venerdì 22 aprile 2011

Il diritto all'antipatia

Confesso: sono una che, alla prima occasione comunitaria con genitori del nido/scuola materna, se può fugge veloce come il vento. Tante belle parole sul coinvolgimento dei genitori sono sprecate per me. Nel senso: voglio interagire con gli insegnanti e, se posso, hanno tutto il mio appoggio e tutte le mie risorse. Ma fare salotto con gli altri genitori, solo per il fatto che sono genitori di altri nani, proprio mi repelle. È più forte di me. Non me ne frega niente che l'arrivo dei figli mi abbia appesantito il girovita e alleggerito il portafogli, non sento la mancanza delle Manolo o dei viaggi in Polinesia, non vado in giro a strapparmi le vesti perché riesco a uscire con le amiche una volta ogni tot mesi. Ma frequentare i genitori proprio no, non chiedetemelo. Certo, ci sono dei genitori con cui mi trovo bene, ma, se decido di frequentarli, è perché mi ci trovo bene io, non perché "i bambini giocano tanto bene". I bambini hanno tutto il tempo di giocare insieme durante le 8 e passa ore che trascorrono a scuola: il resto del tempo è mio. Mio da passare con i miei figli se mi va, oppure da guardarli mentre giocano con altri bambini (per esempio, la bambina indiana del nostro cortile) o con gli animali o tra di loro. Lo so che con questo comportamento poi mi ritrovo che nelle prime settimane di settembre "non so a chi lasciarli" (ma forse sì, incrocio le dita perché la mia amica decida per il sì). Ma non mi sembra molto etico neppure frequentare altre famiglie con quello scopo lì. Soprattutto perché non sono disposta a ricambiare l'eventuale favore, e so fin troppo bene che i favori sono merce di scambio pericolosa. Sono snob? Mi chiudo nella mia torre d'avorio? Può darsi, ma a pagarne le conseguenze sono solo io. E finora ho pagato profumatamente.

martedì 19 aprile 2011

L'antistress

Qualche giorno fa ascoltavo la radio e la DJ (che proprio non mi piace, ma tant'è) ha lanciato il domandone "che cosa fate voi per scaricare lo stress?".

Beh, in genere lo stress non lo scarico, me lo tengo. Perché non ho un'attività antistress. Altre si rilassano o si scaricano a fare ordine e pulizia, io mi incazzo di più. Altre stirano, io mi incricco. Altre corrono, io ho l'asma.

Ci sono, per carità, attività che mi piace fare nel tempo libero: leggere, scrivere, danzare, guardare un film o un telefilm, girare sul web. Ma non mi scaricano, mi fanno staccare per un po' ma quando torno a me stessa la carogna è sempre lì.

E in questi giorni mi chiedevo che cosa potrebbe farmi stare bene. Forse cucinare. Forse dormire, ma devo essere proprio allo stremo: non voglio vivere come mio padre, che ha "perso" i suoi finesettimana dormendo sul divano. Fare shopping mi dà una breve soddisfazione, subito sopraffatta dai sensi di colpa. Fare sesso è un'opzione troppo spesso impossibile, a meno che di non trovarmi un amante (e a volte Luca ed io pensiamo che il motivo per cui molti si prendono l'amante sia perché fare sesso col proprio coniuge è decisamente più complicato).

In questi giorni credo di aver capito che c'è un'attività che mi scarica molto, ed è stare tra le bestie. Ma non le bestiole piccole: i gatti ormai sono parte della mia quotidianità e mi stressano al pari dei figli. Dico le bestie grandi, i bovini. Ché poi sarà lo stesso principio per cui i disabili mentali fanno pet therapy con i cavalli.

Sì, belli i cavalli: nobili, grandi, li puoi anche cavalcare. Per un certo periodo della mia vita ho desiderato disperatamente un cavallo, o perlomeno imparare ad andarci sopra. Ma erano altri tempi, e all'epoca in provincia l'equitazione era uno sport da ricchi, mica una cosa che puoi provare in un centro ippico per vedere se ti va.

Ma boh, oggi i cavalli mi appaiono come una scelta più "ovvia". Sono abituati a stare con le persone, a prendere le carote e gli zuccherini, ad essere toccati. Invece i bovini non sono così: non conoscono la dolcezza dell'avere qualcuno che si occupi di loro in quanto individui, non vengono accarezzati se non dal polacco che gli fa da mamma, hanno paura degli umani.

