Vi metto qui per iscritto una fantasia di questa mattina presto. Ve la metto perché io non credo che avrò né voglia né energie per svilupparla, soprattutto alla luce della quantità di documentazione che mi richiederebbe e che non ho nessuna voglia di raccogliere.
Quindi, se qualcuno si sente ispirato, non si faccia scrupolo di usare questo spunto. Magari facendomi avere il risultato, ché fa sempre piacere leggere cose altrui.
Faccio una doverosa premessa: con la scusa di documentarmi su Jonathan Rhys Meyers (cosa che poi al limite dovrebbe fare il mio disegnatore), sono caduta nel tremendo gorgo della serie TV I Tudor. Se la prima serie era una lunga e imbarazzante serie di scopate (soprattutto la prima puntata, pareva un porno soft), nella seconda il sesso è stato un po' messo da parte a favore della violenza: i boia diventano figure immancabili, fino alla farsa del boia di Calais, chiamato per Anna Bolena e arrivato con un giorno di ritardo perché gli si è azzoppato il cavallo. Com'è probabilmente verosimile, i boia vengono rappresentati come persone che fanno un lavoro sgradevole e cercano di farlo con coscienza, né più né meno che un macellaio. Il motivo per cui fanno quel lavoro e non un altro è presto detto: se sei bravo (come il famoso boia di Calais), ti pagano bene e "vivi nell'agiatezza".
Quindi il boia avrebbe potuto essere addirittura un mestiere ambito, se non fosse stato socialmente riprovevole. Però i boia avranno pur avuto delle famiglie: chi sposava un boia? Una qualsiasi, perché tanto pecunia non olet, o una che non trovava altri buoni partiti?
Io sono partita dal presupposto che per un boia sposarsi "bene" non fosse tanto facile, per via delle convenzioni sociali. E ho pensato a una coppia che potrebbe essere protagonista di una serie di gialli classici, tipo quelli di Fratello Cadfael.
Lui, un boia di una cittadina abbastanza tranquilla: qualche ladro da impiccare ogni tanto, briganti, omicidi, niente di che. Un uomo forte, di aspetto piacevole, mite e per niente compiaciuto del proprio lavoro. Uno che ci è capitato per caso, come mio nonno che è finito a lavorare nei macelli pur essendo il figlio di un ciabattino, oppure per tradizione di famiglia: non importa più di tanto. Uno che magari studia di nascosto anatomia e/o testi medici per capire come svolgere meglio il proprio lavoro (ricordiamo che all'epoca il boia sovrintendeva anche alla tortura).
Lei, una bisbetica non troppo domata. Figlia di un mercante i cui magazzini sono andati in fumo, era troppo povera e troppo linguacciuta perché qualche borghese la sposasse. Quando l'ha chiesta in sposa il boia, la famiglia ha accettato perché quello era il partito migliore a cui lei potesse aspirare. È intelligente, è istruita (ha potuto studiare quando il padre era ancora ricco), è curiosa come si addice ai migliori detective. Ha partorito due gemelli al primo colpo, ma poi non è più riuscita ad avere figli: la cosa non l'affligge per niente, perché sua madre e una sorella sono morte di parto e lei ne è terrorizzata. Chiede spesso consiglio alla nonna, che fa la levatrice, ha uno spirito non molto diverso dal suo e il piglio dell'avventuriera (ha avuto 3 mariti, ognuno con un mestiere più esotico del precedente).
La coppia funziona bene: lei si è inaspettatamente innamorata di quel marito così impresentabile, lui ama anche i suoi molti difetti caratteriali. Lui spesso le confida i dettagli dei casi su cui dovrà "intervenire", lei coglie e sottolinea le incongruenze, gli instilla dubbi. Dal dubbio nascono le indagini, ripeto, da giallo classico.
Se dovessi scegliere un'epoca in cui ambientare questa storia, direi o 1300 o metà 1500: entrambe sono epoche in cui l'incertezza politica e religiosa ha causato un aumento della criminalità, vera o presunta.
Se dovessi scegliere un luogo in cui ambientare questa storia, penserei o alla Lombardia o alle Fiandre, ma io probabilmente sceglierei la Lombardia perché ho più possibilità di documentarmi e perché dopotutto sono laureata in Arte Lombarda.
Però ormai questa storia non è più mia, diventa vostra. Eccola qui, per chi la volesse usare.
venerdì 6 agosto 2010
martedì 3 agosto 2010
Consiglio di lettura
Recentemente, su FB, mi è capitato di parlare con Piattini di libri riguardo l'emancipazione femminile, la conciliazione famiglia-lavoro, ecc. Le ho consigliato una biografia di Maria Teresa d'Austria, che secondo me è stata un grandissimo esempio in molti sensi: ha infranto la legge salica (che impediva alle donne di ereditare un regno), ha governato un impero problematico come quello Austroungarico apportando molti miglioramenti, ha patrocinato la nascita dell'Illuminismo nel proprio territorio e, last but not least, ha gestito una famiglia di più di 15 figli tra sopravvissuti e non.
Poi, domenica, ci è venuto lo sghiribizzo di andare a fare un giro a Mantova, per mostrare a Luca e ai bambini una delle città d'arte che amo di più. Per un colpo di fortuna, nonostante fosse formalmente chiuso, siamo riusciti a visitare anche gli appartamenti di Isabella d'Este, ultima marchesa di Mantova. Ed ecco che mi viene spontaneo un altro consiglio di lettura, ovvero Rinascimento privato di Maria Bellonci.
Questo romanzo, che finge di essere un'autobiografia di Isabella, mi ha accompagnata da quando avevo 12 anni: l'ho riletto molte volte e ogni volta con uno spirito diverso.
C'è stato persino un periodo in cui ho condiviso con Isabella la consapevolezza di volermi accompagnare a un uomo che non sarebbe mai stato completamente contento di una mia piena affermazione professionale, che non avrebbe condiviso la pienezza dei miei sogni per invidia e miopia. Per fortuna oggi capisco Isabella, che non aveva scelta e prese il buono del marito assegnatole, ma non condivido la sua sorte, perché mio marito non è per niente invidioso di un mio eventuale successo e anzi, vorrebbe che fossi più felice e che potessi impiegare i miei talenti.
Isabella aveva talento per il governo, e lo dimostrò sia durante la prigionia del marito sia quando fu reggente per il figlio Federico, ancora troppo giovane per succedere al padre. Purtroppo né il primo né il secondo si dimostrarono mai grati per il buon servizio reso allo Stato.
Francesco, il marito, grandissimo puttaniere tornato dal fronte con la sifilide, cercò sempre di più di isolarla, seguendo i consigli di un personaggio un po' equivoco e corrotto.
Federico, il figlio, divenne sempre più succube di una donna sposata, Isabella Boschetta, per cui sperperò enormi somme di denaro (per esempio facendo costruire Palazzo del Tè).
Ecco, oggi forse mi identifico di più nell'ultima parte della vita di Isabella: quella in cui si assiste alle scelte dei propri figli e bisogna imparare a non intervenire troppo, soffrendo in silenzio se le cose non vanno proprio come ce le eravamo augurate.
Ho assistito troppe volte a contrasti tra suocera e nuora per illudermi che non capiti anche a me. Ho visto anche suocere struggersi per generi che non approvavano: mia madre, per esempio.
Ho ripetuto tante volte che l'approvazione di mia madre non è mai stata fondamentale per me. Per esempio, il fatto che lei non approvasse il mio fidanzato dei 20 anni (non per la differenza d'età, ma per lui in sé) non mi aveva mai dissuasa dal frequentarlo.
Ma, quando tra noi finì e in malo modo, mi resi conto che l'istinto di mia madre le aveva suggerito che si trattava di una persona non limpida e non adatta a me.
Infatti, quando poi mi innamorai di Luca, cercai di fare in modo che mia mamma potesse vederlo appena possibile. Non con una presentazione ufficiale in famiglia: figurarsi, non sarebbe da noi. Mia madre venne a vederci mentre ci esibivamo col gruppo di teatro di strada a Broni, e il fatto che Luca non le desse "vibrazioni negative" fu per me un enorme sollievo.
Poi in effetti la presentazione "ufficiale" seguì a breve: a Santo Stefano, dopo un Natale rocambolesco in cui Luca era andato a Torino e aveva perso il cellulare con dentro ogni mio riferimento, Luca venne a pranzo a casa dei miei (avevamo la tradizione di fare il pranzo "solo salmone" tra di noi, per riprenderci dalla pesantezza del pranzo ufficiale coi nonni). E si addormentò secco sul divano, piegato dal tanto cibo e dallo spumante.
Tuttora, quando andiamo dai miei, Luca viene preso da sonnolenze insolite, nonostante mia madre non cucini né troppo né in modo troppo pesante.
Ecco, io spero di essere fortunata come mia madre: che, magari dopo qualche sbandata, i miei figli trovino una persona che io personalmente magari non sposerei, ma che li faccia star bene e riscuota la mia stima.
Poi, domenica, ci è venuto lo sghiribizzo di andare a fare un giro a Mantova, per mostrare a Luca e ai bambini una delle città d'arte che amo di più. Per un colpo di fortuna, nonostante fosse formalmente chiuso, siamo riusciti a visitare anche gli appartamenti di Isabella d'Este, ultima marchesa di Mantova. Ed ecco che mi viene spontaneo un altro consiglio di lettura, ovvero Rinascimento privato di Maria Bellonci.
Questo romanzo, che finge di essere un'autobiografia di Isabella, mi ha accompagnata da quando avevo 12 anni: l'ho riletto molte volte e ogni volta con uno spirito diverso.
C'è stato persino un periodo in cui ho condiviso con Isabella la consapevolezza di volermi accompagnare a un uomo che non sarebbe mai stato completamente contento di una mia piena affermazione professionale, che non avrebbe condiviso la pienezza dei miei sogni per invidia e miopia. Per fortuna oggi capisco Isabella, che non aveva scelta e prese il buono del marito assegnatole, ma non condivido la sua sorte, perché mio marito non è per niente invidioso di un mio eventuale successo e anzi, vorrebbe che fossi più felice e che potessi impiegare i miei talenti.
Isabella aveva talento per il governo, e lo dimostrò sia durante la prigionia del marito sia quando fu reggente per il figlio Federico, ancora troppo giovane per succedere al padre. Purtroppo né il primo né il secondo si dimostrarono mai grati per il buon servizio reso allo Stato.
Francesco, il marito, grandissimo puttaniere tornato dal fronte con la sifilide, cercò sempre di più di isolarla, seguendo i consigli di un personaggio un po' equivoco e corrotto.
Federico, il figlio, divenne sempre più succube di una donna sposata, Isabella Boschetta, per cui sperperò enormi somme di denaro (per esempio facendo costruire Palazzo del Tè).
Ecco, oggi forse mi identifico di più nell'ultima parte della vita di Isabella: quella in cui si assiste alle scelte dei propri figli e bisogna imparare a non intervenire troppo, soffrendo in silenzio se le cose non vanno proprio come ce le eravamo augurate.
