Tutto questo parlare di buone prassi femminili, unito ad alcune situazioni di vita vissuta e alla famosa replica del direttore di Vanity Fair, mi ha fatto venire in mente un vecchio post di Flavia (ora trovo questo, ma la discussione partiva da molto prima).
In cui, se non ricordo male, Flavia diceva qualcosa tipo che le donne devono imparare che l'aggressività non è qualcosa da censurare.
Io penso di poter affermare che in realtà le donne non si sono mai censurate quanto ad aggressività. Solo che la esercitano nella guerra fra poveri, nel continuo accapigliarsi da cortile. E hanno un'idea distorta della competitività.
Vi dico solo che, guardandomi intorno, io credo di essere stata educata come un maschio: non ho manie di perfezione, non ambisco alla palma di magnifica donna di casa, non misuro la mia figaggine in quantità di metri quadri che riesco a tenere puliti e ordinati. Epperò la vita mi ha insegnato anche che la mia autostima non può neppure dipendere da quanto guadagno o da quanto è prestigioso il mio lavoro o da quanti riconoscimenti ottengo sul lavoro: l'unica cosa da cui deve dipendere parte della mia autostima è il fatto che io svolga bene il lavoro che mi è stato assegnato, secondo la mia coscienza e non per avere il plauso di chi mi considera poco più che bassa manovalanza.
Non sono competitiva probabilmente per natura (si chiama pigrizia), ma anche perché da piccola/adolescente non ho mai avuto con chi competere a scuola: prendevo ottimi voti senza sforzo, mentre le altre prendevano voti solo occasionalmente migliori dei miei ma facendosi un culo così. A che pro umiliarle? Ma soprattutto, a che pro farmi anch'io il culo, quando già abbastanza spesso prendevo il massimo dei voti senza farmelo?
Poi, per carità, quando sono andata al master e ho trovato tanta gente più intelligente e preparata e brillante di me, avrei potuto avere un tracollo. Invece ancora devo dire grazie all'educazione che mi è stata data, perché, insistendo sull'umiltà, mia madre mi ha insegnato anche che da chi è meglio di noi possiamo solo imparare.
Infatti, a differenza di molte, io amo circondarmi di persone migliori di me: la mia vita sarebbe ben noiosa se io fossi la stella più luminosa del mio firmamento.
Ci sono invece persone che non riescono ad apprezzare la luce se non quella emessa da loro stesse: devono per forza essere al top del podio. E fanno la guerra a chiunque voglia brillare qualche metro più in là.
Le donne impiegano un sacco di energie in questo tipo di guerre, quando invece potrebbero impiegarle in battaglie ben più fruttuose.
Da un lato, è affascinante osservarle mentre mettono in campo tutte le loro abilità per screditare l'avversaria: attaccano l'aspetto fisico dell'altra, la mettono in cattiva luce partendo da dettagli (spesso abilmente travisati), usano la comunicazione in modi raffinati. Io donne così le metterei nei comitati elettorali dei politici, per loro gli equilibri tipo "The Good Wife" sono roba da scuole elementari.
Dall'altro, mi spiego perché, nonostante anni di lotte, restiamo sempre nella parte più bassa della scala (qualsiasi scala): lottiamo solo in duelli che siamo ragionevolmente sicure di poter vincere, siamo buone solo per le risse da osteria o da cortile. Non partiamo lancia in resta contro i draghi, in nome di grandi ideali. Ci indignamo se una non stira le tende, non se un ente di governo calpesta i nostri diritti o se un collega ottiene un riconoscimento che andava a noi. Siamo complici della nostra inferiorità, spesso intimamente convinte di essa.
Ecco, io ho ricevuto un'educazione diversa. Per me una casa pulita è una necessità (troppo spesso non soddisfatta) invece che un vanto. Io discendo da donne che hanno sopportato il doppio solo per il fatto di essere donne, ma traggo forza dalle tribolazioni del mio sesso, mi danno la consapevolezza di poter fare tutto: mi fanno sentire superiore, non inferiore. Io sono sempre partita a combattere i draghi, finché non ho avuto abbastanza buonsenso da capire che è meglio cercare di addomesticarli.
lunedì 25 luglio 2011
giovedì 21 luglio 2011
Donne per le donne
Dico la verità: dopo il primo momento di curiosità, questo celebrare le buone pratiche delle donne per le donne mi pareva il solito parlarsi/piangersi addosso. Perché hai voglia a parlare di solidarietà femminile, ma poi nella pratica la solidarietà ti arriva (quando arriva) indipendentemente dal sesso.
Raramente ho frequentato ambienti femminili in cui non si finisse per lavarsi il culo a vicenda. Quando tutto va bene, come nel mio ufficio, la lavata di culo si limita al piccolo sfogo fisiologico. Quando invece ci si mettono di mezzo difficoltà, licenziamenti e mobilità, le critiche diventano mirate: guarda quella che l'hanno tolta da quel reparto appena prima che venisse liquidato, chi si scopa quella, di chi è figlia quell'altra.
Nel mio piccolo, sono arrivata a sentirmi dare della privilegiata in un periodo in cui ero precaria e le dipendenti a tempo indeterminato della società consorella erano in cassa integrazione. Noi donne siamo bravissime a fare la guerra tra poveri.
Insomma, sul lavoro non ho grandi esempi di buone pratiche, se non quelle nate spontaneamente dall'amicizia tra colleghi (esiste, giuro).
Penso però al mio gruppo di danza, con cui ieri abbiamo fatto l'ultima lezione dell'anno. Penso al gruppo sparuto e disomogeneo che erano all'inizio: una rappresentante per ogni decade 20-30-40-50. Mamme e non, con esperienza e non, in forma e non.
Penso ai nostri inizi, a quanto si rompevano le balle a imparare la tecnica. Mi hanno costretta a cambiare direzione, a dar loro il gusto di ballare senza insistere perché imparassero subito tutti i passi "canonici".
Abbiamo intrapreso un percorso verso qualcosa di diverso dalla maggioranza dei corsi di danza del ventre: ho cercato di insegnare loro a divertirsi, a esprimersi, a essere a loro agio dentro la musica.
Ieri, più ancora che agli spettacoli, ne ho avuto la conferma: abbiamo fatto da capo a fine, in circa un'ora, un percorso che solo 6 mesi fa avrebbe richiesto più lezioni. L'abbiamo fatto sotto lo sguardo di una persona esterna ma amica, la cui reazione e la cui difficoltà nell'inserirsi nell'esercizio mi hanno confermato che abbiamo fatto tanta strada nella direzione giusta.
E la buona pratica in che cosa sta? Non sono così tutti i corsi di danza? No.
La buona pratica sta nell'aver preso 4 persone che non si conoscevano e averle portate a non vergognarsi tra loro né dei propri sentimenti né del proprio aspetto fisico né delle proprie capacità espressive. La buona pratica sta nel fatto di averle rese un gruppo che lavora in modo solidale, per il risultato del pezzo e non per il risalto della singola.
Certo, è solo danza, solo un passatempo. Così come gli sport sono solo sport, eppure poi ci troviamo allenatori che scrivono libri sul team building e sul raggiungimento di obiettivi.
Certo, queste sono solo 4 donne. Ma che donne.
Raramente ho frequentato ambienti femminili in cui non si finisse per lavarsi il culo a vicenda. Quando tutto va bene, come nel mio ufficio, la lavata di culo si limita al piccolo sfogo fisiologico. Quando invece ci si mettono di mezzo difficoltà, licenziamenti e mobilità, le critiche diventano mirate: guarda quella che l'hanno tolta da quel reparto appena prima che venisse liquidato, chi si scopa quella, di chi è figlia quell'altra.
