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giovedì 20 marzo 2014

Maschi e femmine

Ieri, mentre Luca lottava in caseificio contro gli scarafaggi ed Ettore si appisolava sempre di più, mi è capitato di parlare con Amelia di cose importanti: uomini e donne, omosessuali ed etero ("mamma, ma le donne che amano le donne si chiamano donnesessuali?" Anche no...), amici e fidanzati.
Mentre condividevamo lo sconforto per l'omosessualità di un ragazzo molto carino (sconforto dovuto al fatto che manco nei nostri sogni più sfrenati potremo ormai vederci al suo fianco, mica per altro), mi sono chiesta perché sia così facile per noi e per i miei figli accettare che il tale sia fidanzato con un ragazzo e il talaltro ami vestirsi da donna.
Sbagliato, mi son detta: la domanda dovrebbe essere "perché per tante persone è così difficile accettare che i propri conoscenti abbiano una sessualità diversa da quella standard?".
Ammetto: se un domani uno dei miei figli mi confessasse di amare il sadomaso, proverei un bel po' di imbarazzo. Se mi venissero a decantare lo scambio di coppia, farei fatica a rimanere indifferente. Ma anche se mia figlia diventasse fan di Gigi D'Alessio.
Insomma: ci sono cose che sono nel mio gusto e altre che proprio no.
Ma non è una questione di principio, è una questione di gusto.
Facevo ad Amelia l'esempio: io non riesco a concepire che ad alcune persone non piaccia il cioccolato, eppure qualcuna ce n'è. E non fa niente di male a non amare il cioccolato, anzi, ce ne sarà di più per noi.
Io penso che nella vita l'importante sia essere brave persone. Vivere bene, facendo e cercando il bene.
E per fare questo non importa se amiamo uomini, donne, marziani o capre, purché ricambiati e nel rispetto reciproco.
Credo che le persone vadano apprezzate per quello che sono e che fanno, non per lo stereotipo che rappresentano.
E credo che, se esistesse il Dio dei cristiani, il Dio d'amore infinito, almeno in questo sarebbe d'accordo con me.

giovedì 12 dicembre 2013

Lo spirito del Natale

Fonte: Pinterest

Sempre più spesso, mi capita di sentirmi dire "Quest'anno non facciamoci regali tra noi", al limite con l'aggiunta "Pensiamo solo ai bambini".
Io sono 9 Natali che penso ai bambini. Dove "pensare ai bambini" non significa riempirli di giochi e doni, ma anche e soprattutto rispettare le loro esigenze, tipo non costringerli a 200 ore di pranzo, magari al ristorante, magari in posti dove si rompono le scatole. Ho fatto anche la figura della stronza per questo, ma ne sono ben contenta.
E sono abbastanza d'accordo con il "Quest'anno non facciamoci regali tra noi", se questo significa che chi lo dice sente il peso del regalo obbligatorio: non sei obbligato a farmi un regalo, davvero.
È altrettanto vero che, se ne sento l'esigenza, io non sono obbligata a non farlo a te. E a volte si sente l'esigenza potente di fare un regalo. Quando vedi qualcosa che sai piacerebbe a quella tua amica. Quando possiedi qualcosa che farebbe piacere a quell'altra, e tu invece non la usi e non la valorizzi. Quando hai voglia di fare qualcosa con le tue mani per quella specifica persona.
Lo so che non esiste solo il Natale. Anzi, molti si stupiranno di sentire un'atea che dà tanto peso a una festa che si considera cristiana.
Ecco, vorrei spiegarmi: il Natale per me non è una festa cristiana. No, non ho intenzione di tirare fuori le storie sul Sol Invictus e Mitra che ha rubato il compleanno a Gesù.
È che io me le immagino, quelle povere persone di 3000 anni fa che vivevano in un clima come il nostro. Me le vedo abitare nelle loro casette di legno, col freddo che faceva quando arrivava l'inverno. Mi immagino le loro paure: basterà il raccolto dell'estate? Basterà la legna? Avremo abbastanza vestiti caldi?
E poi, immagino la paura più grande di tutte: i bambini? I miei bambini supereranno l'inverno?
Molti non lo superavano, va da sé, e non erano certo frutta e noci a fare 'sta grande differenza.
Ma era importante aver fatto tutto il possibile: averli nutriti meglio, averli coperti di più. Alla peggio, aver fatto sentire loro quanto li avevamo amati durante la loro breve vita.
I regali del Natale ci ricordano questo. E ci invitano a gesti di gentilezza, per far sentire ai nostri cari che pensiamo a loro e non li diamo per scontati.
Ovviamente, questo discorso vale solo per chi ci è davvero caro: gli altri si arrangino, per me il Natale non è la festa dell'ipocrisia.