Ho assistito troppe volte a contrasti tra suocera e nuora per illudermi che non capiti anche a me. Ho visto anche suocere struggersi per generi che non approvavano: mia madre, per esempio.
Ho ripetuto tante volte che l'approvazione di mia madre non è mai stata fondamentale per me. Per esempio, il fatto che lei non approvasse il mio fidanzato dei 20 anni (non per la differenza d'età, ma per lui in sé) non mi aveva mai dissuasa dal frequentarlo.
Ma, quando tra noi finì e in malo modo, mi resi conto che l'istinto di mia madre le aveva suggerito che si trattava di una persona non limpida e non adatta a me.
Infatti, quando poi mi innamorai di Luca, cercai di fare in modo che mia mamma potesse vederlo appena possibile. Non con una presentazione ufficiale in famiglia: figurarsi, non sarebbe da noi. Mia madre venne a vederci mentre ci esibivamo col gruppo di teatro di strada a Broni, e il fatto che Luca non le desse "vibrazioni negative" fu per me un enorme sollievo.
Poi in effetti la presentazione "ufficiale" seguì a breve: a Santo Stefano, dopo un Natale rocambolesco in cui Luca era andato a Torino e aveva perso il cellulare con dentro ogni mio riferimento, Luca venne a pranzo a casa dei miei (avevamo la tradizione di fare il pranzo "solo salmone" tra di noi, per riprenderci dalla pesantezza del pranzo ufficiale coi nonni). E si addormentò secco sul divano, piegato dal tanto cibo e dallo spumante.
Tuttora, quando andiamo dai miei, Luca viene preso da sonnolenze insolite, nonostante mia madre non cucini né troppo né in modo troppo pesante.
Ecco, io spero di essere fortunata come mia madre: che, magari dopo qualche sbandata, i miei figli trovino una persona che io personalmente magari non sposerei, ma che li faccia star bene e riscuota la mia stima.
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lunedì 2 agosto 2010
Frivolezza
Viola procede bene, per quanto ancora in fase embrionale: il disegnatore, di cui ancora non annuncio il nome per scaramanzia, ha fatto i primi bozzetti dei personaggi e non mi sono ancora riavuta dalla sorpresa e dal piacere di vedere finalmente in faccia le persone a cui ho dedicato e dedicherò gran parte del mio tempo libero.
La figura che mi entusiasma di più è proprio quella di Viola: la rappresenta perfettamente e, secondo me, non c'è niente di simile nel panorama attuale del fumetto italiano. Ma, appena potrò, lascerò giudicare a voi.
Proprio perché il mio disegnatore è un maschio di quelli di una volta (per intenderci: si identifica in Luca, che ho modellato su mio marito), ha lasciato a me la definizione dei dettagli dell'abbigliamento. Il che non è 'sto grande sbattimento per i maschi (che ho lasciato per ultimi, certa che verranno liquidati in mezz'ora di lavoro ciascuno), ma è una bella sfida per le donne.
Certo, sarebbe comodo fare come in Dampyr: per ogni personaggio, una tenuta "classica" per ogni stagione e fine del discorso.
Ma il mio disegnatore ed io amiamo complicarci la vita, oltre al fatto che vorremmo un effetto realistico.
E allora, da stamattina, sono al lavoro tra vestiti miei, vecchie riviste di moda (stiamo parlando di vestiti che dovevano essere plausibili 10 anni fa) e ricerche online.
Sono partita dai personaggi che appaiono di meno: Chiara, l'oggetto del desiderio di Stefan, e suo marito Carlo.
Carlo è facile: fa il contadino e il casaro, i riferimenti visivi atemporali sono centinaia.
Per Chiara, volevo uno stile particolare, qualcosa che la distinguesse nettamente sia da Viola sia dalle riviste di moda. Ho ripescato qualche gonna lunga di velluto e le ho abbinate a maglioni semplici a collo alto, ho giocato con gioielli antichi ed etnici per dare un tocco particolare e insomma, mi sembra che il risultato sia originale senza essere eccessivamente eccentrico.
Poi, dal momento che siamo in estate, mi è venuto comodo spostarmi sui vestiti estivi di Viola: alcuni capi del 2000 che non mi entrano più ma che ho miracolosamente conservato, abbinati ad accessori semplici e a qualche collanina discreta.
Al momento, mi sono fermata a raccogliere le idee per il vestiario invernale, ma mi sembra di essere a buon punto. Ovviamente le fashioniste all'ascolto sono avvisate: se nel prodotto finale troveranno anacronismi o mancanze di buongusto, mi bacchettino!
Aggiornamento: per il look estivo di Darius, mi sono ispirata al suo modello Jonathan Rhys Meyers. Ecco, giusto per discolparmi di ogni tamarritudine: non sono io a considerarlo elegante, è lui che si considera così e gli piace. Purtroppo.
La figura che mi entusiasma di più è proprio quella di Viola: la rappresenta perfettamente e, secondo me, non c'è niente di simile nel panorama attuale del fumetto italiano. Ma, appena potrò, lascerò giudicare a voi.
Proprio perché il mio disegnatore è un maschio di quelli di una volta (per intenderci: si identifica in Luca, che ho modellato su mio marito), ha lasciato a me la definizione dei dettagli dell'abbigliamento. Il che non è 'sto grande sbattimento per i maschi (che ho lasciato per ultimi, certa che verranno liquidati in mezz'ora di lavoro ciascuno), ma è una bella sfida per le donne.
Certo, sarebbe comodo fare come in Dampyr: per ogni personaggio, una tenuta "classica" per ogni stagione e fine del discorso.
Ma il mio disegnatore ed io amiamo complicarci la vita, oltre al fatto che vorremmo un effetto realistico.
E allora, da stamattina, sono al lavoro tra vestiti miei, vecchie riviste di moda (stiamo parlando di vestiti che dovevano essere plausibili 10 anni fa) e ricerche online.
Sono partita dai personaggi che appaiono di meno: Chiara, l'oggetto del desiderio di Stefan, e suo marito Carlo.
Carlo è facile: fa il contadino e il casaro, i riferimenti visivi atemporali sono centinaia.
Per Chiara, volevo uno stile particolare, qualcosa che la distinguesse nettamente sia da Viola sia dalle riviste di moda. Ho ripescato qualche gonna lunga di velluto e le ho abbinate a maglioni semplici a collo alto, ho giocato con gioielli antichi ed etnici per dare un tocco particolare e insomma, mi sembra che il risultato sia originale senza essere eccessivamente eccentrico.
Poi, dal momento che siamo in estate, mi è venuto comodo spostarmi sui vestiti estivi di Viola: alcuni capi del 2000 che non mi entrano più ma che ho miracolosamente conservato, abbinati ad accessori semplici e a qualche collanina discreta.
Al momento, mi sono fermata a raccogliere le idee per il vestiario invernale, ma mi sembra di essere a buon punto. Ovviamente le fashioniste all'ascolto sono avvisate: se nel prodotto finale troveranno anacronismi o mancanze di buongusto, mi bacchettino!
Aggiornamento: per il look estivo di Darius, mi sono ispirata al suo modello Jonathan Rhys Meyers. Ecco, giusto per discolparmi di ogni tamarritudine: non sono io a considerarlo elegante, è lui che si considera così e gli piace. Purtroppo.
lunedì 26 luglio 2010
Impressioni
Nel mondo reale, l'impressione che si riceve da una persona la si ricava da tantissimi elementi: l'aspetto fisico, la postura, il tono di voce, il linguaggio, le espressioni facciali, lo stile nel vestire, il modo di relazionarsi con gli altri, eccetera.
Nel mondo virtuale, invece, spesso abbiamo pochi elementi per valutare una persona. Spesso capita che ci sia uno scollamento tra la figura dell'autore di un blog così come la ricaviamo dai suoi post e la persona reale.
Capita un po' la stessa cosa di quando ricaviamo l'impressione di una persona dai racconti fatti dai suoi conoscenti: oltre a non averla mai vista di persona, ne abbiamo racconti sicuramente parziali, nel bene o nel male.
Tra blogger, succede spesso di chiedersi: ma tu l'hai incontrata/o quella/o lì? come ti è sembrata/o? Insomma, si mette in conto che lo scollamento ci sia e lo si vuole misurare.
Io non so come appaio in queste pagine, ma spesso chi mi incontra dopo aver letto anni di Mignolo col Prof dice di avermi immaginata proprio così. Al massimo, più alta.
Recentemente, mi è capitato di essermi stupita incontrando Wonder, che pare ancora più ragazzina di quello che mi immaginavo dalle sue pagine, e MammainD, che quando la vedi ti chiedi come faccia ad avere già 3 figli. Però si tratta di differenze solo fisiche: quando ci parli, le riconosci in tutto e per tutto.
Invece, un blog che secondo me non rende per niente la complessità e la piacevolezza della persona reale è momatwork. Leggendo solo il suo blog, mi rendo conto che è facile considerarla di volta in volta una talebana di varie fedi (allattamento, pedagogia, ecologia, neofemminismo, ecc.) o un bastian contrario o un'eterna scontenta. E invece, conoscendola di persona (privilegio che ho da 2 anni), ti rendi conto che è una persona piacevole e contenta di quello che ha, che però non si accontenta di rimanere in superficie e preferisce approfondire. E che le sue riflessioni non sono calate dall'alto, ma si modellano sulla personalità della sua famiglia e sulle esigenze dei suoi figli.
Quello che nel blog sembra un umorismo sarcastico e spesso un po' amaro si rivela una grande autoironia nella vita reale. Quello che nel blog sembra un tentativo di "sistematizzare" le esperienze è in realtà desiderio di contestualizzare il più possibile gli episodi raccontati. Quello che nel blog può apparire talebanesimo è in realtà lo specchio di un rigore senza fanatismo.
Il fatto è che ogni tanto questa immagine del blog prende il sopravvento sulla realtà anche per me, se non ci sentiamo da un po'. Non parliamo poi di mio marito, che legge ogni tanto il blog ma la maggior parte delle volte sa solo che ci siamo scambiate qualche mail o abbiamo chattato.
Si spiega così la frase con cui Luca se n'è uscito ieri, dopo che abbiamo salutato momatwork e famiglia in partenza per la Provenza: Si sta proprio bene con maw e l'udt. Pronunciato con tono quasi stupito. Al che io gli ho fatto notare che anche le altre volte che ci siamo visti, 2 anni fa, siamo stati bene. E lui mi ha risposto che sì, eravamo stati bene, ma col tono di uno che quasi se n'era dimenticato. Beh, sarà il caso di rinfrescarci la memoria più di frequente, perché persone così non si trovano tutti i giorni.
In parallelo, con momatwork è capitato di riparlare dal vivo di un post sui confronti in cui avevo fatto alcune affermazioni su Ettore. Ricordandosi di Amelia alla stessa età di Ettore, maw mi dice che secondo lei Ettore non è tanto più avanti di Amelia a 2 anni e mezzo. In effetti, mi sono ritrovata ad analizzare ciò che Ettore può aver detto in sua presenza e mi sono accorta che, nei 2 giorni in cui abbiamo avuto ospiti, Ettore ha parlato poco e niente. Ha sì giocato con i Minici e si è divertito, ma non ha detto più del necessario.