Nel mio piccolo, sono arrivata a sentirmi dare della privilegiata in un periodo in cui ero precaria e le dipendenti a tempo indeterminato della società consorella erano in cassa integrazione. Noi donne siamo bravissime a fare la guerra tra poveri.
Insomma, sul lavoro non ho grandi esempi di buone pratiche, se non quelle nate spontaneamente dall'amicizia tra colleghi (esiste, giuro).
Penso però al mio gruppo di danza, con cui ieri abbiamo fatto l'ultima lezione dell'anno. Penso al gruppo sparuto e disomogeneo che erano all'inizio: una rappresentante per ogni decade 20-30-40-50. Mamme e non, con esperienza e non, in forma e non.
Penso ai nostri inizi, a quanto si rompevano le balle a imparare la tecnica. Mi hanno costretta a cambiare direzione, a dar loro il gusto di ballare senza insistere perché imparassero subito tutti i passi "canonici".
Abbiamo intrapreso un percorso verso qualcosa di diverso dalla maggioranza dei corsi di danza del ventre: ho cercato di insegnare loro a divertirsi, a esprimersi, a essere a loro agio dentro la musica.
Ieri, più ancora che agli spettacoli, ne ho avuto la conferma: abbiamo fatto da capo a fine, in circa un'ora, un percorso che solo 6 mesi fa avrebbe richiesto più lezioni. L'abbiamo fatto sotto lo sguardo di una persona esterna ma amica, la cui reazione e la cui difficoltà nell'inserirsi nell'esercizio mi hanno confermato che abbiamo fatto tanta strada nella direzione giusta.
E la buona pratica in che cosa sta? Non sono così tutti i corsi di danza? No.
La buona pratica sta nell'aver preso 4 persone che non si conoscevano e averle portate a non vergognarsi tra loro né dei propri sentimenti né del proprio aspetto fisico né delle proprie capacità espressive. La buona pratica sta nel fatto di averle rese un gruppo che lavora in modo solidale, per il risultato del pezzo e non per il risalto della singola.
Certo, è solo danza, solo un passatempo. Così come gli sport sono solo sport, eppure poi ci troviamo allenatori che scrivono libri sul team building e sul raggiungimento di obiettivi.
Certo, queste sono solo 4 donne. Ma che donne.
martedì 19 luglio 2011
Inseguire la passione
Non sono una grande fan delle passioni, soprattutto in campo amoroso: preferisco amare intensamente ma con la sensazione di rimanere sempre me stessa, di non tralasciare quello che ero e amavo prima di incontrare quell'uomo.
Quindi mio marito lo amo molto, lo desidero molto, ci sto benissimo insieme e cerco di fare il maggior numero di cose insieme a lui, mi confido, ci rido, ci spettegolo, mi sfogo. E lui fa altrettanto con me.
Ma, se dovessi definire il mio sentimento per Luca, non userei il termine "passione" nemmeno per i primi tempi. Amore sì, innamoramento sì, ma "passione" per me ha troppo la connotazione del patire, dell'annullarsi, del dimenticarsi.
Per lo stesso motivo, non direi che provo passione per i miei figli. Li amo con tutta me stessa e, come ho già detto, la loro esistenza mi rende ricattabile a tutti i livelli. Ma con loro vado ancora più cauta che con mio marito: loro se ne andranno tra non moltissimi anni, come è giustissimo che sia, e io rimarrò qui con me stessa (e, spero, con Luca). Non posso dimenticare chi sono e cosa voglio a causa dei figli. Posso sospendere alcune esigenze, come ho fatto quando erano piccolissimi, ma non per un tempo superiore a pochi anni.
Per mia fortuna, ciò che sono e voglio comincia a coincidere col mio lavoro. Sto elaborando il fatto di essere "solo una segretaria" con laurea e master e mi rendo conto che ci tengo a questo lavoro, mi piace avere a che fare con i compiti trattati dal mio ufficio. Anche se non è tutto rose e fiori.
Fortuna? Buonsenso? Spirito di sopravvivenza? Non lo so.
So però che ciò che sono non si esaurisce nel mio lavoro né nella mia famiglia. Sarò megalomane, ma ciò che sono comprende anche tante altre cose: la danza (a cui "sacrificherò" tutte le sere della prossima settimana), la lettura (a cui spero di dedicarmi presto, ci sono un sacco di libri che mi aspettano in biblioteca), la musica (questo weekend ho fatto circa 700 km per andare a un concerto in cui i miei figli si sono addormentati alla quarta canzone nonostante gli piacesse).
E la scrittura. Viola, gli altri miei progetti, il blog. Scrivo da quando avevo 7 anni. Sotto un certo aspetto, non mi importa se scrivo bene o male (o meglio, mi importa ma non è il motivo per cui scrivo). Non mi è neppure mai importato di essere pubblicata, fino a quando non ho concepito Viola (e, se fossi stata in grado di disegnarla io, non mi sarebbe importato neppure in questo caso).
Tempo fa scrivevo di notte, dopo aver lavorato magari 14 ore al giorno. Ero single ed ero forte.
Oggi scrivo mentre i miei figli giocano o guardano un cartone o mentre mio marito prepara la cena. Non solo: parlo di quello che voglio scrivere, magari con un'amica mentre i nostri figli sguazzano nella piscina davanti a noi e noi ci scambiamo idee per i rispettivi progetti narrativi.
Per documentarmi, leggo saggi mentre mio marito legge una favola ai miei figli o insegna loro come travasare una pianta.
Il tempo per quello che amo mi sembra tempo rubato a quelli che amo. Ma perché dovrei sentirmi così? Perché non mi sento così quando cucino? Perché non mi sentirei così se stessi cucendo un vestito per Amelia?
Io non ci credo che una che nel 2011 si mette a cucire un vestitino lo fa per risparmiare: potrebbe andare al mercato e con 3 euro hai voglia comprare vestitini. Una che si mette a cucire un vestitino lo fa perché le piace, perché quello è il complemento di sé che le occorre.
Il mio complemento è la scrittura. I miei figli, ripensando a me, mi ricorderanno mentre danzo o leggo o scrivo (o cucino, cosa che pure mi piace fare), non mentre pulisco il bagno. Ai miei figli trasmetterò questo come piacere e altre cose invece le trasmetterò come necessità, non pensiate che abbiamo la colf o la cuoca o che in posta ci vada un mio avatar.
Ma non voglio che la mia vita appaia loro come 100% necessità: sarebbe un insulto ai nostri antenati, che, pur avendo vite molto più faticose delle nostre, riuscivano ugualmente a ritagliarsi un brevissimo momento per essere qualcosa di più che bestie da lavoro.
Io oggi posso permettermi di lavorare 7 ore al giorno, badare alla casa mettiamo un'ora al giorno, ascoltare le esigenze dei miei figli. Ma poi ci sono io.
Non si tratta di inseguire la passione. Si tratta di inseguire se stessi.
Quindi mio marito lo amo molto, lo desidero molto, ci sto benissimo insieme e cerco di fare il maggior numero di cose insieme a lui, mi confido, ci rido, ci spettegolo, mi sfogo. E lui fa altrettanto con me.
