giovedì 26 gennaio 2012

Col cuore pesante

Ieri verso l'ora di cena c'è stato un po' di trambusto: la vicina indiana ci ha chiesto di chiamare i carabinieri perché il marito ha bevuto troppo ed è diventato ingestibile, le ha dato uno schiaffo. Lei era fuori casa, sulla porta, a piangere con la bambina, che ha un anno in più di Amelia.
Se fossi una persona migliore, le avrei ospitate per stanotte. Invece non ne ho avuto il coraggio. Non solo perché non volevo essere coinvolta, ma anche per non rovinare la mia piccola e felice routine quotidiana.
Lui si è parecchio calmato quando ha visto i carabinieri, lei alla fine ha preferito rimanere a casa con lui (ma mi chiedo se avrebbe avuto un altro posto dove andare: a volte mi rispondo di sì perché ha un fratello vicino, altre volte mi rispondo di no perché non lo so).
I carabinieri hanno finito il giro di domande a casa nostra, per capire com'era la situazione. E noi in realtà non è che facciamo finta di niente, è proprio che non ci è mai capitato di sentire urla da casa loro o cose del genere (sono di fronte a noi, non accanto). La sola cosa che abbiamo potuto riferire è che la bambina ha detto ai nostri figli che una volta il papà aveva picchiato sua mamma tanto da farle credere che fosse morta (ma nello stesso periodo ho osservato attentamente la mia vicina e non ho notato segni, quindi forse la bambina esagera o si riferisce a un'epoca precedente).
Purtroppo i carabinieri hanno concluso che, finché lui non la tocca in modo "documentabile", non c'è modo di fare qualcosa contro di lui. Erano arrabbiati e tristi quanto noi, perché si sentivano impotenti. Ci hanno riferito che lei ha detto di aver sentito un avvocato, ma che la separazione le sarebbe costata 2000 euro, che lei non ha (mantiene marito e figlia con uno stipendio di 700 euro). E, anche se li avesse, dubito che li userebbe: purtroppo la sua famiglia sa dei problemi di alcol del marito, ma non fa nulla per aiutarla, probabilmente perché separarsi è disdicevole nella loro cultura.
Insomma, oggi sono qui col cuore pesante. Non mi sento abbastanza coraggiosa da intervenire, ma sento che in qualche maniera dovrei farlo.
E il motivo per cui non mi immischio è molto egoistico: non voglio che i miei figli, soprattutto Amelia, frequentino la bambina indiana più di quanto facciano già. Questa bambina è particolarmente intelligente, ma proprio per questo molto brava a manipolare la realtà e quella broccolona di mia figlia: quest'estate, quando sono arrivati i bambini egiziani, lei si è inventata cose non vere perché Amelia rimanesse solo sua amica esclusiva. Insomma, se non mi facesse pena e non sapessi perché è diventata così, direi che è una stronza. Inoltre, come molti bambini esposti a un certo tipo di cultura arretrata, ha già malizie e nozioni sulla vita sentimental/sessuale. Io non sono puritana, ma la visione di questa bambina è molto distorta rispetto alla nostra (al punto che ho sviluppato qualche sospetto sul padre), e non mi piace che metta certe idee in testa ad Amelia.
Insomma, vorrei aiutare la mia vicina, che è una bravissima persona, ma con queste premesse ho paura di avvicinarmi troppo. E non so cosa fare, se non sentirmi il cuore pesante e colpevole.