Ecco, io ieri sera, dopo aver riposto e steso una montagna di bucati, sono andata a recuperare marito e figli nell'orto e mi sono fermata alla stalla dei vitelloni. C'era questa manzetta nera che mi si strusciava contro come un gatto, e si è fatta accarezzare per un sacco di tempo (oltre ad aver preso un sacco di erba). E il bello è che i bovini non lasciano nessun odore sulle mani, solo un vago sentore di cuoio (eh già).

Ecco, d'ora in poi, se mi sentirò stressata al momento di tornare a casa, farò un salto in stalla. Farà bene a me e ingrasserà loro.

lunedì 18 aprile 2011

Scene da una cascina

Sabato mattina, Luca fa appena in tempo a fare colazione per precipitarsi a Milano, dove deve provare un pezzo con un paio di persone. Oltretutto, non mi posso nemmeno lamentare, perché sono stata io a incastrarlo con quel pezzo lì.

Io faccio vestire i bambini, poi ci facciamo un giro tra le vacche. Si accoda anche un papà della scuola steineriana, che in questo periodo sta costruendo una casetta di paglia e fango nei weekend.

Arrivati alle stalle dove una volta stava il "mio" manzo, ci trovo il polacco, intento ad occuparsi di due vacche malate e incinte. Colta da un barlume di speranza, gli chiedo che fine abbia fatto quel toro così e cosà, che stava lì qualche mese fa. Inaspettatamente, lui mi racconta che Kojak (l'hanno chiamato così perché è un po' pelatino) è stato trasferito alla Zelata, nella stalla coperta, e con grande gioia soddisfa i bisogni di circa 30 vacche. Poi continua, raccontando a me e all'allibito padre steineriano le prodezze sessuali dell'altro toro da carne, Luxuria, e del misero torello frisone che pare tanto macilento ma poi le vacche non lo mollano per una notte intera.


Ieri, dopo aver passato mezza giornata da sola a fare la casalinga disperata (bambini dai nonni e marito al corso di bonsai), ho portato la famiglia a trovare Kojak, il mio amico ritrovato. Lui ci è sembrato molto contento della sistemazione e socievole come al solito, tutto contento di prendersi i grattini tra le corna. Poi i bambini hanno cominciato a dargli da mangiare un po' di erba e lui ha mostrato di gradire. Dopo un po', anche le altre mucche hanno reclamato la loro parte. Ce n'era una bellissima, tutta nera ma con il musino e una riga lungo la schiena marrone. Ma non riusciva quasi mai a mangiare dalle nostre mani, perché finiva sempre tra una nera e una pezzata molto voraci.


Ecco, è in momenti come questi che POI (ovvero 12 ore dopo) mi ricordo che avrei potuto portarmi la macchina fotografica e mi pento di non averlo fatto. E in realtà, chi si sarebbe messo a fotografare anziché strappare l'erba?

martedì 12 aprile 2011

Quadri da un sistema scolastico

È luglio, io sono a casa con i bambini. Chiama un'amica di Luca che ormai è anche amica mia. Una persona che purtroppo non ha trovato posto nella ricerca e che per fortuna porta la sua esperienza nella scuola pubblica. Mi dice che il suo network sta preparando una proposal per una casa editrice americana e che hanno bisogno della mia esperienza di editing e revisione linguistica. I tempi sono strettissimi, loro si ritrovano a discutere della proposal fino a tarda notte. La maggior parte di loro sono precari, manco pagati durante il periodo estivo. Eppure ci credono, lavorano, mettono insieme 40 esperienze di buone pratiche della scuola italiana, dalle elementari alle superiori. La casa editrice accetta e, se tutto va bene, nel giro di un anno anche il mio nome comparirà su quel libro.

È settembre. Ho 14 anni. Entro nel liceo che per 5 anni diventerà la mia casa. Un ex convento con soffitti altissimi e talvolta affrescati, finestre dai vetri sottilissimi, parti inutilizzate, spifferi ovunque. E professori che potevano essere bravissimi o scarsissimi, a seconda della fortuna e di chi andava in pensione. Per dire: ho fatto un liceo classico e non ho mai saputo il greco.


Venerdì pomeriggio, corro alla materna a ritirare i bambini, per poi partire verso Torino. Loro giocano in giardino, io aiuto la ragazza del doposcuola a far uscire una lucertola che era entrata in classe. Ridiamo, e io penso che sta davvero bene coi bambini. Altrimenti è un'attrice da Oscar.


