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mercoledì 15 luglio 2015
La rinvincita del teatrodanza
Sono passati ormai 13 anni dal mio primo saggio di danza, quello della prima scuola che ho frequentato e che ora non esiste più. Un saggio a cui non partecipavo, perché la nostra classe era troppo "giovane", ma a cui assistevo con grande interesse.
Dal momento che le mie insegnanti dell'epoca avevano aspirazioni "artistiche" che andavano al di là della commerciale bellydance, il saggio cominciò con uno spettacolo di teatrodanza.
Incomprensibile, noioso, deprimente.
Giurai eterno odio al teatrodanza.
13 anni dopo, mi ritrovo a uscire dalla pensione in cui mi sono ritirata da un paio d'anni per seguire un seminario della mia amata maestra Pedretti.
Il seminario conteneva una suggestione a cui non so resistere: la figura di Lady Macbeth.
Sono stati tre giorni intensi, in cui abbiamo sperimentato poca danza (nel senso stretto del termine) e molta tecnica teatrale. Bello, profondo, appagante. Faticoso, ma di quella fatica che ti lascia felice.
Il risultato, montato su una musica "giusta", è stato molto soddisfacente. Non solo dal mio punto di vista di interprete, ma anche come resa scenica: lo stile Pedretti vince sempre.
Quando sono tornata a casa e ne ho parlato con Luca, lui mi fa "quindi era una specie di teatrodanza".
E sì, era una specie di teatrodanza.
Ma che differenza con 13 anni fa.
domenica 8 marzo 2015
Foto che non sapevo di avere
Rientro da una decina di giorni davvero infami.
Prima si è ammalato Ettore: pensavamo a una delle solite febbri alte ma brevi, e invece si è fatto 5 giorni oscillando tra i 38 e i 39 gradi.
Proprio allo scadere di questi 5 giorni, mi sono ammalata io. E ho fatto 4 giorni a 38 e mezzo, io che non sono mai proprio così precisa.
Da ieri sono sfebbrata, e ieri ho passato tutto il giorno a guardare il termometro con aria incredula. Oggi sto decisamente meglio, e ho deciso di sfruttare il sole per fotografare un po' di miei lavori a maglia che finora sono stati immortalati solo con la triste lente dello smartphone.
Quando poi ho scaricato le foto, ho trovato un paio di tesori: alcune foto di Daisy durante il giro di gennaio a Levanto e un tramonto a Baldissero.
Il giro a Levanto non lo ricordo con grande piacere. È stata l'occasione in cui è stata evidente la necessità di farsi aiutare ad educare Daisy, ma non è per colpa sua se Luca ed io abbiamo litigato.
È che a volte mio marito si fa prendere più dalle cose che vuole fare che dalle persone che ha intorno, e questo mi ferisce.
Poi però per fortuna riusciamo a parlarne e a trovare un punto di incontro.
Il tramonto a Baldissero invece sarebbe stato un semplice bel tramonto, se non fosse che è coinciso con l'ultima volta che abbiamo visto la zia Rosa Maria, morta due settimane dopo.
Luca lo ha fotografato per confrontare le prestazioni della nostra compatta con la supermacchina di suo zio, appassionato di foto e bravissimo a farle.
Mi fa piacere pensare che per zio Francesco sia stato un momento di sollievo nel mare di dolore che stava affrontando, una distrazione gradita.
Spero che, se mai dovessi trovarmi nella stessa situazione, arrivi una persona amica a farmi vedere della bella lana, o un catalogo di rose, o a chiedermi consiglio su un mobile da sverniciare.
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mercoledì 19 novembre 2014
The Yourcenar Project
Molto tempo fa, in una galassia lontana lontana, viveva una persona di cui tutt'al più mi sento vagamente parente: faccio molta fatica a ricordare che quella ero io.
Tra le poche sue cose in cui mi riconosco, c'è la passione per l'opera di Marguerite Youcenar.
