Urban fantasy Young Adult: la trilogia di Shadowhunters di Clarissa Clare. Pensavo a una solenne stronzata, e invece mi si è rivelata una serie di romanzi divertenti e leggeri, spesso più vicini al tono di Sholeh Zard che a quello di una storia in cui si salva il mondo. Però 'sti padri cattivissimi hanno un po' rotto le scatole: cambiamo registro, please.
Typical fantasy: Il sangue degli elfi di Andrzej Sapkowski. Geralt di Rivia è un personaggio di quelli che non si dimenticano. OK, sta nello stereotipo della macchina di morte dal cuore tenero, ma in una maniera tutta sua. Questo è il primo vero romanzo della saga, e come tale si comporta: restano molte questioni in sospeso, e chissà quando verranno sciolti i nodi. Se l'avessi saputo, l'avrei preso a saga finita.
Delizioso: Romanzo rosa di Stefania Bertola. Ne avevo già visto uno stralcio nella schermata inviatami dalla mia bibliotecaria. Ora l'ho letto tutto e l'ho trovato veramente piacevole, una lettura sorridente.
Giallo milanese: La casa di ringhiera di Francesco Recami. Inizia bene: bella ambientazione, personaggio simpatico (con figlia odiosa come un herpes), atmosfere vecchia Milano. Ma poi qualcosa va storto. Peccato, deludente.
Urban fantasy nippo-italiano: Esbat di Lara Manni. Ok, probabilmente i pagani solleveranno il sopracciglio in più di un punto. E probabilmente lo faranno anche gli esperti in storia delle religioni. Gli esperti di Giappone non lo so, non sono tra di essi. Però, per essere partito come fanfiction di un manga, questo romanzo è fatto bene: buon equilibrio tra Giappone e Italia, tra umani e non, insomma, fatto bene. Non dico "bello" perché l'argomento non mi prende, però immagino che sì, se ti riconosci in certi gusti puoi definirlo bello.
Peccato il seguito, che riprende la vicenda in modo caotico e pretestuoso, facendo navigare due demoni giapponesi nella storia d'Italia dell'ultimo secolo. Ad un certo punto, persino la mia eroica resistenza ha ceduto e l'ho mollato lì. Inutile.
Romanzo-verità: Le case degli altri di Jodi Picoult. Non so quanto sia fedele la rappresentazione della mente di un Asperger, sicuramente lo è la ricostruzione della vita di una famiglia in cui uno dei figli sia Asperger. Mi fa riflettere su quello che mi aspetto dai miei figli, che sono "sani", e mi fa recedere da certe pretese. Libri come questi sarebbero da leggere periodicamente, per i genitori. Tanto più che la vicenda è originale e a tratti divertente.
sabato 11 agosto 2012
giovedì 2 agosto 2012
Artigiani e artisti
Già qualche mese fa avevo parlato di un libro che non mi ha lasciata convinta neanche un po': La via dell'artista di Julia Cameron.
Non che dicesse cose sbagliate, per carità. Però penso che il successo di questo libro (e il mio conseguente fastidio) nasca da un malinteso linguistico: nel mondo anglosassone, "artist" ha un significato non esattamente sovrapponibile a quello italiano.
Quando studiavo storia dell'arte, la distinzione era questa: artista è colui che nelle sue opere porta qualcosa di innovativo, altrimenti si è artigiani. Poi, per carità, la distinzione a volte è sottile: sugli artisti minori è davvero difficile pronunciarsi, e probabilmente ha anche poco senso, fino al Romanticismo circa.
Per intenderci su quello che intendo io, per me J.K. Rowling è un'artista, Laurell K. Hamilton non lo è neanche nei romanzi meglio riusciti. Le leggo entrambe, ma, anche nelle opere migliori della Hamilton, la distinzione mi è sempre stata molto chiara.
Io mi ritengo un'artigiana. Di livello potenzialmente professionale per quanto riguarda la narrativa, amatoriale per quanto riguarda la danza.
Tra le persone che conosco, ci sono alcuni artisti: la mia maestra Francesca Pedretti, per esempio, e alcuni dei maestri che ho incontrato a festival e stages.
Tutti gli altri sono artigiani. Di vari livelli, ma sempre artigiani restano. E già il fatto che si punti invece sulla parola "artista" per solleticare l'ego del lettore mi urta terribilmente.
L'altra cosa che mi dà fastidio del libro della Cameron è la presunzione che tutti siamo artisti tali da poter vivere della nostra arte. Ora, un conto è dirsi: ho lavorato per 10 anni, ho messo da parte un po' di soldi che mi permettono di non morire di fame, posso provarci. Dipende anche molto da come si esprime la tua "arte": ho sempre detto che, se Luca vivesse vicino a qualche posto turistico, una bancarella sul lungomare tutte le sere gli permetterebbe di guadagnarsi un altro stipendio nei mesi estivi con i suoi lavori di ceramista. Se nelle stesse sere si mettesse sul lungomare a suonare la darbouka, probabilmente entro qualche sera ne ricaverebbe un paio di costole rotte, nonostante sia più bravo come musicista che come ceramista.