L'anno scorso, il colloquio con le maestre mi aveva lasciata interdetta e vagamente ferita. Allora avrei parlato di una scuola che non si preoccupa dei bambini ma solo delle loro abilità, che intruppa, che vuole l'omogeneità a tutti i costi. Sono così contenta che le maestre di quest'anno, sia di Amelia sia di Ettore, abbiano smentito questa impressione.


L'anno prossimo ci aspetta il grande salto. Mi fa paura, non lo nego. Ho paura che Amelia non sia pronta. Ho paura che la scuola del nostro paese ci faccia rimpiangere quella del paese vicino, che però non accetta i non residenti. Ho paura del cambio di ambiente: dal paese più ricco di Lombardia, abitato da professionisti e gente mediamente colta/consapevole, a un paese che è a metà tra la riserva di operai agricoli e il dormitorio dei pendolari. Un paese per nulla attento ai bisogni delle famiglie e dei bambini, tant'è che l'asilo nuovo è stato progettato senza tenere conto dei piani regolatori e dell'afflusso di nuove famiglie. Un paese dove la biblioteca è aperta un'ora al giorno, in un orario impossibile. Un paese che ha un parroco talmente potente e idiota da pensare di chiudere il rifugio di una rara specie di pipistrelli, roba che in Francia ci farebbero un villaggio a tema intorno. Non ultimo, ho paura delle maestre che incontreremo: la scuola in Italia è una lotteria.

venerdì 8 aprile 2011

Ora che è passata la moda

Ora che è passata la moda degli elenchi, vorrei farne uno. Ed è l'elenco dei momenti che voglio sempre ricordare. Il che non necessariamente coincide con ciò che non posso dimenticare.

  • Il mio viaggio in traghetto da Atene a Mykonos, con la mia amica N. e le amiche modenesi conosciute l'anno prima a Rodi. Mare forza 9, onde sul quinto ponte, primo giorno di mestruazioni. Ma iniziava un'avventura.

  • La prima volta che ho visto mia figlia e mi sono completamente, totalmente innamorata di lei.

  • La festa di fine master sulle rive del Ticino, alle 3 di notte. Il momento in cui l'inquilino della casa-barca che credevamo disabitata ha acceso la luce ed è uscito con una bottiglia di vino e una pila di bicchieri, a far bisboccia con noi.

  • I giorni passati a Sanremo per realizzare un CD-ROM per il Casinò. L'intervista con il roulettier, così fiero del suo lavoro e di essere quasi l'unico a saperlo fare in Italia. La dimostrazione di chemin de fer tenuta dal direttore dei giochi, che era stato croupier ad Algeri e Tripoli negli anni della Dolce Vita.

  • La volta che ho visto delle foto di Luca a 3-4 mesi e ho detto: ne voglio uno così, proprio uguale. Beh, ne ho avuti due. Proprio uguali.

  • Il momento in cui, grazie a un altro Luca, ho guardato in faccia i personaggi che mi facevano compagnia da tanti anni.

  • Il weekend in cui sono andata a Laigueglia con la mia amica P. e ho trovato un mare cristallino che neanche in Grecia. Oltre a una coppia di bagnini che si guardavano volentieri.

  • La gita a Mantova con le mie amiche C. e C., quando avevamo 15 anni e non sapevamo cosa fare nelle vacanze di Pasqua.

  • La gita a Mantova con l'amica N., che la sera precedente era rimasta a dormire nel mio microlocale e ci eravamo scolate una bottiglia di Chianti. Il giorno dopo, tamponando lo stomaco in pena con il pane bianco del Mulino Bianco, ci siamo avventurate sull'autostrada deserta, con la Twingo. E abbiamo superato un'intera colonna di camionette della polizia, dirette a Brescia, sorridendo come sceme perché andavamo un po' troppo forte.

  • Mio figlio all'oasi di Sant'Alessio, seduto sul vasino portatile, che fa la cacca leggendo il depliant dell'oasi.

  • La prima notte passata a casa di Luca, quando, non potendo copulare (ero mestruata, che culo!), ci svegliavamo ogni mezz'ora per baciarci.

  • La sera che siamo andati alla festa della Zelata e ci siamo infilati di straforo nella grotta dei pipistrelli.

  • Il concerto di Biagio Antonacci aperto dal gruppo di un mio amico. Un caldo porco, ma quanto è stato bello. Nonostante Biagio non sia proprio tra i miei preferiti.