Funesta passione, a dire il vero, dal momento che è stata uno dei motivi per cui quella persona là si è messa con un uomo totalmente inadatto a lei.
In principio fu l'Opera al Nero. Poi Memorie di Adriano e tutto il resto.
Alcuni libri li ho letti e basta. Altri li ho riletti, anche in lingua originale.
Come dicevo, li ho letti quando ero una persona diversa. Mi chiedo che effetto mi farà rileggere gli stessi libri ora che sono questa qui.
Voglio dire: la Yourcenar parla di sentimenti alti e nobili, di riflessioni intellettuali eccelse.
Io l'altro giorno mi sono trovata nella seguente situazione: il Quarto ha prodotto un vomito pieno zeppo di segmenti di tenia e Daisy ne ha mangiato una parte prima che io riuscissi ad attraversare la stanza per impedirglielo. Altro che pensieri profondi e alto sentire.
Spinta dalla curiosità, ho deciso di rileggere l'opera omnia di Marguerite Yourcenar in lingua originale. Possibilmente entro il 2015. E possibilmente andando in ordine cronologico.
Si comincia con Alexis.
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sabato 12 luglio 2014
Non chiamatelo arcolaio
Vi ho già raccontato che, qualche settimana fa, ho avuto l'occasione di conoscere una persona di grande competenza nel campo del tessile, soprattutto per quanto riguarda tecniche antiche.
Questa persona si chiama Luca come mio marito e questo, quando ne parlo con altri, genera parecchi equivoci ("Ma dai, tuo marito fila?" "Purtroppo no."). Quindi continuerò a chiamarlo "il mio amico esperto di costume antico".
Dopo aver saputo che nella famiglia di mio marito era disponibile un filatoio a ruota o filarello (non chiamatelo arcolaio, è un termine sbagliato contrabbandato dalla Disney), mi ha incoraggiata a prenderlo e sistemarlo.
Nonostante i nostri piani per andarlo a prendere siano stati scombinati dalla varicella di Ettore, il filatoio è arrivato. Ed è cominciato lo studio per capire come funziona e come mettere a posto le sue parti mancanti.
Eh sì, purtroppo non è completo. E ha una sola bobina, danneggiata.
Ma la parte più problematica è quella dell'astina, che trasmette il moto del pedale alla ruota. Quella manca del tutto, e al suo posto c'è una strana rotella che il mio amico non ha mai visto.
Non si tratta di una rotella inserita prima che il pezzo venisse ribattuto: si tratta di una rotella tagliata a metà, come si vede benissimo nella foto, e ricomposta grazie al filo sottile avvolto nella scanalatura del perimetro.
Mi sono lanciata a chiedere agli zii di Luca, che hanno visto il filarello in condizioni migliori, se ricordassero qualcosa di più.
Ho scoperto che in famiglia esiste un altro filatoio, messo meglio, che mi è stato prontamente prestato per poter copiare i pezzi mancanti. Purtroppo non ha la rotella, bensì il tradizionale sistema con l'astina infilata nel perno. Ed è di misura leggermente più grande, quindi non potremo copiare l'astina tale e quale ma dovremo capire di che misura farla.
La cosa più bella di questa piccola indagine è stato richiamare alla mente degli zii di Luca il tempo in cui questo filatoio veniva usato, in parte per necessità (era tempo di guerra e appena dopo) ma in parte per hobby, come diremmo oggi.
Dai racconti, ho ipotizzato che questi filatoi fossero stati fatti per le prozie nubili di Luca, le famose Candida e Domitilla.
Le ho viste recentemente in foto di quando erano intorno ai vent'anni.
Candida, poveretta lei, era la più bassa, sarà stata sul metro e mezzo come me. Credo che il filatoio toccato a me fosse suo: è più basso e con meno fronzoli, evidentemente più usato e usabile.
Domitilla era più alta e con tratti un po' troppo decisi per i gusti delicati degli uomini Belle Époque.
Dalle foto, io le trovo belle entrambe.