Poi oggi, dopo una giornata dai nonni con Amelia, Ettore torna a casa tutto contento e mi dice: Ciao, sono arrivato, papà sta lavando la macchina. Non ha una buona pronuncia, ok, ma mi dice le frasi che direbbe un adulto, con tutti gli articoli al posto giusto e i tempi verbali coniugati. Amelia alla sua età si limitava ad accoppiare le parole in frasi.
Insomma, un cambiamento pazzesco da Ettore com'è in famiglia a Ettore com'è con estranei, anche se ci si affeziona e ci sta bene. Penso che sarà un fattore da non sottovalutare, nei colloqui con educatori e insegnanti.
Nel mondo virtuale, invece, spesso abbiamo pochi elementi per valutare una persona. Spesso capita che ci sia uno scollamento tra la figura dell'autore di un blog così come la ricaviamo dai suoi post e la persona reale.
Capita un po' la stessa cosa di quando ricaviamo l'impressione di una persona dai racconti fatti dai suoi conoscenti: oltre a non averla mai vista di persona, ne abbiamo racconti sicuramente parziali, nel bene o nel male.
Tra blogger, succede spesso di chiedersi: ma tu l'hai incontrata/o quella/o lì? come ti è sembrata/o? Insomma, si mette in conto che lo scollamento ci sia e lo si vuole misurare.
Io non so come appaio in queste pagine, ma spesso chi mi incontra dopo aver letto anni di Mignolo col Prof dice di avermi immaginata proprio così. Al massimo, più alta.
Recentemente, mi è capitato di essermi stupita incontrando Wonder, che pare ancora più ragazzina di quello che mi immaginavo dalle sue pagine, e MammainD, che quando la vedi ti chiedi come faccia ad avere già 3 figli. Però si tratta di differenze solo fisiche: quando ci parli, le riconosci in tutto e per tutto.
Invece, un blog che secondo me non rende per niente la complessità e la piacevolezza della persona reale è momatwork. Leggendo solo il suo blog, mi rendo conto che è facile considerarla di volta in volta una talebana di varie fedi (allattamento, pedagogia, ecologia, neofemminismo, ecc.) o un bastian contrario o un'eterna scontenta. E invece, conoscendola di persona (privilegio che ho da 2 anni), ti rendi conto che è una persona piacevole e contenta di quello che ha, che però non si accontenta di rimanere in superficie e preferisce approfondire. E che le sue riflessioni non sono calate dall'alto, ma si modellano sulla personalità della sua famiglia e sulle esigenze dei suoi figli.
Quello che nel blog sembra un umorismo sarcastico e spesso un po' amaro si rivela una grande autoironia nella vita reale. Quello che nel blog sembra un tentativo di "sistematizzare" le esperienze è in realtà desiderio di contestualizzare il più possibile gli episodi raccontati. Quello che nel blog può apparire talebanesimo è in realtà lo specchio di un rigore senza fanatismo.
Il fatto è che ogni tanto questa immagine del blog prende il sopravvento sulla realtà anche per me, se non ci sentiamo da un po'. Non parliamo poi di mio marito, che legge ogni tanto il blog ma la maggior parte delle volte sa solo che ci siamo scambiate qualche mail o abbiamo chattato.
Si spiega così la frase con cui Luca se n'è uscito ieri, dopo che abbiamo salutato momatwork e famiglia in partenza per la Provenza: Si sta proprio bene con maw e l'udt. Pronunciato con tono quasi stupito. Al che io gli ho fatto notare che anche le altre volte che ci siamo visti, 2 anni fa, siamo stati bene. E lui mi ha risposto che sì, eravamo stati bene, ma col tono di uno che quasi se n'era dimenticato. Beh, sarà il caso di rinfrescarci la memoria più di frequente, perché persone così non si trovano tutti i giorni.
In parallelo, con momatwork è capitato di riparlare dal vivo di un post sui confronti in cui avevo fatto alcune affermazioni su Ettore. Ricordandosi di Amelia alla stessa età di Ettore, maw mi dice che secondo lei Ettore non è tanto più avanti di Amelia a 2 anni e mezzo. In effetti, mi sono ritrovata ad analizzare ciò che Ettore può aver detto in sua presenza e mi sono accorta che, nei 2 giorni in cui abbiamo avuto ospiti, Ettore ha parlato poco e niente. Ha sì giocato con i Minici e si è divertito, ma non ha detto più del necessario.
Poi oggi, dopo una giornata dai nonni con Amelia, Ettore torna a casa tutto contento e mi dice: Ciao, sono arrivato, papà sta lavando la macchina. Non ha una buona pronuncia, ok, ma mi dice le frasi che direbbe un adulto, con tutti gli articoli al posto giusto e i tempi verbali coniugati. Amelia alla sua età si limitava ad accoppiare le parole in frasi.
Insomma, un cambiamento pazzesco da Ettore com'è in famiglia a Ettore com'è con estranei, anche se ci si affeziona e ci sta bene. Penso che sarà un fattore da non sottovalutare, nei colloqui con educatori e insegnanti.
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martedì 20 luglio 2010
Tornare bambini
Faccio una doverosa premessa: come si può evincere anche da questo post di una nostra amica, ci stiamo interessando di pipistrelli. Perché? Perché, in un luogo che non può e non deve fare una disinfestazione, i pipistrelli sono un'arma contro le zanzare.
Qui nel parco del Ticino, come può ben testimoniare chi è stato nostro ospite, le zanzare sono un problema grave: sono numerosissime, hanno una fame spaventosa e diventano un serio ostacolo alle uscite serali, soprattutto se si hanno bambini.
Quindi, a me (ma anche ai nostri vicini) viene naturale incentivare tutte la creature che se ne nutrono: non ammazzo i ragni né tolgo le loro ragnatele, cerco di proteggere i nidi delle rondini dai gatti, faccio i salti di gioia se vedo un rospo o una rana un po' più grandi degli altri, venero i pipistrelli come una divinità.
Recentemente, in un luogo qui vicino, durante lavori di manutenzione è stata trovata una colonia di pipistrelli. Avvisati, i guardiaparco hanno azzardato l'ipotesi che sia la più grande d'Europa.
Ieri, verso le nove, siamo andati a perlustrare il luogo, sperando di poter mostrare ai bambini qualche pipistrello vagante. Invece ci siamo accorti che era stata dimenticata aperta una porticina. Siamo entrati a turno, abbiamo lasciato che i nostri occhi si abituerassero al buio e ci siamo trovati faccia a faccia con pareti e volta gremiti di pipistrelli pigolanti, di cui molti impegnati nella fase di allattamento e svezzamento dei piccoli.
Non abbiamo fatto foto, non abbiamo toccato nulla, non abbiamo neppure illuminato con una torcia. Li abbiamo solo guardati, beatamente, per pochi minuti in tutto.
Mi sono sentita come quando da piccola leggevo i libri di Konrad Lorenz e sognavo di diventare etologa, circondata di animali e con l'unico scopo di studiarli.
Forse non sono cambiata poi così tanto.
Qui nel parco del Ticino, come può ben testimoniare chi è stato nostro ospite, le zanzare sono un problema grave: sono numerosissime, hanno una fame spaventosa e diventano un serio ostacolo alle uscite serali, soprattutto se si hanno bambini.
Quindi, a me (ma anche ai nostri vicini) viene naturale incentivare tutte la creature che se ne nutrono: non ammazzo i ragni né tolgo le loro ragnatele, cerco di proteggere i nidi delle rondini dai gatti, faccio i salti di gioia se vedo un rospo o una rana un po' più grandi degli altri, venero i pipistrelli come una divinità.
Recentemente, in un luogo qui vicino, durante lavori di manutenzione è stata trovata una colonia di pipistrelli. Avvisati, i guardiaparco hanno azzardato l'ipotesi che sia la più grande d'Europa.
Ieri, verso le nove, siamo andati a perlustrare il luogo, sperando di poter mostrare ai bambini qualche pipistrello vagante. Invece ci siamo accorti che era stata dimenticata aperta una porticina. Siamo entrati a turno, abbiamo lasciato che i nostri occhi si abituerassero al buio e ci siamo trovati faccia a faccia con pareti e volta gremiti di pipistrelli pigolanti, di cui molti impegnati nella fase di allattamento e svezzamento dei piccoli.
Non abbiamo fatto foto, non abbiamo toccato nulla, non abbiamo neppure illuminato con una torcia. Li abbiamo solo guardati, beatamente, per pochi minuti in tutto.
Mi sono sentita come quando da piccola leggevo i libri di Konrad Lorenz e sognavo di diventare etologa, circondata di animali e con l'unico scopo di studiarli.
Forse non sono cambiata poi così tanto.
lunedì 19 luglio 2010
Gli inganni dell'informazione
Ogni tanto, complici i formaggi di mio marito, ci troviamo con alcuni amici di Torino. Lei è l'insegnante che ognuno sogna per i propri figli: preparata, attenta ai bisogni dei ragazzi più che al loro rendimento, sempre in continuo approfondimento delle proprie materie. È laureata in biologia, come Luca, e insegna alle medie, in un paesino intorno a Torino.
Parlando di vari argomenti, arriviamo a toccare un punto dolente: il modo in cui l'informazione italiana riporta notizie riguardo scuola, scienza, giovani, Internet e tanti altri argomenti.
Lei sostiene che, la maggior parte delle volte che legge una notizia su un quotidiano, si rende conto che, se la notizia è relativa ad ambiti che lei conosce bene, trova SEMPRE travisamenti, imprecisioni, gravi errori di interpretazione. Giustamente, si chiede: se negli ambiti che conosco bene funziona così, negli altri posso supporre che le notizie vengano date con precisione e correttezza?
Mi rendo conto che, senza essere passata coscientemente per questa domanda, io ho deciso per il no. Ed ecco che, per informarmi, prendo spunto dal GR di Radio DeeJay (perché è scarno ed enunciativo, senza interpretazioni delle notizie), per poi approfondire per conto mio attraverso la mia rete di conoscenze o la lettura di blog apposta o addirittura, se una questione mi sta molto a cuore, comprando libri sull'argomento. Il meccanismo si amplifica e diventa più efficace quando lo facciamo sia io sia Luca.
Non è un caso, infatti, che la prima volta che ci siamo trovati a instaurare questa procedura sia stata con gli OGM. Luca era un no global che aveva partecipato al G8 di Genova e che rifiutava gli OGM, la globalizzazione, le multinazionali, eccetera. Io ero un'aspirante genovese che aveva vissuto il G8 come una violenza sulla città che amava, consideravo i manifestanti dei fancazzisti da centro sociale con gran tempo da perdere (intanto che Carlo Giuliani si faceva ammazzare, io facevo le notti per una scadenza sul lavoro), consideravo la globalizzazione un processo da regolamentare e non arrestare, mentre degli OGM pensavo tutto il bene possibile. Una coppia ben assortita, non c'è che dire.
