giovedì 16 febbraio 2012

Del lavoro e altri demoni

Ultimamente sono capitate un po' di cose che mi hanno fatto rimuginare sul tema del lavoro, e non solo della sua conciliazione con la maternità: della sua conciliazione con le nostre esigenze e aspettative.
Fatto n. 1: messa alle strette dal marito per una serie di circostanze, una mia amica decide di lasciare il lavoro di libera professionista, che lei amava tanto e che ormai aveva ingranato, e cercarsi un part time da dipendente / co.co.co.
Fatto n. 2: un'altra amica, dipendente a tempo indeterminato in un'azienda che la tratta da schiava e per cui è costretta a fare la pendolare, si licenzia perché è stufa di aver voglia di vomitare ogni volta che fa la strada per l'ufficio. La capisco e spero che trovi presto un lavoro migliore.
Fatto n. 3: una terza amica viene presa in prova dall'azienda dei suoi sogni, a fare il lavoro che le piace e le viene meglio, con un orario part time decisamente comodo e uno stipendio più che dignitoso.
Fatto n. 4: ieri leggo da Emily un post che parla di un caso di tentata conciliazione tra datore di lavoro e lavoratrice tornata dalla maternità.
Il fatto è che io non so cosa pensare di questo sistema di lavoro. L'articolo 18 va benissimo, ma è anche il fallimento della nostra società. Perché? Perché in realtà, in un mercato del lavoro ricco e dinamico e in una società dove le tutele sociali sono ben gestite dallo Stato, l'articolo 18 e il mito del posto fisso non avrebbero ragione di esistere.
Prendiamo il mio caso. Non ho fatto fatica a trovare il mio primo lavoro, a 24 anni, e mi ci sono trovata così bene che, anni dopo, quando ormai ero da un'altra parte, il mio primo datore di lavoro è tornato a cercarmi. Ho rifiutato perché sapevo di voler mettere su famiglia e i ritmi di quell'azienda, che pure continuo ad amare, non sarebbero stati conciliabili con i miei, soprattutto durante i primi anni.
A volte ho rimpianto quella scelta, altre volte mi son detta che era indispensabile. Dopo la prima maternità, mi sono vista sottrarre un progetto che mi era stato promesso (e a cui avevo dato tutta la mia disponibilità). Sono entrata nello Stato, mi sono mortificata in un posto di lavoro orrendo a fare un lavoro per cui nessuno mi ha mai addestrata. E poi sono stata graziata con il trasferimento nel mio posto attuale.
Dal 2006 fino alla fine del 2010, ho dato a nido, tate, baby sitter e servizi comunali non meno di 400 euro al mese (in media 600/650, con punte di 1000, ovvero l'intero mio stipendo, nel mese di settembre). Sono stata costretta ad avere due auto, perché nel posto in cui vivo non è pensabile diversamente se entrambi lavorano.
Avrei fatto queste scelte se fossi stata sicura di trovare un lavoro alla fine di quel periodo? Io penso di no. Avrei sicuramente cercato di lavorare, magari da casa o magari part time, nel periodo tra un figlio e l'altro, ma non penso né che mi sarei trascinata una situazione così brutta per amore del posto fisso né che avrei odiato così tanto il ritorno al lavoro.
Ovviamente parlo per me: ci sono invece tante donne che sentono l'esigenza di tornare al lavoro pochi mesi dopo il parto. E per loro uno Stato civile potrebbe approntare nidi pubblici e servizi più aderenti alle esigenze del mondo del lavoro (per esempio, non una scuola con 3 mesi di vacanze estive e giorni di ferie sparsi a tradimento qua e là). Non parliamo poi del congedo parentale obbligatorio per i padri, che è ormai un mio vecchio cavallo di battaglia.
Adesso che i miei figli sono più grandi, la mia presenza sul lavoro è la stessa di una childfree: adesso, se non vivessi in uno Stato in cui il mercato del lavoro è veramente infame, potrei tornare a cercare un lavoro impegnativo, in grado di sfruttare le mie competenze e la mia maturità.
Per fortuna è quello che casualmente mi sta capitando nella mia struttura: sto crescendo in un ambito in via di sviluppo e probabilmente mi capiterà di fare cose interessanti.
E vedo che, nello Stato, il mio percorso è piuttosto comune: fai un periodo-purgatorio in cui, per via dei bambini piccoli, si sa che non sei affidabile (a meno che di non avere una mamma o suocera pensionate alle spalle), poi, se dimostri il tuo valore, la tua carriera riprende.
Ma quante aziende private se lo possono permettere? Perché, dal momento che si tratta di costi sociali, non se ne fa carico lo Stato? Ovviamente già paga i congedi parentali e le assenze per malattia dei figli (che inspiegabilmente non vengono sottoposte a controllo da parte del medico fiscale: perché?), ma i costi per le aziende sono molto più alti: ci sono lavori interrotti, sostituti da prendere al di là del periodo di congedo, magari anche decisioni da prendere in modo imparziale, cosa per cui sarebbe bene istituire una specie di giudice del lavoro.
E in questo caso il congedo parentale esteso ai padri può tamponare la questione solo parzialmente: in periodi particolarmente pieni per l'uno si può pesare più sull'altro, ma se i periodi di piena coincidono?
Insomma, io una soluzione in tasca non ce l'ho, ma mi chiedo se sono la sola a farmi certe domande.