  • La prima volta che abbiamo portato Amelia al Trebbia, a San Salvatore, e lei è rimasta in ammollo tutto il giorno

  • La folle corsa a casa in un momento di pausa dal saggio, per stare un'ora con Luca e concepire Ettore.

  • La prima vacanza a Levanto, con la Bionda e marito.

  • La volta in cui la Bianca doveva partorire ed è venuta a svegliarci per farsi aiutare.

In realtà, sarebbe impossibile riuscire ad elencare tutti i bei momenti che voglio ricordare. Questi sono solo un campione, abbastanza rappresentativo.

lunedì 4 aprile 2011

Eventi cruciali

Non preferirei mai la mia prima volta all'ultima in cui ho fatto sesso. Anche se la prima volta ero più giovane, più leggera e probabilmente più depilata. Non scambierei mai una passeggiata di oggi con il replay dei primi passi dei miei figli. Non vorrei mai indietro il giorno del mio matrimonio, se in cambio dovessi dare una qualsiasi domenica del 2011. Il giorno più bello della mia vita? Forse quel giorno perfetto in cui ho portato Amelia all'Acquario di Genova per la prima volta, inconsapevole di avere già Ettore nella pancia. Oppure quel giorno in cui eravamo soli a Levanto, io e i bambini, e per pranzo abbiamo mangiato il gelato davanti a Cacciatori di Draghi. Non amo le convenzioni. Tutti dicono di non amarle, per carità. Però non tollero che un giorno sia più bello di un altro solo perché altri hanno stabilito che deve essere così. Penso che le feste possano essere occasioni di felicità, perché ci si ritrova insieme a gente a cui si vuole bene. Penso che un matrimonio possa essere una bella festa o una sfacchinata. Penso che un parto possa essere l'inizio di una storia d'amore, ma non necessariamente. Certo, partorire dà più soddisfazioni che levare un dente, ma non deve essere per forza un evento mitizzato. Certo, la partoriente si deve trovare bene e a suo agio, ma non è la stessa cosa per una persona che va a fare un esame doloroso o una ceretta? Forse il motivo per cui le donne sono culturalmente così legate ai loro parti è il fatto che, per molto tempo, partorire era l'unica cosa avventurosa nella vita di una donna. Gli uomini avevano il servizio militare, noi il parto. Ora però gli uomini hanno smesso di fare grandi racconti sul periodo della loro leva. Non sarà il caso di smettere anche noi donne?

lunedì 28 marzo 2011

La cosa giusta?

