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lunedì 21 luglio 2014

Qui e ora



È un periodo ansiogeno.
Più di ansie belle che di quelle brutte, anche se a volte le cose belle generano spese inaspettate, e le spese generano ansia.
Tra una settimana, partiremo per la nostra avventura in Grecia. Siamo preparati? Ma manco per niente.
Tra meno di un mese, appena tornati dalla Grecia, prenderemo il nostro primo cane. Daisy, felice incrocio di pastori (maremmano e tedesco), stazza adulta stimata 50 kg. Ci stiamo preparando, ma un cane è come un figlio: non sei mai abbastanza preparato (ma già avere il recinto pronto sarebbe un buon inizio, speriamo di fare in tempo).



Tra meno di due mesi, Ettore comincerà la prima elementare. Lasciando una scuola dell'infanzia le cui maestre meriterebbero di essere pagate quanto professori ordinari. Non abbiamo ancora comprato l'orribile casacca né i libri né i quaderni. In compenso, mia madre gli ha già fatto scegliere il diario, da cui non si separa da 2 settimane.


A volte proiettarsi nel futuro è l'unica cosa che rende sopportabile il presente. Ma non è questo il caso: il mio presente è felice, a parte la fastidiosa incombenza di recarmi in ufficio tutti i giorni, e vorrei riuscire a vivere il momento.
Difficile, con tutte queste cose belle che ci aspettano. Che ansia.

lunedì 23 giugno 2014

Gratitudine e umiltà

In questo periodo sono stata indotta, mio malgrado, a riflettere sull'invidia.
Io difficilmente la provo, da quando sono adulta. Mi capita invece spesso di provare ammirazione. Per chi è migliore di me, in tanti sensi.
Soprattutto, provo molta ammirazione per chi ha avuto successo in un suo percorso ed è comunque rimasto umile.
E credo che la chiave di tutto sia lì, nell'umiltà: nel non sentirsi mai arrivati, nel non dare mai nulla per scontato. E nel sentirsi immensamente grati per ciò che si è e si ha.
Io sono uscita praticamente incolume da un incidente spaventoso. Sarei potuta morire, e i miei figli non si sarebbero ricordati di me. Se ci penso, provo una paura fottuta e un'immensa gratitudine.
Sono sana, ho un lavoro che mi fa anche crescere umanamente, ho una famiglia meravigliosa e abito nella casa del polacco. Già in una frase c'è un universo di gratitudine.
Il resto son cazzate, e io ho la fortuna di averlo capito.

Fin qui, tutto bene.
Il problema è che qualcuno, pur avendo anche più di me (ché non mi dispiacerebbe una casa di proprietà, per esempio, o qualche viaggio in più), mi invidia.
Ma come cazzo fate a invidiarmi, voi che vi comprate vestiti firmati e io invece mi vesto agli swap?
Io penso che questo avvenga perché molte persone non si rendono conto di quello che hanno.
Io sarò più giovane, ma tu sei più bella. I miei figli possono essere ancora coccolati, ma non possono andarmi a fare una commissione in banca. Io vivrò anche in un posto incantato, ma non è mio.
Sono anche arrivata alla conclusione che in realtà non invidiano ciò che ho. Invidiano quello che sono.
Invece di cercare di riconoscere la propria fortuna e lavorare su se stesse, preferiscono credermi falsa e odiarmi: eh, ma una non può essere sempre così serena e vedere sempre il buono nelle persone, fai finta.

No, non faccio finta. E no, non vedo sempre il buono nelle persone. Vedo soprattutto le schifezze, e me le scrollo via dai piedi: la mia vita non merita di essere insozzata per così poco.

mercoledì 18 giugno 2014

Io odio la scuola


In questo periodo, è inevitabile che si faccia qualche riflessione sulla scuola.
Tranquilli: non vi rifarò il pippone sulle vacanze estive che durano troppo, quello l'ha già fatto con efficacia l'esimia Belqis.
La mia riflessione è meno mirata, più confusionaria.
Nasce dal fatto che non è giusto tenere al banco dei bambini per 8 ore. Dal fatto che i problemi di apprendimento crescono in modo esponenziale e la scuola (la società) risponde dando facilitazioni agli svantaggiati, senza interrogarsi su metodi alternativi di insegnamento. Dal fatto che tutti, in questa scuola, ci sentiamo cornuti e mazziati: genitori, insegnanti, gli alunni quando perderanno l'entusiasmo giovanile.
E sono arrivata alla conclusione che il mio atteggiamento scettico e negativo nei confronti della scuola nasce da un fatto personale, molto semplice: odio la scuola.
L'ho sempre odiata, con tutta la passione del mio cuore.
Ho amato le persone: insegnanti miei e dei miei figli, più di quanto sperassi.
Ma l'istituzione è sempre stata mia nemica. Per la sua rigidità, per l'oppressione, per il fatto che fino a 19 anni ti reputano incapace di scegliere le materie che ti serviranno nella vita.
Forse alla base di questo odio c'è un bel po' di presunzione, da parte mia: la presunzione di sapere fin da subito cos'è meglio per me (e per i miei figli).
Però di fronte a me ho trovato un muro di uguale presunzione: quella di un'istituzione che presume di sapere che cosa è meglio per tutti noi, senza conoscerci. Quella di una scuola che è uguale a se stessa dai tempi di mio nonno, e quando è cambiata l'ha quasi sempre fatto in peggio.
Ci ho messo quei 30 anni ad arrivare a questa presa di coscienza. Meglio tardi che mai.

PS: l'università invece, quella sì, l'ho sempre amata. E tuttora, con tutti i suoi problemi, continuo a ritenerla una delle più belle istituzioni al mondo. Un luogo dove la libertà regna sovrana (a volte anche un po' troppo) e dove si può imparare a più non posso.
Certo, è luogo di baroni e di invidie, non è un mondo perfetto. Ma che differenza con il grigio della scuola

lunedì 23 settembre 2013

E alla fine è solo bellezza


Ho avuto un weekend emotivamente difficile. Perché giovedì è successo un episodio sgradevole sul lavoro e ho passato i giorni a casa nell'attesa di un altro episodio sgradevole stamattina.
Per fortuna la mia capa è riuscita a gestire bene le aggressività che sono emerse e stamattina la rissa annunciata si è rivelata un momento di incontro e crescita.
Nel frattempo ho sfruttato il tempo per dedicarmi alla casa, alle persone che amo e alle attività che mi fanno sentire bene.





venerdì 12 luglio 2013

Il momento che preferisco


Il momento della giornata che preferisco, in questa stagione e in questa casa, è la mattina presto.
Quando gli uccellini sono al massimo del volume e le persone al minimo.
Quando i gatti si godono il fresco fantasticando sui voli delle loro possibili prede.
Quando la giornata è tutta ancora da vivere, piena di promesse che in maggioranza non saranno mantenute.