25 commenti:

  1. Il congedo obbligatorio di paternità in discussione è di 4 giorni, fai tu. Sulla dinamicità del mercato del lavoro italiano, concordo pienamente con te. Per quanto riguarda le aziende,forse in molti lavori potrebbero sfruttare la flessibilità oraria e il telelavoro... Non credo sia un costo insormontabile, molte volte è più una questione pregiudiziale che non di costi.

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    1. No, beh, io parlo di un congedo vero: 4 giorni se li può prendere chiunque grattandoli dalle ferie, siamo seri...

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  2. Oggi sono inadatta a discutere con sobrietà di questo argomento. Le mie intense riflessioni sul rapporto tra lavoro e me stessa nel suo complesso oggi sono state particolarmente drammatiche.

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    1. Come dicevo su FB, oggi lasciamo perdere. Ne parliamo dopo il weekend :-)

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  3. qui negli USA anche le scuole sono chiuse per l'estate, ma le famiglie in cui entrambi lavorano mandano i bambini al day camp che e' un "campeggio" durante il quale i bambini stanno dalle 9 di mattina alle 4 del pomeriggio circa, o se sono piu' piccoli al child care. Ma non c'e' nulla di pagato dallo Stato, a parte che qui c'e il governo Federale e poi i singoli governi di ogni Stato. E non vedo perche' ci debba essere un contributo statale, cioe' dell'intera comunita' di contribuenti.
    Men che meno devono essere i privati ad accollarsele, perche' come dici tu ci sono sostituti da assumere, progetti interrotti o rallentati, ecc. ecc., e' la produttivita' ne risente. In entrambi i casi, sono soluzioni che alla lunga non sono sostenibili.
    Da noi il congedo parentale e' brevissimo, quando e' possibile, e comunque abbiamo molte meno garanzie di voi...cio' che vi promette il dannosissimo articolo 18 e' giustamente considerato un'assurdita' in tutto il resto del mondo.
    Quello che mi chiedo io e': come mai noi riusciamo a farcela con meno "sostegni" di voi? A conciliare il lavoro e la famiglia e le rinunce che entrambi comportano?
    A me sembra che abbiate molte lamentele, che vi preoccupiate solo dei vostri "diritti" il cui peso "deve" essere sostenuto da altri, e siate molto poco disposti a fare dei sacrifici. Visti i risultati, contenti voi...