Ma, se dovessi definire il mio sentimento per Luca, non userei il termine "passione" nemmeno per i primi tempi. Amore sì, innamoramento sì, ma "passione" per me ha troppo la connotazione del patire, dell'annullarsi, del dimenticarsi.
Per lo stesso motivo, non direi che provo passione per i miei figli. Li amo con tutta me stessa e, come ho già detto, la loro esistenza mi rende ricattabile a tutti i livelli. Ma con loro vado ancora più cauta che con mio marito: loro se ne andranno tra non moltissimi anni, come è giustissimo che sia, e io rimarrò qui con me stessa (e, spero, con Luca). Non posso dimenticare chi sono e cosa voglio a causa dei figli. Posso sospendere alcune esigenze, come ho fatto quando erano piccolissimi, ma non per un tempo superiore a pochi anni.
Per mia fortuna, ciò che sono e voglio comincia a coincidere col mio lavoro. Sto elaborando il fatto di essere "solo una segretaria" con laurea e master e mi rendo conto che ci tengo a questo lavoro, mi piace avere a che fare con i compiti trattati dal mio ufficio. Anche se non è tutto rose e fiori.
Fortuna? Buonsenso? Spirito di sopravvivenza? Non lo so.
So però che ciò che sono non si esaurisce nel mio lavoro né nella mia famiglia. Sarò megalomane, ma ciò che sono comprende anche tante altre cose: la danza (a cui "sacrificherò" tutte le sere della prossima settimana), la lettura (a cui spero di dedicarmi presto, ci sono un sacco di libri che mi aspettano in biblioteca), la musica (questo weekend ho fatto circa 700 km per andare a un concerto in cui i miei figli si sono addormentati alla quarta canzone nonostante gli piacesse).
E la scrittura. Viola, gli altri miei progetti, il blog. Scrivo da quando avevo 7 anni. Sotto un certo aspetto, non mi importa se scrivo bene o male (o meglio, mi importa ma non è il motivo per cui scrivo). Non mi è neppure mai importato di essere pubblicata, fino a quando non ho concepito Viola (e, se fossi stata in grado di disegnarla io, non mi sarebbe importato neppure in questo caso).
Tempo fa scrivevo di notte, dopo aver lavorato magari 14 ore al giorno. Ero single ed ero forte.
Oggi scrivo mentre i miei figli giocano o guardano un cartone o mentre mio marito prepara la cena. Non solo: parlo di quello che voglio scrivere, magari con un'amica mentre i nostri figli sguazzano nella piscina davanti a noi e noi ci scambiamo idee per i rispettivi progetti narrativi.
Per documentarmi, leggo saggi mentre mio marito legge una favola ai miei figli o insegna loro come travasare una pianta.
Il tempo per quello che amo mi sembra tempo rubato a quelli che amo. Ma perché dovrei sentirmi così? Perché non mi sento così quando cucino? Perché non mi sentirei così se stessi cucendo un vestito per Amelia?
Io non ci credo che una che nel 2011 si mette a cucire un vestitino lo fa per risparmiare: potrebbe andare al mercato e con 3 euro hai voglia comprare vestitini. Una che si mette a cucire un vestitino lo fa perché le piace, perché quello è il complemento di sé che le occorre.
Il mio complemento è la scrittura. I miei figli, ripensando a me, mi ricorderanno mentre danzo o leggo o scrivo (o cucino, cosa che pure mi piace fare), non mentre pulisco il bagno. Ai miei figli trasmetterò questo come piacere e altre cose invece le trasmetterò come necessità, non pensiate che abbiamo la colf o la cuoca o che in posta ci vada un mio avatar.
Ma non voglio che la mia vita appaia loro come 100% necessità: sarebbe un insulto ai nostri antenati, che, pur avendo vite molto più faticose delle nostre, riuscivano ugualmente a ritagliarsi un brevissimo momento per essere qualcosa di più che bestie da lavoro.
Io oggi posso permettermi di lavorare 7 ore al giorno, badare alla casa mettiamo un'ora al giorno, ascoltare le esigenze dei miei figli. Ma poi ci sono io.
Non si tratta di inseguire la passione. Si tratta di inseguire se stessi.
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giovedì 7 luglio 2011
Niente sensi di colpa, please
Immaginiamo, come fa Wonder, uno scenario di genitore assente.
Immaginiamo che quel genitore sia io, e che abbia vinto il dottorato a Genova. Immaginiamo che il dottorato mi impegni fuori casa più di quanto avevo previsto e che io assecondi la mia passione, portando i bambini a scuola per le 7.30 e tornando con il treno delle otto di sera.
Non è una vita figa fatta di viaggi (a meno che di non considerare "viaggio" la vita del pendolare), non otterrei avanzamenti di carriera, non lo farei per i soldi. Lo farei per passione, esattamente come sono andata alle fiere di Lucca, Mantova, Torino, Milano.
Vedrei i miei figli molto meno, la gestione della casa sarebbe affidata a Luca, ma farei per 3 anni qualcosa che mi appassiona totalmente.
Avrei sensi di colpa? Forse verso Luca, che si troverebbe catapultato da una situazione di collaborazione ad avere il totale peso, senza una contropartita economica. Ma non verso i miei figli. Mi dispiacerebbe vederli di meno, così come mi dispiace vedere di meno mia madre o le mie amiche più lontane. Così come soffrirei ad avere meno tempo da passare con mio marito. Ma sensi di colpa no: magari soffriranno della mia mancanza come io soffro della loro, ma non mi considero insostituibile. Già adesso mi sostituiscono volentieri con i nonni, con gli educatori carinissimi del centro estivo, con gli amichetti e con il papà.
Non sarebbe una vita rose e fiori: sarebbe faticosa. Ma, se la scegliessi, se potessi e volessi sceglierla, una volta presa la decisione me ne andrei senza remore. Avrei dei ripensamenti se il mio nuovo lavoro non valesse la pena di tanti sacrifici, ma non per la mia nostalgia di casa. Come posso insegnare ai miei figli a volare, se poi io per prima non oso neanche aprire le ali?
Il dolore e la rinuncia sono la controparte del coraggio e della scelta. Non sono colpa di qualcuno, sono inevitabili. Bisogna accettarli e sopportarli quando arrivano, non farsene una colpa.
Immaginiamo che quel genitore sia io, e che abbia vinto il dottorato a Genova. Immaginiamo che il dottorato mi impegni fuori casa più di quanto avevo previsto e che io assecondi la mia passione, portando i bambini a scuola per le 7.30 e tornando con il treno delle otto di sera.
Non è una vita figa fatta di viaggi (a meno che di non considerare "viaggio" la vita del pendolare), non otterrei avanzamenti di carriera, non lo farei per i soldi. Lo farei per passione, esattamente come sono andata alle fiere di Lucca, Mantova, Torino, Milano.
Vedrei i miei figli molto meno, la gestione della casa sarebbe affidata a Luca, ma farei per 3 anni qualcosa che mi appassiona totalmente.
Avrei sensi di colpa? Forse verso Luca, che si troverebbe catapultato da una situazione di collaborazione ad avere il totale peso, senza una contropartita economica. Ma non verso i miei figli. Mi dispiacerebbe vederli di meno, così come mi dispiace vedere di meno mia madre o le mie amiche più lontane. Così come soffrirei ad avere meno tempo da passare con mio marito. Ma sensi di colpa no: magari soffriranno della mia mancanza come io soffro della loro, ma non mi considero insostituibile. Già adesso mi sostituiscono volentieri con i nonni, con gli educatori carinissimi del centro estivo, con gli amichetti e con il papà.
