Mi preparo all'autunno che mi aspetta, sperando di passare indenne in mezzo ai virus (o almeno di arginarne gli effetti con pesanti dosi di farmaci): la preparazione di materiale e attività promozionali per Sholeh Zard (tra cui una presentazione presso la mia biblioteca), il Salone del Gusto, Lucca, il Cirque du Soleil, il seminario di Phyllis Curott, uno swap party, un weekend tra amiche e rispettive famiglie.
In mezzo a tutti questi viaggi reali, un viaggio mentale. Mi si presenta qui uno studente che sembra uscito da un romanzo Young Adult: cognome russo, accento british, italiano perfetto. Un gran bel tipo, una giovane simpatica canaglia che si fa perdonare persino dai prof più severi. Avrà 21 anni, ma non sembra per nulla acerbo: ci sa fare, si sa muovere con sicurezza ma senza arroganza, chiede qualche "favore speciale" (tipo un appello riservato) senza risultare né servile né piagnucoloso.
Insomma, di quelli che ti fanno pensare "avessi 10 anni di meno!". Non 15, per carità: a 21 anni non avrei saputo gestirlo, un tipo così. A 26 sì, sarebbe stata proprio l'età giusta per una piacevole parentesi di questo tipo.
OK, ora resetto il cervello e torno al mio tran tran. Ma, la prossima volta che questo tipo si presenterà, non potrò fare a meno di essere particolarmente gentile. Sperando di non fare la figura della tardona.
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venerdì 19 ottobre 2012
martedì 4 ottobre 2011
Come in Italia, così in Svezia
Ho letto recentemente un thriller che mi era stato presentato come una specie di trilogia Millennium al femminile: Il Lupo Rosso di Liza Marklund.
A parte la professione dei protagonisti e la presenza di un serial killer, Larsson e la Marklund non hanno nulla in comune.
Per cominciare, Annika, la protagonista del Lupo Rosso, è una persona normale, non una Mary Sue ai cui piedi cadono tutti gli uomini che incontra. E poi, a parte il modo in cui la vedono gli altri (sia suo marito sia il suo capo pensano che sia una specie di paladina che insegue la verità e la giustizia), a me pare semplicemente una che sa fare bene il suo lavoro e che ha un gran talento per i guai, a prescindere dall'andarseli a cercare (ché poi, cosa vuol dire andarseli a cercare, per una cronista?).
Inoltre, questo libro ci allontana mille anni luce dallo spensierato amore libero di Michael Blomqvist: qui ci sono banali matrimoni con persone banali che banalmente tradiscono per motivi banali.
Esempio n. 1: la migliore amica di Annika, Anne, è separata da un uomo (probabilmente turco, ma la cosa non viene assolutamente sottolineata: lui si comporta come l'uomo svedese medio, ovvero come l'italiano medio in questo caso). Hanno una figlia, in affido condiviso. L'uomo si è rifatto una vita con una più giovane e gnocca. Quando la gnocca resta incinta, l'uomo cerca di eliminare la precedente moglie dalla propria vita, puntando alla custodia esclusiva della prima figlia. Per carità, encomiabile: in Italia spesso questo passaggio comporta l'eliminazione dei figli di primo letto dalla nuova vita dei padri.
Esempio n. 2: Annika è sposata con Thomas, hanno 2 figli. Annika qualche mese fa è stata sequestrata da una bombarola e impacchettata con una certa quantità di tritolo. Ha fatto 5 mesi a casa, poi è tornata al lavoro. E il marito cosa fa? La critica. Dice che non c'è bisogno che lei torni al lavoro, che tutto andava così bene quando lei era a casa. E in queste critiche trova la giustificazione per tradirla. Con una single di buona famiglia, raffinata, in carriera politica ma ancora agli esordi. Copione già visto in tutto il mondo, direi. La differenza è che Annika non ci sta a fare la scenata della moglie tradita: passa direttamente al contrattacco, con una distaccata cattiveria che ci fa saltare dall'entusiasmo.
La morale? Boh, è che siamo abituati a vedere la Svezia come la madre di ogni emancipazione, in cui liberamente il governo concede e volentieri gli uomini condividono. Mi sa che invece gli uomini svedesi non sono né più né meno paritari dei nostri, e che quindi le conquiste delle donne svedesi sono possibili anche qui, nell'arretrata Italia. Basta volerle davvero.
A parte la professione dei protagonisti e la presenza di un serial killer, Larsson e la Marklund non hanno nulla in comune.
Per cominciare, Annika, la protagonista del Lupo Rosso, è una persona normale, non una Mary Sue ai cui piedi cadono tutti gli uomini che incontra. E poi, a parte il modo in cui la vedono gli altri (sia suo marito sia il suo capo pensano che sia una specie di paladina che insegue la verità e la giustizia), a me pare semplicemente una che sa fare bene il suo lavoro e che ha un gran talento per i guai, a prescindere dall'andarseli a cercare (ché poi, cosa vuol dire andarseli a cercare, per una cronista?).
Inoltre, questo libro ci allontana mille anni luce dallo spensierato amore libero di Michael Blomqvist: qui ci sono banali matrimoni con persone banali che banalmente tradiscono per motivi banali.
Esempio n. 1: la migliore amica di Annika, Anne, è separata da un uomo (probabilmente turco, ma la cosa non viene assolutamente sottolineata: lui si comporta come l'uomo svedese medio, ovvero come l'italiano medio in questo caso). Hanno una figlia, in affido condiviso. L'uomo si è rifatto una vita con una più giovane e gnocca. Quando la gnocca resta incinta, l'uomo cerca di eliminare la precedente moglie dalla propria vita, puntando alla custodia esclusiva della prima figlia. Per carità, encomiabile: in Italia spesso questo passaggio comporta l'eliminazione dei figli di primo letto dalla nuova vita dei padri.
Esempio n. 2: Annika è sposata con Thomas, hanno 2 figli. Annika qualche mese fa è stata sequestrata da una bombarola e impacchettata con una certa quantità di tritolo. Ha fatto 5 mesi a casa, poi è tornata al lavoro. E il marito cosa fa? La critica. Dice che non c'è bisogno che lei torni al lavoro, che tutto andava così bene quando lei era a casa. E in queste critiche trova la giustificazione per tradirla. Con una single di buona famiglia, raffinata, in carriera politica ma ancora agli esordi. Copione già visto in tutto il mondo, direi. La differenza è che Annika non ci sta a fare la scenata della moglie tradita: passa direttamente al contrattacco, con una distaccata cattiveria che ci fa saltare dall'entusiasmo.
La morale? Boh, è che siamo abituati a vedere la Svezia come la madre di ogni emancipazione, in cui liberamente il governo concede e volentieri gli uomini condividono. Mi sa che invece gli uomini svedesi non sono né più né meno paritari dei nostri, e che quindi le conquiste delle donne svedesi sono possibili anche qui, nell'arretrata Italia. Basta volerle davvero.
mercoledì 21 settembre 2011
Se il buonsenso fa scandalo
Sollecitata da diversi articoli su Elisabeth Badinter, ho deciso di leggere un suo saggio. Ho letto il più recente tra quelli della mia biblioteca, La strada degli errori: un saggio del 2003 che si interroga sulle conseguenze del femminismo.
In verità, non mi è sembrato che la Badinter esprimesse chissà quale originalità di posizione. Nel senso: credo che qualsiasi persona di buonsenso, conoscendo i fatti, possa arrivare alle stesse conclusioni.
Quello che mi è piaciuto di lei è soprattutto questa teoria della somiglianza dei generi, dell'essere tutti esseri umani, tutto sommato con meccanismi simili, e piantiamola con tutta la retorica della superiorità/particolarità dell'essere femmine.
In particolare, Madame Badinter mi conforta in una delle mie teorie più care: noi donne del 2000, partite convinte di aver raggiunto la parità, ci siamo fatte fregare dalla retorica della maternità e del ritorno alla natura. Non parlo (solo) dell'allattamento, che fino a un certo punto è una questione di salute ma da lì in poi è un fatto culturale/affettivo. Parlo soprattutto di un pensiero strisciante che ti fa sentire inadeguata se nei primi 3 anni di vita di tuo figlio non ti dedichi completamente a lui.
A parte il fatto che non so quale Stato permetta un'astensione dal lavoro così lunga, questo è un concetto che ritengo proprio sbagliato. Prima di tutto, perché i genitori sono due e ritengo che mio marito non sia carente in nulla che riguardi la cura dei nostri figli. Secondariamente, perché l'affetto che un bambino riceve non è determinato/limitato dalla genitorialità o dalle relazioni di parentela: trovo bellissimo che ci siano persone che stanno volentieri con i miei bambini e con cui loro sono contenti, indipendentemente dal fatto che talvolta queste persone le pago. In terzo luogo, perché questa comunione esclusiva di amorosi sensi tra madre e figlio è un falso ideologico costruito ad arte. Dubito che la donna delle caverne se ne stesse dentro il nido bella tranquilla fino ai 3 anni dei suoi molti bambini. Immagino che più facilmente se li portasse addosso finché non sapevano camminare e poi o si facesse seguire (insieme alle altre donne) oppure li mollava agli anziani che rimanevano al villaggio. Ancora di più, dubito che la donna delle caverne avesse un suo nido d'amore in cui stare tranquilla: probabilmente la vita dei nostri antenati era ancora più comunitaria delle famose famiglie allargate tanto rimpiante (ma intanto nessuna di noi vivrebbe in casa della suocera).
Inoltre, evitare questo legame esclusivo madre-figlio e ammettere che i padri possono stare sullo stesso piano delle madri porterebbe un sacco di benefici culturali: a parte i progressi burocratici nell'ottenimento della parità, si darebbero picconate indelebili a tutta quella cultura machista che le femministe denunciano.
Io nel mio piccolo vivo tutti i giorni una situazione di interscambiabilità tra me e mio marito. E, a parte gli scherzi, io non mi sento meno donna o meno madre né lui mi sembra offeso nella sua virilità.
Boh, saremo strani noi. Ma decisamente felici.
In verità, non mi è sembrato che la Badinter esprimesse chissà quale originalità di posizione. Nel senso: credo che qualsiasi persona di buonsenso, conoscendo i fatti, possa arrivare alle stesse conclusioni.
Quello che mi è piaciuto di lei è soprattutto questa teoria della somiglianza dei generi, dell'essere tutti esseri umani, tutto sommato con meccanismi simili, e piantiamola con tutta la retorica della superiorità/particolarità dell'essere femmine.
In particolare, Madame Badinter mi conforta in una delle mie teorie più care: noi donne del 2000, partite convinte di aver raggiunto la parità, ci siamo fatte fregare dalla retorica della maternità e del ritorno alla natura. Non parlo (solo) dell'allattamento, che fino a un certo punto è una questione di salute ma da lì in poi è un fatto culturale/affettivo. Parlo soprattutto di un pensiero strisciante che ti fa sentire inadeguata se nei primi 3 anni di vita di tuo figlio non ti dedichi completamente a lui.
A parte il fatto che non so quale Stato permetta un'astensione dal lavoro così lunga, questo è un concetto che ritengo proprio sbagliato. Prima di tutto, perché i genitori sono due e ritengo che mio marito non sia carente in nulla che riguardi la cura dei nostri figli. Secondariamente, perché l'affetto che un bambino riceve non è determinato/limitato dalla genitorialità o dalle relazioni di parentela: trovo bellissimo che ci siano persone che stanno volentieri con i miei bambini e con cui loro sono contenti, indipendentemente dal fatto che talvolta queste persone le pago. In terzo luogo, perché questa comunione esclusiva di amorosi sensi tra madre e figlio è un falso ideologico costruito ad arte. Dubito che la donna delle caverne se ne stesse dentro il nido bella tranquilla fino ai 3 anni dei suoi molti bambini. Immagino che più facilmente se li portasse addosso finché non sapevano camminare e poi o si facesse seguire (insieme alle altre donne) oppure li mollava agli anziani che rimanevano al villaggio. Ancora di più, dubito che la donna delle caverne avesse un suo nido d'amore in cui stare tranquilla: probabilmente la vita dei nostri antenati era ancora più comunitaria delle famose famiglie allargate tanto rimpiante (ma intanto nessuna di noi vivrebbe in casa della suocera).
Inoltre, evitare questo legame esclusivo madre-figlio e ammettere che i padri possono stare sullo stesso piano delle madri porterebbe un sacco di benefici culturali: a parte i progressi burocratici nell'ottenimento della parità, si darebbero picconate indelebili a tutta quella cultura machista che le femministe denunciano.
Io nel mio piccolo vivo tutti i giorni una situazione di interscambiabilità tra me e mio marito. E, a parte gli scherzi, io non mi sento meno donna o meno madre né lui mi sembra offeso nella sua virilità.
Boh, saremo strani noi. Ma decisamente felici.
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domenica 5 giugno 2011
Profonda apparenza
Sarà il tempo, che ha fatto un salto indietro di 2 mesi e svariati gradi. Sarà che casa mia si è trasformata in un lazzaretto, con marito esantematicamente malato da lunedì e figlia gastroentericamente malata da martedì (e figlio sano attaccato alle balle della mamma, poveretto lui e poveretta me). Sarà che ho trascorso un bellissimo pomeriggio tra donne ed è raro che ore passate così non diano i loro frutti. Sarà anche che mi sono data lo smalto (color nerorosso, mentre l'aubergine l'ho appena tolto) e per un po' sono rimasta a far niente per evitare di rovinarlo. Sarà anche che ho deciso di inaugurare un nuovo regime alimentare e di movimento, per motivi estetici e di salute.
Insomma, in questi giorni ho avuto tempo e opportunità di occuparmi del mio aspetto e di stare a contatto con una persona che ne ha sta facendo un lavoro.
Frivolezza? Desiderio di evasione? Per niente: l'evasione l'ho avuta con le chiacchiere e il tè, e anche con le uscite da sola con Ettore, ammettiamolo.
Invece questa riconsiderazione del mio aspetto è una cosa molto seria. Molto profonda, perché sono convinta che, al di là dei vecchi adagi, il nostro aspetto rifletta la nostra condizione interiore.
Salto indietro di quasi 10 anni: inizio a lavorare in un ambiente prevalentemente maschile. Sono giovanissima (ho 24 anni) e il fatto di essere minuta e bassa mi fa sembrare una bambina. L'ambiente di lavoro è molto informale, ma ci sono gli incontri con clienti e partner. Dal momento che non mi è mai stato chiesto, non mi sono mai presentata a questi incontri in tailleur: pantaloni a sigaretta e una bella maglia d'inverno, abiti di lino dalla linea sobria d'estate. Ero a mio agio e questo mi permetteva di sentirmi alla pari.
Fast forward di un paio d'anni: comincia la primavera dopo un inverno bello tosto e io non me la sento più di ingessarmi in pantaloni classici e gonne dritte. Ho un'esperienza, non ho più bisogno di sentirmi alla pari. Comincio ad esplorare e a osare qualche gonna lunga, a evitare le camicie, a cercare uno stile più morbido. Ne parlo col mio collega di allora, che mi stava manifestando un desiderio di cambiare modo di lavorare, e lui mi liquida come "frivola". Non ricordo se sono rimasta a spiegargli che quella ricerca non era solo esteriore: a volte penso che gli uomini non abbiano gli strumenti culturali per capire.
Nel corso degli anni, ho variato spesso il rapporto col mio aspetto. Due volte sul lavoro mi sono sentita inutile e vuota, e per due volte ho perso il controllo della bilancia. Ho fatto due figli ed entrambe le volte sono dovuta scendere a patti con la me stessa della gravidanza e del post.
Ecco, con queste premesse, comprarmi due smalti nuovi e vistosi dopo 2 anni che quelli vecchi seccavano nel cassetto non è superficialità: è occuparmi di me stessa, farmi un piacere con un minimo sforzo. E regalarmi qualche seduta di un corso di trucco significa accettare il mio viso, anche se non sono più la silfide di 8 anni fa.
Comprarmi un paio di scarpe da corsa non vuol dire voler tornare indietro di 8 anni, ma accettare la sfida del futuro: invecchiare senza rimpiangere nulla, con un corpo sano pronto a servire la mia mente.
Mi manca solo di caricare le pile dell'mp3.
Insomma, in questi giorni ho avuto tempo e opportunità di occuparmi del mio aspetto e di stare a contatto con una persona che ne ha sta facendo un lavoro.
Frivolezza? Desiderio di evasione? Per niente: l'evasione l'ho avuta con le chiacchiere e il tè, e anche con le uscite da sola con Ettore, ammettiamolo.
Invece questa riconsiderazione del mio aspetto è una cosa molto seria. Molto profonda, perché sono convinta che, al di là dei vecchi adagi, il nostro aspetto rifletta la nostra condizione interiore.
Salto indietro di quasi 10 anni: inizio a lavorare in un ambiente prevalentemente maschile. Sono giovanissima (ho 24 anni) e il fatto di essere minuta e bassa mi fa sembrare una bambina. L'ambiente di lavoro è molto informale, ma ci sono gli incontri con clienti e partner. Dal momento che non mi è mai stato chiesto, non mi sono mai presentata a questi incontri in tailleur: pantaloni a sigaretta e una bella maglia d'inverno, abiti di lino dalla linea sobria d'estate. Ero a mio agio e questo mi permetteva di sentirmi alla pari.
Fast forward di un paio d'anni: comincia la primavera dopo un inverno bello tosto e io non me la sento più di ingessarmi in pantaloni classici e gonne dritte. Ho un'esperienza, non ho più bisogno di sentirmi alla pari. Comincio ad esplorare e a osare qualche gonna lunga, a evitare le camicie, a cercare uno stile più morbido. Ne parlo col mio collega di allora, che mi stava manifestando un desiderio di cambiare modo di lavorare, e lui mi liquida come "frivola". Non ricordo se sono rimasta a spiegargli che quella ricerca non era solo esteriore: a volte penso che gli uomini non abbiano gli strumenti culturali per capire.
Nel corso degli anni, ho variato spesso il rapporto col mio aspetto. Due volte sul lavoro mi sono sentita inutile e vuota, e per due volte ho perso il controllo della bilancia. Ho fatto due figli ed entrambe le volte sono dovuta scendere a patti con la me stessa della gravidanza e del post.
Ecco, con queste premesse, comprarmi due smalti nuovi e vistosi dopo 2 anni che quelli vecchi seccavano nel cassetto non è superficialità: è occuparmi di me stessa, farmi un piacere con un minimo sforzo. E regalarmi qualche seduta di un corso di trucco significa accettare il mio viso, anche se non sono più la silfide di 8 anni fa.
Comprarmi un paio di scarpe da corsa non vuol dire voler tornare indietro di 8 anni, ma accettare la sfida del futuro: invecchiare senza rimpiangere nulla, con un corpo sano pronto a servire la mia mente.
Mi manca solo di caricare le pile dell'mp3.
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giovedì 11 novembre 2010
Se rinasco
Purtroppo non credo nella reincarnazione. Piuttosto, mi vien più facile credere nella teoria dell'Eterno Ritorno o, ancora meglio, nell'eterno riposo.
Eppure ogni tanto, come tutti, fantastico su che cosa mi potrebbe succedere in una possibile futura reincarnazione.
Se rinascessi animale, mi piacerebbe reincarnarmi in una bestia che non ha problemi. Tipo una delle mie gatte o uno dei ragni con cui convivo pacificamente.
Se per disgrazia dovessi rinascere di nuovo umana, vorrei rinascere uomo. Niente ciclo, niente gravidanza, niente parto, niente allattamento. Anzi, per evitare proprio del tutto queste menate e non viverle neppure di riflesso, non sarebbe male rinascere uomo gay. Magari in un Paese dove la tua vita sessuale non è sottoposta al codice penale, sarebbe il massimo. Ma anche rinascere uomo etero mi andrebbe bene, sicuramente più che rinascere donna.
Oltre ai motivi che ho elencato, rinascere uomo mi piacerebbe per un altro motivo fisico: vuoi mettere fare la pipì in piedi, senza sporcarsi con i sanitari pubblici? Per non parlare del fatto che passare tutto quel tempo a pensare al loro pistolino impedisce agli uomini di annoiarsi. Anzi, come fanno ad avere tanto tempo libero per il lavoro, lo sport e i videogiochi? Non stupisce che molti siano troppo impegnati per dedicarsi alla famiglia e alla casa.
Ma il vero, verissimo motivo per cui mi piacerebbe rinascere uomo è che mi piacciono un sacco di cose che sono tradizionalmente da uomini, mentre la maggior parte delle mie amiche sono donne a cui piacciono le cose da donne.
Tipo: festa con uomini e donne. Quando potevo ancora bere senza star male, mi si poneva un orrendo dilemma: resto con le mie amiche a parlare per ore di carte da parati e tende oppure vado in cantina con gli uomini a bere e ascoltare storie divertenti, facendo magari anche la figura di quella che tacchina i mariti delle altre?
Oppure: quando andavo al ristorante, spesso il cameriere faceva assaggiare il vino prima alla persona che era con me (se era un uomo). E io spesso, per incompetenza dell'altro, mi son bevuta vini non all'altezza.
Oppure ancora: scommetto che nessun uomo è stato trascinato dagli amici a vedere "I ponti di Madison County" o "Scelta d'amore". Mentre non ho ancora trovato nessuno con cui andare a vedere "Salt" (lo guarderò in streaming o DVD, come ho fatto con gli ultimi 007 e con Hellboy).