Sono stanca, in questo periodo.
Il lavoro è lavoro. Non è la miniera, per carità, ma sono 10 ore del mio tempo che passo fuori di casa e 8 ore in cui uso il mio cervello per cercare di non farmi dare della statale scansafatiche.
Tornata a casa, c'è la casa. Da pulire, dipingere, pulire ancora, posare il pavimento. Sono contentissima di come sta venendo, ma che fatica.
E poi ci sono i bambini. Che ci seguono alla casa nuova, all'inizio un po' recalcitranti e adesso un po' più di buon grado. Ma si annoiano in fretta, e quella casa è troppo piena di cose con cui possono fare casino. Tipo sparpagliare le cose da buttare che Luca aveva così coscienziosamente radunato sotto un telo, e giocare alla casetta. Così tocca rimettere a posto e fare lavoro superfluo dopo quello necessario.
La sera, faccio qualche riga a maglia. Ho iniziato questo pattern qui con due gomitoli tinti di viola col papavero. È vero che fa caldo, ma, quando si alza un po' di vento, il contatto con la lana è ancora piacevole e confortante.
E poi non rinuncio alle mie follie. Per esempio, domenica sono andata da un'amica a prendere della lana di tosa e soprattutto a festeggiare i sette anni del suo bambino.


E domani faccio un giro al gattile dove fa volontariato un'altra mia amica, che adora Amelia e che mi ha invitata per vederla un po' prima delle vacanze.
Lo so, dovrei lavorare alla casa. Ma non voglio che i miei bambini arrivino a odiarla perché gli porta via mamma e papà.
A volte temo di arrivare a odiarla anch'io. Ma poi, alle sette di sera, mentre bestemmio contro gli inganni dei mobilieri svedesi, si leva il vento e gli alberi tutti intorno cominciano a frusciare.
Sembra che lo facciano apposta per rabbonirmi, e forse è proprio così. E io mi arrendo al loro fascino: con quella casa potrò litigare, anche di brutto, ma odiarla mai.

mercoledì 29 maggio 2013

Autoreferenziale per autoreferenziale


Diciamolo: bell'esercizio la Musa's Box, ma un filo tanto autoreferenziale. Ovvero, fuor dal parlar raffinato: serve solo a me, ma a quel punto tanto vale che mi tenga un'agenda aggiornata.
Mi ha insegnato una cosa importante, ovvero che, anche quando l'umore mi fa pensare "ma che periodo di merda", la mia vita è piena di cose bellissime e importanti. Una di esse, per esempio, sta facendo le fusa accanto a me in questo momento. Un'altra si sta facendo la doccia, mentre altre due giocano fuori in cortile.


In questo periodo ho appena finito di lavorare tanto (ma come, non lavoro nello Stato? Essì, mi hanno fregata) e sto per ricominciare un periodo di superimmersione.
Quindi non ho molte energie, e quelle poche vengono risucchiate dalle passioni del momento: la casa del polacco e la lana.
Non ho dimenticato Sholeh Zard, niente pericolo: Zohar, il secondo, è in canna e verrà pubblicato tra non più di due settimane, il tempo di dare l'ultima revisione ai refusi e alla grafica, e sistemare il file convertito per Kindle.


Quindi dicevo: casa del polacco e lana.
Sulla prima, penso che ammorberò i miei pochi lettori con una serie di post peggio che autoreferenziali (ne ho già uno in canna) e pieni di richieste di aiuto a chi ne sa di più e/o ci è passato prima di me.
Per esempio, che fiore sarà questo? Il polacco lo ha piantato ai bordi del cerchio di pietre ed ora le piantine si stanno insinuando verso l'interno (seguiranno altre foto).


Per la seconda, mi attende un seminario di tintura naturale in un agriturismo vicino a Genova, e non vedo l'ora. Oltretutto credo che il seminario avrà una ricaduta anche sull'orto della casa del polacco, in cui vorrei ricavare un angolo dedicato alle piante tintorie.
Nel frattempo, continuo caparbiamente a perseguire i miei obiettivi e mi beo di quelli raggiunti.


lunedì 11 marzo 2013

Musa's Box sotto la pioggia



Settimana stancante, un po' in salita. Però quante cose belle:
- scoprire di riuscire a rimediare ai miei sbagli (almeno a maglia...)
- i miei figli che dormono secchi secchi tutta la notte e si svegliano senza fare storie
- Altai di Wu Ming
- una mezza passeggiata in centro, rubando sguardi alle vetrine
- disturbare involontariamente un enorme stormo di fringuelli
- il tronchetto mele e albicocche sciroppate fatto in un momento di golosità frustrata
- trovarsi d'accordo con Luca sui fondamentali (stasera pizza da asporto)
- Amelia tutta contenta della gita al Bosco Grande (nonostante la pioggia, sigh!)
- i messaggi con amiche vicine e lontane
- un libro che mi sta risucchiando
- Ettore che mi racconta un brutto sogno e si riaddormenta tra me e Luca
- la Pinta, che ha un enorme bisogno di coccole
- la prima settimana dall'inizio dell'anno che riesco a passare interamente sul lavoro, senza malanni miei o altrui
- Luca che va a vedere Educazione Siberiana con un collega e la moglie, e tornano tutti e tre contenti
- finire il mio primo lavoro a maglia eseguito seguendo un pattern (questo)
- andare a vedere la nazionale di ritmica a Pavia, dire che son brave è riduttivo
- essere "costretta" da Ettore a fargli un maglioncino (e comprare la lana apposta, e anche il pattern, e tra poco gli aghi circolari giusti)
- il pesce, in tutte le salse e con tutti i gusti
- il profumo del radicchio cotto in acqua e aceto con le bacche di ginepro raccolte da Luca anni fa
- il nuovo bambino di un'amica, ben arrivato Pietro!
- le cince che giocano sui platani davanti a casa
- in tanta pioggia, un paio d'ore di sole
- il cheesecake del Peach Pit
- il tè caramello e rosa