PS: in tutto questo, neanche quest'anno sono riuscita a trovare qualcosa che possa far capire a Luca quanto lui mi sia caro e prezioso. Pazienza, lo accompagnerò a prelevare un po' di sabbia e acqua marina per l'acquario.

lunedì 18 marzo 2013

Musa's Box di quasi primavera


La cosa più bella della settimana la vedete per prima: Sybille ha creato una bellissima copertina per il terzo libro della serie di Sholeh Zard. Sarà un modo elegante e mooooolto gradevole per dirmi di sbrigarmi col secondo? ;-)
Dopo una sorpresa come questa, difficile trovare qualcosa che possa stargli alla pari. Eppure, questa settimana è stata ricchissima di cose belle:
- concepire un nuovo e spero veloce progetto per ingannare il tempo in attesa dei ferri circolari per Ettore (e imparare a fare le trecce)
- avere idee narrative nel sonno o quasi
- i miei bambini che finalmente possono giocare in cortile senza giacca pesante (ehm, adesso non tanto...)
- la valletta illuminata dal sole, con una leggerissima nebbiolina che si alza
- la Postepay piena (e subito svuotata)
- i complimenti per il mio scialletto da collo


- i biscotti al cioccolato di Luca
- tornare a casa e scoprire un caso di telepatia coniugale
- assistere a un pezzo di storia
- parlare di cose difficili con i miei figli, e avere la sensazione che capiscano almeno un po' (ma non indago, per non ricevere delusioni)
- il sole, inaspettato in un giorno in cui davano brutto senza speranza
- spacciare pasta madre altrui
- un taglio di capelli azzeccato, fatto con competenza e amorevolezza
- sentirmi immeritatamente un piccolo guru della maglia (solo perché ho 2 mesi di esperienza in più, quindi chi comincia mi chiede consiglio)
- mio figlio che legge Topolino (legge davvero, non fa finta!)


- la sensazione, purtroppo sorta in confronto con una collega, di essere tanto tanto fortunata che tutti quelli che amo siano in salute (fisica, quella mentale non è contemplata in questa casa)
- la ciniglia rosa cipria e marrone
- parlare di tinture naturali e di progetti per la lana d'Abruzzo
- il doppio velo in compagnia, grazie al brufen
- gli appunti di antropologia culturale e forense
- il sushi di Wok
- inaugurare la casa di un'amica e festeggiare il successo di un'altra
- andare a conoscere la famiglia di un'amica quasi solo virtuale, a un'ora e mezza da noi, e trovarcisi tutti benissimo, sia noi sia i bambini
- l'insalata arance, avocado, rucola, misticanza e sesamo
- scoprire cose nuove in cucina (la carta forno bagnata!)
- i miei bambini che si svegliano e vestono spontaneamente
- il Quarto, ultimamente sempre più selvatico, che mi chiede le coccole
- il paesaggio imbiancato, e pazienza se siamo a marzo.





mercoledì 26 dicembre 2012

La coppa e il mortaio

Questo Natale mio cognato ci ha regalato uno splendido mortaio fatto da lui al tornio (lo fotograferei, se potessi godere di un minimo di luce decente, ma purtroppo...).
Si tratta di un mortaio a coppa, di ciliegio, con un elaborato pestello di sanguinello. È una coppia di oggetti molto belli, che però, siccome siamo dei cazzari, ha dato origine a una serie di battute (originate anche da una novella salace che non ricordavo se fosse di Boccaccio o dell'Aretino, e che scopro essere la seconda novella dell'ottava giornata del Decameron).
Tornati a casa, tiriamo fuori il mortaio e il suo pestello e li osserviamo meglio, anche per decidere dove metterli. E vengo folgorata da un'idea. Un po' irriverente, ma troppo illuminata.
Facciamo un passo indietro: nella simbologia rituale neopagana così come è stata codificata negli ultimi 50 anni, la Dea è rappresentata dalla coppa (identificata e/o confusa col Graal) e il Dio è rappresentato dall'athame.
Ad un certo punto del rituale, per significare l'unione di maschile e femminile, l'athame viene inserito nella coppa e viene recitata una formula che non ricordo mai. Questa mi è sempre sembrata una forzatura, un'unione non molto felice di simboli che presi singolarmente possono andar bene ma messi insieme non formano nessuna sinergia e non svolgono nessuna funzione. Nessuno, nella vita di tutti i giorni, inserisce un coltello in una coppa.
Invece, nella vita di tutti i giorni, può capitare che un pestello venga inserito in un mortaio. E che l'unione dei due attrezzi produca un pesto o un trito di frutta secca o un masala di spezie.
Il pestello e il mortaio sarebbero il simbolo perfetto per il Dio e la Dea: singolarmente presi sono significativi, e insieme svolgono una funzione.
Sarò l'unica persona a cui è mai venuta in mente questa cosa? Sicuramente no. E allora perché continuare con la coppa e l'athame?
Ho una mia personale teoria. Ma mi piacerebbe che fosse smentita.