All'inizio, Luca si informava su OGM, additivi e biologico comprando libri alle fiere dell'equo e solidale. Ma c'era un vizio di fondo: troppo facile comprare libri anti-OGM nel covo dei no global. Ma del resto la comunità scientifica era troppo impegnata a pubblicare studi accademici, nessuno pensava di fare divulgazione scientifica sull'argomento.
Poi abbiamo scoperto il blog di Dario Bressanini, la Scienza in Cucina, derivante dall'omonima rubrica su Le Scienze. Qualcuno potrà dire: Bressanini è pro OGM. Sì, Bressanini è pro OGM e lo dice. Però fornisce riferimenti scientifici che possono essere facilmente rintracciati, e che infatti noi abbiamo letto. Però dà anche voce all'"altra parte", e ammette alcune ragioni anche se le trova valide solo a livello emotivo e culturale.
Grazie al blog di Bressanini, siamo potuti partire per tanti approfondimenti e siamo arrivati a conclusioni a volte uguali a quelle di Bressanini e a volte diverse, ma comunque sempre basate su dati e non su tifoserie.
Vedendo che questo processo dà i suoi frutti, mi è venuto naturale applicarlo anche ad altri ambiti. Per esempio, sul terremoto dell'Abruzzo non riuscivo a farmi un'opinione, c'erano troppe voci contrastanti: da un lato i miei ex colleghi di Meccanica Strutturale / Eucentre mi raccontavano una storia (abbiamo fatto in frettissima lavorando come matti, la gente è entrata nelle case, progettiamo di fare altre case in più) e dall'altro Mammamsterdam e MisKappa raccontavano ben altro. Allora ho pensato di chiedere un parere a una persona che lavora in Protezione Civile, che conosco bene e che considero al di sopra delle parti. Fatico ancora ad arrivare a una conclusione, ma sicuramente ho le idee più chiare in merito.
Capisco bene che non tutti possono conoscere persone "esperte" e che comunque anche un esperto può dare una visione solo parziale degli eventi. Però mi sembra più intellettualmente onesto cercare di comporre il mio personale puzzle, sapendo che ci sono tessere mancanti, piuttosto che affidarmi in toto a un'informazione che so essere incompetente e fuorviante.
Mi chiedo se i giornalisti, che sicuramente hanno più agganci di me per trovare persone anche più esperte, non possano fare lo stesso, invece di fare riassunti approssimativi e di dare interpretazioni a caso. A volte basterebbe riportare paro paro le dichiarazioni di tali esperti, come se fossero l'equivalente di un guest post: credo che molti ricercatori, pur di non vedere svilito e travisato il proprio lavoro, sarebbero ben contenti di scrivere un breve articolo di chiarimento. Forse, in questo modo, i giornalisti diventerebbero "solo" dei content manager, incaricati di organizzare i contenuti e di scrivere eventualmente i pezzi di collegamento e le presentazioni degli articoli.
Ma sarebbe così grave, ammesso che ne fossero capaci?
Parlando di vari argomenti, arriviamo a toccare un punto dolente: il modo in cui l'informazione italiana riporta notizie riguardo scuola, scienza, giovani, Internet e tanti altri argomenti.
Lei sostiene che, la maggior parte delle volte che legge una notizia su un quotidiano, si rende conto che, se la notizia è relativa ad ambiti che lei conosce bene, trova SEMPRE travisamenti, imprecisioni, gravi errori di interpretazione. Giustamente, si chiede: se negli ambiti che conosco bene funziona così, negli altri posso supporre che le notizie vengano date con precisione e correttezza?
Mi rendo conto che, senza essere passata coscientemente per questa domanda, io ho deciso per il no. Ed ecco che, per informarmi, prendo spunto dal GR di Radio DeeJay (perché è scarno ed enunciativo, senza interpretazioni delle notizie), per poi approfondire per conto mio attraverso la mia rete di conoscenze o la lettura di blog apposta o addirittura, se una questione mi sta molto a cuore, comprando libri sull'argomento. Il meccanismo si amplifica e diventa più efficace quando lo facciamo sia io sia Luca.
Non è un caso, infatti, che la prima volta che ci siamo trovati a instaurare questa procedura sia stata con gli OGM. Luca era un no global che aveva partecipato al G8 di Genova e che rifiutava gli OGM, la globalizzazione, le multinazionali, eccetera. Io ero un'aspirante genovese che aveva vissuto il G8 come una violenza sulla città che amava, consideravo i manifestanti dei fancazzisti da centro sociale con gran tempo da perdere (intanto che Carlo Giuliani si faceva ammazzare, io facevo le notti per una scadenza sul lavoro), consideravo la globalizzazione un processo da regolamentare e non arrestare, mentre degli OGM pensavo tutto il bene possibile. Una coppia ben assortita, non c'è che dire.
All'inizio, Luca si informava su OGM, additivi e biologico comprando libri alle fiere dell'equo e solidale. Ma c'era un vizio di fondo: troppo facile comprare libri anti-OGM nel covo dei no global. Ma del resto la comunità scientifica era troppo impegnata a pubblicare studi accademici, nessuno pensava di fare divulgazione scientifica sull'argomento.
Poi abbiamo scoperto il blog di Dario Bressanini, la Scienza in Cucina, derivante dall'omonima rubrica su Le Scienze. Qualcuno potrà dire: Bressanini è pro OGM. Sì, Bressanini è pro OGM e lo dice. Però fornisce riferimenti scientifici che possono essere facilmente rintracciati, e che infatti noi abbiamo letto. Però dà anche voce all'"altra parte", e ammette alcune ragioni anche se le trova valide solo a livello emotivo e culturale.
Grazie al blog di Bressanini, siamo potuti partire per tanti approfondimenti e siamo arrivati a conclusioni a volte uguali a quelle di Bressanini e a volte diverse, ma comunque sempre basate su dati e non su tifoserie.
Vedendo che questo processo dà i suoi frutti, mi è venuto naturale applicarlo anche ad altri ambiti. Per esempio, sul terremoto dell'Abruzzo non riuscivo a farmi un'opinione, c'erano troppe voci contrastanti: da un lato i miei ex colleghi di Meccanica Strutturale / Eucentre mi raccontavano una storia (abbiamo fatto in frettissima lavorando come matti, la gente è entrata nelle case, progettiamo di fare altre case in più) e dall'altro Mammamsterdam e MisKappa raccontavano ben altro. Allora ho pensato di chiedere un parere a una persona che lavora in Protezione Civile, che conosco bene e che considero al di sopra delle parti. Fatico ancora ad arrivare a una conclusione, ma sicuramente ho le idee più chiare in merito.
Capisco bene che non tutti possono conoscere persone "esperte" e che comunque anche un esperto può dare una visione solo parziale degli eventi. Però mi sembra più intellettualmente onesto cercare di comporre il mio personale puzzle, sapendo che ci sono tessere mancanti, piuttosto che affidarmi in toto a un'informazione che so essere incompetente e fuorviante.
Mi chiedo se i giornalisti, che sicuramente hanno più agganci di me per trovare persone anche più esperte, non possano fare lo stesso, invece di fare riassunti approssimativi e di dare interpretazioni a caso. A volte basterebbe riportare paro paro le dichiarazioni di tali esperti, come se fossero l'equivalente di un guest post: credo che molti ricercatori, pur di non vedere svilito e travisato il proprio lavoro, sarebbero ben contenti di scrivere un breve articolo di chiarimento. Forse, in questo modo, i giornalisti diventerebbero "solo" dei content manager, incaricati di organizzare i contenuti e di scrivere eventualmente i pezzi di collegamento e le presentazioni degli articoli.
Ma sarebbe così grave, ammesso che ne fossero capaci?
martedì 13 luglio 2010
Genesi di un personaggio
Pavia, sette-otto anni fa. Vivevo da sola, ero tornata a scrivere dopo un periodo immobile, avevo da poco scoperto la danza e le dedicavo gran parte del mio tempo libero.
Una delle mie compagne di danza doveva darmi un CD e mi diede appuntamento per l'aperitivo in un bar che di solito non frequentavo. Per un altro caso, ci ricapitai pochi giorni dopo con un'altra amica.
Come spesso succede con i bar, mi accorsi che c'era una clientela fissa. Tra questi, un ragazzo sui 30-35, su una sedia a rotelle. Capelli scuri molto corti, occhi azzurri, faccia un po' scarna e fisico tendenzialmente nervoso. Era vestito in modo elegante, tipo camicia bianca e giacca blu ma senza cravatta. E aveva delle cicatrici piuttosto vistose che gli solcavano tutta la testa.
Mi capita spesso di farmi dei film sulle persone che mi colpiscono, in particolare su quelle che evidentemente hanno una storia particolare alle spalle. Di questo ragazzo, che avevo già intravisto altrove a Pavia, pensai che avesse avuto un brutto incidente stradale e che cercasse giustamente di non perdere le abitudini e gli amici di "prima".
Avevo già in testa una storia, abbozzata a grandi linee, in cui interagivano quattro personaggi principali: una donna, un trafficante di alto livello, un aiutante del trafficante che poi si sarebbe rivelato una spia e un ex poliziotto che voleva incastrare il trafficante. Avevo stabilito che tutti e 3 i personaggi maschili dovevano essere innamorati della donna, a vario titolo. E che per lei non sarebbe stato possibile sceglierne uno solo: il trafficante era un criminale, l'aiutante viveva sotto copertura e l'ex poliziotto... boh, che fosse un ex di una sua amica mi pareva troppo debole.
Ed ecco l'illuminazione: l'ex poliziotto è un disabile. Peggio: è finito su una sedia a rotelle a causa del trafficante, ma non può incolparlo direttamente perché apparentemente il trafficante è pulito.
Scrissi poi quella storia, che non brilla per bellezza e che non ho voglia di migliorare.
Perché nel frattempo ho inserito l'ex poliziotto in Viola, inquadrandolo nei tempi in cui era ancora in polizia ma già era ossessionato dal trafficante. Via via, Viola è diventata la storia principale, quella su cui puntare, e quel racconto di 7 anni fa è rimasto una specie di sequel a cui accennare nel finale di Viola e nell'eventuale serie.
L'ex poliziotto sulla sedia a rotelle è ringiovanito fino a diventare Darius, il capo di Viola in una squadra antiterrorismo coinvolta nella sicurezza del G8. Nella mia testa, ho cercato di immaginare quel ragazzo del bar in piedi, senza cicatrici e senza la consapevolezza della disgrazia che l'avrebbe colpito. Gli ho attribuito tutta la stronzaggine che un essere umano può sopportare, perché farne uno stinco di santo sarebbe stato stucchevole. Gli ho attribuito anche una buona dose di ingenuità e ottusità, sia dandogli una compagna fatua e opportunista sia facendolo raggirare da Stefan.
Nella sceneggiatura, ho cercato di descriverlo meglio che potevo, sperando che magari al mio disegnatore venisse un'idea in proposito e me la proponesse. Giustamente, però, ieri il mio disegnatore mi ha chiesto se magari potevo indicargli un attore o una persona che potesse andare bene per impersonare Darius.