Non sarebbe una vita rose e fiori: sarebbe faticosa. Ma, se la scegliessi, se potessi e volessi sceglierla, una volta presa la decisione me ne andrei senza remore. Avrei dei ripensamenti se il mio nuovo lavoro non valesse la pena di tanti sacrifici, ma non per la mia nostalgia di casa. Come posso insegnare ai miei figli a volare, se poi io per prima non oso neanche aprire le ali?
Il dolore e la rinuncia sono la controparte del coraggio e della scelta. Non sono colpa di qualcuno, sono inevitabili. Bisogna accettarli e sopportarli quando arrivano, non farsene una colpa.
martedì 5 luglio 2011
The X Factor
Come ho detto varie volte in giro per la rete, negli ultimi 2 mesi mi sono dedicata a leggere una serie di libri che mi sono stati consigliati dalla mia bibliotecaria: il ciclo di Bartimeus.
Ora, se siete di quelli che un libro non è degno di essere letto se non è intellettuale, passate avanti e toglietemi la vostra stima. Evitate per favore di regalarmi saggi o romanzi perché io mi acculturi: ho una certa dimestichezza con la lettura, e mi sembra che essermi appena riletta Le Troiane di Euripide sia figo abbastanza.
Detto questo, ho amato questi libri per gli stessi innumerevoli motivi per cui ho amato Harry Potter.
Prima di tutto sono scritti bene (anche se non altrettanto bene tradotti). E già questo basterebbe.
Secondariamente, sono divertenti ma non sciocchi. Sono libri scritti per ragazzi dagli 11-12 anni, l'età giusta per trattare temi importanti come l'uguaglianza, la differenza tra protezione e censura, la differenza tra governare e gestire il potere, l'importanza di capire il punto di vista dell'altro. Insomma, mica bruscolini: quel genere di argomento che ogni genitore si ritrova a trattare con un po' di disagio, per la sua complessità.
Ma la vera ragione per cui amo questi romanzi è la presenza di Bartimeus: un personaggio divertente e irriverente, con un'etica apparentemente opposta alla nostra, istrione e grillo parlante.
Bartimeus è un personaggio che spacca, anche più di Harry Potter, anche più di Dumbledore/Silente.
Probabilmente è stato in qualche maniera ispirato o influenzato da Dobby, ma, benché i maghi siano presenti anche in questi romanzi, non c'è alcuna sudditanza verso i romanzi della Rowling. Il mondo immaginato da Stroud è completamente diverso, un mondo parallelo rispetto al nostro in cui i maghi si arrogano il diritto di governare i "comuni" solo per il fatto di sapere come si evocano gli spiriti (che loro chiamano demoni).
Nel mondo di Bartimeus, gli umani sono generalmente incolori o meschini, con qualche guizzo di personalità. Gli spiriti, invece, sono personaggi indimenticabili.
Non solo Bartimeus, che amo e che chiunque di noi vorrebbe come interlocutore almeno una volta nella vita. Ci sono personaggi favolosi come Faquarl (un djinn coetaneo di Bartimeus, che ama prendere le sembianze di cuoco), Jabor (un personaggio sanguinario ed esilarante), l'afrit pazzo Honorius (che sgambetta sui tetti di Londra in forma di scheletro con una maschera funeraria), lo Spirito dell'Anello Uraziel.
Ci sono scene che potrei rileggere all'infinito e sempre mi farebbero ridere. Ci sono scene che mi danno un legittimo godimento così profondo che è come se fosse un mio personale nemico ad aver fatto quella fine. Ci sono dialoghi che ormai io e mio marito citiamo nel nostro lessico famigliare ("o Essere Miracoloso", "o Asso").
C'è però un risvolto negativo. A parte il fatto che Bartimeus genera dipendenza, intendo.
Il risvolto negativo, per me, è che prima di incontrare Bartimeus mi stavo accingendo a scrivere una storia su un djinn. Una storia moooolto diversa per trama, personaggi e ambientazioni. Ma che, nel tono, avrebbe voluto essere simile: leggera, ironica, divertente ma non comica.
E, accidenti, adesso ho due problemi. Prima di tutto mi devo disintossicare da Bartimeus, perché ora tutto quello che mi vien da scrivere (fosse anche la lista della spesa) è nel suo stile. Secondariamente, sono annichilita dalla grandezza di questo personaggio, dal modo in cui ha catturato sia me sia tutte le persone che hanno letto questi libri, e il confronto mi schiaccia.
Bartimeus è uno di quei personaggi magici, con un qualcosa in più che li rende indimenticabili.
Io vorrei che i miei personaggi lo fossero altrettanto ma in modo ovviamente diverso: devo trovare la mia formula magica.
Soprattutto perché ho fatto una promessa a Luca: il mio personaggio lo prenderà quanto l'ha preso Bartimeus, lo amerà e gli dispiacerà finire le sue storie.
Ohi, quanto sarà difficile e bello tenere fede a questa promessa!
Ora, se siete di quelli che un libro non è degno di essere letto se non è intellettuale, passate avanti e toglietemi la vostra stima. Evitate per favore di regalarmi saggi o romanzi perché io mi acculturi: ho una certa dimestichezza con la lettura, e mi sembra che essermi appena riletta Le Troiane di Euripide sia figo abbastanza.
Detto questo, ho amato questi libri per gli stessi innumerevoli motivi per cui ho amato Harry Potter.
Prima di tutto sono scritti bene (anche se non altrettanto bene tradotti). E già questo basterebbe.
Secondariamente, sono divertenti ma non sciocchi. Sono libri scritti per ragazzi dagli 11-12 anni, l'età giusta per trattare temi importanti come l'uguaglianza, la differenza tra protezione e censura, la differenza tra governare e gestire il potere, l'importanza di capire il punto di vista dell'altro. Insomma, mica bruscolini: quel genere di argomento che ogni genitore si ritrova a trattare con un po' di disagio, per la sua complessità.
Ma la vera ragione per cui amo questi romanzi è la presenza di Bartimeus: un personaggio divertente e irriverente, con un'etica apparentemente opposta alla nostra, istrione e grillo parlante.
Bartimeus è un personaggio che spacca, anche più di Harry Potter, anche più di Dumbledore/Silente.
Probabilmente è stato in qualche maniera ispirato o influenzato da Dobby, ma, benché i maghi siano presenti anche in questi romanzi, non c'è alcuna sudditanza verso i romanzi della Rowling. Il mondo immaginato da Stroud è completamente diverso, un mondo parallelo rispetto al nostro in cui i maghi si arrogano il diritto di governare i "comuni" solo per il fatto di sapere come si evocano gli spiriti (che loro chiamano demoni).
Nel mondo di Bartimeus, gli umani sono generalmente incolori o meschini, con qualche guizzo di personalità. Gli spiriti, invece, sono personaggi indimenticabili.
Non solo Bartimeus, che amo e che chiunque di noi vorrebbe come interlocutore almeno una volta nella vita. Ci sono personaggi favolosi come Faquarl (un djinn coetaneo di Bartimeus, che ama prendere le sembianze di cuoco), Jabor (un personaggio sanguinario ed esilarante), l'afrit pazzo Honorius (che sgambetta sui tetti di Londra in forma di scheletro con una maschera funeraria), lo Spirito dell'Anello Uraziel.