lunedì 21 novembre 2011

Credere e conoscere

Spesso, quando sento le storie di altri atei come me, scopro che vengono da una grossa delusione da parte delle istituzioni ecclesiastiche. Invece io ho avuto un parroco meraviglioso, una persona colta e aperta, sempre tesa verso i giovani e le loro esigenze.
Solo che un bel giorno, a 15 anni, ho capito che io non ero fatta per la fede: non riuscivo a credere in una divinità che se ne stesse nell'alto dei cieli a guardare benignamente i suoi figli e che poi ne premiasse o punisse la condotta. Di più: oltre a non riuscire a crederci, ritenevo che la cosa mi fosse indifferente. Nel senso: che ci sia o no una divinità, non ne ho bisogno per la mia vita quotidiana, perché mi comporto in modo etico (e, se non lo faccio, mi sento in difetto) a prescindere da un eventuale premio nell'aldilà (altra cosa in cui non credo).
Queste sono tuttora le mie convinzioni a riguardo.
L'incontro con il paganesimo mi ha convinta però che ci possa essere un modo di nutrire la propria spiritualità in altro modo, senza dover per forza credere. Io non posso credere, è un dono che non ho, ma posso conoscere il sacro dentro di me. Dove per "sacro" intendo tutto ciò che sta al di fuori della mia prepotente razionalità: emozioni, sentimenti, ricordi, impulsi creativi o distruttivi, desideri e paure, intuizioni e premonizioni.
Da sempre credo che dentro di noi ci sia molto di più di quello che razionalmente accettiamo, ma non ho mai saputo come mettermi in contatto con questo qualcosa. Alcuni lo fanno attraverso lo psicologo, ma mi sembra riduttivo e un po' medicalizzato. Altri lo fanno attraverso la fede, ma io appunto non posso. Il paganesimo lo fa attraverso una serie di tecniche (visualizzazioni e rituali) che non conosco ancora interamente e che voglio approfondire.
Lo so che questo può apparire eccentrico a chi non ha gli strumenti per capire. A mia madre, che si accontenta di un generico cristianesimo senza praticare, la mia scelta appare nella migliore delle ipotesi una ricerca filosofica e nella peggiore un gioco di società. Altre persone si chiederanno perché non posso dire una preghierina come tutti e mettermi l'animo in pace. Altre persone invece si chiederanno il contrario: perché non mi leggo qualche trattato di filosofia o psicologia e amen.
Io credo che i motivi per cui ho intrapreso questo percorso siano perfettamente spiegati da Luca Enoch in Gea: un "pesante" apparentemente rozzo e godereccio spiega alla protagonista che ci sono varie vie per conoscere. I pesanti, per esempio, conoscono attraverso l'eccesso, sia alimentare sia comportamentale. Gea, invece, acquisisce la comprensione delle cose attraverso la musica, ricalcando il comportamento degli sciamani.
Io solitamente, quando c'è qualcosa che mi incuriosisce o mi turba, faccio come Hermione: mi rivolgo ai libri, che mi piacciono e mi rassicurano. Eppure mi rendo conto che questo modus operandi, consolidato in tanti anni, non mi basta più: non voglio più conoscere solo attraverso il cervello, voglio conoscere con tutto il mio corpo. Voglio danzare la conoscenza, mimarla per viverla più intensamente, scoprire quali gesti mi colpiscono nel profondo. Il che non significa solo portare nella danza le mie emozioni, ma anche e soprattutto le mie esperienze e i miei ricordi, per non perderli.
Ricordo per esempio che, poco prima di lasciarmi con il mio ex di 14 anni più vecchio, mi ero infatuata di un mio compagno di master. Mi veniva naturale toccargli i capelli o le spalle, c'ero già abituata e quelli erano gesti che mi venivano spontanei. Anni dopo, quando ero stata sola per troppo tempo e quei gesti avrei voluto compierli su un ragazzo che desideravo e con cui avevo una certa confidenza, mi venivano innaturali: avevo perso la familiarità con quel gesto.
Così come avrò perso la familiarità con i gesti che si compiono con i neonati o con quelli legati alla seduzione di una persona del cui interesse non sei ancora certa.
I gesti si dimenticano, e nessun diario riesce a fissarli per noi. La danza invece aiuta a ricordare anche gesti che credevamo dimenticati, e con esse le emozioni a cui sono legati, e parti trascurate della nostra anima.
La danza aiuta anche a immaginare gesti mai compiuti, a reagire a situazioni in cui non ci siamo mai trovati, a vivere vite che magari vogliamo per 5 minuti ma non certo per tutta la vita.
Del resto, Shiva attraverso la danza crea l'universo e lo riequilibra. Io mi accontento del mio piccolo mondo.