Mi hanno sempre fatto un po' tenerezza e un po' rabbia queste due zitellone, la cui principale attività era prima viziare l'unico fratello maschio (il nonno di Luca) e poi accertarsi che la cognata mantenesse lo stesso standard di bambagia.
Lo scorso weekend mi sono fatta raccontare un po' di più e ho scoperto che, negli anni che si ricordano gli zii di Luca, Candida e Domitilla allevavano conigli d'angora e ne filavano il pelo. Lo tingevano pure, chissà con quali coloranti.
Quando l'ho detto al mio amico, la risposta è stata "Ho sempre desiderato filare l'angora".
Mi sa che nel mio futuro c'è qualche coniglio.
mercoledì 18 giugno 2014
Io odio la scuola
In questo periodo, è inevitabile che si faccia qualche riflessione sulla scuola.
Tranquilli: non vi rifarò il pippone sulle vacanze estive che durano troppo, quello l'ha già fatto con efficacia l'esimia Belqis.
La mia riflessione è meno mirata, più confusionaria.
Nasce dal fatto che non è giusto tenere al banco dei bambini per 8 ore. Dal fatto che i problemi di apprendimento crescono in modo esponenziale e la scuola (la società) risponde dando facilitazioni agli svantaggiati, senza interrogarsi su metodi alternativi di insegnamento. Dal fatto che tutti, in questa scuola, ci sentiamo cornuti e mazziati: genitori, insegnanti, gli alunni quando perderanno l'entusiasmo giovanile.
E sono arrivata alla conclusione che il mio atteggiamento scettico e negativo nei confronti della scuola nasce da un fatto personale, molto semplice: odio la scuola.
L'ho sempre odiata, con tutta la passione del mio cuore.
Ho amato le persone: insegnanti miei e dei miei figli, più di quanto sperassi.
Ma l'istituzione è sempre stata mia nemica. Per la sua rigidità, per l'oppressione, per il fatto che fino a 19 anni ti reputano incapace di scegliere le materie che ti serviranno nella vita.
Forse alla base di questo odio c'è un bel po' di presunzione, da parte mia: la presunzione di sapere fin da subito cos'è meglio per me (e per i miei figli).
Però di fronte a me ho trovato un muro di uguale presunzione: quella di un'istituzione che presume di sapere che cosa è meglio per tutti noi, senza conoscerci. Quella di una scuola che è uguale a se stessa dai tempi di mio nonno, e quando è cambiata l'ha quasi sempre fatto in peggio.
Ci ho messo quei 30 anni ad arrivare a questa presa di coscienza. Meglio tardi che mai.
PS: l'università invece, quella sì, l'ho sempre amata. E tuttora, con tutti i suoi problemi, continuo a ritenerla una delle più belle istituzioni al mondo. Un luogo dove la libertà regna sovrana (a volte anche un po' troppo) e dove si può imparare a più non posso.
Certo, è luogo di baroni e di invidie, non è un mondo perfetto. Ma che differenza con il grigio della scuola
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giovedì 12 giugno 2014
Zaino in spalla
Come forse alcuni di voi ricorderanno, a ottobre abbiamo deciso di sganciarci dalla meta fissa di ogni estate: Levanto è stata per noi come una seconda casa, ma ora è tempo di vedere il mondo.
Per quest'anno abbiamo pensato alla Grecia. E subito molti amici ci hanno dato ottimi consigli.
Eravamo orientati ad andare a Gavdos, come consigliato da Anna, ma abbiamo aspettato troppo a prenotare il biglietto aereo: ottobre ci sembrava presto, e invece l'anno prossimo ci converrà prenotare anche prima.
Disorientati dal costo dei voli (saremmo arrivati a spendere tipo 1500 euro), abbiamo deciso di cambiare destinazione, ma non Paese: abbiamo preso i voli più economici su Atene e, zaini in spalla, gireremo le Cicladi in traghetto e tenda.