lunedì 23 gennaio 2012

Piaceri a confronto

Forse questo post starebbe meglio sul blog di cucina, ma quello è più un ricettario che altro.
Fatto sta che, come sanno anche i sassi, da settembre sono a dieta. Tra i tanti piacevoli effetti collaterali, questa dieta mi ha aiutata ad abituarmi a prendere il tè senza zucchero né miele né dolcificanti.
Il tè ha sostituito il dolce come finepasto, il che implica che non si tratti del tè in bustina preso tanto per buttare giù qualcosa di caldo: sono diventata particolarmente esigente.
Per esempio, sotto Natale mi sono ritrovata a fare il consueto rifornimento di spezie in un banco dell'Artigiano in Fiera e mi sono fatta tentare dai loro tè. Pessima scelta: oltre ad avere degli aromi chiaramente non naturali, sono per la maggior parte così amari da costringermi a usare il dolcificante. Peccato, perché i profumi non erano per niente male (è così che mi hanno fregata).
Un po' la stessa impostazione, ma per altre ragioni, l'ho trovata nei tè della Kusmi: sono molto profumati, ma il gusto non è all'altezza del profumo. Per carità, basta aggiungere un po' di tè non aromatizzato dello stesso tipo e il gusto migliora nettamente, ma non mi sembra una cosa bella per tè che costano sui 10-12 euro all'etto. Poi il mio giudizio in questo caso non è nettamente negativo per tutta una serie di motivi: i tè sono comunque buoni, le latte sono molto carine (ed è prevista la ricarica), il servizio del negozio online è impeccabile.
Devo dire però che comprare tè in Italia è tutta un'altra cosa. Io ho cominciato bene: da 6 anni a Pavia c'è un negozietto che magari non ha sempre tutto l'assortimento, ma ha tè sempre di ottima qualità. Da loro compro senza esitazione i classici: gunpowder, assam, gelsomino, menta, bergamotto, Christmas tea. Si tratta di tè che non hanno aromi aggiunti, solo ingredienti essiccati. E hanno anche prezzi abbordabili: circa 5-6 euro all'etto. Qui compro anche i filtri usa e getta, che trovo comodissimi anche perché vanno nell'umido.
L'alternativa online al negozietto di Pavia è il negozio di Insieme a tè: i loro tè hanno sempre qualcosa di piacevolmente sorprendente e i loro infusi non sono mai banali. Se dovessi dire quali sono i miei tè preferiti, mi troverei in seria difficoltà. In questo periodo mi piace moltissimo il Tè di Natale, ma per esempio non vedo l'ora che sia riassortito il Sempr'Amore, con frutti rossi essiccati. Devo dire che trovo notevoli anche il Nido di Fata, alle fave di cacao, e la tisana Notte Buona, che abbiamo usato tantissimo nell'ultimo mese non perché avessimo problemi di sonno ma perché è proprio piacevole.
Devo dire che i prezzi sono leggermente più alti di quelli del negozietto, ma mi sembra un costo più che ripagato dall'originalità di questi tè, che ho anche avuto il piacere di regalare questo Natale.