giovedì 27 ottobre 2011

Come una mucca

Come ho accennato in qualche post precedente, sto frequentando un gruppo di persone che seguono una filosofia (non la chiamerei religione) neopagana.
Il motivo per cui mi sono avvicinata a loro non è univoco né legato al neopaganesimo: ad un certo punto mi sono trovata a frequentarle per motivi vari, sono saltati fuori discorsi e iniziative a cui ho partecipato. Perché? Perché, più che un gruppo religioso, mi sono sembrate un gruppo di discussione e approfondimento spirituale. E non è che essere atei, come sono io, implichi il rifiuto della spiritualità, anzi.
In particolare, mi attrae il percorso che vorremmo fare, magari con qualche consulenza esterna, sugli aspetti delle divinità femminili antiche. Su come questi aspetti si adattano a noi, su come ci possono completare e darci informazioni su noi stesse.
All'inizio, quando ne abbiamo parlato la prima volta, mi sentivo più attratta dalle dee più evidentemente cazzute: le dee furiose, le dee che hanno compiuto grandi imprese eroiche, quelle che hanno un piglio dispotico che mi si adatterebbe perfettamente (per quanto poi possano avere aspetti complementari di tutt'altro segno).
Riflettendoci, però, ho pensato che è troppo facile: assimilarmi a queste dee non farebbe che rafforzare aspetti che in me ci sono già, nel bene e nel male, senza sviluppare quelli che restano lì, trascurati.
Mi sono fatta un giro in cascina, ho guardato negli occhi le "mie" vacche e ho pensato: quanto sarei più felice se fossi così. Se fossi anche così: mite, umile, amorevole con i miei piccoli e con i miei simili, ma possente e pronta a mettermi tra i miei cari e il pericolo.
Ho quindi letto qualcosa sulla dea Hathor, la dea-vacca dell'Antico Egitto, e ho scoperto che si avvicina molto alle mie aspirazioni.
Questo non significa che d'ora in poi metterò da parte il mio ateismo e venererò una dea che era in voga 3000 anni fa. Significa che avrò un riferimento a cui ispirarmi, per cercare di diventare una donna migliore. Chissà: magari se avessi intrapreso questo cammino anni fa sarei riuscita anche ad avere un rapporto migliore con l'allattamento. Per il momento, mi propongo "soltanto" di scavare dentro me stessa e cambiare: diventare una che ha in sé la forza, ma che non sente il bisogno di manifestarla.
Come una mucca, possente e mansueta.

martedì 25 gennaio 2011

Coerenza senza sforzo

MdiMS loda la mia coerenza. E a me vien da pensare che non è che io faccia molto sforzo per mantenere la mia coerenza in materia di religione: io e mio marito siamo atei, non ci siamo mai trovati nel dilemma di iscrivere i nostri figli a una scuola confessionale (per necessità o comodità), alla materna nessuno ha mai fatto pressioni perché scegliessimo di avvalerci dell'IRC, i miei figli sono ancora piccoli o immaturi e non mi fanno grandi domande sui massimi sistemi.
In più, i miei figli non sono i soli a non frequentare religione, quindi non si sentono isolati. E, anche se si sentissero "diversi", non credo che, col carattere che hanno, ciò si trasformerebbe in un problema generalizzato. Dal mio punto di vista, potrebbero sentirsi diversi perché hanno una famiglia atea così come perché hanno un papà bizzarro o una mamma che non si mette i tacchi. Anzi, almeno in certi ambienti essere atei fa figo, mentre pulire resti di topo dal pavimento o non essere antiOGM sono attività e atteggiamenti più out.
Il fatto è che io sono coerente perché da questo punto di vista sono una pessima madre: non riesco a pensare più di tanto alle conseguenze delle mie convinzioni sulla vita dei miei figli. O forse, se proprio dovessi trovare una scusa alla mia indifferenza su questo punto, direi che trovo più educativo mantenermi su una certa posizione (comunque non fanatica, ma netta) piuttosto che cercare una conciliazione.
Anche perché non sono una pecorella pigra che non va più a messa o una persona dilaniata tra spiritualità e chiesa: sono atea. Dio per me è come Babbo Natale o la fatina dei denti: una bella favola raccontata per consolare o per passare valori positivi. Ma non riesco a crederci. E non ne sento neppure il bisogno, perché l'esistenza di uno o più dei non cambierebbe per niente né la mia vita né il modo in cui la vivo: se un domani dovessi morire e scoprire che hanno ragione i credenti, penso che un'eventuale divinità non avrebbe molto da rimproverarmi, se non il fatto che non ho creduto in lei.
Per i morti stesso discorso: a parte che credere in Dio non significa necessariamente credere all'immortalità dell'anima e viceversa, io non riesco proprio a pensare che, danneggiato il corpo, qualcosa possa sopravvivere. Sopravvivrà il mio ricordo, magari legato a oggetti che possano aiutarlo (foto, cose che ho scritto, cose che ho posseduto). Ma penso proprio che la mia coscienza si spegnerà per sempre, e ciò mi mette addosso una paura fottuta della morte, ma anche una grande determinazione a vivere la mia vita al meglio.
Ovvio che ai miei figli non dico "il tale è volato in cielo" ma "il tale è morto". Non mi sono ancora trovata nella necessità di spiegare la morte di qualcuno che loro hanno conosciuto da vivo e spero di trovarmici il più tardi possibile, ma non penso che potrò edulcorare la realtà per i miei figli.
È noncuranza? Pigrizia? Sincerità? Un misto. Dopotutto, ritengo che la cosa peggiore da perdere sia la fiducia dei miei figli, motivo per cui anche un solo piccolo tradimento come quelli che tanti fanno (vedi alla voce "scappare di nascosto da scuola su sollecitazione della maestra") mi scoccia da morire.
Per la stessa ragione, niente Babbo Natale a casa nostra: per i miei figli è una figura che si vede a scuola e per la strada, ma i regali li portano le persone che ci amano. Babbo Natale è un simbolo e una fiaba, punto.
Ripeto: può essere pigrizia, solo perché non ho voglia di fingere. Ma perché nel nostro mondo la sincerità è così importante, tranne che con i bambini?