Ovviamente le piccole Cicladi: che senso ha andare a Mykonos con figli e marito? Voglio assolutamente portarli a Santorini per la bellezza della caldera, ma penso che sarà una toccata e fuga, al limite con un giretto a Thirasia (se ne vale la pena: consigli?).
Sono molto contenta di questo viaggio, ma anche un po' spaventata: ci sono ancora tante cose da preparare e a cui pensare, e io non ho mai fatto un viaggio in tenda.
Dovremo prendere zaini di misura adatta a fare da bagaglio a mano, informarci su come caricare la tenda (probabilmente come attrezzatura sportiva, così ci ficchiamo dentro anche le maledette pinne di Luca), comprare i sacchi letto e i materassini adatti.
Insomma, siamo dei gran disorganizzati, e si vede.
Però Grecia sia, e speriamo non per una volta sola.
lunedì 12 maggio 2014
Giocare con i "se"
Il ritorno da Torino di solito ci stimola conversazioni speculative. Non so perché: forse perché i figli dormono, forse perché si sono visti luoghi e persone legati al passato di Luca, forse perché di solito è tardo pomeriggio / sera.
Ieri ci siamo trovati a parlare di com'era lui prima di conoscermi e di donne che sarebbero potute essere al mio posto, e invece ci sto io.
Io non posso sapere come fosse lui prima di conoscermi, ma un pochino riesco a immaginarmelo. Un po' mi fa tenerezza, un po' rabbia.
Però so che cosa ho trovato io, dieci anni e mezzo fa. So quanto ho lottato e lotto tutti i giorni perché i suoi hobby e le sue passioni non prendano il sopravvento, ma è una lotta che faccio volentieri.
Luca è come il giardino della casa del polacco: appena ti distrai cresce di tutto, ma che bellezza poterselo godere.
Certo, vivere nella casa del polacco non è da tutti, e neanche stare con Luca. Se non lo ami con tutto il cuore, se non desideri avere non un futuro ma tutto il futuro con lui, meglio lasciar perdere: non è colpa tua.
È solo una questione di gusti. E di onestà.
Ieri ci siamo trovati a parlare di com'era lui prima di conoscermi e di donne che sarebbero potute essere al mio posto, e invece ci sto io.
Io non posso sapere come fosse lui prima di conoscermi, ma un pochino riesco a immaginarmelo. Un po' mi fa tenerezza, un po' rabbia.
Però so che cosa ho trovato io, dieci anni e mezzo fa. So quanto ho lottato e lotto tutti i giorni perché i suoi hobby e le sue passioni non prendano il sopravvento, ma è una lotta che faccio volentieri.
Luca è come il giardino della casa del polacco: appena ti distrai cresce di tutto, ma che bellezza poterselo godere.
Certo, vivere nella casa del polacco non è da tutti, e neanche stare con Luca. Se non lo ami con tutto il cuore, se non desideri avere non un futuro ma tutto il futuro con lui, meglio lasciar perdere: non è colpa tua.
È solo una questione di gusti. E di onestà.
martedì 31 dicembre 2013
La vita o si vive o si scrive
Se non ricordo male, lo diceva Oscar Wilde. Ne ero abbastanza convinta, finché ero piccola.
Poi mi sono accorta che, se non vivi, non hai molti argomenti di cui scrivere.
Fino a non moltissimo tempo fa, ero convinta di voler scrivere storie serie, drammatiche. Non necessariamente il capolavoro del secolo, però non riuscivo a immaginarmi come autrice leggera.
Nel frattempo, però, quello che scrivevo sul mio primo blog, Il Mignolo col Prof (purtroppo ormai irraggiungibile a causa della chiusura di Splinder), faceva ridere ed appassionare le persone.
Luca, che per i blogamici della prima ora resta Mignolo, mi forniva spunti talmente numerosi ed improbabili da sembrare un personaggio inverosimile. E poi c'erano i gatti, la cascina con i suoi abitanti stravaganti, i bambini.
E ad un certo punto, quando sono riuscita a superare l'orribile 2009 e i suoi strascichi, mi sono detta: perché no? Ed è nata Sholeh, che ha partorito Zohar, che racconta in prima persona la storia di Nidhal.