martedì 10 gennaio 2012

230 and counting

Il comodissimo servizio online della mia biblioteca mi informa che negli ultimi 12 mesi ho preso in prestito 230 titoli (che comprendono anche i DVD, i libri dei bambini e i libri da consultazione tipo cataloghi di mostre o libri fotografici). Peraltro, il mio account di Amazon conta 31 ordini effettuati nel 2011 (per un totale di circa 30 libri/fumetti comprati per me, non da regalare).
Quindi ammettiamo che effettivamente io nel 2011 abbia letto 230 libri. Ecco, è vero che io sono particolarmente veloce nella lettura. Ma è anche vero che nel frattempo ho anche lavorato quasi full time (il mio part time significa che lavoro 4 ore in meno a settimana), ho badato alla mia famiglia in ogni modo possibile (la sveglia-vestizione-colazione-scuola alla mattina, cucinare, tenere la casa in modo semidecente, qualche volta anche fare la spesa), il martedì e il mercoledì danza, per non contare tutto il tempo passato con la mia famiglia e le mie amiche di varie provenienze. Eppure ho letto 230 libri: tutte le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco, tutto Bartimeus, una valanga di fumetti (soprattutto americani), una tonnellata di gialli di varie sfumature, qualche fantasy. Non riesco a crederci, e non riesco a credere ai soldi che ho risparmiato grazie alla biblioteca (pur lasciando ad Amazon un buon 300-350 euro come minimo).
Ecco, qua e là qualche impressione.
V per Vendetta, Watchmen, From Hell e in generale tutto quello che sono riuscita a trovare di Alan Moore: boh. Probabilmente non riesco a valutare l'impatto che queste opere hanno avuto all'epoca in cui sono uscite. Ma le consiglierei più per dovere d'informazione che per godimento. Cosa che invece non avevo pensato della Lega degli straordinari gentlemen.
Supereroi & Co: nì. Ancora adesso non riesco a capire il format del supereroe, che è addirittura presente nei primi Sandman e accennato nel primo Hellboy, come se fosse un feticcio impossibile da abbandonare per chi scrive fumetti in USA. Non riesco a capire come possano formare un così complesso sistema narrativo (anzi due, contando la contrapposizione degli universi Marvel/DC), lo trovo ridicolo e infantile se visto da fuori. Eppure ci sono storie, anche di quelle che si avvalgono di questa complessità, che mi hanno presa. Penso al Cavaliere Oscuro colpisce ancora o a Civil War, oppure alle vicende degli X-men.
Di Bartimeus ho già parlato, facendo abbastanza "danni".
Subito dopo, mi sono immersa nel gorgo delle Cronache del Ghiaccio e del Fuoco, che non ho ancora capito se saranno una goduria massima o un epic fail. Di sicuro c'è che la storia prende, i colpi di scena non sono mai scontati e l'autore è incredibilmente sadico nei confronti dei propri personaggi, soprattutto quelli a cui il lettore tende ad affezionarsi. Sicché non puoi mai indovinare dove si andrà a parare, e questo ti tiene avvinto più che mai.
Buona Apocalisse a tutti è stata una buona lettura da mare, divertente e spiritosa, e mi ha dato qualche spunto per un mio progetto preesistente (oltre a farmi capire come mi dovrò comportare in futuro con le mie piante).
Ho apprezzato alcuni libri di letteratura Young Adult: più di tutti la trilogia di The giver (struggente) e i primi due libri della trilogia delle pietre preziose di Kerstin Gier (divertenti). Ho odiato con tutte le mie forze Scarlett di Barbara Baraldi, sembra una brutta fanfiction di Twilight (dove i vampiri sono sostituiti da mezzodemoni).
Mi è piaciuto proprio tanto il primo romanzo di Stella Rimington, A rischio: una bella spy story ben costruita, in cui traspare la competenza dell'autrice nel mondo dei servizi segreti e in cui la protagonista, pur essendo una proiezione dell'autrice, non è una Mary Sue.
Invece non mi è piaciuto per niente l'albo di RED: un pasticcio pessimistico e malinconico. Per carità, pessimismo e malinconia vanno benissimo, ma magari li inserirei in un impianto narrativo un filo più robusto. A differenza di quanto sbandierato, l'albo dà solo lo spunto iniziale per il film con Bruce Willis e compagnia: infatti il film è molto diverso, è godibile e divertente, un giocattolone con azione e battute sull'età che avanza.
L'aiuto, di cui parla anche PianoBi e che mi è stato consigliato dalla mia bibliotecaria, è stato una sorpresa: riesce a parlare di razzismo nell'America degli anni '50-'60 senza cadere nella retorica, senza una scena di aperta violenza e scuotendoci fin nelle radici del nostro essere. Com'è possibile parlare con una persona che ti sta in casa tutto il giorno e considerarla inferiore? Com'è possibile affidare i propri figli a persone che poi non possono usare il nostro stesso bagno perché "che schifo condividere il bagno con una negra"? Io riesco a capire la diffidenza verso chi non si conosce e ha uno stile di vita diverso dal nostro, ma non ce la faccio proprio quando si tratta di persone che vediamo tutti i giorni, che entrano in casa nostra e accudiscono i nostri figli. Voglio dire: quando ho avuto da dire con la tata di Amelia, ho avuto da dire con lei in quanto persona, non in quanto africana o nera. Anzi, forse il fatto di provenire da una cultura diversa le ha fatto in parte da scusante.
L'ultimo libro letto, che sto consigliando a tutti e di cui parlavo nel post precedente, è Cose da salvare in caso di incendio. Pura poesia, lo sta leggendo anche Luca.
Ecco, lo sapevo, è venuto un altro post lunghissimo. Il fatto è che non riesco a star dietro ai libri che mi son piaciuti volta per volta: dovrei istituire le recensioni del mese. Che dite, lo faccio?