Non potendo andare a cercare quel ragazzo per scattargli una foto (con che scusa? nemmeno io potrei fare una cosa del genere senza provare vergogna), ho cercato un volto che potesse esprimere bene la personalità di Darius.
In un primo tempo, ho cercato un attore che avesse le caratteristiche fisiche di Darius, ma mi sono arresa: nessuno era adatto. Allora ho ampliato la ricerca e sono arrivata alla conclusione che mi ci voleva un tipo fisico completamente diverso dagli altri personaggi principali, uno che potesse essere credibile come piacione un po' stronzo ma anche facilmente manipolabile, uno bello che sa di esserlo e te lo sbatte anche un po' in faccia, uno in grado di non vergognarsi di avere una compagna indifendibile... insomma, per farla breve mi è venuto in mente Beckham.
Darius sarà quindi liberamente ispirato a Beckham. A volte nella vita fai cose che non ti aspetteresti mai.
Aggiornamento del giorno dopo: complici il destino e una serie di associazioni di idee, ci ho ripensato. Non divulgherò l'immagine di Beckham, per quanto appiccicata a un personaggio che fa una magra figura. Mi son ritrovata davanti Jonathan Rhys-Meyers nel ruolo di Enrico VIII e ho pensato che sì, ci siamo, ecco la giusta dose di bellezza, stronzaggine e, diciamolo, un pizzico di dabbenaggine per passare alla storia come quello che ha voluto uno scisma per sposare una che poi ha fatto decapitare poco dopo.
Una delle mie compagne di danza doveva darmi un CD e mi diede appuntamento per l'aperitivo in un bar che di solito non frequentavo. Per un altro caso, ci ricapitai pochi giorni dopo con un'altra amica.
Come spesso succede con i bar, mi accorsi che c'era una clientela fissa. Tra questi, un ragazzo sui 30-35, su una sedia a rotelle. Capelli scuri molto corti, occhi azzurri, faccia un po' scarna e fisico tendenzialmente nervoso. Era vestito in modo elegante, tipo camicia bianca e giacca blu ma senza cravatta. E aveva delle cicatrici piuttosto vistose che gli solcavano tutta la testa.
Mi capita spesso di farmi dei film sulle persone che mi colpiscono, in particolare su quelle che evidentemente hanno una storia particolare alle spalle. Di questo ragazzo, che avevo già intravisto altrove a Pavia, pensai che avesse avuto un brutto incidente stradale e che cercasse giustamente di non perdere le abitudini e gli amici di "prima".
Avevo già in testa una storia, abbozzata a grandi linee, in cui interagivano quattro personaggi principali: una donna, un trafficante di alto livello, un aiutante del trafficante che poi si sarebbe rivelato una spia e un ex poliziotto che voleva incastrare il trafficante. Avevo stabilito che tutti e 3 i personaggi maschili dovevano essere innamorati della donna, a vario titolo. E che per lei non sarebbe stato possibile sceglierne uno solo: il trafficante era un criminale, l'aiutante viveva sotto copertura e l'ex poliziotto... boh, che fosse un ex di una sua amica mi pareva troppo debole.
Ed ecco l'illuminazione: l'ex poliziotto è un disabile. Peggio: è finito su una sedia a rotelle a causa del trafficante, ma non può incolparlo direttamente perché apparentemente il trafficante è pulito.
Scrissi poi quella storia, che non brilla per bellezza e che non ho voglia di migliorare.
Perché nel frattempo ho inserito l'ex poliziotto in Viola, inquadrandolo nei tempi in cui era ancora in polizia ma già era ossessionato dal trafficante. Via via, Viola è diventata la storia principale, quella su cui puntare, e quel racconto di 7 anni fa è rimasto una specie di sequel a cui accennare nel finale di Viola e nell'eventuale serie.
L'ex poliziotto sulla sedia a rotelle è ringiovanito fino a diventare Darius, il capo di Viola in una squadra antiterrorismo coinvolta nella sicurezza del G8. Nella mia testa, ho cercato di immaginare quel ragazzo del bar in piedi, senza cicatrici e senza la consapevolezza della disgrazia che l'avrebbe colpito. Gli ho attribuito tutta la stronzaggine che un essere umano può sopportare, perché farne uno stinco di santo sarebbe stato stucchevole. Gli ho attribuito anche una buona dose di ingenuità e ottusità, sia dandogli una compagna fatua e opportunista sia facendolo raggirare da Stefan.
Nella sceneggiatura, ho cercato di descriverlo meglio che potevo, sperando che magari al mio disegnatore venisse un'idea in proposito e me la proponesse. Giustamente, però, ieri il mio disegnatore mi ha chiesto se magari potevo indicargli un attore o una persona che potesse andare bene per impersonare Darius.
Non potendo andare a cercare quel ragazzo per scattargli una foto (con che scusa? nemmeno io potrei fare una cosa del genere senza provare vergogna), ho cercato un volto che potesse esprimere bene la personalità di Darius.
In un primo tempo, ho cercato un attore che avesse le caratteristiche fisiche di Darius, ma mi sono arresa: nessuno era adatto. Allora ho ampliato la ricerca e sono arrivata alla conclusione che mi ci voleva un tipo fisico completamente diverso dagli altri personaggi principali, uno che potesse essere credibile come piacione un po' stronzo ma anche facilmente manipolabile, uno bello che sa di esserlo e te lo sbatte anche un po' in faccia, uno in grado di non vergognarsi di avere una compagna indifendibile... insomma, per farla breve mi è venuto in mente Beckham.
Darius sarà quindi liberamente ispirato a Beckham. A volte nella vita fai cose che non ti aspetteresti mai.
Aggiornamento del giorno dopo: complici il destino e una serie di associazioni di idee, ci ho ripensato. Non divulgherò l'immagine di Beckham, per quanto appiccicata a un personaggio che fa una magra figura. Mi son ritrovata davanti Jonathan Rhys-Meyers nel ruolo di Enrico VIII e ho pensato che sì, ci siamo, ecco la giusta dose di bellezza, stronzaggine e, diciamolo, un pizzico di dabbenaggine per passare alla storia come quello che ha voluto uno scisma per sposare una che poi ha fatto decapitare poco dopo.
venerdì 9 luglio 2010
Quanto tempo
In questi giorni, non sono riuscita a scrivere molto. Qualche commento qua e là, ma niente che richiedesse un'applicazione di più di un minuto.
Sono stata impegnata col mondo reale. Impegni piacevoli, perlopiù: abbiamo avuto ospiti, ci siamo ambientati nel nuovo assetto estivo (con me e i bambini a casa), ho seguito 3 seminari della mia maestra preferita e assistito ieri allo spettacolo finale, sto facendo una revisione linguistica per un progetto di un network di insegnanti a cui partecipa un'amica. Ho anche avuto il tempo di leggere Dampyr, Cassidy e Greystorm di questo mese, oltre a un interessante opuscolo Disney sui pipistrelli (abbinato alle batbox che abbiamo comprato in offerta alla Coop).
Però sono stati anche giorni di recupero dei ricordi: ricordare tutto ciò che riguarda la danza, certo, ma anche ciò che le gira intorno.
In particolare, sono "perseguitata" dal ricordo di una bella giornata di 3 anni fa. Era tipo il 2-3 settembre, io ero incinta di Ettore. Il giorno prima eravamo tornati da Levanto, la nostra prima volta là, con Isabella e Dhaou. Pochi giorni prima, ci aveva chiamati la Pedretti dicendo che le serviva un percussionista per uno spettacolo di strada a Castell'Arquato e noi figurarsi se avevamo detto no.
A pensarci adesso, a me con la pancia e un passeggino da camallarmi su e giù da un borgo medievale tutto in salita, con 2 tamburi e una bambina di neanche 2 anni al seguito, mi sembro un po' pazza. Probabilmente mi sto impigrendo. O probabilmente è solo che non mi è più capitato di avere un'occasione simile, perché dico la verità: se la Pedretti volesse tornarci, le basterebbe mandarmi un SMS il giorno prima.
Già il clima dell'evento era piacevole: un festival di artisti di strada disseminati per tutto questo suggestivo borgo medievale, ognuno con il suo spazio e il suo momento.
Noi avevamo due momenti: uno nel tardo pomeriggio, in una piazzetta, e un altro (forse in doppia replica, non ricordo bene) sul palco della piazza principale. Ovviamente io mi occupavo solo di badare ad Amelia e fare qualche foto, mentre Luca suonava e le due danzatrici (la Pedretti e la Centonze) ballavano.
Ricordo ancora la faccia di Amelia quando Francesca ha aperto il suo trolley e ha cominciato a vestirsi e agghindarsi. Ad un certo punto, ricordo che aveva preso in mano un bastoncino colorato tipo quelli che si appuntano nelle acconciature e l'aveva messo sulla testa come un bastone da saidi. Francesca ne era rimasta abbastanza stupita: si sarebbe aspettata che Amelia usasse il bastoncino in tutt'altro modo, più "da piccola".
Subito dopo un'esibizione, poi, sono passata vicino a due bambine che avevano assistito e le ho sentite che dicevano: "Io sono quella nera" - "E io sono quella verde". Si riferivano ai costumi delle danzatrici e le "usavano" come se fossero personaggi di fantasia, un po' come Ettore quando mi dice di essere Lian Chu o Amelia che vorrebbe essere Zoria ma anche Zazà.
Non so perché, ma a distanza di anni questo ricordo mi fa ancora tenerezza. Forse perché mi dimostra che ci vuole veramente poco per far breccia nel cuore dei bambini, non è indispensabile essere una corazzata da milioni di euro.
Poi di quella sera ricordo anche tante chiacchiere, su tutto: su idee di spettacoli futuri, sui figli, sugli gnocchi fritti, sugli spettacoli degli altri artisti. Mi è rimasta un po' di nostalgia, perché all'epoca tante cose erano più precarie ma anche più aperte alla speranza e alla sperimentazione. E perché da allora non è più capitato, se non al telefono, di farmi una così serena chiacchierata con la mia maestra, che è una persona con cui si sta gran bene anche al di fuori del contesto danzereccio.
Certo, col senno di poi non tornerei indietro: oggi sono maturati tanti presupposti di allora, è nato e cresciuto Ettore, la Pedretti ha seguito un suo percorso artistico e personale che mi entusiasma ancora di più, sono nate e morte amicizie e inimicizie, ho conosciuto e ritrovato tante persone.
Però ogni tanto penso a quel festival e mi dico che sono queste le giornate che racconterò ai miei figli e ai miei nipoti quando sarò bell'e rincoglionita dall'Alzheimer. E, se non me le ricorderò io, ci penserà il mio blog.