La verità è che Luca non è un professionista né della ceramica né della darbouka perché l'unica bravura che gli rende abbastanza da viverci è quella di fare formaggi. Io potrei impegnarmi e diventare una vera insegnante di danza, ma di certo non riuscirei a mantenermici: l'unico modo per vivere di una mia abilità creativa potrebbe essere fare il content manager come un tempo, ovvero scrivere per attività business.
Purtroppo siamo sempre vissuti in tempi in cui l'arte, a qualsiasi livello, è sempre stata un lusso: in tempi di crisi anche i grandi artisti patiscono la fame, figurati quelli piccoli e "inutili".
Non penso che non ci si debba provare, per carità, ma trovo criminale incoraggiare chiunque sulla via del tentativo: è sacrosanto e giusto che solo pochi possano vivere di arte, perché il lavoro deve essere utile e l'arte raramente lo è. Va benissimo trovare una propria nicchia di creatività, ma alla fine il grano e il riso saranno sempre da piantare e non è che chi guida il trattore sia potenzialmente meno artista degli altri. Se tutti siamo potenzialmente artisti, allora tutti siamo potenzialmente lesi nei nostri diritti quando facciamo lavori non artistici: questa tesi mi sembra inaccettabile, anche se capisco il contesto "American Dream" da cui nasce l'esortazione della Cameron.
Cosa scriverei io, se dovessi "correggere" il libro della Cameron? Direi che non è sbagliato sentire impulsi creativi e assecondarli, anzi, ma che dobbiamo anche farci qualche domanda di marketing: in che cosa sono più bravo? Su che cosa conviene che mi concentri, dal momento che il tempo non è infinito? Quale bisogno soddisfo con la mia eventuale arte? Solo così posso finalizzare davvero la creatività, senza passare per un vanesio tuttologo che si sente artista ma non sa come realizzarsi.
E poi, Julia, hai toppato su una cosa: io una settimana senza leggere la posso anche passare, ma per la mia mente sarebbe come per il mio corpo digiunare per una settimana (l'ho appena fatto, e non è stata un'esperienza piacevole). Se leggere smorza i miei impulsi creativi, beh, vuol dire che quello che sto leggendo è meglio di quello che vorrei produrre. E allora tanto vale.
Non che dicesse cose sbagliate, per carità. Però penso che il successo di questo libro (e il mio conseguente fastidio) nasca da un malinteso linguistico: nel mondo anglosassone, "artist" ha un significato non esattamente sovrapponibile a quello italiano.
Quando studiavo storia dell'arte, la distinzione era questa: artista è colui che nelle sue opere porta qualcosa di innovativo, altrimenti si è artigiani. Poi, per carità, la distinzione a volte è sottile: sugli artisti minori è davvero difficile pronunciarsi, e probabilmente ha anche poco senso, fino al Romanticismo circa.
Per intenderci su quello che intendo io, per me J.K. Rowling è un'artista, Laurell K. Hamilton non lo è neanche nei romanzi meglio riusciti. Le leggo entrambe, ma, anche nelle opere migliori della Hamilton, la distinzione mi è sempre stata molto chiara.
Io mi ritengo un'artigiana. Di livello potenzialmente professionale per quanto riguarda la narrativa, amatoriale per quanto riguarda la danza.
Tra le persone che conosco, ci sono alcuni artisti: la mia maestra Francesca Pedretti, per esempio, e alcuni dei maestri che ho incontrato a festival e stages.
Tutti gli altri sono artigiani. Di vari livelli, ma sempre artigiani restano. E già il fatto che si punti invece sulla parola "artista" per solleticare l'ego del lettore mi urta terribilmente.
L'altra cosa che mi dà fastidio del libro della Cameron è la presunzione che tutti siamo artisti tali da poter vivere della nostra arte. Ora, un conto è dirsi: ho lavorato per 10 anni, ho messo da parte un po' di soldi che mi permettono di non morire di fame, posso provarci. Dipende anche molto da come si esprime la tua "arte": ho sempre detto che, se Luca vivesse vicino a qualche posto turistico, una bancarella sul lungomare tutte le sere gli permetterebbe di guadagnarsi un altro stipendio nei mesi estivi con i suoi lavori di ceramista. Se nelle stesse sere si mettesse sul lungomare a suonare la darbouka, probabilmente entro qualche sera ne ricaverebbe un paio di costole rotte, nonostante sia più bravo come musicista che come ceramista.
La verità è che Luca non è un professionista né della ceramica né della darbouka perché l'unica bravura che gli rende abbastanza da viverci è quella di fare formaggi. Io potrei impegnarmi e diventare una vera insegnante di danza, ma di certo non riuscirei a mantenermici: l'unico modo per vivere di una mia abilità creativa potrebbe essere fare il content manager come un tempo, ovvero scrivere per attività business.
Purtroppo siamo sempre vissuti in tempi in cui l'arte, a qualsiasi livello, è sempre stata un lusso: in tempi di crisi anche i grandi artisti patiscono la fame, figurati quelli piccoli e "inutili".
Non penso che non ci si debba provare, per carità, ma trovo criminale incoraggiare chiunque sulla via del tentativo: è sacrosanto e giusto che solo pochi possano vivere di arte, perché il lavoro deve essere utile e l'arte raramente lo è. Va benissimo trovare una propria nicchia di creatività, ma alla fine il grano e il riso saranno sempre da piantare e non è che chi guida il trattore sia potenzialmente meno artista degli altri. Se tutti siamo potenzialmente artisti, allora tutti siamo potenzialmente lesi nei nostri diritti quando facciamo lavori non artistici: questa tesi mi sembra inaccettabile, anche se capisco il contesto "American Dream" da cui nasce l'esortazione della Cameron.