lunedì 9 gennaio 2012

Il sole aiuta sempre

Fa un freddo che a Levanto se lo sognano nei loro peggiori incubi, ma c'è il sole e stamattina riprendere la routine non mi pesa più di tanto.
Anche se il mare mi manca moltissimo, è proprio un bisogno fisico che sento.
Anche se in questi giorni ci siamo riposati e abbiamo visto/fatto/letto cose belle.
Per esempio, abbiamo camminato tantissimo e abbiamo sfruttato la nuova passeggiata che è stata ricavata dalla vecchia ferrovia, nella zona verso Bonassola: è riparata dal vento e sicura per i bambini. E poi, se si ha voglia di proseguire lungo le gallerie, si arriva a Bonassola e ci si può arrampicare su un bellissimo promontorio in mezzo alla vegetazione mediterranea. Ci hanno detto che è molto bella anche la passeggiata che passa sopra la galleria, ma ce la teniamo per la prossima volta.
Siamo stati tanto in spiaggia, quando il tempo ce lo permetteva. I bambini hanno giocato, io e Luca abbiamo letto e scritto. Tra i libri che ho letto, consiglio Cose da salvare in caso di incendio: bello bello bello, e non dico altro.
Per assurdo, eravamo noi adulti i più entusiasti di star fuori: i bambini spesso dovevano essere un po' trascinati, altrimenti se ne sarebbero rimasti in casa a giocare e guardare i cartoni animati del digitale terrestre (eravamo in una casa diversa dal solito, nell'altra non c'è l'antenna e quindi i soli cartoni sono quelli in dvd). Però poi anche loro si lasciavano prendere dalla bellezza di stare in spiaggia al sole, magari in maniche corte, e hanno giocato tantissimo con pietre, bastoni e altre cose portate dal mare (per esempio, un legno a forma di asciugacapelli).
E che bello il fatto che Luca non sia stato con noi solo a Levanto, ma anche a casa per un paio di giorni. Io mi sono davvero riposata, i bambini si sono goduti il papà, lui ha preparato le sue piante per la nostra assenza.
Certo, non sono mancate le cose brutte. Per esempio, ho trascorso tutti i giorni intorno al Natale con un intenso mal di testa. E un'amica carissima ha passato (sta passando) un periodo davvero disastroso. E i miei figli non sono sempre angeli.
Ma oggi sono al lavoro, con il sole. Presto rivedrò le mie amiche rientrate dalle vacanze, cominceremo le nostre attività. Certo, sarebbe bello poter rallentare più spesso, senza avere sempre l'incubo dell'orologio. Ma chissenefrega anche della fretta, oggi c'è il sole.

giovedì 22 dicembre 2011

Vacanze buone

No, quest'anno proprio non ce la faccio: nonostante qualche miglioramento, quest'anno non sento per niente il clima natalizio. Avrà fatto caldo troppo a lungo, non lo so. Sicuramente non è questione di crisi, perché noi l'anno scorso eravamo ancora fruitori del nido e quest'anno a confronto è di vacche grasse.
Anzi, quest'anno i doni sono stati più frugali ma proprio per questo più personali. Per dire, un'amica mi ha regalato un suo portaincenso, uno che le vedevo usare normalmente e con soddisfazione, perché ha ritenuto che l'immagine rappresentata fosse più adatta a me. E lo trovo più bello che se mi avesse preso una stupidaggine a caso.
Domani comunque, spirito natalizio o no, cominciano le mie vacanze, calibrate su quelle dei bambini. Molti (molte) se ne lamentano, perché sanno che passeranno tutti i giorni a casa immersi/e nel casino di bambini che giocano e litigano.
Per fortuna i miei figli non sono particolarmente molesti e tendenzialmente si fanno i fatti loro, giocando fitto fitto in una stanza diversa da quella in cui sono io. Quando disgraziatamente si interessano delle mie attività (culinarie, di solito), assistono e aiutano senza fare eccessivi danni e senza intralciarmi troppo. Comunque, a meno che non stia facendo dei dolci, tendenzialmente si stufano dopo non molto e io riprendo col solito ritmo.
Ora però non pensate che io voglia passare le vacanze a cucinare. Anzi, non ci passerò neanche un giorno (a parte la cucina di sussistenza), perché il giorno di Natale saremo fuori e a Santo Stefano cucina mia madre.
Le vacanze le voglio passare a leggere, scrivere, prendere i buonissimi tè di Acilia, ascoltare buona musica, passeggiare (tempo permettendo) e, quando saremo a Levanto, godermi il dolce far niente insieme anche a Luca. E l'idea di avere 17 giorni da dedicare a queste attività mi fa godere come non mai, figli o non figli.
Quest'anno sono arrivata alle vacanze stanca e provata da un po' di malanni, ma anche ricaricata di nuovi propositi e di tante energie emotive. Non vedo l'ora di ricaricare anche le energie fisiche con tante coccole e tanto calore.