Ci sono scene che potrei rileggere all'infinito e sempre mi farebbero ridere. Ci sono scene che mi danno un legittimo godimento così profondo che è come se fosse un mio personale nemico ad aver fatto quella fine. Ci sono dialoghi che ormai io e mio marito citiamo nel nostro lessico famigliare ("o Essere Miracoloso", "o Asso").
C'è però un risvolto negativo. A parte il fatto che Bartimeus genera dipendenza, intendo.
Il risvolto negativo, per me, è che prima di incontrare Bartimeus mi stavo accingendo a scrivere una storia su un djinn. Una storia moooolto diversa per trama, personaggi e ambientazioni. Ma che, nel tono, avrebbe voluto essere simile: leggera, ironica, divertente ma non comica.
E, accidenti, adesso ho due problemi. Prima di tutto mi devo disintossicare da Bartimeus, perché ora tutto quello che mi vien da scrivere (fosse anche la lista della spesa) è nel suo stile. Secondariamente, sono annichilita dalla grandezza di questo personaggio, dal modo in cui ha catturato sia me sia tutte le persone che hanno letto questi libri, e il confronto mi schiaccia.
Bartimeus è uno di quei personaggi magici, con un qualcosa in più che li rende indimenticabili.
Io vorrei che i miei personaggi lo fossero altrettanto ma in modo ovviamente diverso: devo trovare la mia formula magica.
Soprattutto perché ho fatto una promessa a Luca: il mio personaggio lo prenderà quanto l'ha preso Bartimeus, lo amerà e gli dispiacerà finire le sue storie.
Ohi, quanto sarà difficile e bello tenere fede a questa promessa!
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lunedì 4 luglio 2011
Riflessione sdolcinata
I miei sono tornati dopo aver passato un mese al mare. Si sono tenuti i bambini là per una settimana (anche se io avrei apprezzato che li tenessero per un tempo più lungo) perché comunque la vacanza doveva essere per riposarsi e loro, quando ci sono i miei figli, non hanno ancora imparato a non esaudirli in tutto.
Ieri ci hanno tenuto i bambini per tutto il giorno, e noi abbiamo potuto dedicarci a noi stessi (il che, stranamente, non ha coinciso solo con il chiudersi in camera da letto, ma ci siamo anche fatti un giro al mercato e in un vivaio). Siamo stati bene, come diamo spesso per scontato.
Poi oggi torna dalle ferie una mia collega, che sperava di farsi una settimana di mare con la figlia adolescente e invece si è dovuta "accontentare" di un weekend lungo con il marito, perché la quattordicenne ormai trova disdicevole sprecare il proprio tempo con mammà anziché con le amiche. E anche la mia collega mi ha detto: siamo stati bene, tanto quando siamo io e lui va bene tutto.
Ecco, forse né io né la mia collega facciamo bene a dare per scontato che da sole con il proprio marito si stia bene. Ci sono tante donne (e mia mamma è stata di queste, e talvolta lo è ancora) che con il proprio marito, anche in vacanza, non stanno bene. Non perché non si sia innamorati o che, ma perché si è troppo diversi, troppo chiusi, troppo rigidi nelle proprie parti. O magari perché si fraintende il senso dello stare insieme e si pretende di fare tutto proprio tutto insieme.
Ieri, io e Luca siamo andati al mercato e abbiamo visto banchi che interessavano più a me e banchi più interessanti per lui. Siamo andati da Viridea per comprare degli attacchi per l'irrigazione e la coloreria per me (mi sono decisa a tingere e accorciare l'abito da sposa). A casa, ci siamo dedicati lui alla lettura (finalmente ha finito la trilogia di Bartimeus) e io a varie altre cose come marcare i costumi e i teli dei figli per il centro estivo in piscina, tingere e lavare l'abito da sposa, sistemare l'archivio mp3 e infine leggere anch'io.
Poi io mi sono messa a preparare la cena e lui è andato a prendere i bambini dai miei. E ieri sera ci siamo addormentati vicini e stanchi, ma contenti.
Ieri ci hanno tenuto i bambini per tutto il giorno, e noi abbiamo potuto dedicarci a noi stessi (il che, stranamente, non ha coinciso solo con il chiudersi in camera da letto, ma ci siamo anche fatti un giro al mercato e in un vivaio). Siamo stati bene, come diamo spesso per scontato.
Poi oggi torna dalle ferie una mia collega, che sperava di farsi una settimana di mare con la figlia adolescente e invece si è dovuta "accontentare" di un weekend lungo con il marito, perché la quattordicenne ormai trova disdicevole sprecare il proprio tempo con mammà anziché con le amiche. E anche la mia collega mi ha detto: siamo stati bene, tanto quando siamo io e lui va bene tutto.
Ecco, forse né io né la mia collega facciamo bene a dare per scontato che da sole con il proprio marito si stia bene. Ci sono tante donne (e mia mamma è stata di queste, e talvolta lo è ancora) che con il proprio marito, anche in vacanza, non stanno bene. Non perché non si sia innamorati o che, ma perché si è troppo diversi, troppo chiusi, troppo rigidi nelle proprie parti. O magari perché si fraintende il senso dello stare insieme e si pretende di fare tutto proprio tutto insieme.
Ieri, io e Luca siamo andati al mercato e abbiamo visto banchi che interessavano più a me e banchi più interessanti per lui. Siamo andati da Viridea per comprare degli attacchi per l'irrigazione e la coloreria per me (mi sono decisa a tingere e accorciare l'abito da sposa). A casa, ci siamo dedicati lui alla lettura (finalmente ha finito la trilogia di Bartimeus) e io a varie altre cose come marcare i costumi e i teli dei figli per il centro estivo in piscina, tingere e lavare l'abito da sposa, sistemare l'archivio mp3 e infine leggere anch'io.
Poi io mi sono messa a preparare la cena e lui è andato a prendere i bambini dai miei. E ieri sera ci siamo addormentati vicini e stanchi, ma contenti.
martedì 28 giugno 2011
Distanza di sicurezza
Questo weekend è stato all'insegna delle amicizie e delle preferenze di noi come singoli e non come coppia.
Io sabato pomeriggio sono stata al mio corso di trucco, poi ho fatto una piccola esibizione in piazza con le mie ragazze (e qui Luca mi ha raggiunta per fare la parte di percussioni) e infine sono andata da sola a Milano per lo spettacolo / saggio di corso di teatro della mia maestra di danza, che ha scoperto una passione per la recitazione. Luca invece è rimasto in piazza e ha suonato per le improvvisazioni delle mie ragazze e di altre danzatrici, mentre i bambini si facevano coccolare dalle mie amiche.
Domenica poi io avevo un impegno nel pomeriggio, già fissato da settimane. Allora Luca ha colto la palla al balzo per andare a trovare suo fratello, insieme ai bambini: era una bella giornata e si era dato appuntamento anche con un cugino/amico. Io ho fatto quello che dovevo, con le mie amiche, e poi siamo andate allo spettacolo di fine anno di Metiss'Art, la scuola dove insegna la mia maestra di danza.
È stata una bella serata, anche se siamo tornate tardissimo. E anche per Luca e i bambini è stato bello passare una giornata esattamente come la volevano.
Il buffo è che in macchina, andando allo spettacolo, si parlava del fatto che alcune coppie non si separano mai, neanche per una serata o un pomeriggio. E io questa cosa la capisco e non la capisco.
Capisco che il tempo libero è poco e che ti fa piacere passarlo con la persona che ami. Capisco anche che i soldi sono pochi e che, se devo fare una vacanza, la faccio con tutta la mia famiglia.