Insomma, non mi dispiacciono alcune cose "da donna" come la danza orientale e i gioielli etnici, ma mi sembra che quelle più tipicamente "da uomo" siano molto più interessanti e divertenti.
Per carità, non che mi sia mai negata niente per il fatto di essere donna. Però come tale vengo sempre identificata, quindi i maschi non sbracano mai completamente quando ci sono io. E invece spesso mi vien da pensare che sarebbe divertente vedere come sono quando non ci sono io, far parte del branco, essere esattamente come loro.
Insomma, non mi dispiacerebbe poter partecipare a una gara a chi piscia più lontano. Magari nella prossima vita...
Eppure ogni tanto, come tutti, fantastico su che cosa mi potrebbe succedere in una possibile futura reincarnazione.
Se rinascessi animale, mi piacerebbe reincarnarmi in una bestia che non ha problemi. Tipo una delle mie gatte o uno dei ragni con cui convivo pacificamente.
Se per disgrazia dovessi rinascere di nuovo umana, vorrei rinascere uomo. Niente ciclo, niente gravidanza, niente parto, niente allattamento. Anzi, per evitare proprio del tutto queste menate e non viverle neppure di riflesso, non sarebbe male rinascere uomo gay. Magari in un Paese dove la tua vita sessuale non è sottoposta al codice penale, sarebbe il massimo. Ma anche rinascere uomo etero mi andrebbe bene, sicuramente più che rinascere donna.
Oltre ai motivi che ho elencato, rinascere uomo mi piacerebbe per un altro motivo fisico: vuoi mettere fare la pipì in piedi, senza sporcarsi con i sanitari pubblici? Per non parlare del fatto che passare tutto quel tempo a pensare al loro pistolino impedisce agli uomini di annoiarsi. Anzi, come fanno ad avere tanto tempo libero per il lavoro, lo sport e i videogiochi? Non stupisce che molti siano troppo impegnati per dedicarsi alla famiglia e alla casa.
Ma il vero, verissimo motivo per cui mi piacerebbe rinascere uomo è che mi piacciono un sacco di cose che sono tradizionalmente da uomini, mentre la maggior parte delle mie amiche sono donne a cui piacciono le cose da donne.
Tipo: festa con uomini e donne. Quando potevo ancora bere senza star male, mi si poneva un orrendo dilemma: resto con le mie amiche a parlare per ore di carte da parati e tende oppure vado in cantina con gli uomini a bere e ascoltare storie divertenti, facendo magari anche la figura di quella che tacchina i mariti delle altre?
Oppure: quando andavo al ristorante, spesso il cameriere faceva assaggiare il vino prima alla persona che era con me (se era un uomo). E io spesso, per incompetenza dell'altro, mi son bevuta vini non all'altezza.
Oppure ancora: scommetto che nessun uomo è stato trascinato dagli amici a vedere "I ponti di Madison County" o "Scelta d'amore". Mentre non ho ancora trovato nessuno con cui andare a vedere "Salt" (lo guarderò in streaming o DVD, come ho fatto con gli ultimi 007 e con Hellboy).
Insomma, non mi dispiacciono alcune cose "da donna" come la danza orientale e i gioielli etnici, ma mi sembra che quelle più tipicamente "da uomo" siano molto più interessanti e divertenti.
Per carità, non che mi sia mai negata niente per il fatto di essere donna. Però come tale vengo sempre identificata, quindi i maschi non sbracano mai completamente quando ci sono io. E invece spesso mi vien da pensare che sarebbe divertente vedere come sono quando non ci sono io, far parte del branco, essere esattamente come loro.
Insomma, non mi dispiacerebbe poter partecipare a una gara a chi piscia più lontano. Magari nella prossima vita...
mercoledì 27 ottobre 2010
Il fascino del male
OK, lo confesso, non sono molto originale: adoro i personaggi negativi, come milioni di adolescenti nel mondo.
Ho cominciato con Darth Vader, per continuare con Dracula, Voldemort, Moriarty, Hannibal, eccetera. Anche quando scrivo, il cattivo lo trovo sempre più divertente del buono, al punto che spesso faccio comportare da bastardi anche i buoni, per non annoiarmi.
Ecco, il cattivo che prediligo ha delle caratteristiche ben precise. Prima di tutto, non deve essere cattivo per finta o redimersi alla fine, sennò non c'è gusto. Secondariamente, deve essere lucido e razionale, non il Dottor Morte che farnetica di conquistare il mondo mentre James Bond ha tutto il tempo di sciogliersi le corde, farsi un caffè e una pennichella e poi eliminare la Spectre. Corollario: deve essere intelligente e un minimo sgamato, anzi, l'ideale è che sia un grandissimo intrigante col gusto per la manipolazione delle persone. Terzo: deve dimostrarmi di essere cattivo, ovvero fare qualcosa di orrendo durante la narrazione. Epperò le azioni orrende non devono essere commesse a casaccio solo per dimostrare di essere il cattivo (tipo la classica scena in cui il cattivo uccide uno qualsiasi per pura crudeltà) ma devono essere utili nell'economia degli scopi del cattivo, altrimenti rientriamo nel caso del cattivo psicopatico, che non ci interessa. Quarto, sarebbe meglio se fosse gnocco o se almeno potessimo immaginarcelo così.
Il mio ultimo acquisto in fatto di cattivi proviene da True Blood, che mi sto guardando in questo periodo (sono quasi alla fine della seconda serie, che goduria).
Prima di tutto devo spezzare più di una lancia a favore della serie, che inizialmente avevo snobbato. Certo, non parte da un'idea originale come Dexter o Six Feet Under. I vampiri sono di gran moda e per di più la serie si ispira a un ciclo di romanzi di quelli pubblicati sulla scia del successo di Twilight. Le premesse della serie si possono ritrovare in ennemila altre produzioni. Per esempio, il fatto che i vampiri si rivelino agli umani e reclamino gli stessi diritti civili dei mortali è preso paro paro dal ciclo di Anita Blake. Anche la struttura gerarchica dei vampiri ha forti assonanze con quella del ciclo di Anita (con la differenza che i capizona si chiamano sceriffi anziché master). Come nel ciclo di Anita, parte della vicenda ruota intorno a un locale di vampiri (il Fangtasia in True Blood, il Guilty Pleasures nel ciclo di Anita). Come nel ciclo di Anita e nella saga di Twilight, ci sono rapporti d'amore tra umani e vampiri. Come nei romanzi di Anne Rice, la vicenda è ambientata in Louisiana. Come in Twilight, nel ciclo di Anita e in altri prodotti, i vampiri non sono gli unici esseri sovrannaturali ad essersi nascosti per millenni. E così via.
Nonostante ciò, la serie è spettacolare: ben scritta e ben orchestrata, con un'impostazione più da giallo/thriller che non da horror, fa un uso irresistibile del cliffhanger e tratteggia i personaggi in modo originale e incisivo. Pare che la terza serie sia ancora meglio di ciò che ho già visto, quindi non vedo l'ora di passare a quella.
In un primo tempo, anzi, per tutta la prima serie, è abbastanza normale essere affascinate da Bill: a parte che fisicamente Stephen Moyer è proprio il mio tipo (uno vero, con i peli sul petto e la pelle non levigata, un bel fisico ma non la sagra della palestra), Bill è un bel personaggio, ben sfaccettato e ricco di sfumature.
Eric, invece, nella prima serie è bidimensionale come una figurina. Nella seconda serie, si anima e dà sfogo al bastardo che c'è in lui: trama per rubare a Bill la sua umana, Sookie, e s'inventa scuse fantasiose per legarla a sé in ogni modo. Diventa curioso e divertente, accentra la maggior parte dei movimenti della trama (a parte la sottotrama di Mary Anne, che fa da collegamento con i personaggi esclusi dalla trama principale). Se i vampiri cattivi nella prima serie erano disgustosi, con Eric ci avviciniamo al fascino del male: si succedono situazioni paradossali e dialoghi divertenti, con un ritmo più elevato rispetto a quello della prima serie.
Il mio timore è che alla fine Eric si riscatti, ma, se non lo fa, per ora sta andando alla grande.
Rimane un dubbio: perché questa passione per i cattivi? Non tutti i buoni sono piatti come il Principe Azzurro o Luke Skywalker.
Ecco, scavando nella memoria, sono arrivata a questa conclusione: il cattivo non può deluderti. Non può fare quello tanto carino ma che poi ha gli scrupoli ma che poi l'amicizia ma che poi eccetera. Da un autentico bastardo sai cosa aspettarti: cattiveria e dolore. Che non saranno un granché, ma alcuni li preferiscono alle bugie e all'ipocrisia.
Ho cominciato con Darth Vader, per continuare con Dracula, Voldemort, Moriarty, Hannibal, eccetera. Anche quando scrivo, il cattivo lo trovo sempre più divertente del buono, al punto che spesso faccio comportare da bastardi anche i buoni, per non annoiarmi.
Ecco, il cattivo che prediligo ha delle caratteristiche ben precise. Prima di tutto, non deve essere cattivo per finta o redimersi alla fine, sennò non c'è gusto. Secondariamente, deve essere lucido e razionale, non il Dottor Morte che farnetica di conquistare il mondo mentre James Bond ha tutto il tempo di sciogliersi le corde, farsi un caffè e una pennichella e poi eliminare la Spectre. Corollario: deve essere intelligente e un minimo sgamato, anzi, l'ideale è che sia un grandissimo intrigante col gusto per la manipolazione delle persone. Terzo: deve dimostrarmi di essere cattivo, ovvero fare qualcosa di orrendo durante la narrazione. Epperò le azioni orrende non devono essere commesse a casaccio solo per dimostrare di essere il cattivo (tipo la classica scena in cui il cattivo uccide uno qualsiasi per pura crudeltà) ma devono essere utili nell'economia degli scopi del cattivo, altrimenti rientriamo nel caso del cattivo psicopatico, che non ci interessa. Quarto, sarebbe meglio se fosse gnocco o se almeno potessimo immaginarcelo così.
Il mio ultimo acquisto in fatto di cattivi proviene da True Blood, che mi sto guardando in questo periodo (sono quasi alla fine della seconda serie, che goduria).
Prima di tutto devo spezzare più di una lancia a favore della serie, che inizialmente avevo snobbato. Certo, non parte da un'idea originale come Dexter o Six Feet Under. I vampiri sono di gran moda e per di più la serie si ispira a un ciclo di romanzi di quelli pubblicati sulla scia del successo di Twilight. Le premesse della serie si possono ritrovare in ennemila altre produzioni. Per esempio, il fatto che i vampiri si rivelino agli umani e reclamino gli stessi diritti civili dei mortali è preso paro paro dal ciclo di Anita Blake. Anche la struttura gerarchica dei vampiri ha forti assonanze con quella del ciclo di Anita (con la differenza che i capizona si chiamano sceriffi anziché master). Come nel ciclo di Anita, parte della vicenda ruota intorno a un locale di vampiri (il Fangtasia in True Blood, il Guilty Pleasures nel ciclo di Anita). Come nel ciclo di Anita e nella saga di Twilight, ci sono rapporti d'amore tra umani e vampiri. Come nei romanzi di Anne Rice, la vicenda è ambientata in Louisiana. Come in Twilight, nel ciclo di Anita e in altri prodotti, i vampiri non sono gli unici esseri sovrannaturali ad essersi nascosti per millenni. E così via.
Nonostante ciò, la serie è spettacolare: ben scritta e ben orchestrata, con un'impostazione più da giallo/thriller che non da horror, fa un uso irresistibile del cliffhanger e tratteggia i personaggi in modo originale e incisivo. Pare che la terza serie sia ancora meglio di ciò che ho già visto, quindi non vedo l'ora di passare a quella.
In un primo tempo, anzi, per tutta la prima serie, è abbastanza normale essere affascinate da Bill: a parte che fisicamente Stephen Moyer è proprio il mio tipo (uno vero, con i peli sul petto e la pelle non levigata, un bel fisico ma non la sagra della palestra), Bill è un bel personaggio, ben sfaccettato e ricco di sfumature.
Eric, invece, nella prima serie è bidimensionale come una figurina. Nella seconda serie, si anima e dà sfogo al bastardo che c'è in lui: trama per rubare a Bill la sua umana, Sookie, e s'inventa scuse fantasiose per legarla a sé in ogni modo. Diventa curioso e divertente, accentra la maggior parte dei movimenti della trama (a parte la sottotrama di Mary Anne, che fa da collegamento con i personaggi esclusi dalla trama principale). Se i vampiri cattivi nella prima serie erano disgustosi, con Eric ci avviciniamo al fascino del male: si succedono situazioni paradossali e dialoghi divertenti, con un ritmo più elevato rispetto a quello della prima serie.
Il mio timore è che alla fine Eric si riscatti, ma, se non lo fa, per ora sta andando alla grande.
Rimane un dubbio: perché questa passione per i cattivi? Non tutti i buoni sono piatti come il Principe Azzurro o Luke Skywalker.
Ecco, scavando nella memoria, sono arrivata a questa conclusione: il cattivo non può deluderti. Non può fare quello tanto carino ma che poi ha gli scrupoli ma che poi l'amicizia ma che poi eccetera. Da un autentico bastardo sai cosa aspettarti: cattiveria e dolore. Che non saranno un granché, ma alcuni li preferiscono alle bugie e all'ipocrisia.
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venerdì 22 ottobre 2010
Tenetevi pure il Medioevo
Intendiamoci: il Medioevo mi piace. Mi piacciono l'arte e l'architettura medievale (anche quelle dei secoli tradizionalmente considerati più "bui"), mi diverto alle rievocazioni storiche, mi piacciono le melodie medievaleggianti, so benissimo che nel Medioevo sono state scoperte tante cose che fanno parte tuttora della nostra vita.
Tuttavia, sono ben contenta di vivere in un'epoca e in un luogo in cui ho un minimo rischio di morire di parto, i miei figli e mio marito hanno un'aspettativa di vita decente, per comunicare col resto del mondo mi basta comporre un numero o mandare una mail, per spostarmi di 15 km non ci devo mettere mezza giornata. E, soprattutto, ho diritto a un'anima, esattamente come un uomo (anche se poi ritengo che la cosiddetta anima sia solo la proiezione delle nostre attività cerebrali). Posso possedere 4 gatte di cui una nera senza essere bruciata. Ho potuto persino prendere una laurea senza vestirmi da uomo.
Insomma, capirete che in questo tempo io mi ci trovo particolarmente bene. I miei valori sono l'onestà, la magnanimità, la libertà e la dignità. Valori che si attagliano a me in quanto persona, non in quanto donna. Sono questi i valori che voglio passare ai miei figli, indipendentemente dal loro sesso.
Ché poi mi piacerebbe sapere quali valori possono essere esclusivi di un sesso. La modestia per le donne? Direi che non guasterebbe neanche negli uomini, anzi, una delle massime virtù di mio marito è proprio questa. La difesa dei deboli per gli uomini? Per carità, gli uomini saranno in media fisicamente più forti delle donne, ma c'è sempre qualcuno più debole di te da difendere e proteggere, fosse anche solo uno studente straniero stritolato dalla burocrazia di cui fai parte.
A questo proposito, ogni epoca ha elaborato i valori che voleva insegnare attraverso fiabe e favole. La storia di Nastagio degli Onesti raccontata da Boccaccio, per esempio, deriva da una fiaba popolare: Boccaccio è un maestro e la novella è molto godibile, ma oggi non possiamo accettare che una donna, solo per paura di una punizione nell'aldilà, accetti la corte di un innamorato insistente. Oggi, probabilmente, avverrebbe il contrario: sarebbe l'innamorato insistente e non ricambiato ad essere bollato come colpevole, poiché dovrebbe capire che non basta la perseveranza a far innamorare di sé una persona.
Forse nel caso di Nastagio degli Onesti la discrepanza tra la morale antica e la nostra è più evidente, o forse appare così lampante solo a me: magari qualcun altro la considera un saggio insegnamento contro le bisbetiche o le gattemorte.
Nel caso di fiabe che coinvolgano principesse e tutto l'immaginario fantasy, forse la discrepanza è meno evidente: invochiamo il diritto a sognare e a liberarci della nostra indipendenza almeno nelle fantasie.
Ma davvero tanta indipendenza è un peso? E allora perché l'abbiamo voluta? Non sarebbe ancora più meraviglioso che l'indipendenza e le pari opportunità facessero parte del nostro immaginario romantico?
Io, personalmente, anche nelle storie che mi piacciono, quando il protagonista maschile esagera nel fare il cavaliere errante, mi rompo le balle: ma vi immaginate che noia pazzesca dovevano provare le principesse rinchiuse nelle torri, senza connessione Internet né satellite? Hai voglia a ricamare, spesso erano pure analfabete...
Nelle mie fantasie romantiche, non sono mai stata il soggetto passivo, la parte da salvare. Ho sempre immaginato un ruolo attivo, di affiancamento al personaggio principale o di sostituzione al personaggio maschile.
Per esempio, ricordo di aver cambiato il sesso di uno dei personaggi di Dalla Terra alla Luna: la rivalità di Barbicane e Nicholl era basata su motivi un po' troppo sterili per una bambina di 9 anni (ovvero il fatto che uno era nordista e l'altro sudista, all'indomani della Guerra di Secessione), quindi ho trasformato il secondo in una donna e mi ci sono identificata. Non volevo il ruolo della dolce fanciulla che aspetta il suo eroe: volevo essere parte dell'azione e, se possibile, innamorarmi di un mio compagno di avventure.
Poi, se parliamo di tutto il corollario delle principesse (vestiti, acconciature, castello, ecc.) ci sto che sia affascinante e che ci sia un tempo anche per questo, purché non sia un intralcio all'azione, un'ancora che impedisce alla protagonista di agire "perché non sta bene" o perché le si sgualcisce il vestito: il principe azzurro se ne frega se gli si squarcia il farsetto o gli si ammacca l'armatura, perché noi dovremmo farci bloccare da un tacco rotto o da un tulle impigliato?
A proposito, riguardo al principe, qualcuna mi sa spiegare perché il principe azzurro, che sarà assediato di belle pretendenti, dovrebbe farsi un culo così per liberare una tanto scema da accettare una mela avvelenata o un fuso da una sconosciuta? Vediamola un po' anche dalla parte degli uomini: che attrattive hanno queste principesse (a parte la bellezza), per meritare un salvataggio? Io non vorrei che mio figlio rischiasse la vita per un'oca.
Dall'altro lato, io non so se gli uomini facciano fantasie romantiche (sicuramente sì, anche se non lo confessano) e in che forma le facciano. Mi piacerebbe che ci vedessero come compagne e non come bamboline di porcellana. Mi piacerebbe che anche per loro l'idea di condividere fosse eccitante, non castrante. E che magari fosse il loro turno di sognare di essere salvati, dopo tanto galoppare in sella al cavallo bianco.
Tuttavia, sono ben contenta di vivere in un'epoca e in un luogo in cui ho un minimo rischio di morire di parto, i miei figli e mio marito hanno un'aspettativa di vita decente, per comunicare col resto del mondo mi basta comporre un numero o mandare una mail, per spostarmi di 15 km non ci devo mettere mezza giornata. E, soprattutto, ho diritto a un'anima, esattamente come un uomo (anche se poi ritengo che la cosiddetta anima sia solo la proiezione delle nostre attività cerebrali). Posso possedere 4 gatte di cui una nera senza essere bruciata. Ho potuto persino prendere una laurea senza vestirmi da uomo.
Insomma, capirete che in questo tempo io mi ci trovo particolarmente bene. I miei valori sono l'onestà, la magnanimità, la libertà e la dignità. Valori che si attagliano a me in quanto persona, non in quanto donna. Sono questi i valori che voglio passare ai miei figli, indipendentemente dal loro sesso.
Ché poi mi piacerebbe sapere quali valori possono essere esclusivi di un sesso. La modestia per le donne? Direi che non guasterebbe neanche negli uomini, anzi, una delle massime virtù di mio marito è proprio questa. La difesa dei deboli per gli uomini? Per carità, gli uomini saranno in media fisicamente più forti delle donne, ma c'è sempre qualcuno più debole di te da difendere e proteggere, fosse anche solo uno studente straniero stritolato dalla burocrazia di cui fai parte.
A questo proposito, ogni epoca ha elaborato i valori che voleva insegnare attraverso fiabe e favole. La storia di Nastagio degli Onesti raccontata da Boccaccio, per esempio, deriva da una fiaba popolare: Boccaccio è un maestro e la novella è molto godibile, ma oggi non possiamo accettare che una donna, solo per paura di una punizione nell'aldilà, accetti la corte di un innamorato insistente. Oggi, probabilmente, avverrebbe il contrario: sarebbe l'innamorato insistente e non ricambiato ad essere bollato come colpevole, poiché dovrebbe capire che non basta la perseveranza a far innamorare di sé una persona.
Forse nel caso di Nastagio degli Onesti la discrepanza tra la morale antica e la nostra è più evidente, o forse appare così lampante solo a me: magari qualcun altro la considera un saggio insegnamento contro le bisbetiche o le gattemorte.
Nel caso di fiabe che coinvolgano principesse e tutto l'immaginario fantasy, forse la discrepanza è meno evidente: invochiamo il diritto a sognare e a liberarci della nostra indipendenza almeno nelle fantasie.