giovedì 17 gennaio 2013

Il lusso del tempo

A volte le persone "esterne" equivocano sul mio essere part time. Nell'accezione comune, significa "lavorare mezza giornata". Nel mio caso, significa "lavorare 4 ore in meno alla settimana". Anzi, spesso significa "lavorare full time o peggio ma mettere da parte straordinari da recuperare durante le vacanze".
Fatto sta che, dal momento che inizio a lavorare alle 8 circa, già intorno alle 15.30 me ne potrei andare, anche se di solito resto fino alle 16.30.
Ieri sono uscita alle 16.10, sono arrivata a casa alle 16.30 e ho preparato tè e merenda per tutti. C'era un sole inaspettato, i colori erano accesissimi. Poi sono arrivati i 3 barbari e la poesia si è infranta: il casino della vita ha fatto irruzione nel quadretto, addio Pinterest!
Abbiamo preso il tè, mangiato un pezzetto di torta, cucinato le patate ammaccate dalla Rachel la notte precedente (speriamo che non ne sia rimasta nessuna sotto i mobili, la patata marcia è una calamità), sferruzzato la sciarpa rossa di Ettore, navigato un po' su Etsy e Pinterest, scambiato email con un paio di amiche.
Non ho scritto, ma sferruzzando ho risolto qualche nodo in più della trama del terzo libro (non so alle altre, ma a me fa quasi l'effetto di un viaggio sciamanico).
Se fossi appassionata di fotografia e/o la mia casa avesse una luce bella, correderei questo post di qualche immagine: il tortino al Barolo (micro ma buono), le tazze da tè prese all'equosolidale, i gatti che giocano con i cartoni vuoti, io che sferruzzo mentre Luca pela le patate.
A volte mi chiedo che senso ha rimanere part time, quando ormai i miei figli non ne hanno più bisogno (l'avevo chiesto quando andavano a scuola a Torre d'Isola, adesso ci serviamo del pullmino). E mi dico che, per 100 euro in meno, ho tanto di più: tempo da dedicare a ciò che amo e a chi amo.
Non c'è lusso più grande.

venerdì 23 novembre 2012

Godersi ciò che c'è

In giorni come questi, complici la SPM, il clima e il lavoro, mi scatterebbe automatica la lagna: sono stanca, mi fanno male le spalle, il mio lavoro di questi giorni mi annoia mortalmente e mi costringe a trascurare una parte dei miei doveri, questa settimana mi sono sempre alzata alle 6 perché il pullmino passava presto, ho una gatta che caga radioattivo e un gatto che mi stordisce di richieste, e via lamentando.
Ma che cazzo, mi dico poi, come può una serie di eventi insignificanti, per quanto fastidiosi, dare il via a una lagna, quando ci sono tante cose belle nella mia vita? No, ora non scatterà la modalità "senso di colpa", mi sono liberata di certi retaggi.
Scatterà la modalità "goditi quello che c'è". Goditi il fatto che oggi andrai al Naturasì con tua mamma e i tuoi bambini. Che hai trovato i fanveil che ti servivano, te li presta un'amica. Che tra una settimana vengono le tue amiche e ti aspetta un weekend super. Che questo weekend farai danza e un fichissimo swap party. Che tra un'ora e mezza sarai a casa, con tuo marito e i tuoi bambini e i tuoi gatti. Che, se la gatta radioattiva cagherà di nuovo, potrai accendere uno dei tuoi nuovi meravigliosi incensi, dono di un'altra amica. Che hai addosso il profumo più buono di sempre. Che questo weekend, cascasse il mondo, finirai di copiare Zohar.
E adesso muovi il culo. Più lo tiri in lungo, questo lavoro noiosissimo, e più patirai.

mercoledì 14 novembre 2012

La ragione di vita

Spesso mi capita di sentire che i figli sono la ragione di vita dei loro genitori. Lo si accetta come un dato di fatto. Ma è davvero così? Ed è davvero così per tutti?
Io amo moltissimo i miei figli, se a uno di loro capitasse qualcosa morirei di dolore, metto i loro bisogni al di sopra di ogni cosa (ho detto "bisogni", eh).
Però, onestamente, non credo che siano la mia ragione di vita. Non l'unica. Così come non lo è il loro papà, anche se lo amo moltissimo.
Credo che la mia ragione di vita sia la mia vita. Tautologico, OK. Ma vero.
Penso di vivere per essere felice, il che ovviamente comporta che chi amo sia sano e felice. Ma comporta anche che io riesca ad avere una qualità di vita decente, un lavoro piacevole, un po' di tempo da passare con gli amici e un po' di tempo per me.
Penso che, se una malattia mi privasse della possibilità di comunicare o di leggere o di scrivere, ne patirei infinitamente, forse quanto patirei per la morte di un mio caro.
Penso che, se la crisi in cui ci troviamo mi impedisse di avere una qualità di vita accettabile, piomberei in una grave depressione.
Penso che sarebbe un durissimo colpo perdere in un botto tutte le persone che mi onorano della loro amicizia, vicina e lontana.
Insomma, pensiamoci davvero prima di ripetere stereotipi: la ragione di vita è, per definizione, una cosa seria.