Però capisco anche che ci sono cose che sono solo mie, e a cui Luca parteciperebbe solo per farmi piacere. Per esempio, a Lucca Comics sono stata ben contenta di essere con una persona appassionata di fumetti, che poteva guidarmi e che sapeva come muoversi. Oppure al convegno di Autunnonero: il secondo giorno Luca è venuto con me, ma giusto perché è una persona curiosa che non si nega niente, non ci sguazzava come me e l'altra ragazza che era con noi.
Per me è la stessa cosa con le manifestazioni di bonsai: spesso ci vado perché, per carità, sono pur sempre cose belle e c'è sempre qualche spunto interessante dalle attività collaterali (conferenze sulla cultura giapponese, laboratori di origami o simili, ecc.), ma se potessi sceglierei altro.
Se qualcuno mi invitasse al mare in un weekend in cui Luca deve lavorare, probabilmente andrei. Se qualcuno gli offrisse un'occasione a cui io non posso partecipare, lo inciterei ad andare. Anche perché, quando si torna, i figli per qualche ora smettono di essere anche un peso e diventano solo gioia. I lavori domestici restano sempre lì, ma intanto ti sei ricaricata/o. Per un breve periodo, rompi con il circolo vizioso di sempre e puoi dare il meglio di te.
Io sabato pomeriggio sono stata al mio corso di trucco, poi ho fatto una piccola esibizione in piazza con le mie ragazze (e qui Luca mi ha raggiunta per fare la parte di percussioni) e infine sono andata da sola a Milano per lo spettacolo / saggio di corso di teatro della mia maestra di danza, che ha scoperto una passione per la recitazione. Luca invece è rimasto in piazza e ha suonato per le improvvisazioni delle mie ragazze e di altre danzatrici, mentre i bambini si facevano coccolare dalle mie amiche.
Domenica poi io avevo un impegno nel pomeriggio, già fissato da settimane. Allora Luca ha colto la palla al balzo per andare a trovare suo fratello, insieme ai bambini: era una bella giornata e si era dato appuntamento anche con un cugino/amico. Io ho fatto quello che dovevo, con le mie amiche, e poi siamo andate allo spettacolo di fine anno di Metiss'Art, la scuola dove insegna la mia maestra di danza.
È stata una bella serata, anche se siamo tornate tardissimo. E anche per Luca e i bambini è stato bello passare una giornata esattamente come la volevano.
Il buffo è che in macchina, andando allo spettacolo, si parlava del fatto che alcune coppie non si separano mai, neanche per una serata o un pomeriggio. E io questa cosa la capisco e non la capisco.
Capisco che il tempo libero è poco e che ti fa piacere passarlo con la persona che ami. Capisco anche che i soldi sono pochi e che, se devo fare una vacanza, la faccio con tutta la mia famiglia.
Però capisco anche che ci sono cose che sono solo mie, e a cui Luca parteciperebbe solo per farmi piacere. Per esempio, a Lucca Comics sono stata ben contenta di essere con una persona appassionata di fumetti, che poteva guidarmi e che sapeva come muoversi. Oppure al convegno di Autunnonero: il secondo giorno Luca è venuto con me, ma giusto perché è una persona curiosa che non si nega niente, non ci sguazzava come me e l'altra ragazza che era con noi.
Per me è la stessa cosa con le manifestazioni di bonsai: spesso ci vado perché, per carità, sono pur sempre cose belle e c'è sempre qualche spunto interessante dalle attività collaterali (conferenze sulla cultura giapponese, laboratori di origami o simili, ecc.), ma se potessi sceglierei altro.
Se qualcuno mi invitasse al mare in un weekend in cui Luca deve lavorare, probabilmente andrei. Se qualcuno gli offrisse un'occasione a cui io non posso partecipare, lo inciterei ad andare. Anche perché, quando si torna, i figli per qualche ora smettono di essere anche un peso e diventano solo gioia. I lavori domestici restano sempre lì, ma intanto ti sei ricaricata/o. Per un breve periodo, rompi con il circolo vizioso di sempre e puoi dare il meglio di te.
venerdì 24 giugno 2011
Il peggio di me
Sono in ufficio. Squilla il telefono e rispondo. Mi fanno domande che esulano da quello che so e devo sapere, ma consiglio, fornisco riferimenti utili, do indicazioni. Entra un docente che ha bisogno di aiuto per compilare un modulo banale, gli do una mano. A uno studente manca la fotocopia del libretto per fare domanda per un tutorato, gliela faccio io sulla nostra fotocopiatrice. Tutti quelli che hanno a che fare con me (e con le mie colleghe, beninteso) lodano la mia gentilezza e la mia pazienza.
Torno a casa, stanca (anche se a volte, tra rispondere al telefono e indirizzare persone, mi sembra di non aver fatto niente). Anzi, prima di tornare a casa passo a prendere i bambini e alla minima bizza li fulmino. Appena in casa, spesso mi si presenta un buon numero di motivi per incazzarmi o almeno essere delusa: devo portare 4-5 borse (borsetta, pranzo, lavoretti dei bambini, magari spesa) e nessuno mi aiuta (magari perché Luca si è tumulato nell'orto) oppure ho fretta di ripartire e scopro che Luca non ha ancora fatto la doccia oppure mi aspettavo di trovare la lavatrice stesa e invece non ha nemmeno raccolto quella precedente. Altre volte scopro disastri fatti dalle gatte o non ho voglia di assecondare le richieste dei miei figli.
Forse la pressione non è superiore a quella che provo in ufficio, ma a casa sbotto. Faccio le cose di fretta e incazzata, mi trasformo in una specie di caporale abbaiante, recrimino con Luca e a volte faccio la vittima. Do il peggio di me, come già mia madre.
E mi dispiace, perché loro sono la mia famiglia e meriterebbero il meglio. Ma è anche vero che, a differenza degli utenti con cui sono gentile sul lavoro, loro sono la mia famiglia, abitano lì e dovrebbero avere più a cuore quello che è il nostro bene comune. Mi aspetto di più da loro, proprio perché mi vogliono bene.
Sono io la prima a rilassarmi in pausa pranzo, ma credo proprio che se a pranzo fossi a casa come Luca farei qualcosa in più per la casa, fosse anche solo sparecchiare dopo pranzo o far partire la lavastoviglie. Lui invece, appena il clima glielo consente (ovvero, quest'anno, dai primi di marzo), mangia di fretta e corre nell'orto. Anche di pomeriggio, quando finisce di lavorare, bisogna sradicarlo dall'orto con la motosega.
Possibile che io chieda così tanto? Capirei se lavorasse ancora quando torno, ma possibile che sia così difficile immaginarsi che mi farebbe piacere trovare a casa un marito pulito e profumato, pronto ad aiutarmi con le mille borse, anziché dover trascinare via dall'orto un uomo maleodorante, ovviamente dopo essermi smazzata borse e figli? È vero, lui non mi chiede quasi niente, a parte il fatto che gradirebbe che fossi un po' meno incazzosa. Ma vorrei vedere: i figli al mattino li smazzo io (lui è già al lavoro, per carità), li vado a prendere a scuola, alla cena penso io nell'80% dei casi, la maggior parte delle volte penso io a lavastoviglie, lavatrice e relativi svuotamenti/riordini (per carità, se gli dico "fai la lavatrice" lui la fa).
OK, non sono la moglie sorridente di Pleasantville. E mi dispiace, perché a me piacerebbe di più essere contenta. Non ci godo a incazzarmi o a lamentarmi, anzi, mi sento in colpa.