Sono stata impegnata col mondo reale. Impegni piacevoli, perlopiù: abbiamo avuto ospiti, ci siamo ambientati nel nuovo assetto estivo (con me e i bambini a casa), ho seguito 3 seminari della mia maestra preferita e assistito ieri allo spettacolo finale, sto facendo una revisione linguistica per un progetto di un network di insegnanti a cui partecipa un'amica. Ho anche avuto il tempo di leggere Dampyr, Cassidy e Greystorm di questo mese, oltre a un interessante opuscolo Disney sui pipistrelli (abbinato alle batbox che abbiamo comprato in offerta alla Coop).
Però sono stati anche giorni di recupero dei ricordi: ricordare tutto ciò che riguarda la danza, certo, ma anche ciò che le gira intorno.
In particolare, sono "perseguitata" dal ricordo di una bella giornata di 3 anni fa. Era tipo il 2-3 settembre, io ero incinta di Ettore. Il giorno prima eravamo tornati da Levanto, la nostra prima volta là, con Isabella e Dhaou. Pochi giorni prima, ci aveva chiamati la Pedretti dicendo che le serviva un percussionista per uno spettacolo di strada a Castell'Arquato e noi figurarsi se avevamo detto no.
A pensarci adesso, a me con la pancia e un passeggino da camallarmi su e giù da un borgo medievale tutto in salita, con 2 tamburi e una bambina di neanche 2 anni al seguito, mi sembro un po' pazza. Probabilmente mi sto impigrendo. O probabilmente è solo che non mi è più capitato di avere un'occasione simile, perché dico la verità: se la Pedretti volesse tornarci, le basterebbe mandarmi un SMS il giorno prima.
Già il clima dell'evento era piacevole: un festival di artisti di strada disseminati per tutto questo suggestivo borgo medievale, ognuno con il suo spazio e il suo momento.
Noi avevamo due momenti: uno nel tardo pomeriggio, in una piazzetta, e un altro (forse in doppia replica, non ricordo bene) sul palco della piazza principale. Ovviamente io mi occupavo solo di badare ad Amelia e fare qualche foto, mentre Luca suonava e le due danzatrici (la Pedretti e la Centonze) ballavano.
Ricordo ancora la faccia di Amelia quando Francesca ha aperto il suo trolley e ha cominciato a vestirsi e agghindarsi. Ad un certo punto, ricordo che aveva preso in mano un bastoncino colorato tipo quelli che si appuntano nelle acconciature e l'aveva messo sulla testa come un bastone da saidi. Francesca ne era rimasta abbastanza stupita: si sarebbe aspettata che Amelia usasse il bastoncino in tutt'altro modo, più "da piccola".
Subito dopo un'esibizione, poi, sono passata vicino a due bambine che avevano assistito e le ho sentite che dicevano: "Io sono quella nera" - "E io sono quella verde". Si riferivano ai costumi delle danzatrici e le "usavano" come se fossero personaggi di fantasia, un po' come Ettore quando mi dice di essere Lian Chu o Amelia che vorrebbe essere Zoria ma anche Zazà.
Non so perché, ma a distanza di anni questo ricordo mi fa ancora tenerezza. Forse perché mi dimostra che ci vuole veramente poco per far breccia nel cuore dei bambini, non è indispensabile essere una corazzata da milioni di euro.
Poi di quella sera ricordo anche tante chiacchiere, su tutto: su idee di spettacoli futuri, sui figli, sugli gnocchi fritti, sugli spettacoli degli altri artisti. Mi è rimasta un po' di nostalgia, perché all'epoca tante cose erano più precarie ma anche più aperte alla speranza e alla sperimentazione. E perché da allora non è più capitato, se non al telefono, di farmi una così serena chiacchierata con la mia maestra, che è una persona con cui si sta gran bene anche al di fuori del contesto danzereccio.
Certo, col senno di poi non tornerei indietro: oggi sono maturati tanti presupposti di allora, è nato e cresciuto Ettore, la Pedretti ha seguito un suo percorso artistico e personale che mi entusiasma ancora di più, sono nate e morte amicizie e inimicizie, ho conosciuto e ritrovato tante persone.
Però ogni tanto penso a quel festival e mi dico che sono queste le giornate che racconterò ai miei figli e ai miei nipoti quando sarò bell'e rincoglionita dall'Alzheimer. E, se non me le ricorderò io, ci penserà il mio blog.
domenica 4 luglio 2010
Cultura e cultura
Chiariamo un punto prima di tutto: ho fatto il liceo classico e Lettere Moderne, ho letto una buona quantità di classici italiani, greci, latini ed europei, amo i libri molto di più delle persone che li hanno scritti.
E, già che ci siamo, chiariamone un altro: non credo che esista la distinzione tra Cultura e cultura. Credo che uno che sa tutto dell'Arcadia ma non conosce i Queen sia tanto ignorante quanto una che ha in casa la collezione completa di Dampyr e Dago ma non ha mai avuto il coraggio di affrontare Proust (ogni riferimento a persone realmente esistenti è puramente casuale).
Credo che scrivere un buon saggio sia molto meno difficile che scrivere della buona narrativa, e parlo con cognizione di causa dal momento che ho provato entrambi i tipi di scrittura. Certo, leggere un saggio può essere considerato da molti più noioso che leggere della narrativa. Ma viene anche considerato più figo, quindi spesso il gioco vale la candela.
So per certo, inoltre, che scrivere buona letteratura cosiddetta "d'intrattenimento" (non parliamo poi di sceneggiare un fumetto) è molto più impegnativo che scrivere un romanzo di alti sentimenti e alta morale. Perché dico questo? Perché la letteratura che sa di avere un pubblico deve rispettare standard qualitativi relativamente alti in tempi di realizzazione piuttosto stretti.
Pensiamo per esempio a Fred Vargas: mediamente sforna un libro all'anno / ogni due anni, buttato giù nei famosi 21 giorni di ferie che si concede apposta. Prendiamo il suo ultimo libro, Un luogo incerto: oltre a dover pensare a una trama avvincente e non propriamente scontata, l'autrice si è documentata parecchio sul vampirismo in Europa e in Serbia, arrivando a una profondità e ad un'accuratezza che probabilmente uno sceneggiatore di Hollywood si sognerebbe (anche se credo che in proporzione alle vendite uno sceneggiatore americano prenda più soldi della Vargas). Ha snidato temi che probabilmente sono conosciuti da quei pochi pazzi appassionati e dagli studiosi di etnoantropologia. Ha trovato il modo di integrare la realtà storica nella finzione, rendendo il tutto contemporaneamente surreale ma credibile. Se non è arte questa...
Oppure, prendiamo un mostro sacro del fumetto, Alan Moore (a questo punto, se pronunciate questo nome davanti a un pubblico di fumettari/fumettomani, vedrete tutte le teste accennare a un inchino di ossequio o di presa di coscienza). Io non sono né di quelli che lo venerano né di quelli che lo considerano un cialtrone, ma mi inginocchio di fronte alla Lega degli Straordinari Gentlemen. Non tanto e non solo per l'idea narrativa (incredibilmente goduriosa per chi ha amato la letteratura d'evasione a cavallo del Novecento), quanto per l'immenso lavoro di documentazione, citazioni e riferimenti che si può notare dalla sceneggiatura. Sarà fumetto, sarà intrattenimento, ma si può imparare di più da una simile lettura che da un saggio o un documentario.
Mi si dirà: Alan Moore è un genio. Allora andiamo sul nostrano: Bonelli. Prendete un qualsiasi Dampyr, di quelli che parlano di attualità o di storia, e provate a fargli le pulci. Io sulla storia non ci riesco, magari qualcuno più ferrato di me sull'attualità può provare. Stiamo parlando di gente che si documenta su miti di tutto il mondo per non sparare cazzate a vanvera, di persone che fotografano persino il bancomat dove Harlan e Kurjak ritirano e che, appena possono, ti fanno capire in che parte del mondo sono finiti i nostri eroi, con tanto di cartina (il che sarà molto utile alle nuove generazioni, se si eliminerà la geografia dalle scuole).
Occhio: non dico questo perché sto scrivendo Viola. Lo dico perché, una lontana mattina di 20 anni fa, una professoressa di italiano del ginnasio ci sbatté in faccia questa stessa verità che io sto enunciando. Noi eravamo appena entrati al ginnasio belli carichi di essere nel tempio della Cultura, depositari di un Sapere superiore. E lei ci spiegava l'Eneide con riferimenti ad Asterix, ci esortava a non disprezzare la letteratura di genere e a considerare che tutta la letteratura può essere considerata di genere (Jane Austen narra di vicende sentimental-matrimoniali come un Harmony, sebbene con enorme maestria). Lei fu la prima a spiegarci come la cosiddetta sottocultura non sia tale perché è inferiore, ma perché costituisce una base per le opere di valore, che vi attingono a piene mani e vi trovano un linguaggio da usare e talvolta reinventare. Perché Graham Greene potesse scrivere "Il nostro agente all'Havana" era necessario il successo di 007 e in generale di tutta la letteratura di spionaggio nata con la Guerra Fredda. OK, è anche vero che senza "Dracula" di Bram Stoker probabilmente non avremmo Twilight, ma nemmeno Nosferatu con Klaus Kinsky o il Dracula di Christopher Lee.
Questo per dire che sono io la prima ad alzare gli occhi al cielo quando vedo in libreria le pile dei libri di Twilight o quando i miei figli vanno in visibilio per l'ennesimo libbricino Dami, ma sbaglio. Chi legge legge, non importa cosa.
E, già che ci siamo, chiariamone un altro: non credo che esista la distinzione tra Cultura e cultura. Credo che uno che sa tutto dell'Arcadia ma non conosce i Queen sia tanto ignorante quanto una che ha in casa la collezione completa di Dampyr e Dago ma non ha mai avuto il coraggio di affrontare Proust (ogni riferimento a persone realmente esistenti è puramente casuale).
Credo che scrivere un buon saggio sia molto meno difficile che scrivere della buona narrativa, e parlo con cognizione di causa dal momento che ho provato entrambi i tipi di scrittura. Certo, leggere un saggio può essere considerato da molti più noioso che leggere della narrativa. Ma viene anche considerato più figo, quindi spesso il gioco vale la candela.
So per certo, inoltre, che scrivere buona letteratura cosiddetta "d'intrattenimento" (non parliamo poi di sceneggiare un fumetto) è molto più impegnativo che scrivere un romanzo di alti sentimenti e alta morale. Perché dico questo? Perché la letteratura che sa di avere un pubblico deve rispettare standard qualitativi relativamente alti in tempi di realizzazione piuttosto stretti.
Pensiamo per esempio a Fred Vargas: mediamente sforna un libro all'anno / ogni due anni, buttato giù nei famosi 21 giorni di ferie che si concede apposta. Prendiamo il suo ultimo libro, Un luogo incerto: oltre a dover pensare a una trama avvincente e non propriamente scontata, l'autrice si è documentata parecchio sul vampirismo in Europa e in Serbia, arrivando a una profondità e ad un'accuratezza che probabilmente uno sceneggiatore di Hollywood si sognerebbe (anche se credo che in proporzione alle vendite uno sceneggiatore americano prenda più soldi della Vargas). Ha snidato temi che probabilmente sono conosciuti da quei pochi pazzi appassionati e dagli studiosi di etnoantropologia. Ha trovato il modo di integrare la realtà storica nella finzione, rendendo il tutto contemporaneamente surreale ma credibile. Se non è arte questa...