lunedì 8 ottobre 2012

I tempi e i modi del lavoro

Da quando sono statale, ho un certo pudore nel lamentarmi della stanchezza. Si trova sempre qualcuno che commenta: eh ma almeno tu hai il posto sicuro, eh ma non ti ricordi com'era nel privato, eh ma almeno recuperi gli straordinari.
Mi sono fatta un esame di coscienza. E ho concluso che la differenza sta proprio in ciò che non posso più fare, ovvero certi orari, e non tanto nell'intensità dal mio lavoro.
Nel mio primo anno di lavoro, il mio orario teorico era dalle 9 alle 18.30, con un'ora circa di pausa pranzo. C'erano periodi in cui sforavamo, anche di parecchio, perché sotto scadenza. Ma c'erano anche periodi in cui sinceramente dovevo riempire il tempo facendomi un po' di autoformazione o anche semplicemente i fatti miei, perché "stava male" che non avessi niente da fare. E poi, per carità, 3 volte in quell'anno ho avuto ritmi folli e tirato il mattino dopo per una scadenza. Ero a progetto, non avevo orari, ero lì per imparare, quindi in una certa misura "ci stava".
Oggi non mi potrei permettere di tornare a casa alle sette di sera o oltre: mi perderei i miei figli che crescono. Quindi il mio orario di lavoro teorico sarebbe dalle 8.45 alle 16.15. Solo che, adesso che i figli possono andare e tornare col pullmino, mi capita di arrivare alle 7.45 e uscire alle 17.15 (quando non devo scarrozzarli da qualche parte, perché siamo ancora senza la seconda auto).
In teoria dovrei lavorare 32 ore a settimana, ma in pratica ne faccio spesso 35/38. Gli straordinari non mi vengono pagati: li recupero stando a casa nei giorni in cui la scuola dei figli mi costringe.
E fin qui per l'orario. Per la mole di lavoro, anche facendomi un profondissimo esame di coscienza, non mi sembra proprio di lavorare meno di quando lavoravo tanto.
Questo mi spinge a una riflessione: possibile che viviamo in un Paese dove non è possibile essere apprezzati perché si fa il proprio dovere? Noi, gli italiani che in teoria si saprebbero godere la vita, abbiamo questo celodurismo dello straordinario, per cui chi esce alle 9 di sera è figo (anche se magari ha fatto 10 pause sigaretta di mezz'ora, giuro che l'ho visto) e chi invece esce alle quattro e mezza è un lazzarone anche se non ha avuto neanche il tempo per andare in bagno. E più si è sfigati col contratto di lavoro e più si è degli eroi.
Beh, io ho avuto la fortuna di incappare in un concorso/retata, in cui sono stati presi tutti gli idonei. Era il terzo concorso che tentavo, e ce l'ho fatta. Quando ero in un posto che mi sottoimpiegava sia in termini di competenze sia in termini di tempo, non ho avuto problemi a dirlo, e dolermene. Ora sono in un posto in cui le mie competenze sono abbastanza ben impiegate e in cui sto crescendo. Sono in un periodo in cui i miei due incarichi principali si sovrappongono, in alcuni giorni mi siedo al computer quando arrivo e tiro su la testa solo perché mi brontola lo stomaco.
Sono stanca, giustamente stanca, e voglio avere il diritto di dirlo senza essere derisa. Ci posso anche scherzare sopra, ma voglio che il valore del mio lavoro venga riconosciuto. Anche se non tiro mezzanotte come 10 anni fa, anche se non torno nei finesettimana, anche se non mando mail alle 2 di notte.
Perché il valore del mio lavoro sta in me, e in niente di tutto il resto.

giovedì 16 febbraio 2012

Del lavoro e altri demoni

Ultimamente sono capitate un po' di cose che mi hanno fatto rimuginare sul tema del lavoro, e non solo della sua conciliazione con la maternità: della sua conciliazione con le nostre esigenze e aspettative.
Fatto n. 1: messa alle strette dal marito per una serie di circostanze, una mia amica decide di lasciare il lavoro di libera professionista, che lei amava tanto e che ormai aveva ingranato, e cercarsi un part time da dipendente / co.co.co.
Fatto n. 2: un'altra amica, dipendente a tempo indeterminato in un'azienda che la tratta da schiava e per cui è costretta a fare la pendolare, si licenzia perché è stufa di aver voglia di vomitare ogni volta che fa la strada per l'ufficio. La capisco e spero che trovi presto un lavoro migliore.
Fatto n. 3: una terza amica viene presa in prova dall'azienda dei suoi sogni, a fare il lavoro che le piace e le viene meglio, con un orario part time decisamente comodo e uno stipendio più che dignitoso.
Fatto n. 4: ieri leggo da Emily un post che parla di un caso di tentata conciliazione tra datore di lavoro e lavoratrice tornata dalla maternità.
Il fatto è che io non so cosa pensare di questo sistema di lavoro. L'articolo 18 va benissimo, ma è anche il fallimento della nostra società. Perché? Perché in realtà, in un mercato del lavoro ricco e dinamico e in una società dove le tutele sociali sono ben gestite dallo Stato, l'articolo 18 e il mito del posto fisso non avrebbero ragione di esistere.
Prendiamo il mio caso. Non ho fatto fatica a trovare il mio primo lavoro, a 24 anni, e mi ci sono trovata così bene che, anni dopo, quando ormai ero da un'altra parte, il mio primo datore di lavoro è tornato a cercarmi. Ho rifiutato perché sapevo di voler mettere su famiglia e i ritmi di quell'azienda, che pure continuo ad amare, non sarebbero stati conciliabili con i miei, soprattutto durante i primi anni.
A volte ho rimpianto quella scelta, altre volte mi son detta che era indispensabile. Dopo la prima maternità, mi sono vista sottrarre un progetto che mi era stato promesso (e a cui avevo dato tutta la mia disponibilità). Sono entrata nello Stato, mi sono mortificata in un posto di lavoro orrendo a fare un lavoro per cui nessuno mi ha mai addestrata. E poi sono stata graziata con il trasferimento nel mio posto attuale.
Dal 2006 fino alla fine del 2010, ho dato a nido, tate, baby sitter e servizi comunali non meno di 400 euro al mese (in media 600/650, con punte di 1000, ovvero l'intero mio stipendo, nel mese di settembre). Sono stata costretta ad avere due auto, perché nel posto in cui vivo non è pensabile diversamente se entrambi lavorano.
Avrei fatto queste scelte se fossi stata sicura di trovare un lavoro alla fine di quel periodo? Io penso di no. Avrei sicuramente cercato di lavorare, magari da casa o magari part time, nel periodo tra un figlio e l'altro, ma non penso né che mi sarei trascinata una situazione così brutta per amore del posto fisso né che avrei odiato così tanto il ritorno al lavoro.
Ovviamente parlo per me: ci sono invece tante donne che sentono l'esigenza di tornare al lavoro pochi mesi dopo il parto. E per loro uno Stato civile potrebbe approntare nidi pubblici e servizi più aderenti alle esigenze del mondo del lavoro (per esempio, non una scuola con 3 mesi di vacanze estive e giorni di ferie sparsi a tradimento qua e là). Non parliamo poi del congedo parentale obbligatorio per i padri, che è ormai un mio vecchio cavallo di battaglia.
Adesso che i miei figli sono più grandi, la mia presenza sul lavoro è la stessa di una childfree: adesso, se non vivessi in uno Stato in cui il mercato del lavoro è veramente infame, potrei tornare a cercare un lavoro impegnativo, in grado di sfruttare le mie competenze e la mia maturità.
Per fortuna è quello che casualmente mi sta capitando nella mia struttura: sto crescendo in un ambito in via di sviluppo e probabilmente mi capiterà di fare cose interessanti.
E vedo che, nello Stato, il mio percorso è piuttosto comune: fai un periodo-purgatorio in cui, per via dei bambini piccoli, si sa che non sei affidabile (a meno che di non avere una mamma o suocera pensionate alle spalle), poi, se dimostri il tuo valore, la tua carriera riprende.
Ma quante aziende private se lo possono permettere? Perché, dal momento che si tratta di costi sociali, non se ne fa carico lo Stato? Ovviamente già paga i congedi parentali e le assenze per malattia dei figli (che inspiegabilmente non vengono sottoposte a controllo da parte del medico fiscale: perché?), ma i costi per le aziende sono molto più alti: ci sono lavori interrotti, sostituti da prendere al di là del periodo di congedo, magari anche decisioni da prendere in modo imparziale, cosa per cui sarebbe bene istituire una specie di giudice del lavoro.
E in questo caso il congedo parentale esteso ai padri può tamponare la questione solo parzialmente: in periodi particolarmente pieni per l'uno si può pesare più sull'altro, ma se i periodi di piena coincidono?
Insomma, io una soluzione in tasca non ce l'ho, ma mi chiedo se sono la sola a farmi certe domande.