Nonostante sia fantasy, perdipiù urban, per queste storie ho attinto a piene mani dalla mia vita, dalle cose buffe e belle che mi capitano tutti i giorni, dai miei battibecchi con Luca, dalle persone che mi circondano.
In questo periodo, sto ricaricando le pile. E lo faccio con le mie principali fonti di ispirazione, ovvero la famiglia, i gatti e la natura che mi circonda (tipo la lumaca neonata, il coniglio stalker e la cimice mannara).
Mi sfogo a fotografare di tutto, perché negli ultimi tre giorni è tornato il sole.
Ho aumentato spaventosamente la produzione di roba a maglia, anche se sono rosa dal senso di colpa di non studiare abbastanza (a gennaio farò un concorso per migliorare il mio stipendio).
E conto le settimane, ormai davvero poche, che mi separano dalla mostra di Sybille e dall'incontro con le blogger trentinoaltoatesine.
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venerdì 25 ottobre 2013
La casa stregata
Dacché abitiamo in casa del polacco, la mia vita ha preso una piega che non mi sarei mai aspettata, tantomeno 10 anni fa quando ero una giovane single urbana (ancora per poche settimane).
A parte un imprevedibile interesse per orto e giardino (sono arrivati i semi di guado e iperico, evviva!), il fatto è che in questa stagione di mezzo i miei tardi pomeriggi/serate ruotano intorno al fuoco, che sia del camino o della caldaia a pellet.
Ci mettiamo sul tavolone della sala a tagliare e cucire pipistrelli, fantasmi, spettri e altre decorazioni per Halloween. Ieri mi sono ritrovata a cucire a mano per la prima volta da probabilmente un anno, e mi è piaciuto come mi piaceva da piccola sedermi vicino a mia nonna che lavorava a uncinetto e far finta di rammendare le calze (ovviamente mia nonna mi dava calze da buttare, perché ci facessi tutti i pasticci che volevo, usando l'uovo di legno blu).
Oppure abbiamo sfruttato il calore del camino per la lettura collettiva prima di andare a letto, e sembravamo una famiglia della borghesia ottocentesca, una cosa tipo Heidi.
Forse è il nostro modo di abituarci alla casa nuova, i cui tempi e climi devono ancora essere esplorati. O forse è la casa del polacco a tenerci più uniti, a vegliare sulla nostra felicità, a proteggerci.
Al contrario di quello che succede negli horror, mi sono sempre sentita bene accolta dalla nostra nuova casa. Forse le siamo simpatici perché un po' matti come il precedente inquilino. Forse, dopo 20 anni di abitante quasi singolo, aveva voglia di ravvivarsi un po', di ospitare bambini, di fare un po' di casino. Forse in cantina c'è qualche spora psicotropa che ci fa assomigliare alla famiglia Ingalls.
Fatto sta che ogni giorno non vedo l'ora di tornarci insieme alla mia famiglia, di stare tutti insieme. Anche quando significa sopportarci a vicenda.
PS: se siete della mia generazione, scommetto che il titolo del post vi ha fatto venire in mente questo film qui.
A parte un imprevedibile interesse per orto e giardino (sono arrivati i semi di guado e iperico, evviva!), il fatto è che in questa stagione di mezzo i miei tardi pomeriggi/serate ruotano intorno al fuoco, che sia del camino o della caldaia a pellet.
Ci mettiamo sul tavolone della sala a tagliare e cucire pipistrelli, fantasmi, spettri e altre decorazioni per Halloween. Ieri mi sono ritrovata a cucire a mano per la prima volta da probabilmente un anno, e mi è piaciuto come mi piaceva da piccola sedermi vicino a mia nonna che lavorava a uncinetto e far finta di rammendare le calze (ovviamente mia nonna mi dava calze da buttare, perché ci facessi tutti i pasticci che volevo, usando l'uovo di legno blu).