Mi piacerebbe dare il meglio di me in casa. Ma per farlo dovrei avere qualche aiuto in più.
Torno a casa, stanca (anche se a volte, tra rispondere al telefono e indirizzare persone, mi sembra di non aver fatto niente). Anzi, prima di tornare a casa passo a prendere i bambini e alla minima bizza li fulmino. Appena in casa, spesso mi si presenta un buon numero di motivi per incazzarmi o almeno essere delusa: devo portare 4-5 borse (borsetta, pranzo, lavoretti dei bambini, magari spesa) e nessuno mi aiuta (magari perché Luca si è tumulato nell'orto) oppure ho fretta di ripartire e scopro che Luca non ha ancora fatto la doccia oppure mi aspettavo di trovare la lavatrice stesa e invece non ha nemmeno raccolto quella precedente. Altre volte scopro disastri fatti dalle gatte o non ho voglia di assecondare le richieste dei miei figli.
Forse la pressione non è superiore a quella che provo in ufficio, ma a casa sbotto. Faccio le cose di fretta e incazzata, mi trasformo in una specie di caporale abbaiante, recrimino con Luca e a volte faccio la vittima. Do il peggio di me, come già mia madre.
E mi dispiace, perché loro sono la mia famiglia e meriterebbero il meglio. Ma è anche vero che, a differenza degli utenti con cui sono gentile sul lavoro, loro sono la mia famiglia, abitano lì e dovrebbero avere più a cuore quello che è il nostro bene comune. Mi aspetto di più da loro, proprio perché mi vogliono bene.
Sono io la prima a rilassarmi in pausa pranzo, ma credo proprio che se a pranzo fossi a casa come Luca farei qualcosa in più per la casa, fosse anche solo sparecchiare dopo pranzo o far partire la lavastoviglie. Lui invece, appena il clima glielo consente (ovvero, quest'anno, dai primi di marzo), mangia di fretta e corre nell'orto. Anche di pomeriggio, quando finisce di lavorare, bisogna sradicarlo dall'orto con la motosega.
Possibile che io chieda così tanto? Capirei se lavorasse ancora quando torno, ma possibile che sia così difficile immaginarsi che mi farebbe piacere trovare a casa un marito pulito e profumato, pronto ad aiutarmi con le mille borse, anziché dover trascinare via dall'orto un uomo maleodorante, ovviamente dopo essermi smazzata borse e figli? È vero, lui non mi chiede quasi niente, a parte il fatto che gradirebbe che fossi un po' meno incazzosa. Ma vorrei vedere: i figli al mattino li smazzo io (lui è già al lavoro, per carità), li vado a prendere a scuola, alla cena penso io nell'80% dei casi, la maggior parte delle volte penso io a lavastoviglie, lavatrice e relativi svuotamenti/riordini (per carità, se gli dico "fai la lavatrice" lui la fa).
OK, non sono la moglie sorridente di Pleasantville. E mi dispiace, perché a me piacerebbe di più essere contenta. Non ci godo a incazzarmi o a lamentarmi, anzi, mi sento in colpa.
Mi piacerebbe dare il meglio di me in casa. Ma per farlo dovrei avere qualche aiuto in più.
domenica 19 giugno 2011
Nanosecondo di autocelebrazione
Non parlo spesso della mia attività di insegnante di danza. Anzi, davanti alla mia maestra e alle altre allieve evito proprio: mi vergogno di fregiarmi di questo titolo, pur non avendo voluto seguire i percorsi studiati per le insegnanti (a differenza di molte mie "colleghe", non ho un diploma ufficiale né ho seguito corsi ad hoc).
Sicuramente a Milano non avrei futuro né mercato: perché una ragazza dovrebbe venire a lezione da me anziché da Francesca Pedretti o Alessandra Centonze o Sabina Todaro o una delle tante bravissime insegnanti che conosco?
A Bereguardo, non ho concorrenza. Anzi, faccio una specie di servizio pubblico: insegno a persone che probabilmente non andrebbero a scuola a Milano o Pavia.
Due anni fa, quando ho cominciato, avevo una dozzina di allieve, tutte variamente motivate: c'era quella che si voleva sentire figa, quella che veniva per fare gruppo, quella che si era innamorata della danza orientale e via.
Poi per un anno mi sono fermata, e ho perso per la strada la maggioranza di quelle persone: alcune hanno proprio smesso, altre hanno cercato altre scuole (che si sono rivelate più in sintonia con i loro gusti, oltretutto).
Quest'anno ho ripreso senza grandi illusioni. Infatti non ho avuto molte allieve, solo 4. Sufficienti per ripagare i costi dell'assicurazione e della sala. Tre erano già state con me, la quarta invece era una principiante.
Sono persone che non potrebbero essere più diverse tra loro: una ragazza sui 27-28 anni, una mia coetanea con una figlia alle elementari, una signora con un figlio universitario e un'altra signora sui 50.
Le accomuna il fatto di essere curiose e non superficiali, di volersi mettere in gioco e accettare le sfide.
Quasi da subito, una volta gettate le basi, ho deviato dalla semplice danza del ventre. Io non sono una professionista e non formo persone che diventeranno professioniste, quindi ho pensato di farmi ispirare dalle attitudini e dalle esigenze delle mie ragazze e di modellare il corso in divenire.
Abbiamo mescolato i movimenti della danza orientale con gli esercizi di euritmia, ho applicato un po' di storytelling per migliorare l'interpretazione, ho dato fondo a tutte le mie risorse.
Ho cercato musiche che non fossero quelle classiche della danza orientale e che fossero un po' più "connesse" con l'immaginario musicale che ci circonda. Questo non significa che io abbia attinto alle programmazioni delle radio: ho cercato musiche particolari e inusuali, ma senza partire per forza dalla musica araba.
Ho cercato di costruire i pezzi insieme alle ragazze, incitandole all'improvvisazione (ove possibile) e mettendo l'accento più sull'interpretazione che sulla corretta esecuzione.
So benissimo che spesso avranno pensato che ero pazza o che chiedevo loro qualcosa di eccessivo.
E invece ieri sera mi hanno dimostrato che ero nel giusto, che ho fatto bene a insegnare loro lo spirito della danza anziché fossilizzarmi sulle sequenze e sui movimenti.
Ieri sera, le mie ragazze sono state ospiti del saggio di una mia amica, lei sì insegnante professionista, e hanno interpretato splendidamente i due pezzi che avevamo costruito insieme. Sono state ammirate, hanno ricevuto complimenti e soprattutto hanno fatto qualcosa di bello e piacevole per se stesse.
Io sono una ballerina mediocre, sono una che non pratica tutte le declinazioni della danza orientale, sono una che non otterrà mai un diploma di insegnante da un organo serio. Ma ieri ho avuto la prova di aver fatto qualcosa di importante per quelle quattro persone.
E loro hanno fatto qualcosa di importante per me, rendendomi fiera di averle portate su quel palco.
Sicuramente a Milano non avrei futuro né mercato: perché una ragazza dovrebbe venire a lezione da me anziché da Francesca Pedretti o Alessandra Centonze o Sabina Todaro o una delle tante bravissime insegnanti che conosco?
A Bereguardo, non ho concorrenza. Anzi, faccio una specie di servizio pubblico: insegno a persone che probabilmente non andrebbero a scuola a Milano o Pavia.
Due anni fa, quando ho cominciato, avevo una dozzina di allieve, tutte variamente motivate: c'era quella che si voleva sentire figa, quella che veniva per fare gruppo, quella che si era innamorata della danza orientale e via.