giovedì 21 luglio 2011

Donne per le donne

Dico la verità: dopo il primo momento di curiosità, questo celebrare le buone pratiche delle donne per le donne mi pareva il solito parlarsi/piangersi addosso. Perché hai voglia a parlare di solidarietà femminile, ma poi nella pratica la solidarietà ti arriva (quando arriva) indipendentemente dal sesso.
Raramente ho frequentato ambienti femminili in cui non si finisse per lavarsi il culo a vicenda. Quando tutto va bene, come nel mio ufficio, la lavata di culo si limita al piccolo sfogo fisiologico. Quando invece ci si mettono di mezzo difficoltà, licenziamenti e mobilità, le critiche diventano mirate: guarda quella che l'hanno tolta da quel reparto appena prima che venisse liquidato, chi si scopa quella, di chi è figlia quell'altra.
Nel mio piccolo, sono arrivata a sentirmi dare della privilegiata in un periodo in cui ero precaria e le dipendenti a tempo indeterminato della società consorella erano in cassa integrazione. Noi donne siamo bravissime a fare la guerra tra poveri.
Insomma, sul lavoro non ho grandi esempi di buone pratiche, se non quelle nate spontaneamente dall'amicizia tra colleghi (esiste, giuro).
Penso però al mio gruppo di danza, con cui ieri abbiamo fatto l'ultima lezione dell'anno. Penso al gruppo sparuto e disomogeneo che erano all'inizio: una rappresentante per ogni decade 20-30-40-50. Mamme e non, con esperienza e non, in forma e non.
Penso ai nostri inizi, a quanto si rompevano le balle a imparare la tecnica. Mi hanno costretta a cambiare direzione, a dar loro il gusto di ballare senza insistere perché imparassero subito tutti i passi "canonici".
Abbiamo intrapreso un percorso verso qualcosa di diverso dalla maggioranza dei corsi di danza del ventre: ho cercato di insegnare loro a divertirsi, a esprimersi, a essere a loro agio dentro la musica.
Ieri, più ancora che agli spettacoli, ne ho avuto la conferma: abbiamo fatto da capo a fine, in circa un'ora, un percorso che solo 6 mesi fa avrebbe richiesto più lezioni. L'abbiamo fatto sotto lo sguardo di una persona esterna ma amica, la cui reazione e la cui difficoltà nell'inserirsi nell'esercizio mi hanno confermato che abbiamo fatto tanta strada nella direzione giusta.
E la buona pratica in che cosa sta? Non sono così tutti i corsi di danza? No.
La buona pratica sta nell'aver preso 4 persone che non si conoscevano e averle portate a non vergognarsi tra loro né dei propri sentimenti né del proprio aspetto fisico né delle proprie capacità espressive. La buona pratica sta nel fatto di averle rese un gruppo che lavora in modo solidale, per il risultato del pezzo e non per il risalto della singola.
Certo, è solo danza, solo un passatempo. Così come gli sport sono solo sport, eppure poi ci troviamo allenatori che scrivono libri sul team building e sul raggiungimento di obiettivi.
Certo, queste sono solo 4 donne. Ma che donne.