Ma davvero tanta indipendenza è un peso? E allora perché l'abbiamo voluta? Non sarebbe ancora più meraviglioso che l'indipendenza e le pari opportunità facessero parte del nostro immaginario romantico?
Io, personalmente, anche nelle storie che mi piacciono, quando il protagonista maschile esagera nel fare il cavaliere errante, mi rompo le balle: ma vi immaginate che noia pazzesca dovevano provare le principesse rinchiuse nelle torri, senza connessione Internet né satellite? Hai voglia a ricamare, spesso erano pure analfabete...
Nelle mie fantasie romantiche, non sono mai stata il soggetto passivo, la parte da salvare. Ho sempre immaginato un ruolo attivo, di affiancamento al personaggio principale o di sostituzione al personaggio maschile.
Per esempio, ricordo di aver cambiato il sesso di uno dei personaggi di Dalla Terra alla Luna: la rivalità di Barbicane e Nicholl era basata su motivi un po' troppo sterili per una bambina di 9 anni (ovvero il fatto che uno era nordista e l'altro sudista, all'indomani della Guerra di Secessione), quindi ho trasformato il secondo in una donna e mi ci sono identificata. Non volevo il ruolo della dolce fanciulla che aspetta il suo eroe: volevo essere parte dell'azione e, se possibile, innamorarmi di un mio compagno di avventure.
Poi, se parliamo di tutto il corollario delle principesse (vestiti, acconciature, castello, ecc.) ci sto che sia affascinante e che ci sia un tempo anche per questo, purché non sia un intralcio all'azione, un'ancora che impedisce alla protagonista di agire "perché non sta bene" o perché le si sgualcisce il vestito: il principe azzurro se ne frega se gli si squarcia il farsetto o gli si ammacca l'armatura, perché noi dovremmo farci bloccare da un tacco rotto o da un tulle impigliato?
A proposito, riguardo al principe, qualcuna mi sa spiegare perché il principe azzurro, che sarà assediato di belle pretendenti, dovrebbe farsi un culo così per liberare una tanto scema da accettare una mela avvelenata o un fuso da una sconosciuta? Vediamola un po' anche dalla parte degli uomini: che attrattive hanno queste principesse (a parte la bellezza), per meritare un salvataggio? Io non vorrei che mio figlio rischiasse la vita per un'oca.
Dall'altro lato, io non so se gli uomini facciano fantasie romantiche (sicuramente sì, anche se non lo confessano) e in che forma le facciano. Mi piacerebbe che ci vedessero come compagne e non come bamboline di porcellana. Mi piacerebbe che anche per loro l'idea di condividere fosse eccitante, non castrante. E che magari fosse il loro turno di sognare di essere salvati, dopo tanto galoppare in sella al cavallo bianco.
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martedì 28 settembre 2010
L'occidentale emancipata
Da Piattini, per la nuova rubrica sfashion, si parla di velo. E io, che con (un altro) velo ci ballo, non ho potuto esimermi dall'intervenire.
Al di là dell'imposizione del velo, su cui si è detto di tutto e su cui cambio opinione ogni 10 minuti, credo che ci sia da sfatare un mito. Ovvero il fatto che noi (occidentali) siamo giuste, emancipate, evolute, libere di fare ciò che vogliamo. Mentre loro vivono in una specie di Medioevo oscurantista e violento.
Cominciamo col dire che il problema non è la religione. La maggior parte degli indiani non è musulmana, ma induista o sikh, ma mi pare che le loro donne non se la passino bene: matrimoni combinati, guai se divorzi (già illuminate quelle famiglie che ti permettono di separarti se il marito ti picchia, e guai se ne cerchi un altro), i figli te li cresce la famiglia (anche se magari sta a centinaia di km da te). Per gli africani subsahariani, poi, la religione è del tutto secondaria rispetto all'appartenenza etnica e alle tradizioni a cui sono legati. E non mi sembra che i cristianissimi slavi abbiano molto più rispetto delle loro donne, dal momento che le statistiche europee sulla violenza alle donne sono completamente sballate dall'inclusione della Russia nel campo di ricerca (ve la ricordate quella storia delle principali cause di morte per le donne tra i 16 e i 45 anni?).
E faccio presente che, per tutti i popoli che ho citato, non c'è un dress code unico: in molte parti dell'India le donne possono mostrare senza problemi la pancia, cosa che da noi è considerata appropriata in discoteca e sulla spiaggia, mentre non mi risulta che nelle tribù africane dove le donne vanno a seno nudo ci sia tutta questa eguaglianza uomo-donna.
Quando guardiamo questi popoli, siamo giudici spietati: li consideriamo popoli da educare, da portare al nostro livello come se fossero inferiori. Il confronto ci fa sentire forti ed evolute. Salvo poi scoprire che non è proprio così.
Pensiamo, per esempio, alla divisione dei lavori tra uomo e donna. Siamo ben pronte a condannare le donne velate, se le vediamo cariche di borse mentre il marito ha le mani libere. Ma quante volte questa scena ci passa sotto il naso con interpreti italiani, quando addirittura non la viviamo noi?
Esempio n. 1, tratto dai miei ricordi: anni fa, avevo un amico che venerava i suoi genitori come un modello di vita coniugale. Ne aveva una stima incredibile, ben superiore a quella che ho io dei miei. Io però ho sempre solo intravisto sua madre e mai incontrato suo padre. Parlando di questa coppia ideale con un altro amico, che li conosceva bene, è saltata fuori quest'immagine: lei (una tipa minuta) passa con le borse della spesa davanti al bar dove è seduto il marito, il marito si alza e la segue ma senza minimamente accennare a prenderle una borsa, lei non glielo fa notare e non gli chiede nulla.
Esempio n. 2, tratto dall'osservazione delle coppie sulla spiaggia: in un buon numero di volte, vedo la donna tirarsi dietro tutte le borse del mare + eventuale bambino per mano, mentre l'uomo al massimo regge il giornale.
Esempio n. 3, ché se lo legge mia madre si incazza perché divulgo il fatti di famiglia: io, mia madre e i bambini stiamo andando a casa di mia madre per pranzo. Lei chiama mio padre, nel frattempo già rientrato, e gli chiede di mettere su l'acqua per la pasta in una specifica pentola, di cui gli indica le coordinate. Lui non trova la pentola descritta e lei si incazza, dicendogli di lasciar perdere ché farà lei.
Che cosa significano questi esempi, secondo me? Significano che le donne occidentali non sono molto diverse da quelle arabe: siamo talmente convinte di essere inferiori da scambiare il peso delle responsabilità per un'attribuzione di importanza e da credere che avere potere significhi fare tutto noi senza delegare.
Mi si dirà: ma da noi almeno il processo è in atto. Per carità, chi ben comincia è a metà dell'opera, ma l'opera non si completa da sola.
Quante ragazze italiane hanno problemi a uscire con le amiche perché il fidanzato è geloso? Quante donne italiane, prima di fare qualcosa per sé, si sentono in dovere di pensare prima alla famiglia (anche quando questo significa preparare la cena a marito e figli, come se potessero morire di fame)? Quante donne italiane si sottomettono a mariti violenti o prevaricatori "per il bene dei figli" o semplicemente perché non saprebbero come mantenersi altrimenti? Quante ragazze italiane hanno avuto più problemi a studiare rispetto ai fratelli maschi perché la famiglia non voleva saperle sole in una città lontana? Quante ragazze/donne italiane evitano di vestirsi in certi modi per non attirarsi le ire del padre/marito o semplicemente per non essere giudicate delle zoccole dalla vox populi? Quante donne italiane vengono perseguitate dall'ex fidanzato/marito, a volte fino alla morte?
Io spero che siano sempre meno, ma ce ne sono ancora tante. Il solo fatto che ci siano ci rende inadatte a scagliare la prima pietra contro le islamiche.
Ci sono ragazze musulmane che seguono le regole di vestiario imposte dai genitori per poter studiare liberamente: sono tanto diverse da quelle ragazze che vanno in convitti di suore pur di poter fare l'università in una città troppo lontana dal paesello?
Dopotutto, noi donne siamo abituate da sempre ad accontentare la famiglia: al figlio maschio si perdona tutto, ma la femmina non deve sgarrare. Poi possiamo parlare del fatto che in effetti le femmine corrono più pericoli dei maschi, nella nostra società. Ma già questo è indice di uno squilibrio che non ci dà il diritto di crederci emancipate. E non tiriamo fuori la solita storia degli stranieri che rendono insicure le città, per favore: io abitavo di fianco a un pub frequentato da tifosi di una squadra locale, gentaglia ignorante e volgare tanto quanto quelli che si ubriacano fuori dai call center. Avevo dei vicini senegalesi, tutti ragazzi che facevano chissà quali lavori da schifo (visti i loro orari), ma non mi sono mai sentita men che rispettata, nonostante vivessi sola e non conducessi certo una vita da monaca.
Mi si dirà: tu potevi scegliere se vivere da sola o no, spesso loro no. Ah sì? Io potevo scegliere? Quante ragazze conoscete che, senza nessuna impellenza logistica, vanno a vivere da sole in un monolocale da 20 mq e con la benedizione dei genitori? Io ne conosco ben poche, e nemmeno io sono tra quelle: per mia madre il fatto che vivessi sola era fonte di continua angoscia, ha "ceduto" solo perché avevo cominciato a lavorare per mio padre e anche lei capiva che vivere col tuo datore di lavoro è una cosa ben pesante.
Insomma, questo per dire che tutti, persino la sottoscritta paladina delle pari opportunità, viviamo sulla nostra pelle una cultura che tuttora discrimina le donne. Lo fa in modi più sottili o forse non ce ne accorgiamo perché ci siamo abituati. Un po' come col clima. Solo che il clima non dipende da noi.
Al di là dell'imposizione del velo, su cui si è detto di tutto e su cui cambio opinione ogni 10 minuti, credo che ci sia da sfatare un mito. Ovvero il fatto che noi (occidentali) siamo giuste, emancipate, evolute, libere di fare ciò che vogliamo. Mentre loro vivono in una specie di Medioevo oscurantista e violento.
Cominciamo col dire che il problema non è la religione. La maggior parte degli indiani non è musulmana, ma induista o sikh, ma mi pare che le loro donne non se la passino bene: matrimoni combinati, guai se divorzi (già illuminate quelle famiglie che ti permettono di separarti se il marito ti picchia, e guai se ne cerchi un altro), i figli te li cresce la famiglia (anche se magari sta a centinaia di km da te). Per gli africani subsahariani, poi, la religione è del tutto secondaria rispetto all'appartenenza etnica e alle tradizioni a cui sono legati. E non mi sembra che i cristianissimi slavi abbiano molto più rispetto delle loro donne, dal momento che le statistiche europee sulla violenza alle donne sono completamente sballate dall'inclusione della Russia nel campo di ricerca (ve la ricordate quella storia delle principali cause di morte per le donne tra i 16 e i 45 anni?).
E faccio presente che, per tutti i popoli che ho citato, non c'è un dress code unico: in molte parti dell'India le donne possono mostrare senza problemi la pancia, cosa che da noi è considerata appropriata in discoteca e sulla spiaggia, mentre non mi risulta che nelle tribù africane dove le donne vanno a seno nudo ci sia tutta questa eguaglianza uomo-donna.
Quando guardiamo questi popoli, siamo giudici spietati: li consideriamo popoli da educare, da portare al nostro livello come se fossero inferiori. Il confronto ci fa sentire forti ed evolute. Salvo poi scoprire che non è proprio così.
Pensiamo, per esempio, alla divisione dei lavori tra uomo e donna. Siamo ben pronte a condannare le donne velate, se le vediamo cariche di borse mentre il marito ha le mani libere. Ma quante volte questa scena ci passa sotto il naso con interpreti italiani, quando addirittura non la viviamo noi?
Esempio n. 1, tratto dai miei ricordi: anni fa, avevo un amico che venerava i suoi genitori come un modello di vita coniugale. Ne aveva una stima incredibile, ben superiore a quella che ho io dei miei. Io però ho sempre solo intravisto sua madre e mai incontrato suo padre. Parlando di questa coppia ideale con un altro amico, che li conosceva bene, è saltata fuori quest'immagine: lei (una tipa minuta) passa con le borse della spesa davanti al bar dove è seduto il marito, il marito si alza e la segue ma senza minimamente accennare a prenderle una borsa, lei non glielo fa notare e non gli chiede nulla.
Esempio n. 2, tratto dall'osservazione delle coppie sulla spiaggia: in un buon numero di volte, vedo la donna tirarsi dietro tutte le borse del mare + eventuale bambino per mano, mentre l'uomo al massimo regge il giornale.
Esempio n. 3, ché se lo legge mia madre si incazza perché divulgo il fatti di famiglia: io, mia madre e i bambini stiamo andando a casa di mia madre per pranzo. Lei chiama mio padre, nel frattempo già rientrato, e gli chiede di mettere su l'acqua per la pasta in una specifica pentola, di cui gli indica le coordinate. Lui non trova la pentola descritta e lei si incazza, dicendogli di lasciar perdere ché farà lei.
Che cosa significano questi esempi, secondo me? Significano che le donne occidentali non sono molto diverse da quelle arabe: siamo talmente convinte di essere inferiori da scambiare il peso delle responsabilità per un'attribuzione di importanza e da credere che avere potere significhi fare tutto noi senza delegare.
Mi si dirà: ma da noi almeno il processo è in atto. Per carità, chi ben comincia è a metà dell'opera, ma l'opera non si completa da sola.
Quante ragazze italiane hanno problemi a uscire con le amiche perché il fidanzato è geloso? Quante donne italiane, prima di fare qualcosa per sé, si sentono in dovere di pensare prima alla famiglia (anche quando questo significa preparare la cena a marito e figli, come se potessero morire di fame)? Quante donne italiane si sottomettono a mariti violenti o prevaricatori "per il bene dei figli" o semplicemente perché non saprebbero come mantenersi altrimenti? Quante ragazze italiane hanno avuto più problemi a studiare rispetto ai fratelli maschi perché la famiglia non voleva saperle sole in una città lontana? Quante ragazze/donne italiane evitano di vestirsi in certi modi per non attirarsi le ire del padre/marito o semplicemente per non essere giudicate delle zoccole dalla vox populi? Quante donne italiane vengono perseguitate dall'ex fidanzato/marito, a volte fino alla morte?
Io spero che siano sempre meno, ma ce ne sono ancora tante. Il solo fatto che ci siano ci rende inadatte a scagliare la prima pietra contro le islamiche.
Ci sono ragazze musulmane che seguono le regole di vestiario imposte dai genitori per poter studiare liberamente: sono tanto diverse da quelle ragazze che vanno in convitti di suore pur di poter fare l'università in una città troppo lontana dal paesello?
Dopotutto, noi donne siamo abituate da sempre ad accontentare la famiglia: al figlio maschio si perdona tutto, ma la femmina non deve sgarrare. Poi possiamo parlare del fatto che in effetti le femmine corrono più pericoli dei maschi, nella nostra società. Ma già questo è indice di uno squilibrio che non ci dà il diritto di crederci emancipate. E non tiriamo fuori la solita storia degli stranieri che rendono insicure le città, per favore: io abitavo di fianco a un pub frequentato da tifosi di una squadra locale, gentaglia ignorante e volgare tanto quanto quelli che si ubriacano fuori dai call center. Avevo dei vicini senegalesi, tutti ragazzi che facevano chissà quali lavori da schifo (visti i loro orari), ma non mi sono mai sentita men che rispettata, nonostante vivessi sola e non conducessi certo una vita da monaca.
Mi si dirà: tu potevi scegliere se vivere da sola o no, spesso loro no. Ah sì? Io potevo scegliere? Quante ragazze conoscete che, senza nessuna impellenza logistica, vanno a vivere da sole in un monolocale da 20 mq e con la benedizione dei genitori? Io ne conosco ben poche, e nemmeno io sono tra quelle: per mia madre il fatto che vivessi sola era fonte di continua angoscia, ha "ceduto" solo perché avevo cominciato a lavorare per mio padre e anche lei capiva che vivere col tuo datore di lavoro è una cosa ben pesante.
Insomma, questo per dire che tutti, persino la sottoscritta paladina delle pari opportunità, viviamo sulla nostra pelle una cultura che tuttora discrimina le donne. Lo fa in modi più sottili o forse non ce ne accorgiamo perché ci siamo abituati. Un po' come col clima. Solo che il clima non dipende da noi.
giovedì 9 settembre 2010
L'armatura splendente
Inizio una serie di riflessioni sull'educazione sentimentale. E parto dicendo che, secondo me, l'educazione sentimentale è tanto fondamentale quanto l'educazione sessuale. Le nostre famiglie d'origine l'hanno messa in pratica in modo poco consapevole e un po' ruspante, col risultato che spesso siamo il riflesso o la negazione del loro modo di essere.
Penso però che, oltre a dare un esempio di come viviamo i sentimenti nella vita quotidiana, possiamo provare a parlare con i nostri figli di quello che li potrebbe aspettare là fuori, delle nostre esperienze e delle conclusioni che ne abbiamo tratto. Troppo presto? Penso di no. Anche quando si tratta di prodotti per l'infanzia, libri e film forniscono una marea di spunti che possono essere approfonditi via via.
Per esempio, non amo molto le fiabe classiche come Cenerentola, La bella addormentata e Biancaneve (in versione sia letteraria sia cinematografica), così come non mi piacciono le storie in cui Minnie si mette nei guai e Topolino deve risolvere il pasticcio. Danno l'idea di una passività sempre e solo femminile: la ragazza combina guai o subisce abusi e non è capace di tirarsene fuori, finché non arriva il principe di turno a salvarla.
Il fatto è che questo schema ci starebbe anche, se appartenesse solo alla finzione. Invece vedo tutti i giorni principesse salvate da dubbi principi: ragazze che si accompagnano al tipo con la macchina più figa, mogli che affidano tutta la gestione economica e burocratica al marito, madri che chiedono l'intervento ex machina del padre quando si trovano troppo impantanate nei problemi.
Intendiamoci: va benissimo farsi dare una mano dal proprio compagno, se ce n'è bisogno, ma non mi piace che questa sia l'unica modalità di rapportarsi a lui. Non mi piace che ci sia un implicito riconoscimento della superiorità di un uomo che se n'è fregato di quello che facevi finché non ti sei trovata in difficoltà, e allora ha pensato, bontà sua, di intervenire. Non mi piace che il contributo dell'uomo venga considerato un aiuto alla donna, mentre preferirei che ciascuno facesse la sua parte senza scambi di favori. Non mi piace nemmeno che le donne rinuncino a usare il loro cervello e per pigrizia si disinteressino di alcuni aspetti della gestione della casa (non parlo ovviamente di questioni minute come aggiustare zanzariere o appendere quadri - cose che comunque in casa mia faceva mia mamma - ma della gestione delle finanze e dei risparmi: molte donne scoprono di essere piene di debiti o perché muore il marito o perché la banca tal dei tali gli pignora la macchina).
Io non sono stata immune da questa pecca: il mio primo fidanzato l'ho scelto un po' in base a questo criterio. Venivo da un periodo in cui tutte le mie amiche o erano fidanzate o erano lontane. Nuove amicizie non riuscivo a farmene, un po' perché il mio gruppo dell'università veniva da Lodi e un po' perché non guidavo (avevo paura). Venivo anche da una bella estate divertente e non avevo voglia di ripiombare nella noia della brutta stagione. E ho preso il primo che è passato. Oltretutto, molto più grande così magari avremmo superato tutte le menate del non volersi impegnare, del dover fare le stesse esperienze che dovevo fare io e dover conquistare le stesse cose che dovevo conquistare io. Mi è sembrata una scelta comoda. E ho pagato per questa comodità, perché quando le scelte le fai con motivazioni sbagliate ti torna tutto indietro con gli interessi. Il che, per me, ha significato solo essere piantata a un mese dal matrimonio, perché lui non se la sentiva di elevarmi al rango di membro della sua famiglia.
All'epoca il mio orgoglio ne soffrì, anche perché, nonostante negli ultimi 6 mesi fossi stata sempre meno convinta di quel matrimonio, ce l'avevo messa tutta per convincermi che era solo la paura del grande passo a farmi pensare certe cose o desiderare certe persone. La mia relatrice, invece, con la voce della saggezza, disse che avrei dovuto regalare una scatola di cioccolatini al mio ex, per avermi liberata prima che la mia giovinezza finisse. E in effetti le ho dato mille volte ragione: quell'anno 2000 non sarebbe stato così straordinario e memorabile, se fosse stato l'anno del mio matrimonio con quell'uomo. O meglio, me ne sarei ricordata sì, ma come dell'anno del mio divorzio annunciato.
Del resto, è proprio un uomo, Italo Calvino, a dirci che non possiamo aspettarci di essere salvate dal cavaliere dall'armatura splendente: quando il Cavaliere Inesistente regala la propria armatura a Rambaldo, essa comincia a sporcarsi e ammaccarsi come non aveva mai fatto prima. Come a dire che non esiste un uomo perfetto e senza macchia, superiore e risolutivo: esistono solo esseri umani, maschi e femmine, che cercano di fare del loro meglio e che farebbero meglio a rimboccarsi entrambi le maniche e darci sotto con uguale lena.
PS: per amor di completezza, devo confessare che ogni tanto anche mio marito arriva sul cavallo bianco. Ma lo fa come regalo di compleanno, mica come stile di vita.