Poi per un anno mi sono fermata, e ho perso per la strada la maggioranza di quelle persone: alcune hanno proprio smesso, altre hanno cercato altre scuole (che si sono rivelate più in sintonia con i loro gusti, oltretutto).
Quest'anno ho ripreso senza grandi illusioni. Infatti non ho avuto molte allieve, solo 4. Sufficienti per ripagare i costi dell'assicurazione e della sala. Tre erano già state con me, la quarta invece era una principiante.
Sono persone che non potrebbero essere più diverse tra loro: una ragazza sui 27-28 anni, una mia coetanea con una figlia alle elementari, una signora con un figlio universitario e un'altra signora sui 50.
Le accomuna il fatto di essere curiose e non superficiali, di volersi mettere in gioco e accettare le sfide.
Quasi da subito, una volta gettate le basi, ho deviato dalla semplice danza del ventre. Io non sono una professionista e non formo persone che diventeranno professioniste, quindi ho pensato di farmi ispirare dalle attitudini e dalle esigenze delle mie ragazze e di modellare il corso in divenire.
Abbiamo mescolato i movimenti della danza orientale con gli esercizi di euritmia, ho applicato un po' di storytelling per migliorare l'interpretazione, ho dato fondo a tutte le mie risorse.
Ho cercato musiche che non fossero quelle classiche della danza orientale e che fossero un po' più "connesse" con l'immaginario musicale che ci circonda. Questo non significa che io abbia attinto alle programmazioni delle radio: ho cercato musiche particolari e inusuali, ma senza partire per forza dalla musica araba.
Ho cercato di costruire i pezzi insieme alle ragazze, incitandole all'improvvisazione (ove possibile) e mettendo l'accento più sull'interpretazione che sulla corretta esecuzione.
So benissimo che spesso avranno pensato che ero pazza o che chiedevo loro qualcosa di eccessivo.
E invece ieri sera mi hanno dimostrato che ero nel giusto, che ho fatto bene a insegnare loro lo spirito della danza anziché fossilizzarmi sulle sequenze e sui movimenti.
Ieri sera, le mie ragazze sono state ospiti del saggio di una mia amica, lei sì insegnante professionista, e hanno interpretato splendidamente i due pezzi che avevamo costruito insieme. Sono state ammirate, hanno ricevuto complimenti e soprattutto hanno fatto qualcosa di bello e piacevole per se stesse.
Io sono una ballerina mediocre, sono una che non pratica tutte le declinazioni della danza orientale, sono una che non otterrà mai un diploma di insegnante da un organo serio. Ma ieri ho avuto la prova di aver fatto qualcosa di importante per quelle quattro persone.
E loro hanno fatto qualcosa di importante per me, rendendomi fiera di averle portate su quel palco.
venerdì 17 giugno 2011
Se lo ami, raccontalo
Immaginiamo che una mamma vada a prendere i suoi bambini alla scuola materna. È tardi, la mamma ha avuto una dura giornata di lavoro ed ha dovuto fare in fretta e furia alcune commissioni prima di andare a prendere i suoi figli sul limitare delle cinque.
Appena in macchina, i bambini protestano: non vogliono legarsi le cinture. La mamma, presa per sfinimento, cede, come ogni sera: tanto la strada è una provinciale, deve fare pochi km.
Nel momento di immettersi sulla provinciale, la mamma non vede una macchina che sta arrivando a una certa velocità (diciamo 70 all'ora ma la strada prevede il limite dei 50): le erbe sul ciglio sono troppo alte e folte. Le due auto si urtano, finiscono entrambe in un fosso. Uno dei bambini viene sbalzato e muore. Il guidatore dell'altra macchina, un operaio agricolo rumeno che tornava dal lavoro, resta ferito.
Ecco, vediamo come il giornale locale darebbe la notizia:
"Incidente sulla provinciale, morto un bambino. Un rumeno, guidando ad alta velocità sulla provinciale, ha urtato un'auto che si stava immettendo sulla strada. Sull'altra auto c'erano una mamma e i suoi due bambini, di cui uno è morto. Sono in corso accertamenti per capire se l'extracomunitario fosse in stato di ebbrezza."
Invece vediamo come secondo me sarebbe giusto dare la notizia:
"Niente seggiolino: bambino morto in un incidente. Un operaio agricolo, guidando a una velocità superiore al limite dei 50km/h, ha urtato un'auto che si stava immettendo sulla provinciale ed entrambi i veicoli sono caduti nei fossi che costeggiano la strada. L'altra auto conteneva una mamma e i suoi due bambini, nessuno dei quali era legato all'apposito seggiolino. Le vittime sono uno dei bambini, sbalzato dall'urto, e l'operaio agricolo, ferito. Sono in corso accertamenti per verificare la presenza di ulteriori concause."
Non solo e non tanto perché mi dà fastidio veder sottolineare sempre la nazionalità di eventuali extracomunitari coinvolti in fatti di cronaca.
Ma soprattutto perché, invece della solita psicosi da batterio killer o da albanese stupratore, mi piacerebbe che i giornalisti suscitassero la psicosi da seggiolino: una psicosi utile, finalmente.
Per ulteriori informazioni sull'iniziativa "Se lo ami legalo", potete vedere qui, qui, qui e qui.
Appena in macchina, i bambini protestano: non vogliono legarsi le cinture. La mamma, presa per sfinimento, cede, come ogni sera: tanto la strada è una provinciale, deve fare pochi km.
Nel momento di immettersi sulla provinciale, la mamma non vede una macchina che sta arrivando a una certa velocità (diciamo 70 all'ora ma la strada prevede il limite dei 50): le erbe sul ciglio sono troppo alte e folte. Le due auto si urtano, finiscono entrambe in un fosso. Uno dei bambini viene sbalzato e muore. Il guidatore dell'altra macchina, un operaio agricolo rumeno che tornava dal lavoro, resta ferito.
Ecco, vediamo come il giornale locale darebbe la notizia:
"Incidente sulla provinciale, morto un bambino. Un rumeno, guidando ad alta velocità sulla provinciale, ha urtato un'auto che si stava immettendo sulla strada. Sull'altra auto c'erano una mamma e i suoi due bambini, di cui uno è morto. Sono in corso accertamenti per capire se l'extracomunitario fosse in stato di ebbrezza."
Invece vediamo come secondo me sarebbe giusto dare la notizia:
"Niente seggiolino: bambino morto in un incidente. Un operaio agricolo, guidando a una velocità superiore al limite dei 50km/h, ha urtato un'auto che si stava immettendo sulla provinciale ed entrambi i veicoli sono caduti nei fossi che costeggiano la strada. L'altra auto conteneva una mamma e i suoi due bambini, nessuno dei quali era legato all'apposito seggiolino. Le vittime sono uno dei bambini, sbalzato dall'urto, e l'operaio agricolo, ferito. Sono in corso accertamenti per verificare la presenza di ulteriori concause."
Non solo e non tanto perché mi dà fastidio veder sottolineare sempre la nazionalità di eventuali extracomunitari coinvolti in fatti di cronaca.
Ma soprattutto perché, invece della solita psicosi da batterio killer o da albanese stupratore, mi piacerebbe che i giornalisti suscitassero la psicosi da seggiolino: una psicosi utile, finalmente.
Per ulteriori informazioni sull'iniziativa "Se lo ami legalo", potete vedere qui, qui, qui e qui.
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