martedì 28 settembre 2010

L'occidentale emancipata

Da Piattini, per la nuova rubrica sfashion, si parla di velo. E io, che con (un altro) velo ci ballo, non ho potuto esimermi dall'intervenire.
Al di là dell'imposizione del velo, su cui si è detto di tutto e su cui cambio opinione ogni 10 minuti, credo che ci sia da sfatare un mito. Ovvero il fatto che noi (occidentali) siamo giuste, emancipate, evolute, libere di fare ciò che vogliamo. Mentre loro vivono in una specie di Medioevo oscurantista e violento.
Cominciamo col dire che il problema non è la religione. La maggior parte degli indiani non è musulmana, ma induista o sikh, ma mi pare che le loro donne non se la passino bene: matrimoni combinati, guai se divorzi (già illuminate quelle famiglie che ti permettono di separarti se il marito ti picchia, e guai se ne cerchi un altro), i figli te li cresce la famiglia (anche se magari sta a centinaia di km da te). Per gli africani subsahariani, poi, la religione è del tutto secondaria rispetto all'appartenenza etnica e alle tradizioni a cui sono legati. E non mi sembra che i cristianissimi slavi abbiano molto più rispetto delle loro donne, dal momento che le statistiche europee sulla violenza alle donne sono completamente sballate dall'inclusione della Russia nel campo di ricerca (ve la ricordate quella storia delle principali cause di morte per le donne tra i 16 e i 45 anni?).
E faccio presente che, per tutti i popoli che ho citato, non c'è un dress code unico: in molte parti dell'India le donne possono mostrare senza problemi la pancia, cosa che da noi è considerata appropriata in discoteca e sulla spiaggia, mentre non mi risulta che nelle tribù africane dove le donne vanno a seno nudo ci sia tutta questa eguaglianza uomo-donna.
Quando guardiamo questi popoli, siamo giudici spietati: li consideriamo popoli da educare, da portare al nostro livello come se fossero inferiori. Il confronto ci fa sentire forti ed evolute. Salvo poi scoprire che non è proprio così.
Pensiamo, per esempio, alla divisione dei lavori tra uomo e donna. Siamo ben pronte a condannare le donne velate, se le vediamo cariche di borse mentre il marito ha le mani libere. Ma quante volte questa scena ci passa sotto il naso con interpreti italiani, quando addirittura non la viviamo noi?
Esempio n. 1, tratto dai miei ricordi: anni fa, avevo un amico che venerava i suoi genitori come un modello di vita coniugale. Ne aveva una stima incredibile, ben superiore a quella che ho io dei miei. Io però ho sempre solo intravisto sua madre e mai incontrato suo padre. Parlando di questa coppia ideale con un altro amico, che li conosceva bene, è saltata fuori quest'immagine: lei (una tipa minuta) passa con le borse della spesa davanti al bar dove è seduto il marito, il marito si alza e la segue ma senza minimamente accennare a prenderle una borsa, lei non glielo fa notare e non gli chiede nulla.
Esempio n. 2, tratto dall'osservazione delle coppie sulla spiaggia: in un buon numero di volte, vedo la donna tirarsi dietro tutte le borse del mare + eventuale bambino per mano, mentre l'uomo al massimo regge il giornale.
Esempio n. 3, ché se lo legge mia madre si incazza perché divulgo il fatti di famiglia: io, mia madre e i bambini stiamo andando a casa di mia madre per pranzo. Lei chiama mio padre, nel frattempo già rientrato, e gli chiede di mettere su l'acqua per la pasta in una specifica pentola, di cui gli indica le coordinate. Lui non trova la pentola descritta e lei si incazza, dicendogli di lasciar perdere ché farà lei.