Oppure abbiamo sfruttato il calore del camino per la lettura collettiva prima di andare a letto, e sembravamo una famiglia della borghesia ottocentesca, una cosa tipo Heidi.
Forse è il nostro modo di abituarci alla casa nuova, i cui tempi e climi devono ancora essere esplorati. O forse è la casa del polacco a tenerci più uniti, a vegliare sulla nostra felicità, a proteggerci.
Al contrario di quello che succede negli horror, mi sono sempre sentita bene accolta dalla nostra nuova casa. Forse le siamo simpatici perché un po' matti come il precedente inquilino. Forse, dopo 20 anni di abitante quasi singolo, aveva voglia di ravvivarsi un po', di ospitare bambini, di fare un po' di casino. Forse in cantina c'è qualche spora psicotropa che ci fa assomigliare alla famiglia Ingalls.
Fatto sta che ogni giorno non vedo l'ora di tornarci insieme alla mia famiglia, di stare tutti insieme. Anche quando significa sopportarci a vicenda.
PS: se siete della mia generazione, scommetto che il titolo del post vi ha fatto venire in mente questo film qui.
giovedì 24 ottobre 2013
Esperienze di lettura collettiva: La mia famiglia e altri animali
No, non l'abbiamo letto in spagnolo. E nemmeno in inglese, purtroppo. Però la copertina italiana non mi piace per niente, mentre questa mi somiglia di più.
Sarà che nel ragazzino (Durrell da giovane?) vedo un po' di Ettore. O sarà che la fotografia in bianco e nero contrasta parecchio col mondo caleidoscopico raccontato da Durrell.
Per me questo libro è il libro della vita: l'ho letto per la prima volta a 9-10 anni, al mare, l'ho riletto varie volte e ho letto anche altri libri di Durrell. Per dire: appena carico la Postepay mi compro su Kindle l'intera trilogia in inglese.
Lo leggo e rileggo perché Gerry sono io. Io come vorrei essere, anche adesso che ho 37 anni e non 10. Sono io quella che raccoglie bestie e chiede alla famiglia il permesso di tenerle in casa. Sono io quella che guarda le gazze piena di nostalgia e desiderio. Sono io quella che sogna la Grecia.
Non che gli altri membri della mia famiglia mi disapprovino, intendiamoci. Però insomma, non era Luca a voler fare l'etologo da piccolo, ero io (infatti lui ha fatto Botanica). E sono io ad aver lanciato l'idea della Grecia, per l'estate prossima.
Leggere Durrell per la mia famiglia è stata un'esperienza bellissima: abbiamo riso, abbiamo sognato, ci siamo commossi, il tutto struggendoci di desiderio per una terra che nessuno di noi ha mai visto né vedrà mai (dubito che la Corfù di oggi sia quella del '35). Ai bambini è piaciuto pazzamente, soprattutto nei punti più comici. Luca in certi momenti rideva fino alle lacrime.
Ieri l'abbiamo chiuso, con molto rammarico e infinita gratitudine. Siccome non siamo tipi rigorosi e di sera un certo Ettore cascava sempre dal sonno, ci abbiamo messo quasi 3 mesi a terminare questa avventura. Da un lato mi dispiace, perché il libro era in prestito e ho dovuto chiedere mille rinnovi alla mia meravigliosa bibliotecaria. Dall'altro però la dilazione dei tempi ci ha permesso di apprezzarlo meglio.
Ci tengo a sottolineare che non si è trattato di un libro letto ai bambini, ma a tutta la famiglia: non abbiamo letto una sola riga senza essere al completo. Ed è stata un'esperienza che consiglio a chiunque, anche a famiglie con un'età media più alta o a gruppi di amici: non è molto diverso dal guardare insieme il vostro programma preferito, e permette di godersi i libri in modo diverso.
lunedì 14 ottobre 2013
Weekend agrodolce con finale speziato
Vengo da un bellissimo weekend a Bobbio, in cui ci siamo ricaricati, riposati e riempiti nel nostro agriturismo preferito.