martedì 19 luglio 2011

Inseguire la passione

Non sono una grande fan delle passioni, soprattutto in campo amoroso: preferisco amare intensamente ma con la sensazione di rimanere sempre me stessa, di non tralasciare quello che ero e amavo prima di incontrare quell'uomo.
Quindi mio marito lo amo molto, lo desidero molto, ci sto benissimo insieme e cerco di fare il maggior numero di cose insieme a lui, mi confido, ci rido, ci spettegolo, mi sfogo. E lui fa altrettanto con me.
Ma, se dovessi definire il mio sentimento per Luca, non userei il termine "passione" nemmeno per i primi tempi. Amore sì, innamoramento sì, ma "passione" per me ha troppo la connotazione del patire, dell'annullarsi, del dimenticarsi.
Per lo stesso motivo, non direi che provo passione per i miei figli. Li amo con tutta me stessa e, come ho già detto, la loro esistenza mi rende ricattabile a tutti i livelli. Ma con loro vado ancora più cauta che con mio marito: loro se ne andranno tra non moltissimi anni, come è giustissimo che sia, e io rimarrò qui con me stessa (e, spero, con Luca). Non posso dimenticare chi sono e cosa voglio a causa dei figli. Posso sospendere alcune esigenze, come ho fatto quando erano piccolissimi, ma non per un tempo superiore a pochi anni.
Per mia fortuna, ciò che sono e voglio comincia a coincidere col mio lavoro. Sto elaborando il fatto di essere "solo una segretaria" con laurea e master e mi rendo conto che ci tengo a questo lavoro, mi piace avere a che fare con i compiti trattati dal mio ufficio. Anche se non è tutto rose e fiori.
Fortuna? Buonsenso? Spirito di sopravvivenza? Non lo so.
So però che ciò che sono non si esaurisce nel mio lavoro né nella mia famiglia. Sarò megalomane, ma ciò che sono comprende anche tante altre cose: la danza (a cui "sacrificherò" tutte le sere della prossima settimana), la lettura (a cui spero di dedicarmi presto, ci sono un sacco di libri che mi aspettano in biblioteca), la musica (questo weekend ho fatto circa 700 km per andare a un concerto in cui i miei figli si sono addormentati alla quarta canzone nonostante gli piacesse).
E la scrittura. Viola, gli altri miei progetti, il blog. Scrivo da quando avevo 7 anni. Sotto un certo aspetto, non mi importa se scrivo bene o male (o meglio, mi importa ma non è il motivo per cui scrivo). Non mi è neppure mai importato di essere pubblicata, fino a quando non ho concepito Viola (e, se fossi stata in grado di disegnarla io, non mi sarebbe importato neppure in questo caso).
Tempo fa scrivevo di notte, dopo aver lavorato magari 14 ore al giorno. Ero single ed ero forte.
Oggi scrivo mentre i miei figli giocano o guardano un cartone o mentre mio marito prepara la cena. Non solo: parlo di quello che voglio scrivere, magari con un'amica mentre i nostri figli sguazzano nella piscina davanti a noi e noi ci scambiamo idee per i rispettivi progetti narrativi.
Per documentarmi, leggo saggi mentre mio marito legge una favola ai miei figli o insegna loro come travasare una pianta.
Il tempo per quello che amo mi sembra tempo rubato a quelli che amo. Ma perché dovrei sentirmi così? Perché non mi sento così quando cucino? Perché non mi sentirei così se stessi cucendo un vestito per Amelia?
Io non ci credo che una che nel 2011 si mette a cucire un vestitino lo fa per risparmiare: potrebbe andare al mercato e con 3 euro hai voglia comprare vestitini. Una che si mette a cucire un vestitino lo fa perché le piace, perché quello è il complemento di sé che le occorre.
Il mio complemento è la scrittura. I miei figli, ripensando a me, mi ricorderanno mentre danzo o leggo o scrivo (o cucino, cosa che pure mi piace fare), non mentre pulisco il bagno. Ai miei figli trasmetterò questo come piacere e altre cose invece le trasmetterò come necessità, non pensiate che abbiamo la colf o la cuoca o che in posta ci vada un mio avatar.
Ma non voglio che la mia vita appaia loro come 100% necessità: sarebbe un insulto ai nostri antenati, che, pur avendo vite molto più faticose delle nostre, riuscivano ugualmente a ritagliarsi un brevissimo momento per essere qualcosa di più che bestie da lavoro.
Io oggi posso permettermi di lavorare 7 ore al giorno, badare alla casa mettiamo un'ora al giorno, ascoltare le esigenze dei miei figli. Ma poi ci sono io.
Non si tratta di inseguire la passione. Si tratta di inseguire se stessi.

giovedì 7 luglio 2011

Niente sensi di colpa, please

Immaginiamo, come fa Wonder, uno scenario di genitore assente.
Immaginiamo che quel genitore sia io, e che abbia vinto il dottorato a Genova. Immaginiamo che il dottorato mi impegni fuori casa più di quanto avevo previsto e che io assecondi la mia passione, portando i bambini a scuola per le 7.30 e tornando con il treno delle otto di sera.
Non è una vita figa fatta di viaggi (a meno che di non considerare "viaggio" la vita del pendolare), non otterrei avanzamenti di carriera, non lo farei per i soldi. Lo farei per passione, esattamente come sono andata alle fiere di Lucca, Mantova, Torino, Milano.
Vedrei i miei figli molto meno, la gestione della casa sarebbe affidata a Luca, ma farei per 3 anni qualcosa che mi appassiona totalmente.
Avrei sensi di colpa? Forse verso Luca, che si troverebbe catapultato da una situazione di collaborazione ad avere il totale peso, senza una contropartita economica. Ma non verso i miei figli. Mi dispiacerebbe vederli di meno, così come mi dispiace vedere di meno mia madre o le mie amiche più lontane. Così come soffrirei ad avere meno tempo da passare con mio marito. Ma sensi di colpa no: magari soffriranno della mia mancanza come io soffro della loro, ma non mi considero insostituibile. Già adesso mi sostituiscono volentieri con i nonni, con gli educatori carinissimi del centro estivo, con gli amichetti e con il papà.
Non sarebbe una vita rose e fiori: sarebbe faticosa. Ma, se la scegliessi, se potessi e volessi sceglierla, una volta presa la decisione me ne andrei senza remore. Avrei dei ripensamenti se il mio nuovo lavoro non valesse la pena di tanti sacrifici, ma non per la mia nostalgia di casa. Come posso insegnare ai miei figli a volare, se poi io per prima non oso neanche aprire le ali?
Il dolore e la rinuncia sono la controparte del coraggio e della scelta. Non sono colpa di qualcuno, sono inevitabili. Bisogna accettarli e sopportarli quando arrivano, non farsene una colpa.

giovedì 9 giugno 2011

L'eterno ritorno

Stamattina, Amelia si lamenta di un minuscolo fastidio al mignolo del piede e io sospiro, per l'ennesima volta: "Quanto somigli a tua nonna!".
Sua nonna, che è anche mia mamma, è così attenta ai piccoli fastidi che un granello di sabbia nella scarpa potrebbe rovinarle una prima della Scala. Sua nonna, al contrario di me, che sono sua figlia e sono nata 6 giorni dopo di lei, è la rappresentazione perfetta del suo segno zodiacale, la Vergine: organizzata, ordinata, deve avere tutto sempre sotto controllo, non riesce a delegare.
Mia nonna, invece, mi somigliava di più. Infatti innumerevoli volte mia madre è sbottata con me: "Quanto somigli a tua nonna!".
Già, quanto somiglio a mia nonna. Forse perché, mutatis mutandis e per carità, io ho una vita più simile a quella che ha avuto lei.
Mia madre è cresciuta in un ambiente pronto ad aiutarla: i miei 4 nonni lavoravano in negozio e mi potevano tenere nel retrobottega, il suo lavoro era sicuro (e aveva trovato subito un posto statale, a 20 anni, appena uscita dall'ITIS), viveva in una casa dei miei nonni. Per dire: ha potuto permettersi di non mandarmi alla materna.
Io, pur con tutte le migliorie degli ultimi 60 anni, sono più simile a mia nonna: non ho nessun appoggio logistico fisso, a parte quelli che ho pagato. Mi trovo in balia della disponibilità dei nonni, che hanno necessità oggettive da anteporre alle mie (pure oggettive, ma mie). Mi trovo a vedere i miei bisogni disprezzati dallo Stato, esattamente come mia nonna nel dopoguerra.
E mi chiedo a volte se non valga la pena di fare fagotto e andarmene in un Paese civile.