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    1. Come fate? Ho qualche idea, ma dimmi tu:
      1) avete maggiore potere d'acquisto. Altrimenti non si spiega perché non ti girino le balle a pagare 3 mesi di summer school (io per due figli spendo quasi 600 euro al mese, in una struttura comunale, e sono a piedi in agosto e settembre - ho usato le ferie, i nonni e altri 250 euro per una settimana a una mia amica che mi ha fatto da baby sitter)
      2) avete maggiori flessibilità o orari meglio compatibili con una vita familiare. Per me una struttura che mi tiene i figli dalle 9 alle 4 comporta che entro in ufficio alle 9.30 ed esco alle 15.30, ovvero che lavoro 6 ore al giorno. Per carità, poi in teoria mio marito, che comincia alle 6, in teoria finirebbe alle 15.30. Ma in pratica non esce mai prima delle 16.30. E su questo punto, ovvero il celodurismo degli straordinari, si potrebbe scrivere un blogapposta.
      3) c'avete i superpoteri, come dimostrano i fumetti made in USA :-)
      Sul fatto che la collettività non si debba far carico della maternità (e paternità) non sono d'accordo. È vero che è una mia scelta personale, ma è anche vero che i miei figli sono coloro per cui costruisco il mio presente e il mio futuro, sia come privato sia come collettività. Se non tuteliamo i bambini (e le loro famiglie) in età prescolare, allora tanto vale che insistiamo a volere una scuola pubblica, una sanità pubblica, delle strutture sociali. Se non tuteliamo i lavoratori in una fase così delicata, tanto vale che smettiamo pure di tutelare la malattia: hai presente i danni che subisce un'azienda da una persona che resta malata per mesi (e che ovviamente ne avrebbe fatto volentieri a meno, dal momento che di solito le malattie lunghe sono tumori e affini)?

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  4. beh, i superpoteri e' ovvio, che li abbiamo, mica solo nei film...:)

    gli orari dei summer camp che ti ho detto sono indictaivi, ci sono orari diversi, anche piu' estesi.

    Il potere d'acquisto, misa' che in Europa avete il mito che gli Americani sono per definizione tutti ricchi...

    Abbiamo orari di lavoro molto piu' lunghi, perche' la maggiorparte di noi o ha piu di un lavoro per raggiungere un guadagno totale che permetta di sbarcare il lunario o se anche fa una professione come l'avvocato lavora molto di piu' di otto ore al giorno, compreso il weekend.

    Eppure l'Italia e' un Paese quasi a crescita zero e il nostro no.

    Ma l'ultima parte della tua risposta (di cui ti ringrazio) penso sia quella che centra il problema, senza fare sterili confronti su chi sia "piu' bravo".
    E cioe' che noi non crediamo nella struttura sociale pubblica, nel controllo dello stato centralizzato che ti dice cosa fare e come fare, che ti "tutela" e in cambio ti priva delle liberta' sostituendole coi diritti --che sono concessi, mentre le liberta' sono conquistate. Noi qui abbiamo la "liberta di...", non il diritto di.
    La vostra e' una concezione proletaria che alla luce dei fatti non e' sostenibile e vi ha danneggiato e danneggera' ancora se non cambiate mentalita'(cosa che non credo possibile).

    Dici che e' giusto tutelare le future generazioni? Le tutelate soffocando la vostra economia e sprecando tonnellato di denaro per mantenere chi non produce ma sfrutta la collettivita'? cosicche' i vostri figli avranno ancora meno possibilita' di trovare lavoro, di quelle che ha avuto la tua generazione (e anche quella prima), rimanendo in una situazione di adolescenza infinita, vivendo ancora a 40 anni coi genitori? Col miraggio di un posto fisso per tutta la vita, anche se non si e'produttivi, ecc. ecc. perche' la "comunita" (in astratto)deve farsene carico?

    Ti faccio un esempio: sai quanti italiani lavoratori dipendenti si fanno il vaccino dell'influenza? sai quanti non se lo fanno perche' tanto hanno 2 settimane pagate per poter stare a casa? Sai cosa succede a noi se stiamo a case per 2 settimane? che possiamo stare a casa ad oltranza perche' al nostro posto c'e' gia' qualcun altro.