Cosa scriverei io, se dovessi "correggere" il libro della Cameron? Direi che non è sbagliato sentire impulsi creativi e assecondarli, anzi, ma che dobbiamo anche farci qualche domanda di marketing: in che cosa sono più bravo? Su che cosa conviene che mi concentri, dal momento che il tempo non è infinito? Quale bisogno soddisfo con la mia eventuale arte? Solo così posso finalizzare davvero la creatività, senza passare per un vanesio tuttologo che si sente artista ma non sa come realizzarsi.
E poi, Julia, hai toppato su una cosa: io una settimana senza leggere la posso anche passare, ma per la mia mente sarebbe come per il mio corpo digiunare per una settimana (l'ho appena fatto, e non è stata un'esperienza piacevole). Se leggere smorza i miei impulsi creativi, beh, vuol dire che quello che sto leggendo è meglio di quello che vorrei produrre. E allora tanto vale.
mercoledì 1 agosto 2012
Letture di luglio
Epic Fantasy reloaded: Il sortilegio del Corvo di James Barclay. Sarà che lavorando in mezzo a donne e avendo amiche solo donne ogni tanto ho bisogno di un po' di maschio cameratismo. Ma con che coraggio vado a depilarmi, ora che l'ho appena finito e mi sento un rude mercenario barbaro?
Sci-Fi Romance: The Host di Stephenie Meyer. Sì, la stessa di Twilight. L'ho trovato più piacevole e meglio scritto di Twilight, nonostante la fine sappia un po' di cagata pazzesca. Carino, ma migliorabile con un po' di conflitto in più.
Detective in erba: L'occhio del corvo di Shane Peacock. Una ricostruzione interessante della possibile infanzia di Sherlock Holmes. A parte alcune trascurabili inverosimiglianze, carino.
(OK, ho definito "carini" due libri di seguito. Ciò non depone a loro grandissimo favore: carino per me è un libro leggibile ma non irrinunciabile. Non definirei mai "carino" Il circo della notte o la trilogia di Bartimeus, per dire)
Flagello di Dio: La mano sinistra di Dio e Le quattro cose ultime di Paul Hoffman. Fantasy non troppo fantastico, con ottime intuizioni e una trama che ti coinvolge tuo malgrado. Ora mi tocca aspettare il terzo.
Chick-lit intelligente: In verità è meglio mentire di Kerstin Gier. La conoscevo da tutt'altro genere, ovvero il fantasy young adult della trilogia delle pietre preziose. Beh, mi è piaciuta anche in questo caso: si ride, ci si immedesima, il tutto con grande leggerezza ma senza superficialità.
(Il fatto di aver linkato un book trailer mi fa pensare: ehi, c'è nessuno che ha voglia di cimentarcisi per Sholeh Zard?)
Per non dimenticare: Spingendo la notte più in là di Mario Calabresi. Bello bellissimo, misurato e per nulla retorico, commovente. Lo sta leggendo anche Luca.
Storia di amicizia: Skellig di David Almond. Forse mi aspettavo troppo da questo libretto, ma non mi è sembrato granché. Forse dovrei avere meno anni per apprezzarlo.
Sci-Fi Romance: The Host di Stephenie Meyer. Sì, la stessa di Twilight. L'ho trovato più piacevole e meglio scritto di Twilight, nonostante la fine sappia un po' di cagata pazzesca. Carino, ma migliorabile con un po' di conflitto in più.
Detective in erba: L'occhio del corvo di Shane Peacock. Una ricostruzione interessante della possibile infanzia di Sherlock Holmes. A parte alcune trascurabili inverosimiglianze, carino.
(OK, ho definito "carini" due libri di seguito. Ciò non depone a loro grandissimo favore: carino per me è un libro leggibile ma non irrinunciabile. Non definirei mai "carino" Il circo della notte o la trilogia di Bartimeus, per dire)
Flagello di Dio: La mano sinistra di Dio e Le quattro cose ultime di Paul Hoffman. Fantasy non troppo fantastico, con ottime intuizioni e una trama che ti coinvolge tuo malgrado. Ora mi tocca aspettare il terzo.
Chick-lit intelligente: In verità è meglio mentire di Kerstin Gier. La conoscevo da tutt'altro genere, ovvero il fantasy young adult della trilogia delle pietre preziose. Beh, mi è piaciuta anche in questo caso: si ride, ci si immedesima, il tutto con grande leggerezza ma senza superficialità.
(Il fatto di aver linkato un book trailer mi fa pensare: ehi, c'è nessuno che ha voglia di cimentarcisi per Sholeh Zard?)
Per non dimenticare: Spingendo la notte più in là di Mario Calabresi. Bello bellissimo, misurato e per nulla retorico, commovente. Lo sta leggendo anche Luca.