Che cosa significano questi esempi, secondo me? Significano che le donne occidentali non sono molto diverse da quelle arabe: siamo talmente convinte di essere inferiori da scambiare il peso delle responsabilità per un'attribuzione di importanza e da credere che avere potere significhi fare tutto noi senza delegare.
Mi si dirà: ma da noi almeno il processo è in atto. Per carità, chi ben comincia è a metà dell'opera, ma l'opera non si completa da sola.
Quante ragazze italiane hanno problemi a uscire con le amiche perché il fidanzato è geloso? Quante donne italiane, prima di fare qualcosa per sé, si sentono in dovere di pensare prima alla famiglia (anche quando questo significa preparare la cena a marito e figli, come se potessero morire di fame)? Quante donne italiane si sottomettono a mariti violenti o prevaricatori "per il bene dei figli" o semplicemente perché non saprebbero come mantenersi altrimenti? Quante ragazze italiane hanno avuto più problemi a studiare rispetto ai fratelli maschi perché la famiglia non voleva saperle sole in una città lontana? Quante ragazze/donne italiane evitano di vestirsi in certi modi per non attirarsi le ire del padre/marito o semplicemente per non essere giudicate delle zoccole dalla vox populi? Quante donne italiane vengono perseguitate dall'ex fidanzato/marito, a volte fino alla morte?
Io spero che siano sempre meno, ma ce ne sono ancora tante. Il solo fatto che ci siano ci rende inadatte a scagliare la prima pietra contro le islamiche.
Ci sono ragazze musulmane che seguono le regole di vestiario imposte dai genitori per poter studiare liberamente: sono tanto diverse da quelle ragazze che vanno in convitti di suore pur di poter fare l'università in una città troppo lontana dal paesello?
Dopotutto, noi donne siamo abituate da sempre ad accontentare la famiglia: al figlio maschio si perdona tutto, ma la femmina non deve sgarrare. Poi possiamo parlare del fatto che in effetti le femmine corrono più pericoli dei maschi, nella nostra società. Ma già questo è indice di uno squilibrio che non ci dà il diritto di crederci emancipate. E non tiriamo fuori la solita storia degli stranieri che rendono insicure le città, per favore: io abitavo di fianco a un pub frequentato da tifosi di una squadra locale, gentaglia ignorante e volgare tanto quanto quelli che si ubriacano fuori dai call center. Avevo dei vicini senegalesi, tutti ragazzi che facevano chissà quali lavori da schifo (visti i loro orari), ma non mi sono mai sentita men che rispettata, nonostante vivessi sola e non conducessi certo una vita da monaca.
Mi si dirà: tu potevi scegliere se vivere da sola o no, spesso loro no. Ah sì? Io potevo scegliere? Quante ragazze conoscete che, senza nessuna impellenza logistica, vanno a vivere da sole in un monolocale da 20 mq e con la benedizione dei genitori? Io ne conosco ben poche, e nemmeno io sono tra quelle: per mia madre il fatto che vivessi sola era fonte di continua angoscia, ha "ceduto" solo perché avevo cominciato a lavorare per mio padre e anche lei capiva che vivere col tuo datore di lavoro è una cosa ben pesante.
Insomma, questo per dire che tutti, persino la sottoscritta paladina delle pari opportunità, viviamo sulla nostra pelle una cultura che tuttora discrimina le donne. Lo fa in modi più sottili o forse non ce ne accorgiamo perché ci siamo abituati. Un po' come col clima. Solo che il clima non dipende da noi.

lunedì 12 aprile 2010

Solidale con chi?