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    1. ...contenta tu...

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    2. Anna, in quello che dici c'è sicuramente del vero. Ma non sono poi così convinta che la via americana sia quella giusta.
      Tu parli molto di produrre, dici di persone che fanno due lavori. Io penso che produrre denaro non sia il solo modo per contribuire alla comunità, non riesco più a credere in un sistema che vorrebbe crescere all'infinito: ci sarà pure un limite.
      Per te la risposta al costo dei summer camp può essere fare due lavori, per me sarebbe stare a casa a stipendio zero e occuparmi io dei miei figli. Pur non essendo patita di bambini, mi sembrerebbe assurdo lavorare 14 ore al giorno per potermi permettere di mandarli al centro estivo in modo da conservare il mio lavoro. Mi sembra un meccanismo perverso.
      Dall'altro lato, non sono neanche una fanatica del downshifting: so benissimo che spesso chi se ne infervora ha i mezzi per vivere comodamente anche senza lavorare. Io vivrei in ristrettezze, cosa che non penso farebbe poi così bene né a me né alla mia famiglia.
      Insomma, ti invidio la sicurezza con cui sostieni che il vostro sistema è migliore del nostro, e probabilmente per molti versi hai ragione. Ma credo che nemmeno voi abbiate trovato LA soluzione, o anche solo una situazione che io possa considerare migliore di quella che vivo adesso.
      E, parlando di malattie: se domani mi ammalassi di tumore in USA e ci fosse subito un altro pronto a prendere il mio posto, non mi sembrerebbe un sistema tanto equo.

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  5. Da un due spero presto di passare a un tre, grazie! :)

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  6. @Anna, condivido gran parte delle tue riflessioni ma non dimentichiamo che oggettivamente i sistemi di welfare americano ed europei sono diversissimi... Tutte le spese che effettuate per i vostri figli sono detraibili (o deducibili non so, non ho mai capito davvero la differenza) dalle tasse, mentre nel nostro Paese la tassazione raggiunge il 45% e non ci sono sgravi fiscali di alcun tipo per chi ha figli. I lavoratori dipendenti pagano profumatamente l'assistenza pubblica, e ti assicuro che molti di loro forse forse desidererebbero avere i soldi che si tiene lo stato per l'INPS e farsi un fondo pensione complementare (che pure detrai).


    Il mercato del lavoro è molto diverso e anche gli orari di lavoro, le disuguaglianze sociali ancora più marcate che in Italia (ok, noi arriviamo secondi ma insomma...). Avete una filantropia che funziona davvero (ma che è sorretta da un sistema fiscale che la incentiva).

    Non abbiamo il mito che siete tutti ricchi, ma che i vostri stipendi abbiano maggior potere di acquisto, che in Italia si è ridotto sempre più.

    Per il resto, concordo pienamente con il fatto che in Italia la cultura del diritto al lavoro ha completamente messo da parte l'idea che a un diritto corrisponde sempre una responsabilità, e che questa responsabilità è stata spesso dimenticata dai lavoratori dipendenti...

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  7. a Lorenza

    ti ringrazio molto. Hai ragione sulla diversita di tassazione e welfare, ma e' il classico circolo vizioso: le tasse che vi vampirizzano servono a mantenere chi se ne approfitta, come coloro raccomandati assunti per svolgere mansioni inutili ma che vengono conservati al loro posto, idipendenti pubblici che passano ore lontani dalla scrivania e poi magari sonopure maleducati quando andate a fare la fila per ore, i falsi invalidi, gli enti inutili, ecc. ecc.
    Vi auguro e auguro soprattutto ai vostri figli ( i giovani di oggi mi dispiace ma e' un'altra generazione bruciata) che qualcosa cambi, che ci sia meno egoismo che si spaccia per solidarieta' quando invece danneggia realmente il Paese e il suo futuro, che da troppo tempo si ripete uguale al passato.