Il tempo ha aiutato: venerdì e sabato bellissimo, domenica coperto ma praticamente senza pioggia. Abbiamo camminato, giocato, fatto un po' di shopping, lavorato a maglia, provato un tè rosa e vaniglia spettacolare.
Abbiamo raccolto bacche di ginepro, mandorle e noci. Castagne poche e piccole, ci rifaremo l'anno prossimo.
Alla fine del weekend, mentre tornavamo a casa, abbiamo ricevuto una notizia che da un lato mi ha intristita ma dall'altro arriva in un momento in cui sentivamo il bisogno di voltare pagina: non potremo trascorrere la solita settimana invernale a Levanto ed è in forse anche la disponibilità per l'estate.
Il fatto è che io avevo già avanzato l'ipotesi di starcene a goderci la casa nuova e la sua stufa a pellet, e per l'estate mi scorreva sotto la pelle una voglia pazza di Grecia (alimentata dalla lettura di Durrell). E insomma, Grecia sia, si apre la caccia a consigli e indirizzi (ringrazio in anticipo Anna, che se passa di qui sicuramente mi saprà aiutare).
Levanto ci ha dato tanto, è un posto splendido abitato da persone altrettanto stupende, e ci torneremo sicuramente per qualche weekend, ma è giusto che, adesso che i bambini sono un po' più grandi, ce ne andiamo a vedere un po' di mondo.
Poi non è che tutti i salmi finiscano in gloria, e quindi la sera della domenica l'ho passata a pulire deiezioni feline e ad annusare con sospetto le parti di casa che mi sono parse indenni.
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giovedì 12 settembre 2013
Riordinando i ricordi delle vacanze
Quando mi chiedono dove sono stata in ferie, la sensazione è di essere sempre un po' monotona, con 'sta Levanto e 'ste Cinque Terre.
Poi metto in ordine le foto delle vacanze e chissenefrega se non vado in posti più fighi.
venerdì 5 luglio 2013
L'erba dai mille volti
Amo l'iperico.
Ne ho scoperto l'unguento sei anni fa, in occasione di una scottatura, e da allora non faccio altro che stupirmi delle proprietà incredibili di questa pianta.
Prima di tutto, non avrei mai creduto che un rimedio fitoterapico potesse essere tanto efficace in così poco tempo, mi è sempre bastata una sola applicazione per eliminare il dolore delle scottature (solari, da forno, persino le temute scottature da caramello).
Secondariamente, trovo bellissimo che una pianta che fiorisce al solstizio doni tutto ciò che solitamente colleghiamo al sole: luce, allegria, buonumore. Non l'ho ancora provato in tisana o nell'insalata, come fa una mia collega, ma solo perché finora l'ho trovato solo a bordo strada e non mi pareva il caso di usarlo a scopi alimentari.
In terzo luogo, tinge. Per dare il meglio di sé, richiede un bagno colore alcolico (che può essere tranquillamente fatto con l'alcol denaturato al 50% che si trova al supermercato, il risultato non cambia e voi risparmiate quei 15 euro): i fiori devono essere lasciati macerare per diversi giorni, anche se l'alcol si colora subito di un rosso entusiasmante.
Al momento di tingere, si scioglie un po' di allume in acqua, vi si immerge la lana e si porta lentamente a ebollizione.
Quando l'acqua bolle, si spegne il fuoco (mi raccomando!) e si versa il bagno colore filtrato nella pentola. Il rosso, a contatto con la lana, diventa verde come per magia.
Quando, dopo una giornata o una notte, si decide di sciacquare, bisogna mettere in conto un vero e proprio lavaggio: se ci si limita a sciacquare, la lana asciugando rimane appiccicosa come se fosse stata immersa in acqua e zucchero.
Purtroppo col lavaggio se ne va un sacco di colore, e il verde che rimane attaccato alla lana è di una tonalità spettacolare, ma piuttosto tenue rispetto all'illusione che ci aveva dato.
La ricerca del verde perfetto continua.
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