Tempo fa, mi è capitato di arrivare per vie traverse su un blog di una ragazza italiana che si è trasferita con il marito in Israele e là hanno avuto il loro primo figlio. L'ho contattata via mail e, giocoforza grazie al lavoro di mio marito, siamo finite a parlare di kasherut. È un argomento vastissimo e affascinante, ne parlerei all'infinito per tutte le sue implicazioni antropologiche, storiche, sociali, biologiche e nutrizionali.
In particolare, mi hanno colpito due aspetti della kasherut.
Prima di tutto, lo spirito con cui mi è stato spiegato il senso della kasherut: una forma di disciplina e di rispetto verso il proprio corpo e verso le risorse della natura, di cui non dobbiamo disporre a nostro piacimento e senza criterio.
Secondariamente, ho scoperto che un aspetto importante della kasherut è che il cibo sia stato prodotto nel rispetto delle regole del mondo del lavoro, senza sfruttare nessuno e pagando i dovuti stipendi + contributi.
In quest'epoca che sembra aver scoperto l'equo e solidale, gli ebrei alzano la manina e dicono: ma veramente noi ci avevamo già pensato da un po', e non solo per i Paesi poveri.
Già, perché noi il concetto di equo e solidale lo applichiamo a due ambiti: il Terzo Mondo e i fornitori dei gruppi d'acquisto solidali. Come se i cattivi fossero solo le multinazionali e le regole dei mercati generali.
Capita invece che il settore agricolo, insieme a quello dell'edilizia, sia quello dove il lavoro in nero e il mancato rispetto delle norme di sicurezza sono più diffusi. Oltre al lavoro sommerso vero e proprio, ci sono produttori che stipulano falsi contratti di lavoro occasionale e falsi contratti di apprendistato, per poi integrare in nero. Non parliamo poi del lavoro straordinario, che solo in rari casi (e in questo devo rendere onore ai nostri feudatari) viene dichiarato in busta paga.
Il fatto di essere aziende bio non fa nessuna differenza: nessuna certificazione garantisce il rispetto delle regole per quanto riguarda i lavoratori.
È vero che, almeno nel pubblico, l'esigenza oggi viene più sentita: le PA sono tenute a richiedere alle aziende fornitrici un certificato (chiamato DURC) in cui le aziende dichiarano di essere in regola con il pagamento dei contributi ai dipendenti.
Non mi risulta però che i gruppi d'acquisto o i distributori di prodotti bio chiedano garanzie di questo genere. In più (mi baso sulla mia esperienza di gruppo d'acquisto, risalente ormai al 2005-2006) mi risulta che la maggior parte dei fornitori dei GAS non emetta fattura o documenti equivalenti a fronte degli acquisti fatti, nemmeno quando sono ingenti o continuativi.
Probabilmente, forti della loro buona volontà e del pregiudizio positivo nei confronti del produttore, i gruppi d'acquisto pensano che basti conoscersi di persona e andare a visitare le aziende per evitare malintenzionati e non si pongono il problema di evadere le tasse.
Niente di più sbagliato: molti produttori vedono nei gruppi d'acquisto l'opportunità di bypassare i controlli di mercato e di applicare un margine impensabile nel mercato convenzionale. Non dico che siano tutti così, per carità, credo anzi che ci siano parecchi produttori che credono in un'economia alternativa e in un mondo di solidarietà reciproca. Ma ce ne sono anche molti altri che sono solidali solo col proprio portafogli, e che vedono i GAS come un'opportunità di smaltire i prodotti rifiutati dal mercato (anche solo perché fuori pezzatura o in esubero) e di guadagnare di più e con più sicurezza.
Ricordo per esempio un nostro fornitore di ortaggi: forniva una cassetta a peso e prezzo fisso, ma di cui non si poteva scegliere il contenuto. E c'erano periodi in cui ti ritrovavi 5 chili di insalata ogni settimana. Se cercavi di chiedere maggiore equilibrio, cercava di impietosirti con la storia del tipo "sono un povero ortolano dell'Oltrepò, qui non viene nient'altro, se mi metto anche ad accontentare le richieste di ognuno ci smeno...". Noi ci siamo stufati e ci siamo tirati fuori dal gruppo d'acquisto, ma mi risulta che molti siano andati avanti per anni ad essere clienti fissi di questo fornitore, che avrebbe avuto a questo punto anche la sicurezza economica per migliorare il meccanismo, ma non aveva nessun interesse a farlo.
Con questo, non voglio demonizzare i produttori né presentare i gruppi d'acquisto come degli allocchi. Voglio solo riflettere sul fatto che siamo molto svelti a stigmatizzare la multinazionale di turno (magari sulla base di un sentito dire che non tiene conto dell'effettiva realtà di un Paese - o magari con piena ragione, perché no?), ma non ci soffermiamo a valutare con occhio più critico la realtà che ci sta intorno. Bio ci sembra garanzia di un mondo meraviglioso e ideale, ma purtroppo nessun organo certificatore tiene conto di qualcosa che non sia la mera tecnica di coltivazione.
Pensiamo alle condizioni in cui vivono i raccoglitori di pomodori, pensiamo a Rosarno. Crediamo che invece i raccoglitori di pomodori bio vivano in ville con l'aria condizionata?
Pensiamo al costo della manodopera nei Paesi poveri. Sapete che in certi posti costa meno pagare le mondine che dare i diserbanti? È possibile che, se compriamo delle banane o del riso bio (ma non equi e solidali) dal Terzo Mondo, siano stati coltivati sfruttando in questo modo la popolazione locale. O magari non sfruttandola, perché un salario che a noi sembra miserrimo là è garanzia di sopravvivenza.
Credo però che sia ora di pretendere di più dai produttori, prendendo spunto dalla kasherut ebraica: non basta che coltiviate senza far male alla terra, voglio che coltiviate senza far male alle persone. Altrimenti vado a comprare dalla prima multinazionale che passa, che almeno non vanta aspirazioni di santità.