Storia di amicizia: Skellig di David Almond. Forse mi aspettavo troppo da questo libretto, ma non mi è sembrato granché. Forse dovrei avere meno anni per apprezzarlo.
mercoledì 25 luglio 2012
Dedicarsi alla passione
Con Euforilla, stiamo facendo un lavoro sugli elementi. Quello sull'aria l'ho potuto seguire un po' poco (nella prima parte avevo il collarino, che non è proprio la condizione ideale per apprezzare l'universo), ma quello sul fuoco sto cercando di approfondirlo meglio.
Una parte dell'esercizio di questa settimana dice, tra le altre cose, di provare a sperimentare il fuoco in senso metaforico, abbandonandoci completamente a una nostra passione. Purtroppo non posso farlo completamente (e fino a venerdì non ci sarà verso), ma già da qualche giorno sto lavorando alla prima stesura del secondo Sholeh Zard e a una trama di massima per il terzo.
Probabilmente il fuoco si è già impadronito di me.
Una parte dell'esercizio di questa settimana dice, tra le altre cose, di provare a sperimentare il fuoco in senso metaforico, abbandonandoci completamente a una nostra passione. Purtroppo non posso farlo completamente (e fino a venerdì non ci sarà verso), ma già da qualche giorno sto lavorando alla prima stesura del secondo Sholeh Zard e a una trama di massima per il terzo.
Probabilmente il fuoco si è già impadronito di me.
lunedì 16 luglio 2012
Sholeh Zard : chi ha vinto il contest #1
Ho consultato i/le miei/mie fedeli lettori/lettrici, godendomi le loro gustose proposte.
Dopodiché ho ponderato, consultando anche quelli che non sono miei lettori e/o preferiscono restare .
In più, in questi giorni mi è arrivato un utilissimo suggerimento, quello che vedete qui sotto.
Ed ecco il verdetto: Jasna C. Lemanj.
Per le note biografiche:
Jasna C. Lemanj vive ai margini di un bosco, in una fattoria biodinamica. Le fanno compagnia svariati gatti, due bambini e un marito.
Ringrazio sentitamente YeniBelqis ed Euforilla.
Dopodiché ho ponderato, consultando anche quelli che non sono miei lettori e/o preferiscono restare .
In più, in questi giorni mi è arrivato un utilissimo suggerimento, quello che vedete qui sotto.
Ed ecco il verdetto: Jasna C. Lemanj.Per le note biografiche:
Jasna C. Lemanj vive ai margini di un bosco, in una fattoria biodinamica. Le fanno compagnia svariati gatti, due bambini e un marito.
Ringrazio sentitamente YeniBelqis ed Euforilla.
mercoledì 4 luglio 2012
Sholeh Zard Contest #2
Mentre attendo di sciogliere la riserva sullo pseudonimo e assegnare la mia eterna gratitudine e/o una fornitura di formaggi, vi coinvolgo in un altro gioco.
In origine avevo un'intenzione leggermente diversa, ma nel frattempo qualcuna ha in parte anticipato e in parte deviato i miei propositi.
Il fatto è questo: ho bisogno di una copertina per Sholeh Zard. Una copertina che faccia la sua figura soprattutto su Amazon con formato piccolo (90x135 px) e medio (circa 160x240). La stessa copertina sarà riportata anche nel file Kindle, in un formato tipo B5 (metà dell'A4).
Quelli che tra voi mi seguono anche su Pinterest avranno già notato che sto mettendo insieme una bacheca per Sholeh Zard, in cui raccolgo immagini e suggestioni per la copertina.
A questo punto, vi do una scelta, se volete partecipare anche a questo contest.
Potete raccogliere in una bacheca tutte le immagini che vi ricordano Sholeh Zard e vi ispirano in questo senso, come ha fatto lei, e segnalarla nei commenti qui sotto.
E/o potete usare le immagini raccolte da me e dagli altri lettori per comporre una copertina, che potete inviarmi via mail o linkare nei commenti qui sotto.
A tutti voi vanno la mia gratitudine eterna e un commosso affetto. And may the odds always be in your favour.
In origine avevo un'intenzione leggermente diversa, ma nel frattempo qualcuna ha in parte anticipato e in parte deviato i miei propositi.
Il fatto è questo: ho bisogno di una copertina per Sholeh Zard. Una copertina che faccia la sua figura soprattutto su Amazon con formato piccolo (90x135 px) e medio (circa 160x240). La stessa copertina sarà riportata anche nel file Kindle, in un formato tipo B5 (metà dell'A4).
Quelli che tra voi mi seguono anche su Pinterest avranno già notato che sto mettendo insieme una bacheca per Sholeh Zard, in cui raccolgo immagini e suggestioni per la copertina.
A questo punto, vi do una scelta, se volete partecipare anche a questo contest.
Potete raccogliere in una bacheca tutte le immagini che vi ricordano Sholeh Zard e vi ispirano in questo senso, come ha fatto lei, e segnalarla nei commenti qui sotto.
E/o potete usare le immagini raccolte da me e dagli altri lettori per comporre una copertina, che potete inviarmi via mail o linkare nei commenti qui sotto.
A tutti voi vanno la mia gratitudine eterna e un commosso affetto. And may the odds always be in your favour.
domenica 1 luglio 2012
Letture di giugno
Romanzo di formazione e "de paura": Il circo dei vampiri di Richard Laymon. America anni '50, adolescenti ossessionati dal sesso in modo decisamente imbarazzante (ma probabilmente veritiero), un finale degno di un romanzaccio pulp, con belle denudate e scene raccapriccianti. Mhe.