Oppure, prendiamo un mostro sacro del fumetto, Alan Moore (a questo punto, se pronunciate questo nome davanti a un pubblico di fumettari/fumettomani, vedrete tutte le teste accennare a un inchino di ossequio o di presa di coscienza). Io non sono né di quelli che lo venerano né di quelli che lo considerano un cialtrone, ma mi inginocchio di fronte alla Lega degli Straordinari Gentlemen. Non tanto e non solo per l'idea narrativa (incredibilmente goduriosa per chi ha amato la letteratura d'evasione a cavallo del Novecento), quanto per l'immenso lavoro di documentazione, citazioni e riferimenti che si può notare dalla sceneggiatura. Sarà fumetto, sarà intrattenimento, ma si può imparare di più da una simile lettura che da un saggio o un documentario.
Mi si dirà: Alan Moore è un genio. Allora andiamo sul nostrano: Bonelli. Prendete un qualsiasi Dampyr, di quelli che parlano di attualità o di storia, e provate a fargli le pulci. Io sulla storia non ci riesco, magari qualcuno più ferrato di me sull'attualità può provare. Stiamo parlando di gente che si documenta su miti di tutto il mondo per non sparare cazzate a vanvera, di persone che fotografano persino il bancomat dove Harlan e Kurjak ritirano e che, appena possono, ti fanno capire in che parte del mondo sono finiti i nostri eroi, con tanto di cartina (il che sarà molto utile alle nuove generazioni, se si eliminerà la geografia dalle scuole).
Occhio: non dico questo perché sto scrivendo Viola. Lo dico perché, una lontana mattina di 20 anni fa, una professoressa di italiano del ginnasio ci sbatté in faccia questa stessa verità che io sto enunciando. Noi eravamo appena entrati al ginnasio belli carichi di essere nel tempio della Cultura, depositari di un Sapere superiore. E lei ci spiegava l'Eneide con riferimenti ad Asterix, ci esortava a non disprezzare la letteratura di genere e a considerare che tutta la letteratura può essere considerata di genere (Jane Austen narra di vicende sentimental-matrimoniali come un Harmony, sebbene con enorme maestria). Lei fu la prima a spiegarci come la cosiddetta sottocultura non sia tale perché è inferiore, ma perché costituisce una base per le opere di valore, che vi attingono a piene mani e vi trovano un linguaggio da usare e talvolta reinventare. Perché Graham Greene potesse scrivere "Il nostro agente all'Havana" era necessario il successo di 007 e in generale di tutta la letteratura di spionaggio nata con la Guerra Fredda. OK, è anche vero che senza "Dracula" di Bram Stoker probabilmente non avremmo Twilight, ma nemmeno Nosferatu con Klaus Kinsky o il Dracula di Christopher Lee.
Questo per dire che sono io la prima ad alzare gli occhi al cielo quando vedo in libreria le pile dei libri di Twilight o quando i miei figli vanno in visibilio per l'ennesimo libbricino Dami, ma sbaglio. Chi legge legge, non importa cosa.
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mercoledì 30 giugno 2010
Piacere a chi?
Due blogger che stimo molto si pongono, in modo diverso, il problema dell'omologazione e dell'approvazione altrui.
È un problema che ho smesso di pormi dai tempi più o meno dell'adolescenza. Con una recrudescenza (ma solo in campo professional-promozionale) nei tempi in cui cercavo lavoro: ai colloqui è indispensabile porselo, senza arrivare però all'estremo di costruirsi un'immagine finta sulla base di ciò che si pensa possa piacere ai potenziali datori di lavoro.
Leggendo i commenti di molte persone, mi rendo conto di essere libera da una schiavitù: molti ci tengono ad essere approvati dai genitori, altri dalla comunità di cui fanno parte (scuola, paese, lavoro...). Altri ancora non ci tengono tanto per sé, quanto per evitare ai propri familiari (genitori, figli, coniuge) imbarazzi o critiche.
Ecco, se dovessi indicare il principale vantaggio del non avere avuto radici, direi proprio che non ti senti parte di una comunità e quindi non ti interessa essere approvata da persone estranee. In più, se tua madre si accontenta che tu prenda buoni voti e per il resto si limita a osservare solo i tuoi difetti, puoi reagire in due modi: o cercando disperatamente di assomigliare al modello di figlia perfetta che lei potrebbe avere in mente (ma non ci riuscirai mai, perché tua madre è di quelle che pur di trovarti una macchia ti rovesciano addosso il caffè) oppure fregandotene e cercando di agire al meglio per i tuoi canoni (che comunque ci sono e sono anche abbastanza ambiziosi).
Dal punto di vista fisico, invece, ho il vantaggio di non assomigliare neanche per sbaglio al canone in voga oggi: sono piccola e tendenzialmente rotondetta, soprattutto nelle parti basse. Il che significa che, anche quando sono stata al mio meglio, non ero di certo di quelle che facevano voltare gli uomini (a meno che non uscissi con un vestito trasparente e le mutande a pallini sotto). Il consenso dell'altro sesso mi è arrivato tardi, ed è sempre stato comunque un consenso di nicchia. Nell'adolescenza un po' ne patisci, ma poi ti rendi conto che ciò che ti interessa con chi ti interessa lo puoi fare ugualmente e anzi, ti liberi da un sacco di paturnie che invece magari appestano chi è abituato al consenso.
Esempio: in pieno periodo single folleggiante, vado a fare capodanno a Parigi con una mia amica. Siamo al Buddha Bar, quando vedo due americani che sembrano usciti da una rivista. Dico alla mia amica: scegliti quello che ti piace di più. Lei sceglie quello con gli occhi azzurri, più bello anche se meno fine. Andiamo a conoscerli, ci offrono da bere, trascorriamo una piacevole serata chiacchierando. Salta fuori che sono due fratelli e che sono in vacanza in Europa con i loro genitori (una specie di reunion, dal momento che un fratello vive nella Silicon Valley, l'altro a Chicago e i genitori non so dove), il "mio" lavora nel settore New Economy e adora l'Italia (in particolare il Golfo dei Poeti e le Cinque Terre: ehi, era l'uomo della mia vita!) e l'altro fa il cameraman per un sacco di produzioni TV tra cui ER. Non ce li siamo poi portati a letto per vari motivi, OK, ma non era questo lo scopo del gioco. Se mi fossi fatta fermare dalla bellezza dei due rapportata alla nostra (anche la mia amica è piccolina e rotonda come me), avrei passato tutta la serata ad annoiarmi con un pessimo mojito francese in mano.
Oggi non sono contenta del mio aspetto fisico, ma non tanto in relazione a un modello ideale altrui, quanto perché mi sento impedita e goffa, appesantita. Non mi piace guardarmi allo specchio nuda, il che non è un buon segno se quello è l'unico corpo che hai. E poi non entro in un sacco di vestiti che mi piacciono o altri che prima mi stavano bene adesso mi fanno sembrare incinta.
La questione dell'aspetto fisico mi fa però venire in mente che molte delle paturnie di mia madre, come figlia e come madre, si concentrano su quello. Mia madre è molto bassa, anche se ben proporzionata, tipo Kylie Minogue ma non così figa. Recentemente ho scoperto che se la menava perché temeva che io mi vergognassi di lei in quanto bassa, quando in realtà mi capitava di vergognarmi solo quando lei infrangeva le regole non scritte del mio mondo di preadolescente e adolescente: della sua altezza e del suo aspetto fisico mi importava assai. La menata dell'aspetto fisico le derivava dal fatto che ai suoi tempi la mamma veniva spesso descritta come bella (vedi alla voce "mamma angelicata"), e invece la sua mamma, avendola avuta "tardi" (a 34 anni) e avendo avuto varie sfighe mediche (tipo che portava il busto e le terapie fatte per la schiena le hanno fatto cadere tutti i denti), aveva un'aspetto da vecchia. In più metteteci che mia nonna era tendenzialmente robusta e tendenzialmente refrattaria a trucco e parrucco.
Nemmeno a me farebbe piacere che mia figlia si vergognasse del mio aspetto. O del fatto che sono "strana" rispetto alle altre mamme.
Al momento, però, mi sembra che la mia eventuale diversità non la metta in difficoltà e anzi la incuriosisca e la diverta: le piace che io mi metta le mie gonnellone e le mie cianfrusaglie da zingara, canta Bregovic subito dopo "La bella lavanderina" (stamattina ci siamo svegliate entrambe con "In the Death Car" in testa, per dire, anche se l'abbiamo sentito due giorni fa), le piace che la portiamo agli aperitivi e agli spettacoli (anche in solitaria). Forse tra qualche anno si porrà più problemi tipo perché non abbiamo il satellite o il digitale terrestre o perché non le compro abiti firmati e/o a marchio Winx/Principesse/HelloKitty.
In questo forse sono aiutata anche dall'ambiente in cui Amelia attualmente va a scuola: anche se le maestre mi danno l'impressione di essere persone di mentalità arretrata e scarsa cultura, l'ambiente di Torre d'Isola mi pare di ottima apertura mentale. Non è per fare il solito discorso, ma alla fine Torre d'Isola più che un paese è un sobborgo di Pavia abitato da gente di buon livello sociale e culturale, spesso "sradicata" nel senso che sono persone che vengono da svariati posti, hanno studiato a Pavia e si sono costruiti una vita qui indipendentemente dalle loro origini. Molti (o almeno, molti di quelli che conosco) fanno parte di quella élite, consapevole o no, che cerca proprio di sfuggire dalle logiche più bieche degli stereotipi di genere, dell'omologazione culturale, ecc. Molte mamme, per dire, sono state mie allieve al corso di danza del ventre. Una di queste, essendo una fricchettona scozzese trapiantata in Pianura Padana (con tanto di marito tatuato che gira in bici a torso nudo tutta l'estate), si è inventata un bellissimo corso di inglese per piccoli e ha fatto innamorare Amelia delle lingue straniere.
Insomma, va da sé che, se avessi la possibilità di far continuare ai miei figli le scuole a Torre d'Isola, sceglierei questa strada non tanto per la qualità della didattica quanto per la qualità dell'ambiente culturale in cui si troverebbero. A Bereguardo, invece, probabilmente troverò le situazioni da paesello di cui spesso parla Emily e lì la mia serenità nell'essere diversa (oltretutto, in alcune cose, mica son bastian contrario per forza) verrà probabilmente messa alla prova.
Che cosa farò? Non lo so nemmeno io, ma so che ho l'opportunità di dare ai miei figli un insegnamento: devi scegliere a chi piacere.
Piacere a tutti non è possibile. O forse lo è, ma con un impiego eccessivo di energie. Dal momento che le energie sono limitate, devi scegliere a chi piacere.