domenica 22 novembre 2009

Grazie, San Carlo

Dal momento che ho annunciato all'urbe e all'orbo che oggi sarei stata a Genova, al convegno di Autunnonero, sarete ben stupiti di vedermi già di ritorno.
Il fatto è che una serie di circostanze ha fatto sì che andassi al convegno solo ieri. Prima di tutto, Amelia si è ammalata venerdì sera. Poi, diversi relatori della domenica hanno mollato e/o sono stati trasferiti a sabato, sempre causa influenze varie. E quindi mi pareva inutile spendere dei soldi in più per fermarmi ad ascoltare argomenti che mi interessavano tra il sì e il no. Il tema che mi interessava di più era il folklore, che sarebbe stato trattato ieri pomeriggio. Così ho deciso di andare e tornare in giornata.
Alla mattina, sono partita comunque presto per andare a fare foto per Viola e fare un giro in centro. Tra le tante cose belle, sono entrata in una libreria di via Canneto il Lungo. Una di quelle librerie dove potresti prendere un qualsiasi libro, a caso e ad occhi bendati, e ne saresti comunque contento. Combattutissima tra mille libri belli e intelligenti (ben altra stoffa rispetto alle tristi e troppo diffuse edizioni Dami o simili), ho preso questo libro senza parole, per Ettore, e una specie di calendario dell'Avvento (con una storia al giorno) per Amelia.
Insomma, se io fossi Viola, che vive in via Canneto il Lungo e tutti i giorni passa davanti a quella libreria lì, sarei decisamente più povera di soldi e più ricca di libri intelligenti.
Peraltro, ho anche parlato di Viola con la proprietaria (le ho spiegato che stavo fotografando la via per la documentazione della sceneggiatura) e mi ha fatto promettere che, se riuscirò a pubblicare Viola, lei sarà la prima a riceverlo in negozio. Speriamo di poter mantenere presto la promessa.
Nel pomeriggio, poi, ho preso un ascensore che sembrava uscito da Gardaland e mi sono ritrovata in un castello che pareva uscito da Disneyland. In una sala inizialmente gelida, divesi docenti universitari hanno parlato di vari argomenti legati al folklore: gli angeli neutrali come giustificazione per l'esistenza degli spiriti della terra (folletti, naiadi, gnomi, ecc.), della necessità di allontanare definitivamente i morti in tutte le culture del mondo, una panoramica sul vampiro in Europa, il passaggio dalla strega-guaritrice alla strega diabolica e la figura della Inglesa nelle ballate dell'Appennino Emiliano, con tanto di esibizione canora.
PS: carissima (tu sai chi), so di averti fatto venire l'acquolina in bocca. Se vuoi, scrivimi una mail e ti mando gli appunti che ho preso. Prossimamente sappi che verranno anche pubblicati gli atti del convegno.
Ve la faccio breve: alla fine degli interventi, chi è stata l'unica a fare una domanda? Io, ovviamente.
Ricordandomi del commento fatto a un post di Mammamsterdam, ho fatto una domanda a Portone, lo storico che aveva raccontato di un processo a due streghe a Bormio nel 1630.
La domanda era: perché io, lombarda, non ho ereditato nessuna leggenda né superstizione da parte dei miei nonni, anche se erano contadini ignoranti come quelli che in tutto il resto d'Italia raccontavano leggende ai nipotini?
Mi risponde l'esperto che in effetti è difficilissimo studiare le credenze popolari in Lombardia negli ultimi 2 secoli, perché non ce ne sono. Questo grazie all'azione capillare (dei tribunali secolari, non dell'Inquisizione) iniziata da San Carlo Borromeo e portata avanti dai suoi discendenti e discepoli, per combattere superstizioni e credenze che potevano essere terreno di coltura per il Maligno. Essenzialmente i signori teologi controriformati, per estirpare il male, hanno introdotto l'idea che l'unica strega buona è quella morta e hanno completamente eliminato quel rapporto un po' ambiguo di rispetto e timore che i "normali" avevano nei confronti delle streghe "naturali", trasformandolo in odio e terrore verso la figura della strega serva del Demonio.
E così la Lombardia è diventata un deserto di credenze, un luogo dove nessuno si scandalizzava se una signora nata del 1920 non andava a messa la domenica e dove una vedova che andava 3 volte al giorno sulla tomba del marito recentemente morto veniva etichettata come "la solita terrona". Dove le più grosse superstizioni erano legate al giorno in cui cambiare le lenzuola o al divieto di regalare perle (perché portano lacrime). Dove lo sbocco naturale della nipote di quella vecchia signora eccentrica è diventare atea, perché per lei il soprannaturale è sempre stata solo una parola di facciata.
Insomma, San Carlo, magari, se oggi sono atea, è anche merito tuo. Grazie di cuore.