaggi, soprattutto quelli a cui il lettore tende ad affezionarsi. Sicché non puoi mai indovinare dove si andrà a parare, e questo ti tiene avvinto più che mai.
Buona Apocalisse a tutti è stata una buona lettura da mare, divertente e spiritosa, e mi ha dato qualche spunto per un mio progetto preesistente (oltre a farmi capire come mi dovrò comportare in futuro con le mie piante).
Ho apprezzato alcuni libri di letteratura Young Adult: più di tutti la trilogia di The giver (struggente) e i primi due libri della trilogia delle pietre preziose di Kerstin Gier (divertenti). Ho odiato con tutte le mie forze Scarlett di Barbara Baraldi, sembra una brutta fanfiction di Twilight (dove i vampiri sono sostituiti da mezzodemoni).
Mi è piaciuto proprio tanto il primo romanzo di Stella Rimington, A rischio: una bella spy story ben costruita, in cui traspare la competenza dell'autrice nel mondo dei servizi segreti e in cui la protagonista, pur essendo una proiezione dell'autrice, non è una Mary Sue.
Invece non mi è piaciuto per niente l'albo di RED: un pasticcio pessimistico e malinconico. Per carità, pessimismo e malinconia vanno benissimo, ma magari li inserirei in un impianto narrativo un filo più robusto. A differenza di quanto sbandierato, l'albo dà solo lo spunto iniziale per il film con Bruce Willis e compagnia: infatti il film è molto diverso, è godibile e divertente, un giocattolone con azione e battute sull'età che avanza.
L'aiuto, di cui parla anche PianoBi e che mi è stato consigliato dalla mia bibliotecaria, è stato una sorpresa: riesce a parlare di razzismo nell'America degli anni '50-'60 senza cadere nella retorica, senza una scena di aperta violenza e scuotendoci fin nelle radici del nostro essere. Com'è possibile parlare con una persona che ti sta in casa tutto il giorno e considerarla inferiore? Com'è possibile affidare i propri figli a persone che poi non possono usare il nostro stesso bagno perché "che schifo condividere il bagno con una negra"? Io riesco a capire la diffidenza verso chi non si conosce e ha uno stile di vita diverso dal nostro, ma non ce la faccio proprio quando si tratta di persone che vediamo tutti i giorni, che entrano in casa nostra e accudiscono i nostri figli. Voglio dire: quando ho avuto da dire con la tata di Amelia, ho avuto da dire con lei in quanto persona, non in quanto africana o nera. Anzi, forse il fatto di provenire da una cultura diversa le ha fatto in parte da scusante.
L'ultimo libro letto, che sto consigliando a tutti e di cui parlavo nel post precedente, è Cose da salvare in caso di incendio. Pura poesia, lo sta leggendo anche Luca.
Ecco, lo sapevo, è venuto un altro post lunghissimo. Il fatto è che non riesco a star dietro ai libri che mi son piaciuti volta per volta: dovrei istituire le recensioni del mese. Che dite, lo faccio?
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