Penso però che, oltre a dare un esempio di come viviamo i sentimenti nella vita quotidiana, possiamo provare a parlare con i nostri figli di quello che li potrebbe aspettare là fuori, delle nostre esperienze e delle conclusioni che ne abbiamo tratto. Troppo presto? Penso di no. Anche quando si tratta di prodotti per l'infanzia, libri e film forniscono una marea di spunti che possono essere approfonditi via via.
Per esempio, non amo molto le fiabe classiche come Cenerentola, La bella addormentata e Biancaneve (in versione sia letteraria sia cinematografica), così come non mi piacciono le storie in cui Minnie si mette nei guai e Topolino deve risolvere il pasticcio. Danno l'idea di una passività sempre e solo femminile: la ragazza combina guai o subisce abusi e non è capace di tirarsene fuori, finché non arriva il principe di turno a salvarla.
Il fatto è che questo schema ci starebbe anche, se appartenesse solo alla finzione. Invece vedo tutti i giorni principesse salvate da dubbi principi: ragazze che si accompagnano al tipo con la macchina più figa, mogli che affidano tutta la gestione economica e burocratica al marito, madri che chiedono l'intervento ex machina del padre quando si trovano troppo impantanate nei problemi.
Intendiamoci: va benissimo farsi dare una mano dal proprio compagno, se ce n'è bisogno, ma non mi piace che questa sia l'unica modalità di rapportarsi a lui. Non mi piace che ci sia un implicito riconoscimento della superiorità di un uomo che se n'è fregato di quello che facevi finché non ti sei trovata in difficoltà, e allora ha pensato, bontà sua, di intervenire. Non mi piace che il contributo dell'uomo venga considerato un aiuto alla donna, mentre preferirei che ciascuno facesse la sua parte senza scambi di favori. Non mi piace nemmeno che le donne rinuncino a usare il loro cervello e per pigrizia si disinteressino di alcuni aspetti della gestione della casa (non parlo ovviamente di questioni minute come aggiustare zanzariere o appendere quadri - cose che comunque in casa mia faceva mia mamma - ma della gestione delle finanze e dei risparmi: molte donne scoprono di essere piene di debiti o perché muore il marito o perché la banca tal dei tali gli pignora la macchina).
Io non sono stata immune da questa pecca: il mio primo fidanzato l'ho scelto un po' in base a questo criterio. Venivo da un periodo in cui tutte le mie amiche o erano fidanzate o erano lontane. Nuove amicizie non riuscivo a farmene, un po' perché il mio gruppo dell'università veniva da Lodi e un po' perché non guidavo (avevo paura). Venivo anche da una bella estate divertente e non avevo voglia di ripiombare nella noia della brutta stagione. E ho preso il primo che è passato. Oltretutto, molto più grande così magari avremmo superato tutte le menate del non volersi impegnare, del dover fare le stesse esperienze che dovevo fare io e dover conquistare le stesse cose che dovevo conquistare io. Mi è sembrata una scelta comoda. E ho pagato per questa comodità, perché quando le scelte le fai con motivazioni sbagliate ti torna tutto indietro con gli interessi. Il che, per me, ha significato solo essere piantata a un mese dal matrimonio, perché lui non se la sentiva di elevarmi al rango di membro della sua famiglia.
All'epoca il mio orgoglio ne soffrì, anche perché, nonostante negli ultimi 6 mesi fossi stata sempre meno convinta di quel matrimonio, ce l'avevo messa tutta per convincermi che era solo la paura del grande passo a farmi pensare certe cose o desiderare certe persone. La mia relatrice, invece, con la voce della saggezza, disse che avrei dovuto regalare una scatola di cioccolatini al mio ex, per avermi liberata prima che la mia giovinezza finisse. E in effetti le ho dato mille volte ragione: quell'anno 2000 non sarebbe stato così straordinario e memorabile, se fosse stato l'anno del mio matrimonio con quell'uomo. O meglio, me ne sarei ricordata sì, ma come dell'anno del mio divorzio annunciato.
Del resto, è proprio un uomo, Italo Calvino, a dirci che non possiamo aspettarci di essere salvate dal cavaliere dall'armatura splendente: quando il Cavaliere Inesistente regala la propria armatura a Rambaldo, essa comincia a sporcarsi e ammaccarsi come non aveva mai fatto prima. Come a dire che non esiste un uomo perfetto e senza macchia, superiore e risolutivo: esistono solo esseri umani, maschi e femmine, che cercano di fare del loro meglio e che farebbero meglio a rimboccarsi entrambi le maniche e darci sotto con uguale lena.
PS: per amor di completezza, devo confessare che ogni tanto anche mio marito arriva sul cavallo bianco. Ma lo fa come regalo di compleanno, mica come stile di vita.
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martedì 3 agosto 2010
Consiglio di lettura
Recentemente, su FB, mi è capitato di parlare con Piattini di libri riguardo l'emancipazione femminile, la conciliazione famiglia-lavoro, ecc. Le ho consigliato una biografia di Maria Teresa d'Austria, che secondo me è stata un grandissimo esempio in molti sensi: ha infranto la legge salica (che impediva alle donne di ereditare un regno), ha governato un impero problematico come quello Austroungarico apportando molti miglioramenti, ha patrocinato la nascita dell'Illuminismo nel proprio territorio e, last but not least, ha gestito una famiglia di più di 15 figli tra sopravvissuti e non.
Poi, domenica, ci è venuto lo sghiribizzo di andare a fare un giro a Mantova, per mostrare a Luca e ai bambini una delle città d'arte che amo di più. Per un colpo di fortuna, nonostante fosse formalmente chiuso, siamo riusciti a visitare anche gli appartamenti di Isabella d'Este, ultima marchesa di Mantova. Ed ecco che mi viene spontaneo un altro consiglio di lettura, ovvero Rinascimento privato di Maria Bellonci.
Questo romanzo, che finge di essere un'autobiografia di Isabella, mi ha accompagnata da quando avevo 12 anni: l'ho riletto molte volte e ogni volta con uno spirito diverso.
C'è stato persino un periodo in cui ho condiviso con Isabella la consapevolezza di volermi accompagnare a un uomo che non sarebbe mai stato completamente contento di una mia piena affermazione professionale, che non avrebbe condiviso la pienezza dei miei sogni per invidia e miopia. Per fortuna oggi capisco Isabella, che non aveva scelta e prese il buono del marito assegnatole, ma non condivido la sua sorte, perché mio marito non è per niente invidioso di un mio eventuale successo e anzi, vorrebbe che fossi più felice e che potessi impiegare i miei talenti.
Isabella aveva talento per il governo, e lo dimostrò sia durante la prigionia del marito sia quando fu reggente per il figlio Federico, ancora troppo giovane per succedere al padre. Purtroppo né il primo né il secondo si dimostrarono mai grati per il buon servizio reso allo Stato.
Francesco, il marito, grandissimo puttaniere tornato dal fronte con la sifilide, cercò sempre di più di isolarla, seguendo i consigli di un personaggio un po' equivoco e corrotto.
Federico, il figlio, divenne sempre più succube di una donna sposata, Isabella Boschetta, per cui sperperò enormi somme di denaro (per esempio facendo costruire Palazzo del Tè).
Ecco, oggi forse mi identifico di più nell'ultima parte della vita di Isabella: quella in cui si assiste alle scelte dei propri figli e bisogna imparare a non intervenire troppo, soffrendo in silenzio se le cose non vanno proprio come ce le eravamo augurate.
Ho assistito troppe volte a contrasti tra suocera e nuora per illudermi che non capiti anche a me. Ho visto anche suocere struggersi per generi che non approvavano: mia madre, per esempio.
Ho ripetuto tante volte che l'approvazione di mia madre non è mai stata fondamentale per me. Per esempio, il fatto che lei non approvasse il mio fidanzato dei 20 anni (non per la differenza d'età, ma per lui in sé) non mi aveva mai dissuasa dal frequentarlo.
Ma, quando tra noi finì e in malo modo, mi resi conto che l'istinto di mia madre le aveva suggerito che si trattava di una persona non limpida e non adatta a me.
Infatti, quando poi mi innamorai di Luca, cercai di fare in modo che mia mamma potesse vederlo appena possibile. Non con una presentazione ufficiale in famiglia: figurarsi, non sarebbe da noi. Mia madre venne a vederci mentre ci esibivamo col gruppo di teatro di strada a Broni, e il fatto che Luca non le desse "vibrazioni negative" fu per me un enorme sollievo.
Poi in effetti la presentazione "ufficiale" seguì a breve: a Santo Stefano, dopo un Natale rocambolesco in cui Luca era andato a Torino e aveva perso il cellulare con dentro ogni mio riferimento, Luca venne a pranzo a casa dei miei (avevamo la tradizione di fare il pranzo "solo salmone" tra di noi, per riprenderci dalla pesantezza del pranzo ufficiale coi nonni). E si addormentò secco sul divano, piegato dal tanto cibo e dallo spumante.
Tuttora, quando andiamo dai miei, Luca viene preso da sonnolenze insolite, nonostante mia madre non cucini né troppo né in modo troppo pesante.
Ecco, io spero di essere fortunata come mia madre: che, magari dopo qualche sbandata, i miei figli trovino una persona che io personalmente magari non sposerei, ma che li faccia star bene e riscuota la mia stima.
Poi, domenica, ci è venuto lo sghiribizzo di andare a fare un giro a Mantova, per mostrare a Luca e ai bambini una delle città d'arte che amo di più. Per un colpo di fortuna, nonostante fosse formalmente chiuso, siamo riusciti a visitare anche gli appartamenti di Isabella d'Este, ultima marchesa di Mantova. Ed ecco che mi viene spontaneo un altro consiglio di lettura, ovvero Rinascimento privato di Maria Bellonci.
Questo romanzo, che finge di essere un'autobiografia di Isabella, mi ha accompagnata da quando avevo 12 anni: l'ho riletto molte volte e ogni volta con uno spirito diverso.
C'è stato persino un periodo in cui ho condiviso con Isabella la consapevolezza di volermi accompagnare a un uomo che non sarebbe mai stato completamente contento di una mia piena affermazione professionale, che non avrebbe condiviso la pienezza dei miei sogni per invidia e miopia. Per fortuna oggi capisco Isabella, che non aveva scelta e prese il buono del marito assegnatole, ma non condivido la sua sorte, perché mio marito non è per niente invidioso di un mio eventuale successo e anzi, vorrebbe che fossi più felice e che potessi impiegare i miei talenti.
Isabella aveva talento per il governo, e lo dimostrò sia durante la prigionia del marito sia quando fu reggente per il figlio Federico, ancora troppo giovane per succedere al padre. Purtroppo né il primo né il secondo si dimostrarono mai grati per il buon servizio reso allo Stato.
Francesco, il marito, grandissimo puttaniere tornato dal fronte con la sifilide, cercò sempre di più di isolarla, seguendo i consigli di un personaggio un po' equivoco e corrotto.
Federico, il figlio, divenne sempre più succube di una donna sposata, Isabella Boschetta, per cui sperperò enormi somme di denaro (per esempio facendo costruire Palazzo del Tè).
Ecco, oggi forse mi identifico di più nell'ultima parte della vita di Isabella: quella in cui si assiste alle scelte dei propri figli e bisogna imparare a non intervenire troppo, soffrendo in silenzio se le cose non vanno proprio come ce le eravamo augurate.
Ho assistito troppe volte a contrasti tra suocera e nuora per illudermi che non capiti anche a me. Ho visto anche suocere struggersi per generi che non approvavano: mia madre, per esempio.
Ho ripetuto tante volte che l'approvazione di mia madre non è mai stata fondamentale per me. Per esempio, il fatto che lei non approvasse il mio fidanzato dei 20 anni (non per la differenza d'età, ma per lui in sé) non mi aveva mai dissuasa dal frequentarlo.
Ma, quando tra noi finì e in malo modo, mi resi conto che l'istinto di mia madre le aveva suggerito che si trattava di una persona non limpida e non adatta a me.
Infatti, quando poi mi innamorai di Luca, cercai di fare in modo che mia mamma potesse vederlo appena possibile. Non con una presentazione ufficiale in famiglia: figurarsi, non sarebbe da noi. Mia madre venne a vederci mentre ci esibivamo col gruppo di teatro di strada a Broni, e il fatto che Luca non le desse "vibrazioni negative" fu per me un enorme sollievo.
Poi in effetti la presentazione "ufficiale" seguì a breve: a Santo Stefano, dopo un Natale rocambolesco in cui Luca era andato a Torino e aveva perso il cellulare con dentro ogni mio riferimento, Luca venne a pranzo a casa dei miei (avevamo la tradizione di fare il pranzo "solo salmone" tra di noi, per riprenderci dalla pesantezza del pranzo ufficiale coi nonni). E si addormentò secco sul divano, piegato dal tanto cibo e dallo spumante.
Tuttora, quando andiamo dai miei, Luca viene preso da sonnolenze insolite, nonostante mia madre non cucini né troppo né in modo troppo pesante.
Ecco, io spero di essere fortunata come mia madre: che, magari dopo qualche sbandata, i miei figli trovino una persona che io personalmente magari non sposerei, ma che li faccia star bene e riscuota la mia stima.
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domenica 27 giugno 2010
Apologia del nemico
Ci sono due post, scritti nei giorni scorsi, che mi hanno fatto riflettere.
Uno riguarda il concetto di nemico.
L'altro riguarda un personaggio che in una certa cultura ha rappresentato il nemico per eccellenza.
Io credo che il concetto di nemico, per gli esseri viventi, sia connaturato alla condizione di vivere in un mondo in cui le risorse non sono infinite: vale per gli accoppiamenti, per il cibo, per i luoghi dove fare il nido o la tana. Vale per i grandi interessi delle potenze mondiali così come per l'ultimo pezzetto di focaccia che lumavi da lontano e che ti è stato rubato dalla massaia davanti a te. Vale per le alture del Golan come per la femmina fertile contesa tra tutti i gatti della cascina.
Quindi credo non sia possibile cancellare il concetto di nemico. Semplicemente, credo che sia possibile modularlo in modo da togliergli quell'accezione negativa e fanatica che contraddistingue la nostra epoca.
Da quando l'opinione di massa ha un qualche peso nelle scelte politiche, il potere fa ogni sforzo per presentare la guerra di turno come giusta e indispensabile. Il modo più semplice è presentare il nemico come un mostro: è successo con Gheddaffi (che ora invece viene riverito e trattato come un simpatico eccentrico), è successo con Saddam Hussein, sta succedendo con Ahmadinejad (che però, ammetto, ce la sta mettendo tutta per aiutare gli USA a rappresentarlo come un guerrafondaio testa di cazzo).
Per noi, non è pensabile che il nemico sia semplicemente uno come noi, con le sue motivazioni altrettanto valide che le nostre: è un cancro da estirpare, per il bene dell'umanità. Diciamo anche che i precedenti di Hitler e Stalin hanno aiutato a radicare questa convinzione.
Pensiamo invece ai nostri antenati, gli arretrati Greci che, quando conquistavano una città, la radevano al suolo e rendevano schiavi tutti i suoi abitanti. I Greci effettivamente si comportavano come se il nemico fosse una gramigna da estirpare per sempre: quanta differenza rispetto ai Romani, che invece, se la città si sottometteva, cercavano di non apportarle ulteriori danni e le permettevano persino di mantenere una certa autonomia, se compatibile col dominio romano.
Eppure i Greci, nel poema che dà le fondamenta di tutta la narrativa occidentale, danno moltissimo spazio ai nemici Troiani e mai, neanche per un momento, si insinua l'idea che i Troiani siano peggiori degli Achei: hanno il solo torto di avere un principe idiota e pavido, che ha rapito la moglie di un importante re acheo. OK, anche qui c'è un pretesto a mascherare le vere mire degli Achei, ma nemmeno per un attimo si prova a rappresentare Paride come un malvagio manipolatore e/o i Troiani come un popolo crudele e/o corrotto e/o soggiogato da un tiranno crudele.
Anzi. Ettore, il leader dei nemici, è la summa di tutte le virtù dell'uomo ideale. Lo dicevo già qui, spiegando perché ho chiamato mio figlio come lui.
Omero esalta Ettore esattamente come farebbe con un principe acheo, sciorinandone tutte le virtù: grande guerriero, rispettoso del padre anziano, amante della sua famiglia e di sua moglie, Ettore non litiga per una concubina, non invoca la mamma, non fa i capricci smettendo di combattere. Ettore lotta per difendere casa sua, e questo lo rende impeccabile.
D'altro canto, nell'Iliade, anche i favori degli dèi si dividono equanimamente tra Achei e Troiani. Nell'Iliade non c'è un conflitto di civiltà, ma un duello mortale da cui tristemente deve uscire un vincitore. L'autore, interpretando probabilmente i sentimenti del suo popolo, si rende conto di parteggiare per gli Achei solo perché sono casualmente il popolo in cui è nato.
Non siamo ancora nel clima delle Guerre Persiane, in cui si confrontavano due modi opposti di intendere il potere, le leggi, la giustizia e la cultura.
Non a caso, Roma volle fortissimamente alimentare il mito di una propria discendenza da Enea. A che pro discendere da uno sconfitto? Quale popolo vorrebbere discendere da Saddam Hussein come viene descritto oggi? Il nocciolo della questione è tutto lì: Enea viene sconfitto perché tale è il volere degli dèi, non perché Troia fosse umanamente o politicamente o militarmente inferiore alla Grecia.
Enea merita la propria seconda possibilità, perché è un uomo di valore esattamente come lo era Ettore (con, in più, una madre imbarazzante: c'è un punto dell'Iliade in cui Enea rischia di essere ucciso e sua madre Afrodite interviene per salvarlo, venendo peraltro ferita - lo so che tutte noi potendo l'avremmo fatto, ma che vergogna per un guerriero essere salvato da mammina!).
Enea porta a Roma tutti i valori di Troia, il che viene visto come una buona cosa: non si tratta della Mayflower che fugge da una persecuzione, ma semplicemente di un emigrante costretto ad andarsene dalla sua terra perché non ci può più vivere.
Poi, per carità, nello specifico si può anche considerare Enea uno stronzo passivo manovrato dagli dèi, per via di tutta la faccenda di Didone, da cui noi donne siamo sempre molto colpite (e che secondo me dovrebbe essere insegnata non solo nell'ora di epica, ma anche in un'ipotetica ora di educazione sentimentale).
Però non è che il vincitore Ulisse si comportasse molto meglio, passando dalla maga Circe alla ninfa Calipso e presentandosi bel bello a casa dopo 20 anni, pure con la pretesa che sua moglie gli fosse stata fedele (e buon per lei che i Proci erano veramente inavvicinabili, bleah): perlomeno Enea era vedovo e gli stavano ripetendo ad nauseam da anni che doveva andare in Lazio e fondare una città per il bene dell'umanità ecc. ecc. Cosa non si fa per i posteri.
Uno riguarda il concetto di nemico.
L'altro riguarda un personaggio che in una certa cultura ha rappresentato il nemico per eccellenza.
Io credo che il concetto di nemico, per gli esseri viventi, sia connaturato alla condizione di vivere in un mondo in cui le risorse non sono infinite: vale per gli accoppiamenti, per il cibo, per i luoghi dove fare il nido o la tana. Vale per i grandi interessi delle potenze mondiali così come per l'ultimo pezzetto di focaccia che lumavi da lontano e che ti è stato rubato dalla massaia davanti a te. Vale per le alture del Golan come per la femmina fertile contesa tra tutti i gatti della cascina.
Quindi credo non sia possibile cancellare il concetto di nemico. Semplicemente, credo che sia possibile modularlo in modo da togliergli quell'accezione negativa e fanatica che contraddistingue la nostra epoca.
Da quando l'opinione di massa ha un qualche peso nelle scelte politiche, il potere fa ogni sforzo per presentare la guerra di turno come giusta e indispensabile. Il modo più semplice è presentare il nemico come un mostro: è successo con Gheddaffi (che ora invece viene riverito e trattato come un simpatico eccentrico), è successo con Saddam Hussein, sta succedendo con Ahmadinejad (che però, ammetto, ce la sta mettendo tutta per aiutare gli USA a rappresentarlo come un guerrafondaio testa di cazzo).
Per noi, non è pensabile che il nemico sia semplicemente uno come noi, con le sue motivazioni altrettanto valide che le nostre: è un cancro da estirpare, per il bene dell'umanità. Diciamo anche che i precedenti di Hitler e Stalin hanno aiutato a radicare questa convinzione.
Pensiamo invece ai nostri antenati, gli arretrati Greci che, quando conquistavano una città, la radevano al suolo e rendevano schiavi tutti i suoi abitanti. I Greci effettivamente si comportavano come se il nemico fosse una gramigna da estirpare per sempre: quanta differenza rispetto ai Romani, che invece, se la città si sottometteva, cercavano di non apportarle ulteriori danni e le permettevano persino di mantenere una certa autonomia, se compatibile col dominio romano.
Eppure i Greci, nel poema che dà le fondamenta di tutta la narrativa occidentale, danno moltissimo spazio ai nemici Troiani e mai, neanche per un momento, si insinua l'idea che i Troiani siano peggiori degli Achei: hanno il solo torto di avere un principe idiota e pavido, che ha rapito la moglie di un importante re acheo. OK, anche qui c'è un pretesto a mascherare le vere mire degli Achei, ma nemmeno per un attimo si prova a rappresentare Paride come un malvagio manipolatore e/o i Troiani come un popolo crudele e/o corrotto e/o soggiogato da un tiranno crudele.