domenica 18 dicembre 2011

Christmas is coming

Passare un'intera settimana di febbre, cominciando con un virus e finendo col prendere gli antibiotici per non perdermi il weekend.
Approfittare della malattia per sistemare le foto degli ultimi 3 anni e mezzo. E per tornare a riconsiderare seriamente i miei progetti personali, che non meritano di essere abbandonati per la mia paura di rendermi patetica o ridicola.
Passare una fruttuosa ora di shopping a trovare i regali e le idee giuste che mi mancavano. E subito dopo andare a Milano con un'amica, che viene con me a una lezione della mia maestra Francesca. La prima lezione della Pedretti non si scorda mai...
Cazzeggiare con la suddetta amica per non tornare subito a casa: dopo 5 giorni di reclusione, mi sento come un uccellino appena uscito dalla gabbia e pur di stare fuori mi farei pure la fila in posta.
Passare la serata sola in casa con i bambini: Ettore dorme da prima di cena e Amelia mi aiuta a incartare un paio di regali per le mie amiche.
Svegliarsi all'una e mezza per un brutto sogno, e pochi minuti dopo sentire che Luca è arrivato a casa. Addormentarmi stretta a lui.
Svegliarsi abbastanza presto con un sole bellissimo e programmare la giornata per cercare di fare tutto: i biscotti per Yule, le verdure di Bioexpress, un giro nel bosco (anche per raccogliere qualche ramo di quercia a scopo lavori manuali), l'albero di Natale, i compiti di Amelia.
Fare un bel giro con Ettore, alla scoperta dei piccoli tesori di questo posto: una cincia che ti guarda curiosa, gli alberi spogli che ti permettono di vedere più lontano, le rogge con il fondo di sabbia grigia e piccoli luccichii d'oro.
Ascoltare Amelia che finalmente riesce a capire in cosa consiste un certo esercizio, grazie alla pazienza di suo padre.
Aiutare Luca a far prendere forma alla sua idea, appassionarsi al progetto e tirar fuori nuovi regali.
Sfornare biscotti come una pasticceria (anche se la prima infornata è venuta bruciacchiata, con gran gioia di figli e marito che l'hanno scofanata).
Riposarsi mentre marito e figli decorano l'albero.
Non vedere l'ora di leggere il prossimo capitolo di Topicco, e poi addormentarci nelle lenzuola appena cambiate, che sanno di pulito.

martedì 13 dicembre 2011

Che tragedia!