Fantasy realistico (?): La valle degli eroi di Jonathan Stroud. Azzardo un'ipotesi: che questa sia un'opera prima riesumata dopo il successo di Bartimeus. Per carità, una misura al di sopra di un fantasy "normale". Ma molto al di sotto di Bartimeus.
Fantasy di ventura: La compagnia del corvo di James Barclay. Una compagnia di mercenari con un'etica, una maga con due figli da salvare, un'imminente fine del mondo: tutti ingredienti che potrebbero fare un gran pasticcio, e invece diventano parti integranti di un romanzo dal ritmo sostenuto e dalla retorica fantasy ai minimi storici. Ottimo intrattenimento: ho prenotato in biblioteca il secondo della serie.
Urban fantasy divertente: Insatiable di Meg Cabot. È una scemata leggerina, ma con situazioni e battute davvero divertenti. E mi ha fatta riflettere su un punto: anch'io potrei uccidere chi tentasse di impossessarsi del mio portatile e/o della mia borsa preferita. Senza nessun rimorso.
Urban fantasy divertente 2: I promessi vampiri di Beth Fantaskey (orrenda traduzione di Jessica's guide to dating on the dark side). Non l'avrei neanche avvicinato, se non avessi avuto la dritta dalla mia bibliotecaria. E invece ho letto un libretto divertente e godibile, nella prima metà davvero spassoso. Mi è stato sconsigliato il sequel, e io mi attengo.
Largo ai vecchietti: Un calcio in bocca fa miracoli di Marco Presta. Immaginiamo due vecchietti: uno angelico e l'altro diabolico, legati da un'amicizia decennale. E scopriamo che non sempre il diavolo è proprio così cattivo, soprattutto quando è stato traviato per tanti anni dalla compagnia di un angelo. Divertente, agile, profondo e vero.
Ricordi e attualità: Cosa tiene accese le stelle di Mario Calabresi. Ringrazio pubblicamente Paola di La margherita e il lappio per aver consigliato questo libro. Forse, quando prenderò il coraggio, riuscirò anche ad affrontare Spingendo la notte più in là.
Umorismo norvegese: Saluti e baci da Mixing Part di Erlend Loe. Si legge in un lampo, e questo è un pregio. In alcuni punti lo stile è davvero interessante. Però lo stile non è tutto, e la storia è inconsistente.
Spunto sprecato: Il Djinn e la bella locandiera di Michele D'Angelo. Mooolto interessante lo spunto: un djinn contenuto nel corpo di un umano anziché nella classica lampada o bottiglia, perennemente in lotta per emergere a dispetto della personalità di chi lo ospita e imprigiona. Nella pratica, però, la gestione della trama si rivela affrettata e dilettantesca: scritto così, al massimo può essere la prima stesura di un capitolo. Peccato, perché l'idea di partenza mi ingolosiva proprio.
Il senso della vita secondo i danesi: Niente di Janne Teller. Non mi stupisce che la Danimarca sia uno dei paesi con il più alto tasso di suicidi. Deprimente.
Imitazione di Tim Burton: La meccanica del cuore di Mathias Malzieu. Prendete Edward Mani di Forbice 100 anni fa e modificatelo con una serie di luoghi comuni. Tristemente inutile.
Fantasy realistico (?): La valle degli eroi di Jonathan Stroud. Azzardo un'ipotesi: che questa sia un'opera prima riesumata dopo il successo di Bartimeus. Per carità, una misura al di sopra di un fantasy "normale". Ma molto al di sotto di Bartimeus.
Fantasy di ventura: La compagnia del corvo di James Barclay. Una compagnia di mercenari con un'etica, una maga con due figli da salvare, un'imminente fine del mondo: tutti ingredienti che potrebbero fare un gran pasticcio, e invece diventano parti integranti di un romanzo dal ritmo sostenuto e dalla retorica fantasy ai minimi storici. Ottimo intrattenimento: ho prenotato in biblioteca il secondo della serie.
Urban fantasy divertente: Insatiable di Meg Cabot. È una scemata leggerina, ma con situazioni e battute davvero divertenti. E mi ha fatta riflettere su un punto: anch'io potrei uccidere chi tentasse di impossessarsi del mio portatile e/o della mia borsa preferita. Senza nessun rimorso.
Urban fantasy divertente 2: I promessi vampiri di Beth Fantaskey (orrenda traduzione di Jessica's guide to dating on the dark side). Non l'avrei neanche avvicinato, se non avessi avuto la dritta dalla mia bibliotecaria. E invece ho letto un libretto divertente e godibile, nella prima metà davvero spassoso. Mi è stato sconsigliato il sequel, e io mi attengo.
Largo ai vecchietti: Un calcio in bocca fa miracoli di Marco Presta. Immaginiamo due vecchietti: uno angelico e l'altro diabolico, legati da un'amicizia decennale. E scopriamo che non sempre il diavolo è proprio così cattivo, soprattutto quando è stato traviato per tanti anni dalla compagnia di un angelo. Divertente, agile, profondo e vero.