Anzi. Ettore, il leader dei nemici, è la summa di tutte le virtù dell'uomo ideale. Lo dicevo già qui, spiegando perché ho chiamato mio figlio come lui.
Omero esalta Ettore esattamente come farebbe con un principe acheo, sciorinandone tutte le virtù: grande guerriero, rispettoso del padre anziano, amante della sua famiglia e di sua moglie, Ettore non litiga per una concubina, non invoca la mamma, non fa i capricci smettendo di combattere. Ettore lotta per difendere casa sua, e questo lo rende impeccabile.
D'altro canto, nell'Iliade, anche i favori degli dèi si dividono equanimamente tra Achei e Troiani. Nell'Iliade non c'è un conflitto di civiltà, ma un duello mortale da cui tristemente deve uscire un vincitore. L'autore, interpretando probabilmente i sentimenti del suo popolo, si rende conto di parteggiare per gli Achei solo perché sono casualmente il popolo in cui è nato.
Non siamo ancora nel clima delle Guerre Persiane, in cui si confrontavano due modi opposti di intendere il potere, le leggi, la giustizia e la cultura.
Non a caso, Roma volle fortissimamente alimentare il mito di una propria discendenza da Enea. A che pro discendere da uno sconfitto? Quale popolo vorrebbere discendere da Saddam Hussein come viene descritto oggi? Il nocciolo della questione è tutto lì: Enea viene sconfitto perché tale è il volere degli dèi, non perché Troia fosse umanamente o politicamente o militarmente inferiore alla Grecia.
Enea merita la propria seconda possibilità, perché è un uomo di valore esattamente come lo era Ettore (con, in più, una madre imbarazzante: c'è un punto dell'Iliade in cui Enea rischia di essere ucciso e sua madre Afrodite interviene per salvarlo, venendo peraltro ferita - lo so che tutte noi potendo l'avremmo fatto, ma che vergogna per un guerriero essere salvato da mammina!).
Enea porta a Roma tutti i valori di Troia, il che viene visto come una buona cosa: non si tratta della Mayflower che fugge da una persecuzione, ma semplicemente di un emigrante costretto ad andarsene dalla sua terra perché non ci può più vivere.
Poi, per carità, nello specifico si può anche considerare Enea uno stronzo passivo manovrato dagli dèi, per via di tutta la faccenda di Didone, da cui noi donne siamo sempre molto colpite (e che secondo me dovrebbe essere insegnata non solo nell'ora di epica, ma anche in un'ipotetica ora di educazione sentimentale).
Però non è che il vincitore Ulisse si comportasse molto meglio, passando dalla maga Circe alla ninfa Calipso e presentandosi bel bello a casa dopo 20 anni, pure con la pretesa che sua moglie gli fosse stata fedele (e buon per lei che i Proci erano veramente inavvicinabili, bleah): perlomeno Enea era vedovo e gli stavano ripetendo ad nauseam da anni che doveva andare in Lazio e fondare una città per il bene dell'umanità ecc. ecc. Cosa non si fa per i posteri.
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sabato 5 giugno 2010
I cugini di campagna
Si sa, Milan l'è 'l gran Milan. A Milano c'è la vita, c'è la movida delle blogger, c'è il MomCamp.
Noi provinciali, per non sentirci da meno, abbiamo pensato di prepararci al MomCamp ospitando Flavia nella penultima tappa di MomOnTheRoad. Povera Flavia e povero Pezzetto: non contenti di averli infastiditi con tutte le mosche delle nostre stalle, gli abbiamo dato il colpo di grazia con le zanzare del Parco del Ticino, specie ferocissima e purtroppo non rara, la cui estinzione anzi auspichiamo.
Il giorno dopo, il MomCamp ha dato a Flavia la scusa per levare le tende il prima possibile da questa gabbia di matti (non prima però di averci dato il suo autorevole parere sul nostro yogurt greco).
Noi ce la siamo presa più comoda e con gran cialtroneria: tra lavacri e vestizioni varie, siamo partiti con un'ora di ritardo e poi ci siamo persi in via Paolo Sarpi a cercare la sede dell'incontro.
Confesso: in realtà, avevamo una gran voglia di passare a salutare il nostro macellaio di fiducia, quello che macella le nostre bestie e rivende molti nostri prodotti.
Un po' perché la sua macelleria è un tempio della gastronomia: le sue celle di stagionatura sono bellissime e piene di profumi invitanti. E il signor Sirtori è una di quelle persone con la fortuna di amare il proprio lavoro, di quelli che hanno le stelline negli occhi quando ti fanno annusare un culatello o quando ti parlano di un parmigiano bio fatto solo con latte di romagnole registrate.
Un po' perché questo signore per me è un po' speciale: era in negozio il giorno in cui la cascina ha saputo della nascita di Amelia e da allora si è sempre informato dei nostri bambini. Inoltre, da 9 mesi, è nonno anche lui. Infatti ha accolto i miei bambini con grande simpatia e ha regalato a ciascuno un salamino. La mamma invece è stata omaggiata di una generosa cucchiaiata di lardo pestato prodotto proprio dal signor Sirtori, che ci ha raccontato anche di come fa i salami tutti gli anni dopo i Morti, come vuole la tradizione.
Insomma, direi che questa deviazione ha ampiamente giustificato il nostro ritardo nell'arrivare al MomCamp. Peraltro, siamo arrivati quasi contemporaneamente a Claudia, quindi non ci siamo sentiti proprio così strani.
Confesso: presa dalle chiacchiere con Claudia stessa, Mammafelice, MammaCattiva, MammainCorriera, Maddalena, Wonder e molte altre, al mattino non ho ascoltato praticamente nessun intervento. Mi sono rifatta nel pomeriggio, in cui mi è molto piaciuto l'intervento di ProfessionePapà, che ha generato un bel dibattito sul ruolo del padre, sulla mediazione familiare, sulla possibilità di un congedo paterno obbligatorio come in Svezia, ecc. Soprattutto, mi è piaciuta la serena presa di coscienza del fatto che, se un padre lo desidera, le soluzioni si possono trovare anche se i diritti non ci sono. Per esempio, nessuno vieta a un padre di impiegare le proprie ferie per stare vicino alla moglie dopo il parto. Trovo ingiusto che si debbano usare le ferie per questo scopo e che la legge non preveda una contemporaneità dei congedi almeno per un breve periodo, però giustamente ProfessionePapà dice: bisogna creare il terreno per un mutamento culturale, in modo che questo arrivi ai legislatori, ai datori di lavoro e ai giudici (per quanto riguarda le separazioni). E se, per preparare questo terreno, bisogna perderci un pochino, saranno sacrifici sopportabili.
Del resto, se un ospedale come il Gaslini ha accettato di fare esperimenti per attirare più padri ai corsi preparto (padri che invece in altri ospedali vengono invitati a stare a casa per non affollare troppo le aule), qualche speranza c'è.
Nel frattempo, dopo un iniziale momento di diffidenza, Amelia ed Ettore si sono buttati nei laboratori creativi di Filastrocche.it e sono spariti per lunghi periodi, ricomparendo ogni tanto per farmi vedere i loro lavoretti (dal momento che l'unico accesso all'esterno era presidiato e il luogo abbastanza raccolto, stavo piuttosto tranquilla). Hanno giocato con gli altri bambini e si sono divertiti un sacco, tanto che, quando è stato il momento di andarcene, hanno protestato.
La cosa invece che è piaciuta di più a me? Il fatto di poter chiacchierare serenamente con altre persone senza dovermi preoccupare più di tanto del benessere dei bambini o, al contrario, temere che disturbassero / si cacciassero nei guai. Ovvero il fatto che siamo tutti stati bene, nessuno si è sacrificato alle esigenze degli altri e alla fine di questa giornata siamo tutti stanchi ma felici.
Noi provinciali, per non sentirci da meno, abbiamo pensato di prepararci al MomCamp ospitando Flavia nella penultima tappa di MomOnTheRoad. Povera Flavia e povero Pezzetto: non contenti di averli infastiditi con tutte le mosche delle nostre stalle, gli abbiamo dato il colpo di grazia con le zanzare del Parco del Ticino, specie ferocissima e purtroppo non rara, la cui estinzione anzi auspichiamo.
Il giorno dopo, il MomCamp ha dato a Flavia la scusa per levare le tende il prima possibile da questa gabbia di matti (non prima però di averci dato il suo autorevole parere sul nostro yogurt greco).
Noi ce la siamo presa più comoda e con gran cialtroneria: tra lavacri e vestizioni varie, siamo partiti con un'ora di ritardo e poi ci siamo persi in via Paolo Sarpi a cercare la sede dell'incontro.
Confesso: in realtà, avevamo una gran voglia di passare a salutare il nostro macellaio di fiducia, quello che macella le nostre bestie e rivende molti nostri prodotti.
Un po' perché la sua macelleria è un tempio della gastronomia: le sue celle di stagionatura sono bellissime e piene di profumi invitanti. E il signor Sirtori è una di quelle persone con la fortuna di amare il proprio lavoro, di quelli che hanno le stelline negli occhi quando ti fanno annusare un culatello o quando ti parlano di un parmigiano bio fatto solo con latte di romagnole registrate.
Un po' perché questo signore per me è un po' speciale: era in negozio il giorno in cui la cascina ha saputo della nascita di Amelia e da allora si è sempre informato dei nostri bambini. Inoltre, da 9 mesi, è nonno anche lui. Infatti ha accolto i miei bambini con grande simpatia e ha regalato a ciascuno un salamino. La mamma invece è stata omaggiata di una generosa cucchiaiata di lardo pestato prodotto proprio dal signor Sirtori, che ci ha raccontato anche di come fa i salami tutti gli anni dopo i Morti, come vuole la tradizione.
Insomma, direi che questa deviazione ha ampiamente giustificato il nostro ritardo nell'arrivare al MomCamp. Peraltro, siamo arrivati quasi contemporaneamente a Claudia, quindi non ci siamo sentiti proprio così strani.
Confesso: presa dalle chiacchiere con Claudia stessa, Mammafelice, MammaCattiva, MammainCorriera, Maddalena, Wonder e molte altre, al mattino non ho ascoltato praticamente nessun intervento. Mi sono rifatta nel pomeriggio, in cui mi è molto piaciuto l'intervento di ProfessionePapà, che ha generato un bel dibattito sul ruolo del padre, sulla mediazione familiare, sulla possibilità di un congedo paterno obbligatorio come in Svezia, ecc. Soprattutto, mi è piaciuta la serena presa di coscienza del fatto che, se un padre lo desidera, le soluzioni si possono trovare anche se i diritti non ci sono. Per esempio, nessuno vieta a un padre di impiegare le proprie ferie per stare vicino alla moglie dopo il parto. Trovo ingiusto che si debbano usare le ferie per questo scopo e che la legge non preveda una contemporaneità dei congedi almeno per un breve periodo, però giustamente ProfessionePapà dice: bisogna creare il terreno per un mutamento culturale, in modo che questo arrivi ai legislatori, ai datori di lavoro e ai giudici (per quanto riguarda le separazioni). E se, per preparare questo terreno, bisogna perderci un pochino, saranno sacrifici sopportabili.
Del resto, se un ospedale come il Gaslini ha accettato di fare esperimenti per attirare più padri ai corsi preparto (padri che invece in altri ospedali vengono invitati a stare a casa per non affollare troppo le aule), qualche speranza c'è.
Nel frattempo, dopo un iniziale momento di diffidenza, Amelia ed Ettore si sono buttati nei laboratori creativi di Filastrocche.it e sono spariti per lunghi periodi, ricomparendo ogni tanto per farmi vedere i loro lavoretti (dal momento che l'unico accesso all'esterno era presidiato e il luogo abbastanza raccolto, stavo piuttosto tranquilla). Hanno giocato con gli altri bambini e si sono divertiti un sacco, tanto che, quando è stato il momento di andarcene, hanno protestato.
La cosa invece che è piaciuta di più a me? Il fatto di poter chiacchierare serenamente con altre persone senza dovermi preoccupare più di tanto del benessere dei bambini o, al contrario, temere che disturbassero / si cacciassero nei guai. Ovvero il fatto che siamo tutti stati bene, nessuno si è sacrificato alle esigenze degli altri e alla fine di questa giornata siamo tutti stanchi ma felici.
giovedì 3 giugno 2010
Il prete bello
Questa storia risale a quando ero giovane e bella, nonché libera come l'aria. Risale a un periodo spensierato, in cui il lavoro andava alla grande, ero uscita di casa da poco e la danza era ancora una novità di cui parlare con tutti.
Era settembre. Avevo passato una bella estate di divertimento e avevo ricominciato a lavorare con un certo entusiasmo. Il mio collega, reduce da un viaggio in Africa, ancora di più. Entrambi eravamo entrati di fresco nelle nostre nuove case, entrambi ci godevamo il fatto di abitare più o meno in centro a Pavia.
Un giorno, il mio collega mi porta a pranzo con un suo amico che già conoscevo da altre fonti (era stato socio di una mia amica in una cooperativa) e con un altro di cui mi aveva tanto parlato, l'amico prete.
Il mio collega e l'amico prete erano amici d'infanzia e compagni di scuola fino alle medie. A 19 anni, avevano fatto insieme un corso per animatori turistici. Poi il mio collega aveva rinunciato a partire, perché si era fidanzato e aveva cominciato a convivere. Invece l'altro era partito e aveva fatto la vita dell'animatore per 4 anni, senza farsi mancare nulla.
Al ritorno, aveva deciso di abbracciare la vita religiosa. Il giorno in cui l'ho conosciuto, aveva 26-27 anni e attendeva di prendere i voti definitivi (che poi so che ha preso).
Io ero consapevole del fatto che l'amico prete fosse un bel tipo, ma non ero preparata a sufficienza: al mio arrivo nel bar dove ci eravamo dati appuntamento tutti e 4, mi vedo una tonaca nera in cui era insaccata una statua romana: alto, moro, gran bel fisico imponente, una testa da moneta del I secolo d.C., occhi di un verde cangiante dallo smeraldo al bosco. Unico difetto: una piccola sella sul naso, tipo Ayrton Senna buonanima.
I miei poveri ormoni, reduci da un periodo di magra dopo l'estate allegra, sono tutti impazziti: non erano preparati a tanto splendore. Ed io ero abbastanza ben messa da potermi permettere di non nascondere la mia ammirazione, ché son cresciuta con Padre Ralph e certi imprinting non si scordano.
Abbiamo pranzato e chiacchierato. Ovviamente, siccome noi 3 ci eravamo visti più di recente, chi parlava era principalmente l'amico prete: raccontava della vita religiosa (non so se appartenesse a un ordine particolare o solo a una comunità di religiosi o se il fatto di vivere in comunità fosse parte della sua formazione), ci bacchettava ridendo ogni volta che ce ne uscivamo con una parolaccia, raccontava le reazioni dei vecchi amici comuni alla sua conversione e i nuovi rapporti con loro.
Ad un certo punto, non so come, l'amico prete se ne esce dicendo che, dei 3 voti, il più difficile da rispettare è la castità.
Ed io, che ero di fronte a lui, rispondo con aria un po' sognante: Eh, sapessi per chi ti sta di fronte... (e non ti può saltare addosso per via di quella maledetta tonaca, accidenti!).
Al che scoppiamo tutti a ridere e lui esclama: Vedete? Se ti si offre così una danzatrice del ventre, come si fa a rimanere casti?
Beh, con grande forza di volontà, lui poi lo è rimasto. Ma non dispiacetevi troppo per me, che ho sublimato con gran soddisfazione: da quell'incontro, ha preso corpo un personaggio su cui fantasticavo da tempo ma che nella mia testa non aveva ancora una faccia.
A lui, una volta avviata l'avventura di Viola (speriamo presto), dedicherò i miei prossimi sforzi.
Era settembre. Avevo passato una bella estate di divertimento e avevo ricominciato a lavorare con un certo entusiasmo. Il mio collega, reduce da un viaggio in Africa, ancora di più. Entrambi eravamo entrati di fresco nelle nostre nuove case, entrambi ci godevamo il fatto di abitare più o meno in centro a Pavia.
Un giorno, il mio collega mi porta a pranzo con un suo amico che già conoscevo da altre fonti (era stato socio di una mia amica in una cooperativa) e con un altro di cui mi aveva tanto parlato, l'amico prete.
Il mio collega e l'amico prete erano amici d'infanzia e compagni di scuola fino alle medie. A 19 anni, avevano fatto insieme un corso per animatori turistici. Poi il mio collega aveva rinunciato a partire, perché si era fidanzato e aveva cominciato a convivere. Invece l'altro era partito e aveva fatto la vita dell'animatore per 4 anni, senza farsi mancare nulla.
Al ritorno, aveva deciso di abbracciare la vita religiosa. Il giorno in cui l'ho conosciuto, aveva 26-27 anni e attendeva di prendere i voti definitivi (che poi so che ha preso).
Io ero consapevole del fatto che l'amico prete fosse un bel tipo, ma non ero preparata a sufficienza: al mio arrivo nel bar dove ci eravamo dati appuntamento tutti e 4, mi vedo una tonaca nera in cui era insaccata una statua romana: alto, moro, gran bel fisico imponente, una testa da moneta del I secolo d.C., occhi di un verde cangiante dallo smeraldo al bosco. Unico difetto: una piccola sella sul naso, tipo Ayrton Senna buonanima.
I miei poveri ormoni, reduci da un periodo di magra dopo l'estate allegra, sono tutti impazziti: non erano preparati a tanto splendore. Ed io ero abbastanza ben messa da potermi permettere di non nascondere la mia ammirazione, ché son cresciuta con Padre Ralph e certi imprinting non si scordano.
Abbiamo pranzato e chiacchierato. Ovviamente, siccome noi 3 ci eravamo visti più di recente, chi parlava era principalmente l'amico prete: raccontava della vita religiosa (non so se appartenesse a un ordine particolare o solo a una comunità di religiosi o se il fatto di vivere in comunità fosse parte della sua formazione), ci bacchettava ridendo ogni volta che ce ne uscivamo con una parolaccia, raccontava le reazioni dei vecchi amici comuni alla sua conversione e i nuovi rapporti con loro.
Ad un certo punto, non so come, l'amico prete se ne esce dicendo che, dei 3 voti, il più difficile da rispettare è la castità.
Ed io, che ero di fronte a lui, rispondo con aria un po' sognante: Eh, sapessi per chi ti sta di fronte... (e non ti può saltare addosso per via di quella maledetta tonaca, accidenti!).
Al che scoppiamo tutti a ridere e lui esclama: Vedete? Se ti si offre così una danzatrice del ventre, come si fa a rimanere casti?
Beh, con grande forza di volontà, lui poi lo è rimasto. Ma non dispiacetevi troppo per me, che ho sublimato con gran soddisfazione: da quell'incontro, ha preso corpo un personaggio su cui fantasticavo da tempo ma che nella mia testa non aveva ancora una faccia.
A lui, una volta avviata l'avventura di Viola (speriamo presto), dedicherò i miei prossimi sforzi.
mercoledì 26 maggio 2010
Dai diamanti non nasce niente
Spesso mi fermo a guardare i mariti. No, non li guardo in QUEL modo, tranquille.
Mi fermo a guardarli quando li conosco solo attraverso le parole delle loro mogli, tipo blogger o colleghe che non ho mai visto fuori dall'ufficio.
Quando poi li conosco, spesso mi capita di essere delusa, di primo acchito. Perché le mogli, pur non incensando i mariti (pratica che odio almeno quanto il suo contrario), ne parlano come di persone speciali. E tu invece, così di botto, ti vedi davanti un uomo normale, magari anche un po' bruttino o semplicemente molto diverso da come te l'aspettavi.
Poi approfondisci un minimo la conoscenza e capisci che sono davvero persone speciali. Magari non bellissimi, magari non brillanti, ma profonde e piacevoli. Il che, penso, è la base per starci bene insieme.
A volte mi fermo a guardare i mariti anche quando li conosco da una vita. Mi ricordo quando mi sono stati presentati con le stelline negli occhi, li ho visti emozionarsi al loro matrimonio, li ho visti diventare padri. Alcuni li ho visti anche separarsi o attraversare momenti cupissimi. In quei momenti, mi sono chiesta quanto giochi l'abbaglio dell'uomo affascinante, quanto anche noi donne siamo attratte dall'idea di poter esibire il nostro compagno (ah, va da sé che per me la parola "marito" non implica necessariamente l'essersi sposati, è che la parola "compagno" proprio non mi piace in questo contesto).
Ovviamente non dico che questo sia l'unico motivo per cui ci si separa (altrimenti io sarei al riparo da questo pericolo), ma a volte mi sembra che abbia un grande peso: troppo spesso ho visto "scartare" persone secondo me interessanti solo perché non erano abbastanza brillanti o non si valorizzavano, mentre poi l'uomo brillante andava a puttane nel tempo libero.
Mio marito ne è un esempio. Luca non è bellissimo, ma è tendenzialmente un bel ragazzo. Ancora di più lo era quando ci siamo conosciuti, 7 anni fa. Certo che, infagottato nei soliti pantaloni casual anonimi, camicia di flanella e maglione girocollo, non se lo filava nessuno. Né al Barattolo, dove il dress code era quello tipico dei centri sociali, né nei locali, dove l'abbigliamento tipico punta al fighetto firmato. In più, lui se ne stava quieto e tranquillo, senza atteggiamenti da fanatico né in un senso né nell'altro. Per farla breve, non si notava.