Eh, le tragedie greche... sono storie con cui di solito vieni in contatto al liceo, nell'età dell'adolescenza. L'età perfetta per la tragedia.
All'epoca (e tuttora, per carità, non è che proprio ne sia lontana) mi identificavo molto in Medea, che ho anche visto a teatro, interpretata da Branciaroli (l'idea fa ridere, ma lui con l'abito da donna riusciva ad essere credibile e per nulla ridicolo).
La donna rifiutata perché "non presentabile", in favore di una più "in" o docile o ricca: come avrei potuto non vedermici?
Ecco, però la mia visione di Medea era incompleta. Io passavo sopra alla questione dei figli, che invece è fondamentale. Anche se alcune tradizioni ritengono che Medea abbia ucciso i figli per evitare loro il linciaggio della folla (e altre ancora, più buoniste, sostengono che li abbia portati con sé), questa cosa di Medea che uccide i propri figli per vendetta o che li abbandona alla furia del popolo non mi appartiene.
I figli per me sono un affetto che viene prima di tutto il resto. E vaffanculo a Giasone.
Ecco perché oggi (in verità, da alcuni anni) sono più attirata dalla figura di Andromaca. Nelle Troiane, Andromaca rappresenta me. Ecuba ha perduto molti figli nel fiore della giovinezza, ma Andromaca perde un figlio bambino, innocente, l'unico legame che ancora la legava a un marito amatissimo e sfortunato. Mi sale il magone solo a pensarci.
Quest'estate, ho visto Le Troiane interpretate da un gruppo di allievi della scuola di teatro Gedeone. Tra loro, c'era la mia maestra di danza Francesca, a interpretare Cassandra.
La messinscena si richiamava alle atmosfere del dopoguerra, agli anni '40, dove i troiani erano dimessi e vestiti di grigio e gli achei erano vestiti con sgargianti camicie hawaiiane e ray-ban, come i vincitori americani. Le scarpe avevano un ruolo chiave: la scena ne era invasa, rappresentavano i morti.
Infatti Andromaca compariva in scena con un paio di belle scarpe da uomo, che curava e venerava come se fossero su un altare. Dopo la morte di Astianatte, alle scarpe di Ettore si affiancava anche un paio di scarpe da bambino di 2-3 anni. Avrei potuto dargliele io, quelle del mio Ettore.
Una parte di me si ribella al comportamento di Andromaca: mi dico che cazzo, sarei morta o mi avrebbero fatto molto male, ma quel bastardo di Odisseo, uccisore di bambini, l'avrei infilzato di sicuro. Cosa ti chiami Andromaca a fare, se ti rassegni subito al dolore?
Ma la mia parte realista, quella che ha imparato come va il mondo, mi suggerisce che al suo posto avrei fatto esattamente la stessa cosa: sarei rimasta lì, annichilita dall'impotenza e dal dolore, e avrei cercato di sopravvivere.
A meno che (come suggerisce l'Orlando Innamorato) non avessi avuto l'astuzia di mandare il mio vero figlio a sopravvivere altrove e avessi avuto il pelo sullo stomaco di sostituirlo col bambino di un'altra. Pare una cosa orribile, e lo è, ma ammetto con onestà che per la vita di uno solo dei miei figli sarei prontissima a sacrificarne 10 dei vostri.

Perché non mi crediate pazza o depressa (ho solo l'influenza, ma non conta), sappiate che questo post partecipa al contest di Yeni Belqis.

lunedì 5 dicembre 2011

Libri per le grandi occasioni

Fin da quando ero piccola, vivo circondata dai libri. Ad un certo punto della mia vita, ho avuto feroce invidia per un amico che vi poteva dedicare un'intera stanza della sua casa. Oggi traggo vantaggio e conforto dalla vicina biblioteca, e vi riverso molti dei miei libri che non ha più senso tenere (narrativa di vario genere, saggistica e manualistica che non mi interessano più, tra qualche tempo anche i libri per bambini che i miei figli snobberanno perché troppo "da piccoli").
Nei periodi normali vivo immersa in un flusso più o meno forte di libri, che si succedono l'uno dopo l'altro seguendo i miei interessi e le mie curiosità del momento. Per esempio, in questo periodo alterno narrativa Young Adult a saggi su varie divinità (al momento sto leggendo un libro che applica gli archetipi delle divinità greche alla psicologia femminile, interessante anche se un po' datato su certe posizioni).
Ci sono stati però momenti della mia vita in cui, per vari motivi (di solito lo spazio in valigia era il principale), ho cercato il libro "perfetto".
Per esempio, durante le vacanze. Per la mia prima vacanza in Grecia, il mio meraviglioso libraio mi consigliò un libro di Gerald Durrell che non avevo ancora letto. Per il secondo viaggio, l'anno dopo, scelsi Le memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar, una delle mie autrici preferite.
Per una vacanza all'Elba, il mio libraio mi consigliò Il conte di Montecristo, che rimane uno dei libri più ben orchestrati che io abbia mai letto, veramente entusiasmante. Per la Sicilia mi portai Camilleri nel 1997 e I Vicerè nel 2002. E nel mio viaggio di nozze in Turchia mi portai L'impossibile volo, dello stesso autore del Mandolino del capitano Corelli (cosa che mi fece storcere preventivamente il naso e invece no, quest'altro libro non è per niente male).
Il libro che il mio libraio non ha azzeccato è quello da portare in ospedale per la nascita di Amelia: mi ha consigliato un libro della Vargas, Parti in fretta e non tornare, senza considerare che c'era una scena in cui il protagonista tradisce la sua donna lontana. Una scena che mi ha fatta star male, perché non c'è un momento in cui mi sono sentita così vulnerabile e poco desiderabile e dipendente da Luca come quello intorno al mio primo parto.
Se potessi tornare indietro, mi consiglierei sempre la Vargas, con un libro diverso (per esempio trovo divertenti i libri degli Evangelisti, tipo Un po' più in là sulla destra). Oppure, ancora meglio, la trilogia di Bartimeus (almeno il primo, che è del 2003). Oppure un giallo di Amelia Peabody. O una storia di vampiri divertente tipo le prime di Anita Blake.
Oppure ancora: se avessi avuto un po' più di esperienza di fumetti, mi sarei comprata la Lega degli straordinari gentlemen. Oppure Hellboy, anche se è più malinconico di quanto possa piacere a una che sta in ospedale o che ne è appena uscita.
Devo dire che, mentre con Amelia in ospedale ho avuto pochissimo tempo per leggere in ospedale (ho letto a casa, durante le 12 notti passate ad allattare), con Ettore ne ho avuto tanto, perché ero in camera da sola. E non avevo un libro, perché, memore della precedente esperienza, avevo creduto fosse inutile.
Presa da un raptus, ho implorato mio marito di portarmi delle riviste. Le più maschili che poteva trovare, perché ero esasperata dall'atmosfera iperfemminile del reparto. Con mio grande sollievo, Luca mi ha portato Le Scienze, Natural Geographic, Internazionale, Espresso e Archeo. Me lo ricordo ancora perfettamente, tanto fu il mio sollievo.
Me ne stavo in camera da sola, con Ettore che dormiva nella sua culla davanti alla finestra (aveva un accenno di ittero), e sognavo di essere in un pub a bere birra e citare a memoria battute da film d'azione.
Va da sé che se per disgrazia dovessi entrare di nuovo in ospedale, mi porterei dietro il portatile e un hard disk infarcito di film adrenalinici.