lunedì 23 maggio 2011

Non è stanchezza

Non è stanchezza da blog, quella che a volte sentono i veterani e che le blogstar amano ostentare quando non hanno più niente da dire.
È proprio stanchezza fisica, quella che ti viene dopo settimane passate a correre tra il lavoro e gli impegni più piacevoli, immersa in un caldo africano dalla fine di aprile ad ora.
Intendiamoci: a me il caldo piace, molto di più del suo contrario. Ma lavorare tutto il pomeriggio in un ufficio torrido e poi infilarsi in un'auto incandescente non sono proprio toccasana, né per il corpo (da 3 giorni ho una tosse bastardissima, secca e insistente soprattutto di notte) né per lo spirito (quando torno a casa sono cattiva come un'ape, finché non riesco a rinfrescarmi e anche un po' dopo).
È anche la stanchezza che ti viene dopo due anni e mezzo passati a rincorrere un obiettivo e ritrovarsi da capo a cercare un disegnatore perché quello precedente ha uno stile che "non va bene" per ciò che le case editrici sono disposte a rischiare, ovvero il volume autoconclusivo.
È anche un po' lo sconforto nel trovarsi tra le mani un materiale nuovo, riconosciuto come buono, e temere di rifare tutta la trafila.
Trafila a cui mi sottopongo non solo e non tanto per vedere il mio nome sopra un codice ISBN, quanto per riuscire a tenere per le mani un mio prodotto finito.
Scrivere in prosa ti porta in un mercato più affollato e sicuramente più crudele, ma non rischi di rimanere per sempre a metà, col tuo bambino concepito ma mai nato, per mancanza di un "padre" che gli dia una forma definitiva.
Penso e ripenso a quello che voglio fare, che posso fare, alla fatica che ho fatto fin qui e a quella che sono disposta a fare. Penso che vale la pena di provare a cambiare, a cercare altre strade. Soprattutto, vale la pena di impiegare tempo ed energie in qualcosa che non debba aspettare i comodi e le risorse di un altro, per quanto convinto e coinvolto (ma mai quanto me).
Penso che vorrei avere il tempo e la pace mentale per fermarmi un attimo e mettere su carta ciò che mi passa per la mente in questi giorni, ma se mi fermo mi calpestano.
E penso anche al fatto che quest'anno non avrò a disposizione la lunga estate dell'anno scorso, anzi, mi aspetteranno anche un gran numero di straordinari.
Quando riuscirò a fermarmi e scrivere? Come mi piacerebbe poter "sprecare" una settimana di ferie per ritirarmi in un eremo. Farebbe anche più fresco di qui.

martedì 3 maggio 2011

Alfa e beta

La mia ultima lettura "in prosa" è stata questa. Un libro leggero ma non stupido, che ha per protagonista un maschio beta. Ovvero un maschio non alfa. Ovvero quello che in altra narrativa sarebbe lo sfigato.
Attenzione, non uno sfigato che aspira ad essere figo. Uno sfigato che vive la propria non-figaggine con serenità, con la consapevolezza che la razza umana si è conservata nei millenni proprio grazie ai maschi beta.
Infatti, pensa Charlie, chi si prendeva cura delle vedove e degli orfani quando i maschi alfa morivano in guerra? Chi mandava avanti la vita di tutti i giorni mentre i maschi alfa si pavoneggiavano e facevano gli eroi? Il maschio beta.
Ecco, è una piccola riflessione oziosa all'interno di un libro che poi prende tutt'altra strada, ma l'ho trovata interessante. Io ho sposato un maschio beta: uno a cui non interessa primeggiare, la cui aggressività è quella di pura sopravvivenza. Una persona di valore, ma senza nessun interesse nell'ostentarlo. Un uomo che ha molti talenti e molti interessi, ma che altre donne hanno snobbato perché non era abbastanza brillante. E dire che è pure caruccio.
Io invece sono nata alfa. Mi hanno sempre pompata perché fossi alfa: la più brillante, la più intelligente, quella che doveva fare chissà che. Il risultato, con un pompaggio del genere, è che il minimo passo falso rischia di farti sentire una fallita. Figurarsi per una che, dalle vette del suo master e con una carrierina avviata, si è ritrovata a fare la segretaria.
Beh, sapete una cosa? Lo so che non potrò completamente reprimere la mia natura, ma d'ora in poi voglio impegnarmi per essere beta. E per accettare che anche mia figlia lo è, e va bene così.
Al lavoro figo che ti porta via il cuore preferisco un lavoro tranquillo e tutto sommato con i suoi risvolti piacevoli, con colleghe gentili e interessanti, che mi lasci lo spazio per tutto il resto. Non rinuncio ad avere la mia opinione su alcune cose e a dirla, ma non voglio più essere trascinata in diatribe su chi è migliore. Non me ne è mai fregato niente di non essere ricca, ma adesso che non ho più l'acqua alla gola per via del nido mi godo quello che ho, anche se è poco. Casa mia non sarà una reggia, ma per la mia famiglia basta e avanza. E mi permette di ospitare anche gli amici, quando vogliono passare. Non sogno il SUV (anche se, a differenza del 90% di chi possiede il SUV, avrei le mie buone ragioni per avere un fuoristrada), anzi riesco a gioire di aver trovato una station wagon a metano d'occasione.
Penso quindi di essere sulla buona strada per diventare beta. Devo solo smettere di sentirmi ferita da chi guarda la mia carriera e/o i miei averi con espressione di disgusto o disprezzo. E considerarli dei poveretti, perché non mi serve avere ciò che ostentano loro per essere felice.