Ora, se Luca fosse stato un fungo porcino, qualcuno l'avrebbe scovato ugualmente, perché i cercatori di funghi sono abituati a frugare il sottobosco in cerca dei loro tesori, non si accontentano di quelli che spuntano dall'erba e dalle foglie. Le donne invece spesso sì, e la cosa mi pare grave, perché non si tratta di fare un risotto.
Non voglio dire che sono migliore delle altre, per carità: le mie belle cantonate col brillantone di turno le ho prese anch'io, come no. E forse è stato proprio questo a farmi frugare nel sottobosco: dopo aver provato n uomini da esposizione e aver capito che l'apparenza spesso resta tale, ho pensato che magari valeva la pena di provare nuove strade.
Oppure semplicemente sono stata miracolata da qualche forza divina (sarebbe il colmo, per un'ateaccia come me!) e sono stata illuminata dall'amore come nei film. L'altra interpretazione sarebbe che la medesima forza divina voleva punire Luca per orrendi crimini commessi in un'altra vita. Ma dovevano essere proprio orrendi, per mandarlo a vivere in mezzo alle zanzare con quattro gatte, due bambini e due auto che ne hanno sempre una.
Mi fermo a guardarli quando li conosco solo attraverso le parole delle loro mogli, tipo blogger o colleghe che non ho mai visto fuori dall'ufficio.
Quando poi li conosco, spesso mi capita di essere delusa, di primo acchito. Perché le mogli, pur non incensando i mariti (pratica che odio almeno quanto il suo contrario), ne parlano come di persone speciali. E tu invece, così di botto, ti vedi davanti un uomo normale, magari anche un po' bruttino o semplicemente molto diverso da come te l'aspettavi.
Poi approfondisci un minimo la conoscenza e capisci che sono davvero persone speciali. Magari non bellissimi, magari non brillanti, ma profonde e piacevoli. Il che, penso, è la base per starci bene insieme.
A volte mi fermo a guardare i mariti anche quando li conosco da una vita. Mi ricordo quando mi sono stati presentati con le stelline negli occhi, li ho visti emozionarsi al loro matrimonio, li ho visti diventare padri. Alcuni li ho visti anche separarsi o attraversare momenti cupissimi. In quei momenti, mi sono chiesta quanto giochi l'abbaglio dell'uomo affascinante, quanto anche noi donne siamo attratte dall'idea di poter esibire il nostro compagno (ah, va da sé che per me la parola "marito" non implica necessariamente l'essersi sposati, è che la parola "compagno" proprio non mi piace in questo contesto).
Ovviamente non dico che questo sia l'unico motivo per cui ci si separa (altrimenti io sarei al riparo da questo pericolo), ma a volte mi sembra che abbia un grande peso: troppo spesso ho visto "scartare" persone secondo me interessanti solo perché non erano abbastanza brillanti o non si valorizzavano, mentre poi l'uomo brillante andava a puttane nel tempo libero.
Mio marito ne è un esempio. Luca non è bellissimo, ma è tendenzialmente un bel ragazzo. Ancora di più lo era quando ci siamo conosciuti, 7 anni fa. Certo che, infagottato nei soliti pantaloni casual anonimi, camicia di flanella e maglione girocollo, non se lo filava nessuno. Né al Barattolo, dove il dress code era quello tipico dei centri sociali, né nei locali, dove l'abbigliamento tipico punta al fighetto firmato. In più, lui se ne stava quieto e tranquillo, senza atteggiamenti da fanatico né in un senso né nell'altro. Per farla breve, non si notava.
Ora, se Luca fosse stato un fungo porcino, qualcuno l'avrebbe scovato ugualmente, perché i cercatori di funghi sono abituati a frugare il sottobosco in cerca dei loro tesori, non si accontentano di quelli che spuntano dall'erba e dalle foglie. Le donne invece spesso sì, e la cosa mi pare grave, perché non si tratta di fare un risotto.
Non voglio dire che sono migliore delle altre, per carità: le mie belle cantonate col brillantone di turno le ho prese anch'io, come no. E forse è stato proprio questo a farmi frugare nel sottobosco: dopo aver provato n uomini da esposizione e aver capito che l'apparenza spesso resta tale, ho pensato che magari valeva la pena di provare nuove strade.
Oppure semplicemente sono stata miracolata da qualche forza divina (sarebbe il colmo, per un'ateaccia come me!) e sono stata illuminata dall'amore come nei film. L'altra interpretazione sarebbe che la medesima forza divina voleva punire Luca per orrendi crimini commessi in un'altra vita. Ma dovevano essere proprio orrendi, per mandarlo a vivere in mezzo alle zanzare con quattro gatte, due bambini e due auto che ne hanno sempre una.
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martedì 11 maggio 2010
Stordimento improvviso
Ultimamente mi capita di chiedermi se sono superficiale, se sono proprio poco intelligente o se qualcuno si è dimenticato di dirmi qualcosa.
Sul lavoro, sono responsabile dell'inserimento dei dati in un database. Da quello che ho capito, i dati più urgenti da inserire sono i regolamenti (ovvero l'impianto di tutto il corso di laurea) e la programmazione (ovvero i corsi attivi per il primo e il secondo anno), il tutto per 3 corsi di laurea. Da quello che so, i regolamenti e le programmazioni saranno identici a quelli dell'anno scorso, tranne alcune variabili trascurabili. Da quello che ho capito, il software dovrebbe permettere automaticamente di replicare regolamenti e programmazioni da un anno all'altro. Da quello che mi hanno detto, non è importante che io metta subito le coperture, ovvero chi fa cosa. E allora mi chiedo come potrebbe essere che questo software mi richieda più di una settimana di lavoro. Mi chiedo perché, se il software verrà aperto al 15 giugno, io non dovrei farcela a inserire tutto entro il 30 giugno e andarmene in congedo parentale a luglio e agosto.
Oltretutto, che io intendessi prendere l'estate di congedo parentale era noto dal 15 ottobre dello scorso anno: il mio preside era d'accordo, le mie colleghe pure. Oltretutto, il programma ha subito enormi ritardi nella chiusura dello scorso anno accademico (dal 15 febbraio al 15 maggio e ora slitterà forse alla fine di maggio) e quindi sono abbastanza certa che fino a fine settembre i giochi non si chiuderanno. Oltretutto, ho dato la mia disponibilità a lavorare da casa, durante il mio congedo parentale, senza essere retribuita perché l'università non lo prevede.
Mi chiedo che cosa dovrei fare di più, per non costituire un problema.
Poi, su FB, mi trovo infognata in una discussione lanciata da Vere Mamme sul tema del congedo condiviso. Molte donne sembrano pensare che poter dividere i 5 mesi di maternità col proprio marito sia una mina per l'attuale legge sulla maternità. A me, posto che i 5 mesi siano davvero obbligatori, non sembra affatto. Anzi, mi sembra che ciò possa aiutare le persone che lavorano in proprio o in nero, che non hanno diritto a niente e il cui compagno adesso non può prendere la maternità obbligatoria per aiutarle. Oltretutto, visto l'andazzo, non penso che saranno tante le donne che vorrebbero tornare al lavoro in favore del marito che sta a casa, e le aziende continuerebbero a dare per scontato che la donna tende a stare a casa con i figli piccoli. Anche perché non nascondiamoci dietro un dito: nella maggior parte dei casi, siamo ben contente di stare a casa a fare le chiocce coi nostri neonati a stipendio pieno (o all'80% in caso di co.pro.). Culturalmente, pochissimi uomini si sentirebbero realizzati a stare a casa a badare alla prole, anche solo per qualche mese, mentre per una donna spesso la maternità viene avvertita come l'apoteosi della femminilità.
Però alcuni uomini lo farebbero, anche solo per aiutare le proprie donne a tornare al lavoro (cosa che dovrebbero fare ugualmente, se no addio clienti e addio lavoro) senza dover lasciare il proprio neonato a tate prezzolate, per quanto premurose.
Non lo so, forse seguire lo spannolinamento di Ettore ha leso i miei neuroni. Forse nell'acqua della cascina mettono sostanze psicotrope. Forse gli altri sanno cose che io non so. Ma allora ditele, così non sto a fare figure.
Sul lavoro, sono responsabile dell'inserimento dei dati in un database. Da quello che ho capito, i dati più urgenti da inserire sono i regolamenti (ovvero l'impianto di tutto il corso di laurea) e la programmazione (ovvero i corsi attivi per il primo e il secondo anno), il tutto per 3 corsi di laurea. Da quello che so, i regolamenti e le programmazioni saranno identici a quelli dell'anno scorso, tranne alcune variabili trascurabili. Da quello che ho capito, il software dovrebbe permettere automaticamente di replicare regolamenti e programmazioni da un anno all'altro. Da quello che mi hanno detto, non è importante che io metta subito le coperture, ovvero chi fa cosa. E allora mi chiedo come potrebbe essere che questo software mi richieda più di una settimana di lavoro. Mi chiedo perché, se il software verrà aperto al 15 giugno, io non dovrei farcela a inserire tutto entro il 30 giugno e andarmene in congedo parentale a luglio e agosto.
Oltretutto, che io intendessi prendere l'estate di congedo parentale era noto dal 15 ottobre dello scorso anno: il mio preside era d'accordo, le mie colleghe pure. Oltretutto, il programma ha subito enormi ritardi nella chiusura dello scorso anno accademico (dal 15 febbraio al 15 maggio e ora slitterà forse alla fine di maggio) e quindi sono abbastanza certa che fino a fine settembre i giochi non si chiuderanno. Oltretutto, ho dato la mia disponibilità a lavorare da casa, durante il mio congedo parentale, senza essere retribuita perché l'università non lo prevede.
Mi chiedo che cosa dovrei fare di più, per non costituire un problema.
Poi, su FB, mi trovo infognata in una discussione lanciata da Vere Mamme sul tema del congedo condiviso. Molte donne sembrano pensare che poter dividere i 5 mesi di maternità col proprio marito sia una mina per l'attuale legge sulla maternità. A me, posto che i 5 mesi siano davvero obbligatori, non sembra affatto. Anzi, mi sembra che ciò possa aiutare le persone che lavorano in proprio o in nero, che non hanno diritto a niente e il cui compagno adesso non può prendere la maternità obbligatoria per aiutarle. Oltretutto, visto l'andazzo, non penso che saranno tante le donne che vorrebbero tornare al lavoro in favore del marito che sta a casa, e le aziende continuerebbero a dare per scontato che la donna tende a stare a casa con i figli piccoli. Anche perché non nascondiamoci dietro un dito: nella maggior parte dei casi, siamo ben contente di stare a casa a fare le chiocce coi nostri neonati a stipendio pieno (o all'80% in caso di co.pro.). Culturalmente, pochissimi uomini si sentirebbero realizzati a stare a casa a badare alla prole, anche solo per qualche mese, mentre per una donna spesso la maternità viene avvertita come l'apoteosi della femminilità.
Però alcuni uomini lo farebbero, anche solo per aiutare le proprie donne a tornare al lavoro (cosa che dovrebbero fare ugualmente, se no addio clienti e addio lavoro) senza dover lasciare il proprio neonato a tate prezzolate, per quanto premurose.
Non lo so, forse seguire lo spannolinamento di Ettore ha leso i miei neuroni. Forse nell'acqua della cascina mettono sostanze psicotrope. Forse gli altri sanno cose che io non so. Ma allora ditele, così non sto a fare figure.
mercoledì 5 maggio 2010
Conciliamo?
Nel blog e nei forum a prevalenza di mamma si parla spesso di conciliazione lavoro-maternità. Anche qui se ne è parlato, e talvolta si è pure usata la parola "privilegio" per indicare l'agio con cui gli statali possono prendere congedi e permessi per la famiglia. Desidero sottolineare che mi sono definita "privilegiata" non perché io pensi di non meritare questo trattamento, ma perché sono consapevole del fatto che chi non è statale spesso non riceve un trattamento simile, nonostante ciò sia profondamente ingiusto. Mi sono definita "privilegiata" per indicare il fatto che in Italia esercitare i propri diritti fino in fondo è talmente raro da diventare un privilegio di casta o di contratto. E ciò è profondamente sbagliato.
Detto questo, non commenterò le assurdità dette da una ministra zelante ancora preda degli ormoni del parto e vittima del proprio servilismo. Mi limiterò a sviluppare una riflessione nata qui.
Dicevamo: si parla spesso di conciliazione lavoro-maternità e se ne parla come se fosse un problema delle donne. Come dicevo da ITmom, credo che, finché ci lasceremo confinare nella dicotomia mammalavoratrice/mammacasalinga, non ne verremo fuori.
C'è crisi, le aziende licenziano, c'è esubero di personale: perché un'azienda già in crisi dovrebbe accollarsi il peso di una donna con figli piccoli, che magari è costretta a stare a casa sotto scadenza perché si ammalano e nessuno l'aiuta? Io personalmente prenderei solo uomini, oltretutto ho sempre lavorato benissimo in aziende a prevalenza maschile: pochi pettegolezzi, poche invidie, se c'è un attrito salta fuori subito, molto spirito di squadra. Le donne, invece, a parte poche eccezioni (SilviaB, se mi leggi sai che parlo di te), spesso degenerano nelle logiche del pollaio o dell'harem: grandi sorrisi davanti, ma dente avvelenato sempre pronto.
Ecco, però ora immaginate che ci sia una grande rivoluzione culturale: improvvisamente gli uomini vengono contagiati da un virus di origine scandinava e cominciano a protestare a gran voce contro le donne. Dicono che vogliono la parità. Noi donne, ovviamente, li guardiamo stranite: oddio, non è che adesso si metteranno a bruciare i boxer sulla pubblica piazza? No, gli uomini sono seri: si sono rotti i maroni di donare lo sperma per fare figli che vedono sempre addormentati durante la settimana, non vogliono più essere genitori part-time solo il sabato, non ci stanno più.
Gli uomini vogliono portare i figli a fare sport e musica, vogliono parlare con gli insegnanti e aiutare i figli a fare i compiti, vogliono occuparsi personalmente dell'educazione dei figli invece di delegarla alle donne. Vogliono godersi i bambini che hanno contribuito a mettere al mondo, invece di chiudersi nei loro uffici con il capo stronzo e il collega sfigato. Vogliono vivere come esseri umani, anziché come lavoratori.
Di fronte a una pressione del genere, il governo, oltretutto composto da uomini e quindi colpito dal virus scandinavo anch'esso, formula soluzioni di conciliazione che aiutino le famiglie: paternità obbligatoria, incentivi alle aziende che concedono il part time per motivi di famiglia, sovvenzioni alle famiglie che decidono di non usufruire del nido ma senza che uno dei due rinunci al lavoro, premi alle aziende che promuovono una vera flessibilità o il telelavoro, obbligo per le ASL di istituire corsi di preparazione alla paternità e chi più ne ha più ne metta.
I parchetti si riempiono di padri e gli uffici di madri alle ore più impensate, diventa naturale anche dividersi i compiti di casa, i bambini non si vergognano di giocare con le bambole e le bambine possono legittimamente aspirare a diventare qualsiasi cosa desiderino essere.
Vi sembra un'utopia? Beh, questa utopia, part time a parte, ha preso piede in casa mia: Luca vorrebbe la parità, vorrebbe poter usufruire del congedo parentale, vorrebbe un part time. Ma tristemente le istituzioni e i datori di lavoro possono fregarsene, quindi il part time lo chiederò solo io, all'80% invece che al 90%. Con la speranza che prima o poi quel virus arrivi, o che i responsabili se ne prendano un altro che li costringa in bagno per un mese.
Detto questo, non commenterò le assurdità dette da una ministra zelante ancora preda degli ormoni del parto e vittima del proprio servilismo. Mi limiterò a sviluppare una riflessione nata qui.
Dicevamo: si parla spesso di conciliazione lavoro-maternità e se ne parla come se fosse un problema delle donne. Come dicevo da ITmom, credo che, finché ci lasceremo confinare nella dicotomia mammalavoratrice/mammacasalinga, non ne verremo fuori.
C'è crisi, le aziende licenziano, c'è esubero di personale: perché un'azienda già in crisi dovrebbe accollarsi il peso di una donna con figli piccoli, che magari è costretta a stare a casa sotto scadenza perché si ammalano e nessuno l'aiuta? Io personalmente prenderei solo uomini, oltretutto ho sempre lavorato benissimo in aziende a prevalenza maschile: pochi pettegolezzi, poche invidie, se c'è un attrito salta fuori subito, molto spirito di squadra. Le donne, invece, a parte poche eccezioni (SilviaB, se mi leggi sai che parlo di te), spesso degenerano nelle logiche del pollaio o dell'harem: grandi sorrisi davanti, ma dente avvelenato sempre pronto.
Ecco, però ora immaginate che ci sia una grande rivoluzione culturale: improvvisamente gli uomini vengono contagiati da un virus di origine scandinava e cominciano a protestare a gran voce contro le donne. Dicono che vogliono la parità. Noi donne, ovviamente, li guardiamo stranite: oddio, non è che adesso si metteranno a bruciare i boxer sulla pubblica piazza? No, gli uomini sono seri: si sono rotti i maroni di donare lo sperma per fare figli che vedono sempre addormentati durante la settimana, non vogliono più essere genitori part-time solo il sabato, non ci stanno più.
Gli uomini vogliono portare i figli a fare sport e musica, vogliono parlare con gli insegnanti e aiutare i figli a fare i compiti, vogliono occuparsi personalmente dell'educazione dei figli invece di delegarla alle donne. Vogliono godersi i bambini che hanno contribuito a mettere al mondo, invece di chiudersi nei loro uffici con il capo stronzo e il collega sfigato. Vogliono vivere come esseri umani, anziché come lavoratori.
Di fronte a una pressione del genere, il governo, oltretutto composto da uomini e quindi colpito dal virus scandinavo anch'esso, formula soluzioni di conciliazione che aiutino le famiglie: paternità obbligatoria, incentivi alle aziende che concedono il part time per motivi di famiglia, sovvenzioni alle famiglie che decidono di non usufruire del nido ma senza che uno dei due rinunci al lavoro, premi alle aziende che promuovono una vera flessibilità o il telelavoro, obbligo per le ASL di istituire corsi di preparazione alla paternità e chi più ne ha più ne metta.
I parchetti si riempiono di padri e gli uffici di madri alle ore più impensate, diventa naturale anche dividersi i compiti di casa, i bambini non si vergognano di giocare con le bambole e le bambine possono legittimamente aspirare a diventare qualsiasi cosa desiderino essere.
Vi sembra un'utopia? Beh, questa utopia, part time a parte, ha preso piede in casa mia: Luca vorrebbe la parità, vorrebbe poter usufruire del congedo parentale, vorrebbe un part time. Ma tristemente le istituzioni e i datori di lavoro possono fregarsene, quindi il part time lo chiederò solo io, all'80% invece che al 90%. Con la speranza che prima o poi quel virus arrivi, o che i responsabili se ne prendano un altro che li costringa in bagno per un mese.
giovedì 22 aprile 2010
Bianco e nero
Recentemente, mi è capitato di rivedere su YouTube dei brani di un Otello che ho molto amato: quello di Zeffirelli, diretto da Lorin Maazel e cantato da Placido Domingo e Katia Ricciarelli (che, al di là di quello che ha fatto in TV negli ultimi anni, è stata una cantante spettacolare - cercatela nell'Aida di Karajan per scoprire di quali eleganze vocali è capace).
Ecco, per me Otello, nonostante abbia letto anche l'originale di Shakespeare, è quello verdiano. Forse perché la musica è di un livello inarrivabile: ricca, sontuosa, capace di variare tema ogni 2 minuti ma anche di usare dei leitmotiv "alla Wagner". O forse perché l'Otello di Verdi estremizza le situazioni narrate da Shakespeare: qui Iago è un vero e proprio manipolatore, che non si limita ad accendere la miccia della gelosia ma guida Otello per mano fino alle estreme conseguenze. Un po' quello che succede con Lady Macbeth: suggeritrice in Shakespeare, regista in Verdi.
Molti vedono Otello come un'opera che parla di razzismo, quindi magari un po' lontana, superata: a parte alcune frange di deficienti, credo che tutti siamo d'accordo sul fatto che un nero possa fare la stessa carriera di un bianco e che un africano possa sposare una veneziana, se lo desiderano entrambi.
Io vedo Otello come un'opera che parla di tutti noi: dei mostri che possono essere generati dall'insicurezza e dalla mancanza di comunicazione, nella nostra vita di tutti i giorni.
Otello, al di là di essere un rinnegato moro del '500, è l'emblema di molte persone che conosco, me compresa per certi versi: partito da una posizione svantaggiata (essere ex schiavo e di un'altra razza non doveva essere proprio agevole nella Venezia dei Dogi), ha conquistato una posizione di spicco solo con le proprie forze e inanella un successo professionale dietro l'altro. Nella vita privata, ha sposato dopo diverse traversie una donna splendida, che gli viene invidiata da molti.
Eppure, basta un niente per insinuare in lui il tarlo della gelosia, che non è altro che l'altra faccia dell'insicurezza.