mercoledì 30 novembre 2011

Everybody wants to rule the world

Ieri sera sono tornata a casa tardi, con gli occhi fuori dalle orbite per la nebbia, stanca, irritata, dispiaciuta e preoccupata per una cosa che può essere una sciocchezza ma succede un po' troppo spesso. Mi aspettavo di trovare la tavola apparecchiata, la cena pronta e i miei uomini pronti ad accogliermi.
E invece ho trovato il tavolo vuoto, l'insalata a scolare e gli uomini di sopra (uno a vedere Kung Fu Panda e l'altro a suonare).
Mi sono arrabbiata, anche se sapevo che ci sarebbe voluto un attimo (ovvero 15 minuti) ad apparecchiare la tavola, condire l'insalata e mettere la padella con gli hamburger sul fuoco. Mi sono arrabbiata perché nessuno mi ha minimamente calcolata, perché nessuno mi stava aspettando, perché ero triste e avrei voluto essere consolata e non c'è niente di più umiliante che implorare di essere consolata.
Luca, che nulla sapeva di questo mio stato d'animo (si aspettava che fossi almeno normale o addirittura contenta), si è arrabbiato perché lui comunque aveva steso i panni, aveva sfornato il pane (preparato da me alla mattina), aveva preparato la padella con gli hamburger e aveva lavato l'insalata (a casa nostra è un immondo sacrilegio condire l'insalata 5 minuti prima del momento giusto). Si è arrabbiato perché ha creduto che io stessi disprezzando il suo impegno e perché ha supposto (non erroneamente, ma neanche completamente a ragione) che io stessi sfogando il mio malcontento tramite dei pretesti.
Probabilmente era anche lui stanco e aveva i cazzi suoi, probabilmente un abbraccio avrebbe fatto bene a lui quanto a me. E invece abbiamo scelto di arrabbiarci, invece di consolarci a vicenda. Perché? Perché è così facile litigare con chi ti vuol bene, quando si tratta delle sole persone in cui possiamo cercare conforto? Perché preferiamo attaccarci a ciò che dovrebbe essere anziché a ciò che è? E, dall'altro lato, perché non riusciamo a identificarci nei bisogni dell'altro, che pure conosciamo così bene? Probabilmente a Luca non gliene frega niente che io lo accolga con il pranzo pronto e la tavola imbandita, magari non proverebbe fastidio a trovarmi sul divano che leggo mentre la cucina è spoglia. Eppure io non potrei farlo, mi sentirei una stronza a comportarmi così. E so per certo che non gli fa piacere che io entri in casa e mi metta a ringhiare perché la lavastoviglie non è stata caricata, perché la tovaglia non è stata scossa o altre mancanze.
Il fatto è che in ognuno di noi vive un piccolo o grande control freak, che vorrebbe tutto fatto a suo modo e che misura il mondo con il proprio metro.
Sarebbe bello rendersi sempre conto che le persone che amiamo non sono nostri nemici, e che le cose fatte o non fatte contano fino a un certo punto.
Ieri sera la serata sarebbe cominciata molto meglio se, anziché incazzarmi, fossi andata di sopra e avessi abbracciato Luca, dicendogli che eravamo arrivate e avevamo fame. Sarebbe cominciata ancora meglio se lui avesse deciso di mettersi a suonare di sotto, per accoglierci, e si fosse interrotto al nostro ingresso, per salutarci e preparare la cena.
Stasera almeno nessuno di noi avrà modo di sbagliare, perché il nostro tardo pomeriggio sarà un flipper impazzito tra meccanico (ritirare la Tata), supermercato (c'è il pesce in promozione al 10% in meno, oltre al fatto che domani è il compleanno di Amelia e devo comprare le torte per la scuola), biblioteca (ho un sacco di libri da restituire e altrettanti da ritirare), farmacia (ordinaria amministrazione) e preparazione della cena.