Ricordi e attualità: Cosa tiene accese le stelle di Mario Calabresi. Ringrazio pubblicamente Paola di La margherita e il lappio per aver consigliato questo libro. Forse, quando prenderò il coraggio, riuscirò anche ad affrontare Spingendo la notte più in là.
Umorismo norvegese: Saluti e baci da Mixing Part di Erlend Loe. Si legge in un lampo, e questo è un pregio. In alcuni punti lo stile è davvero interessante. Però lo stile non è tutto, e la storia è inconsistente.
Spunto sprecato: Il Djinn e la bella locandiera di Michele D'Angelo. Mooolto interessante lo spunto: un djinn contenuto nel corpo di un umano anziché nella classica lampada o bottiglia, perennemente in lotta per emergere a dispetto della personalità di chi lo ospita e imprigiona. Nella pratica, però, la gestione della trama si rivela affrettata e dilettantesca: scritto così, al massimo può essere la prima stesura di un capitolo. Peccato, perché l'idea di partenza mi ingolosiva proprio.
Il senso della vita secondo i danesi: Niente di Janne Teller. Non mi stupisce che la Danimarca sia uno dei paesi con il più alto tasso di suicidi. Deprimente.
Imitazione di Tim Burton: La meccanica del cuore di Mathias Malzieu. Prendete Edward Mani di Forbice 100 anni fa e modificatelo con una serie di luoghi comuni. Tristemente inutile.
mercoledì 27 giugno 2012
Sholeh Zard Contest #1
Nel pubblicare Sholeh Zard, mi si presentano due... non problemi, sarebbe una parola grossa: diciamo cose da risolvere prima di passare all'azione.
Ho deciso di superarne una chiedendo un parere a chi mi legge.
Essenzialmente, il punto è questo: per la prima volta in vita mia, desidero uno pseudonimo.
Non mi vergogno del mio nome, non ho problemi di riconoscibilità, non c'è niente che non vada nel chiamarsi come mi chiamo io. È che il mio nome e cognome non mi sembrano adatti ad essere associati a Sholeh Zard.
Il fatto è (anche) che in questa storia sono stata molto attenta a non puntare su una sola nazionalità. La città in cui Sholeh vive ha le caratteristiche di una metropoli del Vecchio Continente: nella mia testa, è un misto di Milano, Istanbul, Londra e Parigi. I personaggi hanno nomi di provenienza varia: Van Bratus, Ambros, Pete il Pitbull, Tony Sharmaine, Hans Prater, Asah... e la loro varietà aumenterà con l'avanzare della storia nei prossimi romanzi. Anche l'immaginario a cui faccio riferimento non è legato a una cultura precisa: i djinn convivono con nani, vampiri e naga, in un melting pot magico che rispecchia quello umano.
Insomma, che c'entrano i miei italianissimi nome e cognome con questo contesto? Non mi piacciono. E non so che cosa fare.
Da un lato gli pseudonimi mi sono sempre sembrati un po' patetici. Dall'altro presentarmi con il mio nome e cognome in questo caso mi pare inappropriato, un po' come andare vestita come Lucia Mondella a una festa a tema giapponese.
Quindi vi chiedo: mi aiutereste a trovare uno pseudonimo adatto?
In premio avrete la mia eterna gratitudine e/o una copia in anteprima di Sholeh Zard e/o una menzione nei ringraziamenti e/o una fornitura di formaggi, ma solo se abitate in un posto dove posso portarveli o se passate di qui a ritirare la vincita.
Ho deciso di superarne una chiedendo un parere a chi mi legge.
Essenzialmente, il punto è questo: per la prima volta in vita mia, desidero uno pseudonimo.
Non mi vergogno del mio nome, non ho problemi di riconoscibilità, non c'è niente che non vada nel chiamarsi come mi chiamo io. È che il mio nome e cognome non mi sembrano adatti ad essere associati a Sholeh Zard.
Il fatto è (anche) che in questa storia sono stata molto attenta a non puntare su una sola nazionalità. La città in cui Sholeh vive ha le caratteristiche di una metropoli del Vecchio Continente: nella mia testa, è un misto di Milano, Istanbul, Londra e Parigi. I personaggi hanno nomi di provenienza varia: Van Bratus, Ambros, Pete il Pitbull, Tony Sharmaine, Hans Prater, Asah... e la loro varietà aumenterà con l'avanzare della storia nei prossimi romanzi. Anche l'immaginario a cui faccio riferimento non è legato a una cultura precisa: i djinn convivono con nani, vampiri e naga, in un melting pot magico che rispecchia quello umano.
Insomma, che c'entrano i miei italianissimi nome e cognome con questo contesto? Non mi piacciono. E non so che cosa fare.
Da un lato gli pseudonimi mi sono sempre sembrati un po' patetici. Dall'altro presentarmi con il mio nome e cognome in questo caso mi pare inappropriato, un po' come andare vestita come Lucia Mondella a una festa a tema giapponese.
Quindi vi chiedo: mi aiutereste a trovare uno pseudonimo adatto?
In premio avrete la mia eterna gratitudine e/o una copia in anteprima di Sholeh Zard e/o una menzione nei ringraziamenti e/o una fornitura di formaggi, ma solo se abitate in un posto dove posso portarveli o se passate di qui a ritirare la vincita.
sabato 9 giugno 2012
Sholeh Zard
Immaginiamo un detective. Di quelli con l'aria da duro e cattivo, con un passato di retate alla Narcotici e un presente alla Omicidi.