martedì 15 febbraio 2011

Brevi dal mondo reale

Mettetevi davanti al calendario e contate i giorni in cui i vostri figli sono "in vacanza" dalla scuola, senza che ci sia un servizio comunale sostitutivo (GREST o simili).
A me risultato 60 giorni di vacanza all'anno, escluse le mezze giornate della prima settimana di scuola ed eventuali mezze giornate dell'ultima settimana di giugno.
Prendiamo una famiglia come la mia, in cui io schifosa statale ho diritto a 32 giorni di ferie e mio marito 21: messi insieme, fanno 53 giorni, senza nessuna sovrapposizione.
Qualche genio mi dirà: ma chiedi ai nonni! Certo: peccato che i nonni lavorino anche loro e, a parte il fatto che le loro ferie non sono al mio servizio, spesso i loro impegni e le loro scadenze di lavoro non sono rimandabili.
Per ora, riesco a tamponare usando il congedo parentale. Che però mi serve anche per le malattie, dal momento che Ettore ha compiuto i 3 anni. Ma il contratto di mio marito non recepisce il congedo parentale.
Amarezza e disgusto. E non siamo ancora arrivati alle elementari.

lunedì 17 gennaio 2011

Vendere gioia

Ieri ho fatto un'esperienza molto bella: ho lavorato a un chioschetto che, all'interno di Eataly, distribuiva assaggi dei formaggi dell'azienda dove lavora Luca. Eravamo in 4: lui ed io, il titolare e la moglie.
Abbiamo venduto tantissimo (ma pare che in questo genere di promozione si venda 5 volte di più del normale), abbiamo parlato con un sacco di gente e abbiamo scoperto un mondo che mi era stato nominato più volte, ma che avevo solo sfiorato.
Per chi non lo sapesse, Eataly è una specie di superstore della gastronomia di qualità, legato ai presidi Slow Food e a iniziative di promozione dei prodotti tipici e genuini. Da pochissimi giorni, Eataly vende anche i formaggi delle Cascine Orsine ed è per presentare i nostri prodotti che ci è stata data la possibilità di promuoverli nello scorso weekend.
Eravamo posizionati ovviamente nella zona salumi&formaggi, al confine con la zona della carne e con una buona visuale sul banco delle verdure.
Ecco, io non so chi sia Farinetti e perché al proprietario dell'acqua Lurisia possa convenire mettere su Eataly invece di vendere tutto alla prima multinazionale e andare a godersi i soldi alle Bahamas. E non voglio neppure stare a speculare sul giro d'affari di Slow Food, di cui condivido la filosofia di fondo ma non sempre il modo in cui viene attuata, tantomeno le battaglie.
Mi limito a raccontarvi quello che ho osservato ieri e a spiegarvi perché mi sono sentita bene, nonostante le 6 ore in piedi e la sfacchinata di andare e venire da Torino in 24 ore con figli a carico (gentilmente babysitterati dai nonni locali).
La mia prima impressione, entrando nel negozio alle 10 del mattino, è stata di serenità e armonia. Mutatis mutandis, lo paragonerei a IKEA: una comunicazione pacata, la cura del dettaglio anche nel disporre le cipolle, la spiegazione delle scelte aziendali (per esempio, quella di non mettere il numerino al banco dei formaggi).
La seconda impressione, data dal giro di "perlustrazione" prima che cominciasse ad arrivare il grosso della gente, è stata quella di essere nel paese dei balocchi: che bella carne, che bel pesce, che belle verdure, quanti formaggi, che figata l'angolo dei libri (alcuni tra l'altro molto economici, nonostante fossero rilegati), oddio quanti utensili meravigliosi, impazzisco per la gazzosa e il chinotto della Lurisia, che profumo dall'angolo pizze e focacce, il chioschetto della gelateria San Pè.
Poi abbiamo cominciato a darci sotto con assaggi e vendite: tra le 10.30 e le 12.30 c'è stato un afflusso pazzesco di gente, sembrava che tutti volessero i nostri formaggi. Credo che, se avessimo messo all'asta le ultime vaschette di spettinato o l'ultima fetta di nostrano, le avremmo vendute per una bella cifra.
Il contatto con la gente è stato di due tipi: da un lato i clienti e dall'altro i dipendenti di Eataly. Questi ultimi erano tutti mediamente giovani e davano l'impressione di trovarsi proprio bene a lavorare lì, nonostante fosse domenica: sorridenti, gentili, non mancavano mai di scambiare due parole con i clienti (tipo la ragazza del banco verdure, vedendomi tirare fuori la borsa-palla di Decathlon: "Che figata! Dove l'hai presa?"), sembravano formare una squadra affiatata. Mi hanno ricordato il clima che si respirava nel mio master o nel mio primo posto di lavoro.
I clienti non mi sono sembrati molto diversi da quelli che vedo nei supermercati, ma con una differenza: tutti i loro bambini, da neonati a grandicelli, mi sono sembrati educatissimi, contenti e curiosi. Un'atmosfera molto diversa da quella dei bambini lagnosi trasportati nei carrelli della spesa al Bennet o all'Esselunga. Insomma, erano bambini in grado di non risvegliare l'Erode che c'è in me, nonostante fosse quasi ora di pranzo (e quindi un po' di nervosismo poteva starci, da parte mia e loro).
All'ora di pranzo, attirata da una tagliata bellissima, ho insistito brevemente con Luca per andare al ristorantino della carne. Io ho preso la famosa tagliata (ottima, ma secondo me di qualità leggerissimamente inferiore a quella delle Cascine Orsine) e ho molto apprezzato che fosse accompagnata non da una foglia di insalata simbolica, ma da qualche patata arrosto e da una bella insalatina di valerianella (volgarmente detta "galinetta" in dialetto pavese). Luca ha preso il goulash, ma ne è stato un po' deluso (abituato ai miei stufati e spezzatini, l'ha trovato un po' duretto).
Alla fine della giornata, mi sono ritrovata a pensare di aver sbagliato tutto il mio percorso professionale: forse non sarei tagliata per produrre cibo, ma venderlo è veramente il mio mestiere. Lo vedo come una missione, perché vendere buon cibo significa garantire agli altri un momento di piacere e di gioia.
E mi sono ritrovata a pensare con nostalgia alla macelleria di mio nonno.