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  8. >Certo in Europa abbiamo ritmi e sistemi diversi. Però è vero, molte mamme, soprattutto italiane, si lamentano e basta. Sicuramente il nostro è uno dei sistemi meno organizzati per i bambini (vedi la Francia). A me sembra giusto che ognuna faccia le sue scelte, tornare a lavorare (e i figli certo non ne muoiono, anzi), trovare o scegliere un part-time, restare a casa (mia madre lo ha fatto e io sono cresciuta nel mito del lavoro a tutti costi). Poi leggere che un marito impone alla moglie di lasciare il lavoro che ama per avere orari più flessibili...ma sai il mio dove andrebbe a finire? il problema è questo: in Italia le donne lavorano, sono in gamba, si sentono libere di scegliere come impostare la propria vita (una delle tre scelte che dicevo) e poi arriva il marito che ...per carità la sua carrira, per carità muovere un dito a casa, per carità restare a casa quando il figlio sta male (e la legge lo consente). Ma i mariti? Io sto per avere un bambino, già so che tornerò a lavorare alla fine dei tre mesi, non ho nonni vicino a casa. In qualche modo farò. Io ho portato, nutrito e curato questo bambino per 9 mesi, quando nasce voglio che mio marito faccia la sua parte. Amo il mio futuro bambino da morire ma voglio che cresca sapendo che sua madre ha diritto alle stesse aspirazioni di suo padre (se le ha) e alla stessa carriera se la vuole, altrimenti la nostra società non cambierà mai. Forse la ditte ci penalizzano anche perché noi ci mettiamo in questa posizione. Io ho lavorato finché ho potuto, fino all'ultimo giorno prima della maternità obbligatoria, certo sono stata fortunata, non ho mai avuto problemi, ma sapete quante ostetriche mi hanno guardato storto e quanti ginecologi mi hanno detto che se volevo un certificato me lo facevano? E quanta donne conosco che alla prima nausea si mettono a riposo per minaccia di aborto anche se non è vero? Quanto costiamo al nostro sistema di welfare se ci comportiamo tutte così? Non ci possiamo poi lamentare se quando torniamo dopo 9 mesi o un anno sul posto di lavoro quei mesi a sbafo ce li fanno ripagare tutti.

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    1. Cara anonima, l'esperienza mi ha insegnato che, prima di partorire, non puoi sapere che cosa farai dopo il parto. Io, con la mia prima figlia, ho chiesto la sospensione del contratto di co.co.co per 6 mesi per poter stare con lei un po' di più, cosa che prima di averla non avrei mai detto.
      Il punto è questo: ogni persona (perché ci metto dentro anche i padri, son mica di legno) dovrebbe avere il diritto di godersi i figli finché può e vuole. E il motivo per cui molte donne non lo fanno non è tanto il fatto che non si possono permettere 6 mesi o un anno senza uno stipendio (io l'ho fatto, e mi sono privata di meno cose rispetto agli anni in cui ho poi pagato il nido). Chi lo desidererebbe non lo fa perché in Italia lasciare il lavoro per una maternità equivale quasi certamente a lasciare per sempre un lavoro qualificato e soddisfacente.
      Inoltre, sono abbastanza certa del fatto che sia assolutamente possibile limitare i casi di abuso. Per esempio: se sei in gravidanza a rischio, sei soggetto alle visite fiscali, se la tua azienda le richiede. Significa che te ne devi stare in casa tutto il giorno, e non credo che per una persona sana sia poi così divertente. Oppure: perché la legge non prevede la visita fiscale per la malattia dei figli? Io ne sono una grande sostenitrice, dal momento che ho usato quel diritto solo quando ne avevo davvero bisogno.