Questo post partecipa al blogstorming

giovedì 24 novembre 2011

Ispiriamoci

Questo sabato c'è il secondo incontro di Inspirational Bellydance, il primo dedicato a una festività specifica, Samhain.
So che alcuni storcono il naso a sentir usare i nomi del calendario celtico (io per esempio non lo amo per niente, ma penso che sia più immediato che cercare la definizione latina, che nessuno ricorda, e meno riduttivo che usare termini spicci come "il Giorno dei Morti"). Costoro cerchino di perdonarci e di concentrarsi sul significato della festa e del periodo in generale.
Per il mondo rurale, novembre è un mese di attesa e transizione: finiti i raccolti, finite le semine, non resta altro che curare le bestie e guardare i giorni che si accorciano. È anche il mese dei nuovi inizi: gli stagionali si trasferivano nelle loro nuove cascine nel giorno di San Martino (da noi infatti "fare San Martino" significa traslocare).
Quando si vive in campagna, l'accorciarsi dei giorni diventa quasi fonte di angoscia: si ha sempre meno tempo per muoversi con la luce, viene buio sempre più presto. Comincia a far freddo, ci si deve adattare alle bizze della brutta stagione: la pioggia, la nebbia, le giornate sempre più uggiose.
È normale che quasi tutti i popoli della nostra latitudine associno novembre alla malinconia, e quindi anche a ciò che la può causare al di là del clima: il ricordo dei nostri morti, per esempio. È normale anche che novembre, essendo tradizionalmente un mese di relativa inattività e prosperità, sia associato all'introspezione e al lavoro intellettuale.
Ecco, per noi civilizzati e urbanizzati queste sensazioni sono più superficiali, a metà strada tra il luogo comune e l'abitudine. E non cambia poi molto se si va a vivere in campagna, perché ormai le comodità come riscaldamento ed elettricità ottundono le nostre sensazioni.
Bisogna osservare la natura per rendersene conto, fermarsi un attimo e chiedersi cosa sta provando il cinghiale che ti viene a rovistare nei bidoni o la volpe che gira intorno alle vacche nella speranza di mangiarsi una placenta calda. Io, se fossi in loro, per esempio invidierei quegli animali che a novembre vanno in letargo. Anzi, li invidio a prescindere.
Probabilmente è per sopperire al fatto che noi umani non andiamo in letargo che Samhain viene anche considerato l'ingresso nel tempo del sogno: se non possiamo dormire come orsi, almeno sogniamo, entriamo in contatto con il nostro inconscio e con le nostre ombre, esploriamo ciò che la nostra razionalità non contempla.
Da questo serbatoio attingeremo energie per il lavoro di sabato. Viste le premesse della volta precedente, dedicata a una generica panoramica su stagioni ed elementi, mi aspetto che questa esperienza sia ancora più bella e intensa per tutte e non vedo l'ora di spogliarmi dei miei panni di insegnante per unirmi alle mie compagne nella danza.