E immaginiamo che abbia una moglie bellissima. Non solo: la moglie è una danzatrice sublime. Non solo: la moglie ha il nome di un dolce persiano, Sholeh Zard. Non solo: la moglie è un djinn, un genio della lampada liberato. E ha poteri pirocinetici, controlla il fuoco e le passioni.
Ecco: questo è il punto di partenza della mia ultima storia. Un misto di urban fantasy e giallo, scritto per il mio e vostro divertimento.
L'idea è nata come serie a fumetti (avevo già abbastanza chiare le prime 3 stagioni). ma francamente l'esperienza vissuta con Viola mi ha dissuasa: non tanto perché io pensi che sia più facile pubblicare narrativa (non lo penso affatto), quanto perché un'opera di narrativa non ha bisogno della pubblicazione per essere realizzata e quindi Sholeh non mi sarebbe rimasta sul gozzo come Viola.
Sicché ho deciso di trasformare il progetto iniziale in una serie che per ora nella mia testa conta 3 libri, ma in futuro chissà.
Al momento, ho scritto e revisionato la prima stesura del primo romanzo. Ed ho già suscitato qualche reazione tra le amiche, che si sono prestate a fare da cavie sia per il contenuto sia per la compatibilità del file con i loro e-reader: una di esse ha persino realizzato un paio di orecchini in onore del mio personaggio.
Quando riterrò che Sholeh sia pronta per affrontare un pubblico meno selezionato, penso di proporla come e-book come prima cosa. Prima magari in modo autogestito, poi sentendo che possibilità di pubblicazione ci sono su Amazon. E poi chissà.
Non sogno fortuna e gloria, per carità. Sogno solo di regalarvi qualche risata e una storia nuova. E spero davvero tanto di riuscirci.
E immaginiamo che abbia una moglie bellissima. Non solo: la moglie è una danzatrice sublime. Non solo: la moglie ha il nome di un dolce persiano, Sholeh Zard. Non solo: la moglie è un djinn, un genio della lampada liberato. E ha poteri pirocinetici, controlla il fuoco e le passioni.
Ecco: questo è il punto di partenza della mia ultima storia. Un misto di urban fantasy e giallo, scritto per il mio e vostro divertimento.
L'idea è nata come serie a fumetti (avevo già abbastanza chiare le prime 3 stagioni). ma francamente l'esperienza vissuta con Viola mi ha dissuasa: non tanto perché io pensi che sia più facile pubblicare narrativa (non lo penso affatto), quanto perché un'opera di narrativa non ha bisogno della pubblicazione per essere realizzata e quindi Sholeh non mi sarebbe rimasta sul gozzo come Viola.
Sicché ho deciso di trasformare il progetto iniziale in una serie che per ora nella mia testa conta 3 libri, ma in futuro chissà.
Al momento, ho scritto e revisionato la prima stesura del primo romanzo. Ed ho già suscitato qualche reazione tra le amiche, che si sono prestate a fare da cavie sia per il contenuto sia per la compatibilità del file con i loro e-reader: una di esse ha persino realizzato un paio di orecchini in onore del mio personaggio.
Quando riterrò che Sholeh sia pronta per affrontare un pubblico meno selezionato, penso di proporla come e-book come prima cosa. Prima magari in modo autogestito, poi sentendo che possibilità di pubblicazione ci sono su Amazon. E poi chissà.
Non sogno fortuna e gloria, per carità. Sogno solo di regalarvi qualche risata e una storia nuova. E spero davvero tanto di riuscirci.
venerdì 1 giugno 2012
Letture di maggio
Incrollabili certezze: Il fulmine di Sethos di Elizabeth Peters. Dopo la pesantissima Cassandra de La torcia, ho pensato che un po' di sana Amelia Peabody non potesse che giovare. OK, l'ennesimo libro della serie non è molto originale, ma proprio per questo ci ritroviamo tutti gli elementi che ci piacciono in Amelia: azione, mistero, un pizzico di archeologia, humor britannico e persino un goccino di romanticismo.
Romanzo familiare: Un giorno mi troverai di Kim Edwards. Storia interessante e non scontata, nonostante le premesse pessime (un padre morto, una figlia che si sente in colpa, una storia del passato).
Inquisitori seriali: Rex Tremendae Majestatis di Valerio Evangelisti. Il vecchio Eymerich se ne va (?) col botto: bella storia, buon ritmo, degna conclusione di fili narrativi lasciati in sospeso da tempo. Godibile, per gli estimatori del genere.
Parentesi cinematografica: The Hunger Games, il film. Era da un pezzo che non vedevo un libro così ben adattato per il cinema. Cinna si conferma nella top ten dei miei personaggi del cuore. PS: appena riesco, voglio vederlo in lingua originale, ci sono espressioni e giochi di parole tradotti malissimo.
Puro godimento: Olive comprese di Andrea Vitali. Mi piace l'ambientazione lacustre, in periodo fascista. Mi piace l'atmosfera di paese di una volta, i soprannomi arguti (l'Uselanda...), le piccole rivalità tra "notabili". Come mi anticipava la mia bibliotecaria, mi sono ribaltata dal ridere quando ho capito il senso del titolo. E non potrò più pensare al nome Oliviero con la stessa indifferenza di prima.