Posto che i tuoi genitori ti ameranno sempre anche se non gli piaci e quindi sono fuori gioco, devi capire anche perché vuoi piacere a certe persone: le consideri persone in gamba e vuoi che ti stimino? Oppure lo fai solo per non rimanere tra gli "sfigati" e non essere preso in giro? Oppure perché Tizia ha la piscina e vuoi che ti inviti la prossima estate? Vuoi piacere agli insegnanti? E perché? Perché siano più larghi nei voti?
Certo, un bambino si pone queste domande solo per sé. Non come una mamma, che ha paura che il fatto di non piacere lei a un'insegnante abbia ricadute negative sui suoi figli. Eppure, posto che sicuramente non cercherò di accentuare ciò che può essere un problema per i miei figli, non vedo altro modo di essere se non me stessa, pena il passare un pessimo messaggio.
Certo, non tappezzerò la scuola di manifesti "Contro il tumore io sto a gambe larghe", ma, con toni più pacati, cercherò di portare avanti le idee di cui mi pare possa valere la pena.
Faccio un altro esempio: un anno fa, la mia maestra di danza mi parlava di un progetto che girava nelle scuole (di Milano), che aveva per tema gli abusi sui bambini e che voleva cercare di comunicare ai bambini che cosa si intende per abuso e che cosa è giusto o no aspettarsi da un adulto. La mia maestra ne era entusiasta, finché non è saltato fuori che più della metà delle mamme della classe di sua figlia non riteneva "conveniente" partecipare a un progetto del genere. E stiamo parlando di una scuola di Milano, non dell'arretrata comunità Xxx.
Ecco, io un progetto del genere non mi farei proprio nessuno scrupolo di proporlo, anche se so che probabilmente molte mamme reagirebbero come quelle di Milano e mi guarderebbero come strana.
Ma meglio strana che stronza, direi.
È un problema che ho smesso di pormi dai tempi più o meno dell'adolescenza. Con una recrudescenza (ma solo in campo professional-promozionale) nei tempi in cui cercavo lavoro: ai colloqui è indispensabile porselo, senza arrivare però all'estremo di costruirsi un'immagine finta sulla base di ciò che si pensa possa piacere ai potenziali datori di lavoro.
Leggendo i commenti di molte persone, mi rendo conto di essere libera da una schiavitù: molti ci tengono ad essere approvati dai genitori, altri dalla comunità di cui fanno parte (scuola, paese, lavoro...). Altri ancora non ci tengono tanto per sé, quanto per evitare ai propri familiari (genitori, figli, coniuge) imbarazzi o critiche.
Ecco, se dovessi indicare il principale vantaggio del non avere avuto radici, direi proprio che non ti senti parte di una comunità e quindi non ti interessa essere approvata da persone estranee. In più, se tua madre si accontenta che tu prenda buoni voti e per il resto si limita a osservare solo i tuoi difetti, puoi reagire in due modi: o cercando disperatamente di assomigliare al modello di figlia perfetta che lei potrebbe avere in mente (ma non ci riuscirai mai, perché tua madre è di quelle che pur di trovarti una macchia ti rovesciano addosso il caffè) oppure fregandotene e cercando di agire al meglio per i tuoi canoni (che comunque ci sono e sono anche abbastanza ambiziosi).
Dal punto di vista fisico, invece, ho il vantaggio di non assomigliare neanche per sbaglio al canone in voga oggi: sono piccola e tendenzialmente rotondetta, soprattutto nelle parti basse. Il che significa che, anche quando sono stata al mio meglio, non ero di certo di quelle che facevano voltare gli uomini (a meno che non uscissi con un vestito trasparente e le mutande a pallini sotto). Il consenso dell'altro sesso mi è arrivato tardi, ed è sempre stato comunque un consenso di nicchia. Nell'adolescenza un po' ne patisci, ma poi ti rendi conto che ciò che ti interessa con chi ti interessa lo puoi fare ugualmente e anzi, ti liberi da un sacco di paturnie che invece magari appestano chi è abituato al consenso.
Esempio: in pieno periodo single folleggiante, vado a fare capodanno a Parigi con una mia amica. Siamo al Buddha Bar, quando vedo due americani che sembrano usciti da una rivista. Dico alla mia amica: scegliti quello che ti piace di più. Lei sceglie quello con gli occhi azzurri, più bello anche se meno fine. Andiamo a conoscerli, ci offrono da bere, trascorriamo una piacevole serata chiacchierando. Salta fuori che sono due fratelli e che sono in vacanza in Europa con i loro genitori (una specie di reunion, dal momento che un fratello vive nella Silicon Valley, l'altro a Chicago e i genitori non so dove), il "mio" lavora nel settore New Economy e adora l'Italia (in particolare il Golfo dei Poeti e le Cinque Terre: ehi, era l'uomo della mia vita!) e l'altro fa il cameraman per un sacco di produzioni TV tra cui ER. Non ce li siamo poi portati a letto per vari motivi, OK, ma non era questo lo scopo del gioco. Se mi fossi fatta fermare dalla bellezza dei due rapportata alla nostra (anche la mia amica è piccolina e rotonda come me), avrei passato tutta la serata ad annoiarmi con un pessimo mojito francese in mano.
Oggi non sono contenta del mio aspetto fisico, ma non tanto in relazione a un modello ideale altrui, quanto perché mi sento impedita e goffa, appesantita. Non mi piace guardarmi allo specchio nuda, il che non è un buon segno se quello è l'unico corpo che hai. E poi non entro in un sacco di vestiti che mi piacciono o altri che prima mi stavano bene adesso mi fanno sembrare incinta.
La questione dell'aspetto fisico mi fa però venire in mente che molte delle paturnie di mia madre, come figlia e come madre, si concentrano su quello. Mia madre è molto bassa, anche se ben proporzionata, tipo Kylie Minogue ma non così figa. Recentemente ho scoperto che se la menava perché temeva che io mi vergognassi di lei in quanto bassa, quando in realtà mi capitava di vergognarmi solo quando lei infrangeva le regole non scritte del mio mondo di preadolescente e adolescente: della sua altezza e del suo aspetto fisico mi importava assai. La menata dell'aspetto fisico le derivava dal fatto che ai suoi tempi la mamma veniva spesso descritta come bella (vedi alla voce "mamma angelicata"), e invece la sua mamma, avendola avuta "tardi" (a 34 anni) e avendo avuto varie sfighe mediche (tipo che portava il busto e le terapie fatte per la schiena le hanno fatto cadere tutti i denti), aveva un'aspetto da vecchia. In più metteteci che mia nonna era tendenzialmente robusta e tendenzialmente refrattaria a trucco e parrucco.
Nemmeno a me farebbe piacere che mia figlia si vergognasse del mio aspetto. O del fatto che sono "strana" rispetto alle altre mamme.
Al momento, però, mi sembra che la mia eventuale diversità non la metta in difficoltà e anzi la incuriosisca e la diverta: le piace che io mi metta le mie gonnellone e le mie cianfrusaglie da zingara, canta Bregovic subito dopo "La bella lavanderina" (stamattina ci siamo svegliate entrambe con "In the Death Car" in testa, per dire, anche se l'abbiamo sentito due giorni fa), le piace che la portiamo agli aperitivi e agli spettacoli (anche in solitaria). Forse tra qualche anno si porrà più problemi tipo perché non abbiamo il satellite o il digitale terrestre o perché non le compro abiti firmati e/o a marchio Winx/Principesse/HelloKitty.
In questo forse sono aiutata anche dall'ambiente in cui Amelia attualmente va a scuola: anche se le maestre mi danno l'impressione di essere persone di mentalità arretrata e scarsa cultura, l'ambiente di Torre d'Isola mi pare di ottima apertura mentale. Non è per fare il solito discorso, ma alla fine Torre d'Isola più che un paese è un sobborgo di Pavia abitato da gente di buon livello sociale e culturale, spesso "sradicata" nel senso che sono persone che vengono da svariati posti, hanno studiato a Pavia e si sono costruiti una vita qui indipendentemente dalle loro origini. Molti (o almeno, molti di quelli che conosco) fanno parte di quella élite, consapevole o no, che cerca proprio di sfuggire dalle logiche più bieche degli stereotipi di genere, dell'omologazione culturale, ecc. Molte mamme, per dire, sono state mie allieve al corso di danza del ventre. Una di queste, essendo una fricchettona scozzese trapiantata in Pianura Padana (con tanto di marito tatuato che gira in bici a torso nudo tutta l'estate), si è inventata un bellissimo corso di inglese per piccoli e ha fatto innamorare Amelia delle lingue straniere.
Insomma, va da sé che, se avessi la possibilità di far continuare ai miei figli le scuole a Torre d'Isola, sceglierei questa strada non tanto per la qualità della didattica quanto per la qualità dell'ambiente culturale in cui si troverebbero. A Bereguardo, invece, probabilmente troverò le situazioni da paesello di cui spesso parla Emily e lì la mia serenità nell'essere diversa (oltretutto, in alcune cose, mica son bastian contrario per forza) verrà probabilmente messa alla prova.
Che cosa farò? Non lo so nemmeno io, ma so che ho l'opportunità di dare ai miei figli un insegnamento: devi scegliere a chi piacere.
Piacere a tutti non è possibile. O forse lo è, ma con un impiego eccessivo di energie. Dal momento che le energie sono limitate, devi scegliere a chi piacere.
Posto che i tuoi genitori ti ameranno sempre anche se non gli piaci e quindi sono fuori gioco, devi capire anche perché vuoi piacere a certe persone: le consideri persone in gamba e vuoi che ti stimino? Oppure lo fai solo per non rimanere tra gli "sfigati" e non essere preso in giro? Oppure perché Tizia ha la piscina e vuoi che ti inviti la prossima estate? Vuoi piacere agli insegnanti? E perché? Perché siano più larghi nei voti?
Certo, un bambino si pone queste domande solo per sé. Non come una mamma, che ha paura che il fatto di non piacere lei a un'insegnante abbia ricadute negative sui suoi figli. Eppure, posto che sicuramente non cercherò di accentuare ciò che può essere un problema per i miei figli, non vedo altro modo di essere se non me stessa, pena il passare un pessimo messaggio.
Certo, non tappezzerò la scuola di manifesti "Contro il tumore io sto a gambe larghe", ma, con toni più pacati, cercherò di portare avanti le idee di cui mi pare possa valere la pena.
Faccio un altro esempio: un anno fa, la mia maestra di danza mi parlava di un progetto che girava nelle scuole (di Milano), che aveva per tema gli abusi sui bambini e che voleva cercare di comunicare ai bambini che cosa si intende per abuso e che cosa è giusto o no aspettarsi da un adulto. La mia maestra ne era entusiasta, finché non è saltato fuori che più della metà delle mamme della classe di sua figlia non riteneva "conveniente" partecipare a un progetto del genere. E stiamo parlando di una scuola di Milano, non dell'arretrata comunità Xxx.
Ecco, io un progetto del genere non mi farei proprio nessuno scrupolo di proporlo, anche se so che probabilmente molte mamme reagirebbero come quelle di Milano e mi guarderebbero come strana.
Ma meglio strana che stronza, direi.
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