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  9. Cara Lanterna,
    il punto è proprio questo. Ogni donna decide ma deve decidere in libertà se e quanto stare con i figli. Il fattore economico è sicuramente importante, ma non dovrebbe esserlo la carriera del marito (anche se a volte loro guadagnano di più e quindi va da sé). D'altra parte può capitare che certi lavori siano anche i nostri figli. Ce li siamo guadagnati a volte con dedizione e rinunce, grandi rinunce e siamo arrivate in cima perché eravamo le più brave e determinate. Certo nella vita si cambia cento e cento volte ma il giusto mezzo secondo me si deve trovare. Non escludo che quando avrò il mio bambino tra le braccia mi ricrederò e so che ci saranno tante altre priorità. So anche che ora non posso dire come veramente sarò tra 4 mesi. Ma se un uomo riesce a conciliare lavoro e famiglia e se tante donne riescono a farlo, io credo che il punto giusto per partire debba essere quello. Con tutta la flessibilità mentale che la situazione richiede. A proposito, scusa se non mi sono presentata. Mi chiamo Giulia.

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    1. Ciao Giulia, il fatto è che io non sono poi tanto sicura che gli uomini riescano così facilmente a conciliare famiglia e lavoro. Solo che per loro è culturalmente più facile preferire il lavoro. Tra gli uomini che conosco, la maggioranza esce di casa alle 8 del mattino e non ne rientra fino alle 7-8 di sera. Il che significa che vedono i loro figli a colazione e a cena (quando gli va bene). Io ho rinunciato a tornare nella mia prima ditta proprio per non dover fare questa vita. Mio marito sarebbe stato a casa con i bambini dalle 16.30-17, ed ero stracerta che non avrebbe avuto problemi a gestirli. Ma io non sarei stata con loro, e questo mi sembrava ingiusto e doloroso per tutti noi.
      Ecco, probabilmente gli uomini sono in genere abituati che "si fa così" e non si rendono neanche conto di ciò che perdono. Salvo poi dover costruire il rapporto con i propri figli quando questi sono ormai adulti.

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    2. Io ho avuto un padre che è sempre tornato dal lavoro a orari assurdi e devo dire che il mio rapporto con lui non ne ha risentito. Anzi. So che gli devo tantissimo, incluso quello che sono oggi per forza e carattere. D'altra parte mia sorella non ha rinunciato al suo lavoro e torna dopo le 5 e la figlia la adora. Come ho detto, è giusto che ogni donna faccia quello che sente: è l'unico modo. Meglio una mamma un po' più assente di una mamma frustrata perché non può lavorare. Poi certo, questa non è la regola. Io ho la vita un po' più facile, mio marito lavora molto a casa e il mio lavoro si presta ad essere organizzato. A parte alcuni viaggi che tutti e due cercheremo di gestire in modo che non coincidano. Però mi chiedo, perché la loro cultura non può cambiare? Non sarebbe l'ora che fosse qualche uomo a preferire il part-time? O a rinunciare a un pezzo (non dico tutta) di carriera? Se una mamma ragiona così e vuole fare carriera è dipinta come un mostro ma se un uomo non c'è mai è per questioni culturali. Io non voglio che mio figlio cresca con questa mentalità. Voglio che sappia che un figlio si fa in due e due persone lo alleveranno dividendosi in parti uguali tutti i momenti della sua vita e del loro lavoro nei limiti del possibile. Comunque, mi sono imbattuta nel tuo blog per caso e non voglio disturbarti più di tanto. Mi piace molto leggere tutte queste cose di mamme. Si impara tanto. Ciao-

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    3. Ma che disturbarmi, anzi! Le domande che ti fai me le sono poste anch'io e sono arrivata più o meno alle stesse tue conclusioni. E ci tengo a dirti che non considero male i genitori che hanno orari diversi dai miei: dico solo che ci vuole una notevole fiducia in se stessi e nelle persone che scegliamo come nostri sostituti. Io non ritenevo adeguati i miei sostituti, per quanto fossero amorevoli.
      Io penso che, negli strati culturalmente più elevati della nostra società, il cambiamento dei padri sia già in atto. Almeno speriamo!