Romanzo psico-sociologico: Le osservazioni di Jane Harris. Lo stile è la cosa che mi è piaciuta di più in questo romanzo: fresco, terra terra senza essere sboccato, mai eccessivo. La storia è curiosa, anche se alla fine costruita intorno a un nucleo inconsistente. Originale, interessante.
Giallo (?) giapponese: Una storia crudele di Natsuo Kirino. Penso di non essere fatta per la letteratura giapponese: troppo lenta per un thriller, troppo morbosa per un romanzo di formazione, troppo fredda. Il mio cervello ha apprezzato l'idea e la costruzione, ma la mia pancia e il mio cuore non ce la fanno ad appassionarsi. Forse sbaglio proprio in questo: forse la letteratura giapponese non è fatta per appassionare.
Romanzo (breve) corale: Venivamo tutte per mare di Julie Otsuka. Storia delle spose in fotografia che dal Giappone emigrarono in America. Toccante e poetico, oltre che interessante dal punto di vista stilistico: non ho mai letto in libro scritto tutto in prima persona plurale.
Romanzo corale: La leggenda del morto contento di Andrea Vitali. Meno fulminante di Olive comprese, ma piacevole e interessante. Vitali sarebbe da leggere anche solo per i nomi dei suoi personaggi.
Vampiri adolescenti: Winter e Silver di Asia Greenhorn. Ancora vampiri affascinanti, ancora adolescenti innamorati che fanno grosse cazzate. Però in un contesto in cui si accenna persino un tentativo di intrigo politico. Ma sì, piacevole lettura per periodi impegnativi.
Parentesi televisiva: Sherlock seconda stagione. Una figata. La figata. Trama incalzante, intreccio perfetto, dialoghi entusiasmanti (ah, l'inglese permette una sintesi così felice in questi casi!). E l'assoluta certezza che Moriarty sia ispirato a mio figlio Ettore.
Romanzo familiare: Un giorno mi troverai di Kim Edwards. Storia interessante e non scontata, nonostante le premesse pessime (un padre morto, una figlia che si sente in colpa, una storia del passato).
Inquisitori seriali: Rex Tremendae Majestatis di Valerio Evangelisti. Il vecchio Eymerich se ne va (?) col botto: bella storia, buon ritmo, degna conclusione di fili narrativi lasciati in sospeso da tempo. Godibile, per gli estimatori del genere.
Parentesi cinematografica: The Hunger Games, il film. Era da un pezzo che non vedevo un libro così ben adattato per il cinema. Cinna si conferma nella top ten dei miei personaggi del cuore. PS: appena riesco, voglio vederlo in lingua originale, ci sono espressioni e giochi di parole tradotti malissimo.
Puro godimento: Olive comprese di Andrea Vitali. Mi piace l'ambientazione lacustre, in periodo fascista. Mi piace l'atmosfera di paese di una volta, i soprannomi arguti (l'Uselanda...), le piccole rivalità tra "notabili". Come mi anticipava la mia bibliotecaria, mi sono ribaltata dal ridere quando ho capito il senso del titolo. E non potrò più pensare al nome Oliviero con la stessa indifferenza di prima.
Romanzo psico-sociologico: Le osservazioni di Jane Harris. Lo stile è la cosa che mi è piaciuta di più in questo romanzo: fresco, terra terra senza essere sboccato, mai eccessivo. La storia è curiosa, anche se alla fine costruita intorno a un nucleo inconsistente. Originale, interessante.
Giallo (?) giapponese: Una storia crudele di Natsuo Kirino. Penso di non essere fatta per la letteratura giapponese: troppo lenta per un thriller, troppo morbosa per un romanzo di formazione, troppo fredda. Il mio cervello ha apprezzato l'idea e la costruzione, ma la mia pancia e il mio cuore non ce la fanno ad appassionarsi. Forse sbaglio proprio in questo: forse la letteratura giapponese non è fatta per appassionare.
Romanzo (breve) corale: Venivamo tutte per mare di Julie Otsuka. Storia delle spose in fotografia che dal Giappone emigrarono in America. Toccante e poetico, oltre che interessante dal punto di vista stilistico: non ho mai letto in libro scritto tutto in prima persona plurale.
Romanzo corale: La leggenda del morto contento di Andrea Vitali. Meno fulminante di Olive comprese, ma piacevole e interessante. Vitali sarebbe da leggere anche solo per i nomi dei suoi personaggi.
Vampiri adolescenti: Winter e Silver di Asia Greenhorn. Ancora vampiri affascinanti, ancora adolescenti innamorati che fanno grosse cazzate. Però in un contesto in cui si accenna persino un tentativo di intrigo politico. Ma sì, piacevole lettura per periodi impegnativi.
Parentesi televisiva: Sherlock seconda stagione. Una figata. La figata. Trama incalzante, intreccio perfetto, dialoghi entusiasmanti (ah, l'inglese permette una sintesi così felice in questi casi!). E l'assoluta certezza che Moriarty sia ispirato a mio figlio Ettore.
Iscriviti a:
Post (Atom)