Otello non è un geloso da Cavalleria Rusticana: dell'onore non gli interessa nulla. Lui è ossessionato dall'idea di non meritare la propria felicità, ha sempre un retropensiero del tipo "un giorno lei aprirà gli occhi e vedrà che non sono altro che un selvaggio dalle gonfie labbra, e se ne andrà col primo che passa".
Ovviamente, per lui non conta niente il fatto che Desdemona sia stata rinnegata dal proprio padre, potente nobile veneziano, per aver voluto sposare (non scopare) il "selvaggio", quando avrebbe potuto tranquillamente sposare un qualsiasi belloccio veneziano e tenersi l'amante africano. L'insicurezza gli benda gli occhi, Otello non riesce ad essere razionale su questo punto.
E ovviamente non bada neanche a fatti che in un giallo sarebbero fondamentali, tipo: ma come potrebbe il famoso fazzoletto essere stato donato da tempo a Cassio come pegno d'amore, se poco più di due ore fa Desdemona l'ha usato per fasciarti la fronte? E perché Desdemona avrebbe dovuto seguirti a Cipro, mentre avrebbe potuto restarsene a Venezia a farsi sbattere indisturbata da Cassio? E ancora: ma perché una che si è appena sposata con te, lottando contro il mondo per farlo, dovrebbe avere già un amante? Ma dalle almeno un annetto di tempo!
Dall'altro lato, certo che Desdemona è il classico esempio di un personaggio che non fa altro che fomentare questa incertezza, trincerandosi dietro questa esagerata ingenuità. Insomma, parliamoci chiaro: se vostro marito cominciasse di punto in bianco a fare allusioni, in crescendo, arrivando a chiamarvi "puttana" in pubblico, non lo affrontereste a muso duro chiedendogli che diavolo gli è preso? Desdemona no, subisce senza capire, come se fosse una cosa normale che uno il giorno prima ti ama alla follia e il giorno dopo ti butta per terra davanti agli ambasciatori di Venezia. E qui, secondo me, si genera un forte equivoco: una che subisce un certo comportamento senza fiatare magari sa di meritarselo. O almeno sa perché la tratti cosù. Lei invece no, sta lì, piange e basta. Cerca la spiegazione quando ormai è troppo tardi, perché lui ha deciso di ucciderla.
Ecco, un'altra cosa che non ho mai capito di Desdemona: hai capito che tuo marito ti vuole uccidere, hai capito anche perché e sai di essere innocente. Ma allora perché non cerchi di sfruttare quel breve tempo a tua disposizione per farti spiegare in modo circostanziato le accuse che ti rivolge? Accidenti, se la mia vita fosse a rischio, penso che in 10 minuti terrei un'arringa difensiva che neanche Perry Mason! E lui magari mi ucciderebbe per farmi tacere...
Desdemona invece si limita a dire di essere innocente, Otello non ci crede (se fossimo in un thriller americano, ci starebbe bene la frase "lo dicono tutte", il che trasformerebbe Otello in Barbablù) e la strangola nel suo talamo nuziale. Poi arrivano tutti gli altri e lui scopre di aver fatto un'enorme cazzata, tanto più che, ragionandoci un attimo, poteva arrivare da solo alla verità.
A questo punto, verrebbe da chiedersi perchè tanta fretta. È che Otello "sapeva" che sarebbe andata a finire così. Se lo aspettava: sapeva di non meritare quella felicità, sapeva che doveva finire in un modo o nell'altro. L'insinuazione di Iago è stata per lui come quando conosci bene una malattia e ne senti il primo sintomo. A quel punto, Otello ha avuto tratto le sue affrettate conclusioni per paura di soffrire. Un po' come quando senti dolore a un dente e, se ti proponessero la soluzione più radicale, saresti disposto ad approvarla pur di fare in fretta e non soffrire più.
Poi penso che abbia giocato anche un altro fattore: Otello vuole uccidere Desdemona quasi per impedirle di infangare l'immagine angelicata che aveva di lei. Lui, nella versione di Shakespeare, dice qualcosa del tipo "Io ti ucciderò e poi ti amerò ancora". Come se dovesse eliminare la peccatrice reale (nella sua testa) per continuare ad amare la sposa ideale.
A me 'sta cosa manda fuori di testa, per la grandezza di chi ha immaginato una storia del genere: Shakespeare doveva essere un profondo conoscitore di persone per immaginare motivazioni simili 400 anni prima di Freud.
Poi, per carità, magari noi oggi vediamo nella storia di Otello elementi che Shakespeare non voleva sottolineare e travisiamo, credendolo più moderno di quando fosse.
Ma quegli elementi, voluti o no, ci sono. E forse anche questa casualità rende grandi i geni.
Ecco, per me Otello, nonostante abbia letto anche l'originale di Shakespeare, è quello verdiano. Forse perché la musica è di un livello inarrivabile: ricca, sontuosa, capace di variare tema ogni 2 minuti ma anche di usare dei leitmotiv "alla Wagner". O forse perché l'Otello di Verdi estremizza le situazioni narrate da Shakespeare: qui Iago è un vero e proprio manipolatore, che non si limita ad accendere la miccia della gelosia ma guida Otello per mano fino alle estreme conseguenze. Un po' quello che succede con Lady Macbeth: suggeritrice in Shakespeare, regista in Verdi.
Molti vedono Otello come un'opera che parla di razzismo, quindi magari un po' lontana, superata: a parte alcune frange di deficienti, credo che tutti siamo d'accordo sul fatto che un nero possa fare la stessa carriera di un bianco e che un africano possa sposare una veneziana, se lo desiderano entrambi.
Io vedo Otello come un'opera che parla di tutti noi: dei mostri che possono essere generati dall'insicurezza e dalla mancanza di comunicazione, nella nostra vita di tutti i giorni.
Otello, al di là di essere un rinnegato moro del '500, è l'emblema di molte persone che conosco, me compresa per certi versi: partito da una posizione svantaggiata (essere ex schiavo e di un'altra razza non doveva essere proprio agevole nella Venezia dei Dogi), ha conquistato una posizione di spicco solo con le proprie forze e inanella un successo professionale dietro l'altro. Nella vita privata, ha sposato dopo diverse traversie una donna splendida, che gli viene invidiata da molti.
Eppure, basta un niente per insinuare in lui il tarlo della gelosia, che non è altro che l'altra faccia dell'insicurezza.
Otello non è un geloso da Cavalleria Rusticana: dell'onore non gli interessa nulla. Lui è ossessionato dall'idea di non meritare la propria felicità, ha sempre un retropensiero del tipo "un giorno lei aprirà gli occhi e vedrà che non sono altro che un selvaggio dalle gonfie labbra, e se ne andrà col primo che passa".
Ovviamente, per lui non conta niente il fatto che Desdemona sia stata rinnegata dal proprio padre, potente nobile veneziano, per aver voluto sposare (non scopare) il "selvaggio", quando avrebbe potuto tranquillamente sposare un qualsiasi belloccio veneziano e tenersi l'amante africano. L'insicurezza gli benda gli occhi, Otello non riesce ad essere razionale su questo punto.
E ovviamente non bada neanche a fatti che in un giallo sarebbero fondamentali, tipo: ma come potrebbe il famoso fazzoletto essere stato donato da tempo a Cassio come pegno d'amore, se poco più di due ore fa Desdemona l'ha usato per fasciarti la fronte? E perché Desdemona avrebbe dovuto seguirti a Cipro, mentre avrebbe potuto restarsene a Venezia a farsi sbattere indisturbata da Cassio? E ancora: ma perché una che si è appena sposata con te, lottando contro il mondo per farlo, dovrebbe avere già un amante? Ma dalle almeno un annetto di tempo!
Dall'altro lato, certo che Desdemona è il classico esempio di un personaggio che non fa altro che fomentare questa incertezza, trincerandosi dietro questa esagerata ingenuità. Insomma, parliamoci chiaro: se vostro marito cominciasse di punto in bianco a fare allusioni, in crescendo, arrivando a chiamarvi "puttana" in pubblico, non lo affrontereste a muso duro chiedendogli che diavolo gli è preso? Desdemona no, subisce senza capire, come se fosse una cosa normale che uno il giorno prima ti ama alla follia e il giorno dopo ti butta per terra davanti agli ambasciatori di Venezia. E qui, secondo me, si genera un forte equivoco: una che subisce un certo comportamento senza fiatare magari sa di meritarselo. O almeno sa perché la tratti cosù. Lei invece no, sta lì, piange e basta. Cerca la spiegazione quando ormai è troppo tardi, perché lui ha deciso di ucciderla.
Ecco, un'altra cosa che non ho mai capito di Desdemona: hai capito che tuo marito ti vuole uccidere, hai capito anche perché e sai di essere innocente. Ma allora perché non cerchi di sfruttare quel breve tempo a tua disposizione per farti spiegare in modo circostanziato le accuse che ti rivolge? Accidenti, se la mia vita fosse a rischio, penso che in 10 minuti terrei un'arringa difensiva che neanche Perry Mason! E lui magari mi ucciderebbe per farmi tacere...
Desdemona invece si limita a dire di essere innocente, Otello non ci crede (se fossimo in un thriller americano, ci starebbe bene la frase "lo dicono tutte", il che trasformerebbe Otello in Barbablù) e la strangola nel suo talamo nuziale. Poi arrivano tutti gli altri e lui scopre di aver fatto un'enorme cazzata, tanto più che, ragionandoci un attimo, poteva arrivare da solo alla verità.
A questo punto, verrebbe da chiedersi perchè tanta fretta. È che Otello "sapeva" che sarebbe andata a finire così. Se lo aspettava: sapeva di non meritare quella felicità, sapeva che doveva finire in un modo o nell'altro. L'insinuazione di Iago è stata per lui come quando conosci bene una malattia e ne senti il primo sintomo. A quel punto, Otello ha avuto tratto le sue affrettate conclusioni per paura di soffrire. Un po' come quando senti dolore a un dente e, se ti proponessero la soluzione più radicale, saresti disposto ad approvarla pur di fare in fretta e non soffrire più.
Poi penso che abbia giocato anche un altro fattore: Otello vuole uccidere Desdemona quasi per impedirle di infangare l'immagine angelicata che aveva di lei. Lui, nella versione di Shakespeare, dice qualcosa del tipo "Io ti ucciderò e poi ti amerò ancora". Come se dovesse eliminare la peccatrice reale (nella sua testa) per continuare ad amare la sposa ideale.
A me 'sta cosa manda fuori di testa, per la grandezza di chi ha immaginato una storia del genere: Shakespeare doveva essere un profondo conoscitore di persone per immaginare motivazioni simili 400 anni prima di Freud.
Poi, per carità, magari noi oggi vediamo nella storia di Otello elementi che Shakespeare non voleva sottolineare e travisiamo, credendolo più moderno di quando fosse.
Ma quegli elementi, voluti o no, ci sono. E forse anche questa casualità rende grandi i geni.
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venerdì 5 febbraio 2010
La parità è afrodisiaca
Stamattina, per non so quale strana associazione di pensieri, mi è venuta in mente una conversazione avuta tempo fa con la mia maestra di euritmia (che purtroppo non ho continuato a praticare).
Parlavamo del fatto che la nostra cultura è terrorizzata dal fatto che un uomo faccia attività da donna, esattamente come nel Medioevo (in cui l'omosessualità femminile era più tollerata di quella maschile, perché era considerato più onorevole per una donna cercare di somigliare all'uomo che il contrario).
Soprattutto, aggiungevo io, questo succede quando gli uomini sono in formazione: mentre le femmine possono giocare con cacciaviti e macchinine, guai dare a un maschio una bambola o un set di pentole.
Ovviamente non sono d'accordo con questa cultura: ho vari precedenti che lo attestano. Per il primo compleanno di mia figlia, le ho regalato un banco da lavoro. Per il secondo compleanno di mio figlio, gli ho regalato un set da tè di alluminio rosa (in rete ce n'erano di bellissimi in colori unisex, in particolare me n'è rimasto impresso uno rosso a pallini bianchi, ma mi sono svegliata troppo tardi per essere sicura che il pacco arrivasse in tempo).
Sono per questo una che spera che suo figlio sia gay? Non più di quanto io desideri che diventi timido o che resti basso. Nel senso: non ho niente contro i gay come non ho niente contro i bassi (io sono poco oltre il metro e mezzo e mia madre poco sotto), ma mi rendo conto che essere gay o essere bassi non facilita le cose nella vita. Poi ci sono gay di successo, come Elton John e Pedro Almodovar, e bassi che hanno un'immagine seducente, come Kylie Minogue e Tom Cruise. Però insomma, io lo so bene: se non superi il metro e sessanta difficilmente ti prenderanno anche solo come hostess di fiera, a meno che di non essere una stragnocca.
Detto questo, se io e mio figlio guardassimo gli stessi sederi, non porterei il lutto. Mi farebbe un po' più effetto Amelia, ma, insomma, preferisco che mia figlia mi portasse a casa una fidanzata in gamba piuttosto che un fidanzato cretino o violento. Se poi mi dovesse portare a casa una fidanzata cretina o violenta, non sarebbe certo il sesso di quest'ultima a rendermi infelice.
Quindi, io non voglio per forza un figlio gay, ma gli regalo giocattoli rosa e lo lascio giocare con la cucina giocattolo e le bambole, anche Barbie. Nello stesso tempo, ho un marito che sa cucinare e badare ai bambini, e molte mi invidiano per questo, se i loro mariti non sono come il mio.
Perché quello che dicevamo, io e la mia insegnante, è che, quando un uomo si mette a fare una cosa tradizionalmente considerata "da donna", le donne impazziscono per lui.
Primo esempio, puntiamo a fare cappotto: Joaquin Cortez. Oggettivamente bruttino, pure bassetto, un po' grezzo. Ma, quando balla, smuove certo più ormoni lui di un bricoleur impegnato a inchiodare scaffali.
Mi si dirà: eh, ma il flamenco è una danza per maschi e femmine, in Spagna, nessuno si vergogna di iscrivere il figlio maschio a flamenco.
E allora vi dico: Plushenko. Slavato come se l'avessero immerso nella candeggina, eppure ha tante fan che sarebbero pronte a saltargli nel letto. E non mi risulta che le rifiuterebbe.
E ancora vi dico: Brad Pitt piace di meno quando viene ritratto mentre lavora a maglia? Il fascino di Tom Selleck diminuiva in "Tre scapoli e un bebè", quando lo vedevamo alle prese con una neonata? E Luca Argentero non vi ha fatte sbavare in "Solo un padre" (io non l'ho visto, ma le recensioni che ho letto non erano certo negative su questo punto)?
Quando ero ragazzina, e non avevo certo idea di mettere su famiglia, mi ero appesa sopra il letto un poster che si intitolava "L'enfant": secondo voi c'entrava con un recondito desiderio di maternità? Vi assicuro di no, ma proprio per niente.
Altro esempio, tratto dal mio vissuto: quando Amelia aveva 21 giorni, Luca ed io siamo andati all'Unieuro con lei. Luca la portava nella fascia. Al momento di pagare, lui è andato avanti per uscire dalla ressa delle casse ed è rimasto solo qualche minuto. Quando sono arrivata io, lui era circondato di ragazze adoranti come non credo gli sia mai capitato e come non è mai capitato nemmeno a me, quando portavo in giro i miei neonati da sola.
Dall'altro lato, l'immagine della donna che ama oggetti tipicamente da maschio mi sembra ugualmente seducente. Insomma, se pensiamo a una bella ragazza su una motocicletta, non ci sembra ripugnante o innaturale. Una donna anche solo brava a guidare l'automobile riscuote stima (e stupore, purtroppo), anche se in molte famiglie è più normale che sia l'uomo a guidare la macchina di famiglia (nel mio caso è così solo perché l'uomo di famiglia patisce qualsiasi mezzo di trasporto). Molte pin-up venivano rappresentate in attività tipicamente maschili (anche se con abiti succinti): benzinaie, camioniste, marinaie.
Poi, per carità, non sono certo io quella che può dire quando una donna fa sesso a un uomo: bisognerebbe chiederlo a un uomo, perché ho scoperto che le nostre idee sono un po' divergenti.
Però so che cosa fa sesso a una donna: e in questo momento, mentre mio marito sta cucendo dei cappellini di Carnevale con un ago rosa, faccio molta fatica a non saltargli addosso.
Parlavamo del fatto che la nostra cultura è terrorizzata dal fatto che un uomo faccia attività da donna, esattamente come nel Medioevo (in cui l'omosessualità femminile era più tollerata di quella maschile, perché era considerato più onorevole per una donna cercare di somigliare all'uomo che il contrario).
Soprattutto, aggiungevo io, questo succede quando gli uomini sono in formazione: mentre le femmine possono giocare con cacciaviti e macchinine, guai dare a un maschio una bambola o un set di pentole.
Ovviamente non sono d'accordo con questa cultura: ho vari precedenti che lo attestano. Per il primo compleanno di mia figlia, le ho regalato un banco da lavoro. Per il secondo compleanno di mio figlio, gli ho regalato un set da tè di alluminio rosa (in rete ce n'erano di bellissimi in colori unisex, in particolare me n'è rimasto impresso uno rosso a pallini bianchi, ma mi sono svegliata troppo tardi per essere sicura che il pacco arrivasse in tempo).
Sono per questo una che spera che suo figlio sia gay? Non più di quanto io desideri che diventi timido o che resti basso. Nel senso: non ho niente contro i gay come non ho niente contro i bassi (io sono poco oltre il metro e mezzo e mia madre poco sotto), ma mi rendo conto che essere gay o essere bassi non facilita le cose nella vita. Poi ci sono gay di successo, come Elton John e Pedro Almodovar, e bassi che hanno un'immagine seducente, come Kylie Minogue e Tom Cruise. Però insomma, io lo so bene: se non superi il metro e sessanta difficilmente ti prenderanno anche solo come hostess di fiera, a meno che di non essere una stragnocca.
Detto questo, se io e mio figlio guardassimo gli stessi sederi, non porterei il lutto. Mi farebbe un po' più effetto Amelia, ma, insomma, preferisco che mia figlia mi portasse a casa una fidanzata in gamba piuttosto che un fidanzato cretino o violento. Se poi mi dovesse portare a casa una fidanzata cretina o violenta, non sarebbe certo il sesso di quest'ultima a rendermi infelice.
Quindi, io non voglio per forza un figlio gay, ma gli regalo giocattoli rosa e lo lascio giocare con la cucina giocattolo e le bambole, anche Barbie. Nello stesso tempo, ho un marito che sa cucinare e badare ai bambini, e molte mi invidiano per questo, se i loro mariti non sono come il mio.
Perché quello che dicevamo, io e la mia insegnante, è che, quando un uomo si mette a fare una cosa tradizionalmente considerata "da donna", le donne impazziscono per lui.
Primo esempio, puntiamo a fare cappotto: Joaquin Cortez. Oggettivamente bruttino, pure bassetto, un po' grezzo. Ma, quando balla, smuove certo più ormoni lui di un bricoleur impegnato a inchiodare scaffali.
Mi si dirà: eh, ma il flamenco è una danza per maschi e femmine, in Spagna, nessuno si vergogna di iscrivere il figlio maschio a flamenco.
E allora vi dico: Plushenko. Slavato come se l'avessero immerso nella candeggina, eppure ha tante fan che sarebbero pronte a saltargli nel letto. E non mi risulta che le rifiuterebbe.
E ancora vi dico: Brad Pitt piace di meno quando viene ritratto mentre lavora a maglia? Il fascino di Tom Selleck diminuiva in "Tre scapoli e un bebè", quando lo vedevamo alle prese con una neonata? E Luca Argentero non vi ha fatte sbavare in "Solo un padre" (io non l'ho visto, ma le recensioni che ho letto non erano certo negative su questo punto)?
Quando ero ragazzina, e non avevo certo idea di mettere su famiglia, mi ero appesa sopra il letto un poster che si intitolava "L'enfant": secondo voi c'entrava con un recondito desiderio di maternità? Vi assicuro di no, ma proprio per niente.
Altro esempio, tratto dal mio vissuto: quando Amelia aveva 21 giorni, Luca ed io siamo andati all'Unieuro con lei. Luca la portava nella fascia. Al momento di pagare, lui è andato avanti per uscire dalla ressa delle casse ed è rimasto solo qualche minuto. Quando sono arrivata io, lui era circondato di ragazze adoranti come non credo gli sia mai capitato e come non è mai capitato nemmeno a me, quando portavo in giro i miei neonati da sola.
Dall'altro lato, l'immagine della donna che ama oggetti tipicamente da maschio mi sembra ugualmente seducente. Insomma, se pensiamo a una bella ragazza su una motocicletta, non ci sembra ripugnante o innaturale. Una donna anche solo brava a guidare l'automobile riscuote stima (e stupore, purtroppo), anche se in molte famiglie è più normale che sia l'uomo a guidare la macchina di famiglia (nel mio caso è così solo perché l'uomo di famiglia patisce qualsiasi mezzo di trasporto). Molte pin-up venivano rappresentate in attività tipicamente maschili (anche se con abiti succinti): benzinaie, camioniste, marinaie.
Poi, per carità, non sono certo io quella che può dire quando una donna fa sesso a un uomo: bisognerebbe chiederlo a un uomo, perché ho scoperto che le nostre idee sono un po' divergenti.