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  10. lo sai che nel privato i permessi per la malattia dei bambini non sono restribuiti?la mia titolare mi ha chiamato e mi ha detto di prendere un permesso "normale" che per fortuna invece ci sono concessi.....e meno male c'è mia mamma che mi tiene la mia quando è malata altrimenti non so come avrei fatto.Lara

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    1. So che ci sono delle differenze con il pubblico, però non posso fare confronti con il contratto di mio marito perché la cosa è ancora diversa rispetto ai dipendenti privati "normali". Per esempio, il congedo parentale per il padre è previsto, ma senza retribuzione. Ed è anche per questo che alla prima gravidanza ho chiesto la sospensione del contratto: era meglio prendere il suo stipendio, più alto del mio.

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  11. Sai bene che non sei la sola anche se, con me, sei in pessima compagnia… io su questa diversa realtà ci avevo sbattuto il grugno prima di avere figli, prima della crisi, prima del mio posto “fisso”, ai tempi dei miei viaggi di tre-quattro settimane, che a me e ai miei capi e colleghi sembravano spropositatamente lunghi, incontravo ragazzi della mia età che se ne andavano in giro per mesi. Ma come fate ad assentarvi per così tanto? Chiedevo loro. Semplice, era la risposta, si licenziavano e, in un mercato del lavoro flessibile e meritocratico, cercavano e trovavano lavoro al rientro. Tutto bello, in una società flessibile. Purtroppo da noi pretende di essere flessibile solo il lavoro, ed in parte già lo è o è ancor più flessibile non-lavoro, e segue logiche che poco hanno a che vedere con il percorso formativo e le competenze.

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  12. Stanotte rimuginavo ulteriormente sull’argomento e mi è venuto un altro pensiero per il quale ci vorrebbe un blogapposta, ossia il malinteso secondo il quale il nostro lavoro si traduca soltanto nel nostro guadagno, sia in termini di stipendio sia in termini di soddisfazione personale. Purtroppo spesso è così e magari se uno fa un determinato lavoro, percepisce un congruo stipendio e magari si sente realizzato professionalmente si sente pure fortunato. Insomma non pensiamo a quello che il nostro lavoro dà agli altri. Certo, ci sono mestieri e professioni che più di altre si prestano a questo ragionamento, ma se un lavoro non serve a nessuno o causa addirittura infelicità, uno farebbe bene a chiedersi che diavolo sta facendo e chi glielo fa fare.
    P.S. A titolo di cronaca, ma Lanterna lo sa, sono un dipendente pubblico ed il mio lavoro è un’altalena di soddisfazioni e cocenti delusioni a cui sono approdata (ma non è detto che un giorno non decida di levare le ancore) dopo un percorso professionale che si confaceva a me, ma che ritenevo anche utile agli altri. Cerco di farlo al mio meglio o almeno di limitare i danni, nel rispetto di chi mi paga lo stipendio e di chi ne subisce gli effetti.

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    1. Oddio, sono responsabile di un tuo rimuginamento notturno, mi spiace!
      In realtà quello che dici è un po' quello che sostenevo quando, anni fa, il mio lavoro mi rendeva veramente infelice: i miei nonni non si ponevano neanche il problema, lavoravano per mangiare. Facevano qualcosa di utile e venivano pagati per questo.
      Io ero infelice e facevo un lavoro che percepivo come inutile (ti dico solo che avevo da fare 2 giorni al mese!), in un mercato del lavoro più dinamico mi sarei licenziata non solo perché avrei trovato un nuovo lavoro con più facilità, ma anche perché un lavoro inutile non avrebbe avuto motivo di esistere.
      E invece tu non sai quanti uffici ministeriali ho visto io, inutili ma occupati (o meglio, appartenenti a qualcuno che stava tutta la mattina alla macchinetta del caffè).

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    2. Sì, il problema è che trovo spesso l'equazione stipendio=spesa per andare a lavorare+spesa per la colf/babysitter/nido+spesa per pranzare e caffè alla macchinetta, ecc... tanto vale che me ne stia a casa.
      Sì, se il tuo lavoro non vale nulla. Oppure, cambia lavoro.
      (il tu è generico)

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