Però so che cosa fa sesso a una donna: e in questo momento, mentre mio marito sta cucendo dei cappellini di Carnevale con un ago rosa, faccio molta fatica a non saltargli addosso.
giovedì 4 febbraio 2010
Così giovani e così conservatori
Stamattina, alla radio, ho sentito una statistica sugli obiettivi dei giovani francesi. Non ricordo esattamente le percentuali, ma ricordo che la maggioranza di essi riteneva che la famiglia fosse il loro obiettivo principale nella vita e che i genitori fossero il loro modello.
Platinette lo interpretava come una tendenza alla conservazione, intesa come il contrario dell'innovazione. Io invece lo interpreto in maniera differente, purché la risposta sia stata data in percentuali uguali da maschi e femmine.
Penso che, dopo anni in cui i giovani hanno vissuto proiettati verso il successo, la carriera e i soldi, ci sia stato un momento di riflessione dovuto alla precarietà e alla crisi economica. Io, se a 20 anni mi avessero chiesto qual era il mio obiettivo e chi erano i miei modelli, avrei risposto che speravo di realizzarmi come ricercatrice universitaria (con la segreta speranza di diventare scrittrice) e che il mio modello era la mia relatrice, prof. Giordano. Oppure, dovendomi allargare, avrei indicato come mio modello gente come Ernst Gombrich o Maria Bellonci.
Certo, mi fanno un po' effetto questi giovani che pensano alla famiglia come obiettivo e non come optional, ma non credo che il dato sia da interpretare per forza in una luce negativa.
Prima di tutto, puntare ad avere una famiglia non significa desiderare per forza voler fare la casalinga (le ragazze) o volere la moglie casalinga (i ragazzi). Può semplicemente voler dire che si desidera costruire qualcosa di bello per la propria anima, indipendentemente da chi farà cosa.
Oltretutto, i giovani di oggi sono stati cresciuti (forse più di noi) nella convinzione che conciliare lavoro e famiglia sia fattibile: tanti di loro hanno madri che lavorano e che forse hanno dovuto fare meno fatica di noi, perché 20 anni fa era più facile trovare un posto da dipendente che garantisse i diritti delle lavoratrici in modo decente. Certo, essere una madre che lavora non è mai stato facile, ma penso che oggi lo scenario, con l'entrata in campo del precariato, sia a tinte più fosche che nell'epoca delle delle madri dei ventenni di oggi.
Molte ragazze non si rassegnano ad essere angeli della casa, ma pensano che coinvolgeranno il proprio compagno nelle faccende domestiche e che la gestione dei carichi sarà condivisa. Non so se riusciranno nel proprio intento, ma sicuramente non partono con l'idea di dover tirare il carretto da sole, cosa che toglie gran parte delle attrattive all'idea di famiglia.
Molte ragazze, inoltre, sono cresciute in situazioni di separazione dei genitori, il che ha sicuramente rafforzato in loro l'idea che sia sempre meglio avere una propria indipendenza economica, anziché dipendere dallo stipendio del marito.
Dall'altro lato, probabilmente molti ragazzi di oggi sono cresciuti con padri assenti (per lavoro o per separazione) e non vogliono ripeterne gli sbagli: sono sempre di più i giovani padri che si rendono conto di dover scegliere tra lavoro e famiglia, esattamente come le donne. Che poi la maggior parte di loro si adegui al modello comune e decida di sacrificare la famiglia è un altro discorso, che non fa parte delle aspirazioni ma della realtà.
Insomma, non mi sembra che aspirare alla famiglia possa essere visto come un segno di "reazione" da parte dei giovani. Sarà un segno di reazione se i giovani ripeteranno gli stessi modelli che noi troviamo obsoleti e costrittivi, se ci sarà un'involuzione nella condizione femminile.
È anche vero che l'Espresso segnalava pochi giorni fa una ricerca per cui alle donne non conviene sposarsi, perché ci perdono economicamente e in termini di salute. Ed è oggettivamente vero che nel momento in cui una si sposa perde ogni attrattiva per le aziende, sembra una che mendica un posto di lavoro. E, se nei blog di mamme si leggono ancora certe affermazioni sui mariti ("è imbranato con gli elettrodomestici, entra in casa e si mette a guardare la TV/giocare con la PS, non sa neanche dove sono i pannolini figurati cambiarli"), ciò vuol dire che le donne si rassegnano ancora troppo spesso ad essere l'asino che lavora.
Ma credo che ciò avvenga soltanto perché c'è tutta una cultura da cambiare, altrimenti non si spiegherebbe perché gli uomini invece guadagnino molto dallo sposarsi (dati statistici della stessa ricerca, non lo dico io). Se per le aziende possiamo fare poco, e in un lasso di tempo non breve, mi chiedo perché non facciamo niente sul piano personale: abbiamo paura che il nostro uomo, costretto a condividere le faccende di casa, decida di andarsene? Un uomo così direi che è meglio perderlo che trovarlo.
Certo, se il nostro uomo non ha mai fatto nulla in casa, non possiamo pretendere che faccia tutto alla perfezione da subito. Ma dopotutto nessuno è mai morto per gli aloni sulla cucina a gas, e pian piano stabiliremo uno standard accettabile per entrambi riguardo alle competenze comuni. Esattamente come si fa in un gruppo di lavoro o in una squadra.
Ecco, vedere la famiglia come una squadra aiuterebbe: in una squadra di calcio, uno che fa l'attaccante non è che sta a limarsi le unghie fino a quando non gli passano la palla da mettere in porta.
Certo, finché i figli sono piccoli la squadra-famiglia è composta solo da due membri. Ma, quando i figli crescono, anche a loro possono essere affidati compiti di reponsabilità, in modo che non si creino vittime e carnefici intercambiabili ("Metti in ordine la tua camera! Oggi ho stirato 18 camicie! Possibile che tu non sappia neanche srotolare i calzini prima di metterli a lavare?"), ma dove ciascuno porti un contributo.
Platinette lo interpretava come una tendenza alla conservazione, intesa come il contrario dell'innovazione. Io invece lo interpreto in maniera differente, purché la risposta sia stata data in percentuali uguali da maschi e femmine.
Penso che, dopo anni in cui i giovani hanno vissuto proiettati verso il successo, la carriera e i soldi, ci sia stato un momento di riflessione dovuto alla precarietà e alla crisi economica. Io, se a 20 anni mi avessero chiesto qual era il mio obiettivo e chi erano i miei modelli, avrei risposto che speravo di realizzarmi come ricercatrice universitaria (con la segreta speranza di diventare scrittrice) e che il mio modello era la mia relatrice, prof. Giordano. Oppure, dovendomi allargare, avrei indicato come mio modello gente come Ernst Gombrich o Maria Bellonci.
Certo, mi fanno un po' effetto questi giovani che pensano alla famiglia come obiettivo e non come optional, ma non credo che il dato sia da interpretare per forza in una luce negativa.
Prima di tutto, puntare ad avere una famiglia non significa desiderare per forza voler fare la casalinga (le ragazze) o volere la moglie casalinga (i ragazzi). Può semplicemente voler dire che si desidera costruire qualcosa di bello per la propria anima, indipendentemente da chi farà cosa.
Oltretutto, i giovani di oggi sono stati cresciuti (forse più di noi) nella convinzione che conciliare lavoro e famiglia sia fattibile: tanti di loro hanno madri che lavorano e che forse hanno dovuto fare meno fatica di noi, perché 20 anni fa era più facile trovare un posto da dipendente che garantisse i diritti delle lavoratrici in modo decente. Certo, essere una madre che lavora non è mai stato facile, ma penso che oggi lo scenario, con l'entrata in campo del precariato, sia a tinte più fosche che nell'epoca delle delle madri dei ventenni di oggi.
Molte ragazze non si rassegnano ad essere angeli della casa, ma pensano che coinvolgeranno il proprio compagno nelle faccende domestiche e che la gestione dei carichi sarà condivisa. Non so se riusciranno nel proprio intento, ma sicuramente non partono con l'idea di dover tirare il carretto da sole, cosa che toglie gran parte delle attrattive all'idea di famiglia.
Molte ragazze, inoltre, sono cresciute in situazioni di separazione dei genitori, il che ha sicuramente rafforzato in loro l'idea che sia sempre meglio avere una propria indipendenza economica, anziché dipendere dallo stipendio del marito.
Dall'altro lato, probabilmente molti ragazzi di oggi sono cresciuti con padri assenti (per lavoro o per separazione) e non vogliono ripeterne gli sbagli: sono sempre di più i giovani padri che si rendono conto di dover scegliere tra lavoro e famiglia, esattamente come le donne. Che poi la maggior parte di loro si adegui al modello comune e decida di sacrificare la famiglia è un altro discorso, che non fa parte delle aspirazioni ma della realtà.
Insomma, non mi sembra che aspirare alla famiglia possa essere visto come un segno di "reazione" da parte dei giovani. Sarà un segno di reazione se i giovani ripeteranno gli stessi modelli che noi troviamo obsoleti e costrittivi, se ci sarà un'involuzione nella condizione femminile.
È anche vero che l'Espresso segnalava pochi giorni fa una ricerca per cui alle donne non conviene sposarsi, perché ci perdono economicamente e in termini di salute. Ed è oggettivamente vero che nel momento in cui una si sposa perde ogni attrattiva per le aziende, sembra una che mendica un posto di lavoro. E, se nei blog di mamme si leggono ancora certe affermazioni sui mariti ("è imbranato con gli elettrodomestici, entra in casa e si mette a guardare la TV/giocare con la PS, non sa neanche dove sono i pannolini figurati cambiarli"), ciò vuol dire che le donne si rassegnano ancora troppo spesso ad essere l'asino che lavora.
Ma credo che ciò avvenga soltanto perché c'è tutta una cultura da cambiare, altrimenti non si spiegherebbe perché gli uomini invece guadagnino molto dallo sposarsi (dati statistici della stessa ricerca, non lo dico io). Se per le aziende possiamo fare poco, e in un lasso di tempo non breve, mi chiedo perché non facciamo niente sul piano personale: abbiamo paura che il nostro uomo, costretto a condividere le faccende di casa, decida di andarsene? Un uomo così direi che è meglio perderlo che trovarlo.
Certo, se il nostro uomo non ha mai fatto nulla in casa, non possiamo pretendere che faccia tutto alla perfezione da subito. Ma dopotutto nessuno è mai morto per gli aloni sulla cucina a gas, e pian piano stabiliremo uno standard accettabile per entrambi riguardo alle competenze comuni. Esattamente come si fa in un gruppo di lavoro o in una squadra.
Ecco, vedere la famiglia come una squadra aiuterebbe: in una squadra di calcio, uno che fa l'attaccante non è che sta a limarsi le unghie fino a quando non gli passano la palla da mettere in porta.
Certo, finché i figli sono piccoli la squadra-famiglia è composta solo da due membri. Ma, quando i figli crescono, anche a loro possono essere affidati compiti di reponsabilità, in modo che non si creino vittime e carnefici intercambiabili ("Metti in ordine la tua camera! Oggi ho stirato 18 camicie! Possibile che tu non sappia neanche srotolare i calzini prima di metterli a lavare?"), ma dove ciascuno porti un contributo.
sabato 16 gennaio 2010
Cultura e intelligenza
Spesso mi capita con alcune amiche, soprattutto quelle che si occupano di scuola da utenti o da professioniste, di discutere della cultura. Ad alcune sembra di vedere un peggioramento rispetto ai nostri tempi, ad altre sembra di vedere meccanismi tutto sommato equivalenti. A dire la verità, però, nessuna di noi vede un miglioramento. Il che già non è confortante.
Sommando l'ignoranza dilagante alla scarsa qualità dei programmi e alla mancanza di risorse degli insegnanti, il quadro che ne esce non è confortante, nemmeno nelle visioni più rosee.
Soprattutto, rispetto ai nostri tempi, mi sembra che la TV si sia tirata molto indietro. E non credo sia questione di fondi (avete idea di quanto costi un reality o anche un talk show?). Credo che, per un motivo o per l'altro, ci si sia convinti che cultura e intelligenza non tirino.
Oddio, ora non immaginatevi che ai nostri tempi ci fosse chissà cosa. Però mi ricordo programmi di attualità come "Fuego" o "Target". Mi ricordo programmi anche apparentemente scemi come "Karaoke" (che lanciò Fiorello, non dimentichiamolo) o "Colpo di fulmine" (che lanciò Alessia Marcuzzi, mi pare), che si basavano sulla leggerezza e il gioco (invece che sui bassi istinti come i reality o i talk show di oggi, che finiscono invariabilmente in rissa), e intanto ti facevano vedere le piazze di tutta Italia perché erano programmi itineranti. C'erano programmi di cinema, come "Ciak", vari programmi di musica ("DJ Television" ve la ricordate, con Gerry Scotti giovane giovane?), c'erano programmi di moda (l'inossidabile "Nonsolomoda"). I giovani sapevano di politica perché guardavano le trasmissioni satiriche di RAI3: "La TV delle ragazze", "Avanzi", "Tunnel". Daria Bignardi conduceva "A tutto volume". Insomma, molti di quelli che oggi sono dei pesi massimi lavoravano nella promozione della cultura o affini. Erano programmi giovani, godibili, con un linguaggio fresco. Erano probabilmente programmi di nicchia, sì, ma più perché erano destinati ai giovani che per essere destinati a un'élite (come potevano essere per esempio le trasmissioni di lirica o di teatro).
E poi c'era lui. Alessandro Baricco. Col suo accento torinese, i suoi capelli arruffati, la sua faccetta pulita e le sue maniche di camicia, ci raccontava l'opera a un'ora assurda, tipo le due del pomeriggio. Mi ricordo che un po' mi vergognavo di questa dipendenza, ma, appena potevo, non ne perdevo un minuto. La tramissione si chiamava "L'amore è un dardo" e, a rivedere alcune puntate sul Tubo, dà ancora un sacco di punti alla trasmissione più intelligente che ci sia in onda in questo periodo. Unico neo: a volte Baricco si metteva delle T-shirt che parevano quelle del caseificio di mio marito. Che è torinese, ha i capelli sempre arruffati e, quando si sbarba, ha la faccetta pulita da ragazzino. Temo che Baricco abbia almeno un matrimonio e due figli sulla coscienza: i miei.
L'anno dopo, Baricco passò ai libri, con "Pickwick", che religiosamente seguivo la domenica sera tardi (a un orario che oggi mi parrebbe quasi mattina). Ho riempito intere pagine con gli appunti dei libri da leggere: "Il giovane Holden", "Bartleby lo scrivano", "Voci di muto amore", "Il poeta continua a tacere", "Il vecchio e il mare". Li raccontava smitizzandoli, senza farti pesare che fossero classici o che ci fosse una cultura da difendere. Te li raccontava come un amico ti avrebbe raccontato il film che era andato a vedere al cinema e che gli era piaciuto un casino.
Non so come e se gli uomini guardassero le trasmissioni di Baricco, ma noi femmine restavamo incollate allo schermo non tanto e non solo per amore della cultura, quanto per l'azione dell'ormone: Baricco univa (e unisce) diverse tipologie di uomini che per molte di noi sono irresistibili (il bravo ragazzo, l'insegnante, lo scrittore, il tutto sempre con quest'aria furbetta e divertita). E dire che i suoi libri non è che mi siano piaciuti poi chissà come: carini, ma non li trovo imperdibili. Gli scritti tipo "Barnum" invece li trovo godibilissimi e intelligenti, rispecchiano lo stile delle sue trasmissioni e dei suoi spettacoli. Il film, "Lezione 21", non l'ho proprio visto, ma stimo il modo in cui, da musicologo, ha sempre portato avanti la promozione della musica, soprattutto la classica e la lirica.
Oggi Baricco fa sporadiche apparizioni in TV. L'ho visto da Fazio, dove ha raccontato la storia di "Carmen" per uno speciale sulla prima della Scala. Ho seguito le sue proposte e le sue provocazioni, e le ho trovate giuste.
Oggi, forse per mancanza di finanziamenti ma soprattutto per miopia dei dirigenti, non c'è nessuno come lui in TV. Lui mi manca, ma la sua funzione sulla mia generazione l'ha esercitata. Sogno un nuovo giovane, scrittore o musicista o "semplicemente" divulgatore", che sappia raccontarci cose intelligenti e piacevoli con lo stesso fare da incantatore. Che sia uomo o donna non mi interessa: noi avevamo Baricco, ma non è obbligatorio rivolgersi alle donne per fare cultura. Dopotutto, l'arte di narrare è prettamente femminile e non a caso Sheherazade era una donna.
Sommando l'ignoranza dilagante alla scarsa qualità dei programmi e alla mancanza di risorse degli insegnanti, il quadro che ne esce non è confortante, nemmeno nelle visioni più rosee.
Soprattutto, rispetto ai nostri tempi, mi sembra che la TV si sia tirata molto indietro. E non credo sia questione di fondi (avete idea di quanto costi un reality o anche un talk show?). Credo che, per un motivo o per l'altro, ci si sia convinti che cultura e intelligenza non tirino.
Oddio, ora non immaginatevi che ai nostri tempi ci fosse chissà cosa. Però mi ricordo programmi di attualità come "Fuego" o "Target". Mi ricordo programmi anche apparentemente scemi come "Karaoke" (che lanciò Fiorello, non dimentichiamolo) o "Colpo di fulmine" (che lanciò Alessia Marcuzzi, mi pare), che si basavano sulla leggerezza e il gioco (invece che sui bassi istinti come i reality o i talk show di oggi, che finiscono invariabilmente in rissa), e intanto ti facevano vedere le piazze di tutta Italia perché erano programmi itineranti. C'erano programmi di cinema, come "Ciak", vari programmi di musica ("DJ Television" ve la ricordate, con Gerry Scotti giovane giovane?), c'erano programmi di moda (l'inossidabile "Nonsolomoda"). I giovani sapevano di politica perché guardavano le trasmissioni satiriche di RAI3: "La TV delle ragazze", "Avanzi", "Tunnel". Daria Bignardi conduceva "A tutto volume". Insomma, molti di quelli che oggi sono dei pesi massimi lavoravano nella promozione della cultura o affini. Erano programmi giovani, godibili, con un linguaggio fresco. Erano probabilmente programmi di nicchia, sì, ma più perché erano destinati ai giovani che per essere destinati a un'élite (come potevano essere per esempio le trasmissioni di lirica o di teatro).
E poi c'era lui. Alessandro Baricco. Col suo accento torinese, i suoi capelli arruffati, la sua faccetta pulita e le sue maniche di camicia, ci raccontava l'opera a un'ora assurda, tipo le due del pomeriggio. Mi ricordo che un po' mi vergognavo di questa dipendenza, ma, appena potevo, non ne perdevo un minuto. La tramissione si chiamava "L'amore è un dardo" e, a rivedere alcune puntate sul Tubo, dà ancora un sacco di punti alla trasmissione più intelligente che ci sia in onda in questo periodo. Unico neo: a volte Baricco si metteva delle T-shirt che parevano quelle del caseificio di mio marito. Che è torinese, ha i capelli sempre arruffati e, quando si sbarba, ha la faccetta pulita da ragazzino. Temo che Baricco abbia almeno un matrimonio e due figli sulla coscienza: i miei.
L'anno dopo, Baricco passò ai libri, con "Pickwick", che religiosamente seguivo la domenica sera tardi (a un orario che oggi mi parrebbe quasi mattina). Ho riempito intere pagine con gli appunti dei libri da leggere: "Il giovane Holden", "Bartleby lo scrivano", "Voci di muto amore", "Il poeta continua a tacere", "Il vecchio e il mare". Li raccontava smitizzandoli, senza farti pesare che fossero classici o che ci fosse una cultura da difendere. Te li raccontava come un amico ti avrebbe raccontato il film che era andato a vedere al cinema e che gli era piaciuto un casino.
Non so come e se gli uomini guardassero le trasmissioni di Baricco, ma noi femmine restavamo incollate allo schermo non tanto e non solo per amore della cultura, quanto per l'azione dell'ormone: Baricco univa (e unisce) diverse tipologie di uomini che per molte di noi sono irresistibili (il bravo ragazzo, l'insegnante, lo scrittore, il tutto sempre con quest'aria furbetta e divertita). E dire che i suoi libri non è che mi siano piaciuti poi chissà come: carini, ma non li trovo imperdibili. Gli scritti tipo "Barnum" invece li trovo godibilissimi e intelligenti, rispecchiano lo stile delle sue trasmissioni e dei suoi spettacoli. Il film, "Lezione 21", non l'ho proprio visto, ma stimo il modo in cui, da musicologo, ha sempre portato avanti la promozione della musica, soprattutto la classica e la lirica.
Oggi Baricco fa sporadiche apparizioni in TV. L'ho visto da Fazio, dove ha raccontato la storia di "Carmen" per uno speciale sulla prima della Scala. Ho seguito le sue proposte e le sue provocazioni, e le ho trovate giuste.
Oggi, forse per mancanza di finanziamenti ma soprattutto per miopia dei dirigenti, non c'è nessuno come lui in TV. Lui mi manca, ma la sua funzione sulla mia generazione l'ha esercitata. Sogno un nuovo giovane, scrittore o musicista o "semplicemente" divulgatore", che sappia raccontarci cose intelligenti e piacevoli con lo stesso fare da incantatore. Che sia uomo o donna non mi interessa: noi avevamo Baricco, ma non è obbligatorio rivolgersi alle donne per fare cultura. Dopotutto, l'arte di narrare è prettamente femminile e non a caso Sheherazade era una donna.
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