Era tanto che non andavo a Fa' la cosa giusta. Devo esserci stata nel 2004, forse nel 2005. Quest'anno ho voluto tornarci, anche perché so che nel frattempo si è ampliata, ha maggiore risonanza e un maggior numero di espositori. Ci sono stata ieri, con la mia famiglia. E ne sono tornata un po' perplessa. Di buono c'è molto. La sezione alimentare mi sembra perfetta, forse perché è il settore che, tra biologico ed equo-solidale, si è affermato maggiormente anche a livello di mainstream: è più diffusa la convinzione che si tratti di prodotti più buoni, al di là degli aspetti della salute e/o dell'equità del trattamento lavorativo. Il resto della fiera (non l'ho vista tutta, solo alcune parti di critical fashion, prodotti vari e onlus) mi è sembrato oscillare tra il mercatino comune (intendo senza particolari motivazioni etico-ecologiche), l'omelia radical chic e la corsa a chi è più meritevole di essere aiutato. Sicuramente i prodotti non alimentari non hanno fatto nessuno sforzo per uscire dal cerchio ristretto in cui sono accettati e conosciuti: se la sono suonata e cantata tra i soliti amici, insomma. Per esempio, l'acqua. Ho orecchiato una conferenza sull'acqua che aveva toni molto da omelia: l'acqua è un bene di tutti, sarà la risorsa del domani, eccetera. Sono assolutamente d'accordo con questo discorso, ma, se vuoi convincere la gente, secondo me devi puntare su argomenti più terra terra. Io sono stata convinta a prendere il gasatore (non ho bisogno di un filtro, ma avrei preso anche quello al bisogno) perché la prospettiva di non avere più pacchi di bottiglie in giro mi ha resa felice (e ho avuto ragione). Epperò ho girato la fiera con una bottiglietta d'acqua nello zaino, perché non potevo andare a fare la fila al(l'unico o quasi) distributore ogni volta che i miei figli avevano sete. Quindi non so se alla fine questo modo di presentare l'acqua "del rubinetto" sia stato vincente o no: in tanti si saranno scocciati come me. Eppure io a casa mia non uso bottiglie di plastica, mi porto addirittura l'acqua da casa in ufficio. Oppure la moda: le proposte che ho visto erano anche molto carine (ho lasciato gli occhi su una gonna-vestito in seta indiana...), ma non accessibili a tutti. Ottima l'idea dei jeans equi e solidali, ma per il resto ho visto abiti che non molti potrebbero mettere in ufficio. Io stessa in ufficio non ho un particolare dress code, ma da quando ho più rapporti col pubblico preferisco un abbigliamento più "normale", senza rinunciare al mio stile per carità. Oltretutto, il mio abbigliamento cerca di essere il più economico possibile per puntare sulla varietà (ovvero non dovermi ridurre a lavare la maglietta alla sera per rimetterla il giorno dopo, non è una questione di estetica ma di pulizia): catene low cost, stock, vintage (per non dire "usato", che non fa poi così fine). Quindi ho trovato molto bella l'iniziativa dell'Armadio (che non era neanche nel settore fashion), che vendeva abiti usati a prezzi paragonabili a quelli del Mercatino di TdH che frequento a Pavia: ho preso una maglia e 3 maglioni per un totale di neanche 10 euro. Ma ho trovato poco "sostenibili" le proposte delle sartorie/aziende di abbigliamento: sia quelle che proponevano abiti nuovi a costi "equi e solidali" sia quelle che proponevano oggetti ricavati da materiale di recupero (belle trovate, ma spesso poco portabili per quanto riguarda me e la maggior parte delle persone che conosco). Insomma, sono uscita dalla fiera con una sensazione poco piacevole e con una certezza: non è con questo atteggiamento che i comportamenti e i prodotti "giusti" si imporranno sul mainstream. Sono dell'idea che o si vuole rimanere una élite perché fa figo (nel qual caso, avanti tutta!) o si deve cambiare atteggiamento e cominciare a parlare la lingua delle persone che devono ancora essere convinte. Non dico di snaturarsi, ma insomma, si può bere l'acqua del rubinetto e girare coi tacchi a spillo anziché con le birkenstock: non è necessario abbracciare tutto il pacchetto.

mercoledì 23 marzo 2011

Vampiri che ne valgono la pena

Ho recentemente avuto una conversazione con una persona che insospettabilmente si è presa una cotta per Twilight. Io credo di essere vaccinata, dal momento che ho religiosamente letto i commenti di questo blog, ma me ne tengo ugualmente lontana perché non sopporterei l'onta di innamorarmi di Edduccio. Teniamo presente comunque che scrivere di vampiri senza farli sembrare degli idioti (o facendolo, ma volutamente) è ancora possibile. Per esempio, Dampyr lo fa da almeno 10 anni, con una competenza in materia di folklore degna di un antropologo. La storia comincia in modo relativamente semplice, ma subito o quasi appare chiaro che non ci troviamo di fronte alla solita replica di Van Helsing: Boselli (rimasto ormai l'unico responsabile della serie) porta avanti una serie di sottotrame estremamente complesse. Per intenderci, di una complessità che non viene ritenuta "popolare", come se il popolo dei lettori fosse tutto composto da decerebrati. Eppure Dampyr vende e non poco. Certo, gli altri vampiri "italiani" sono tutti prodotti di nicchia, spesso editi da piccole case editrici specializzate come Gargoyle Books. Ma, per gli appassionati, ne vale sicuramente la pena: non ci troverete i drammoni adolescenziali di Twilight, ma sicuramente molto horror di qualità. Ma, anche negli USA, non è che vampiro sia sinonimo di stronzata. Aveva cominciato Anne Rice, dandoci personaggi indimenticabili come Lestat e Marius, Claudia e Maharet (io adoravo Maharet e Mael, preoccupati come genitori dell'incolumità della loro protetta umana). Bellissimo e innovativo il primo romanzo (Intervista col vampiro, da cui è stato tratto il film con Tom Cruise e una serie di altri figoni), interessanti gli sviluppi successivi. Peccato che poi nell'editoria americana (ma un po' anche nella nostra) succeda questa cosa per cui, se diventi un fenomento letterario, vai avanti a scrivere finché i fan non ti tirano i pomodori marci, con rabbia e disgusto. Questo pare valga anche per i romanzi di Anita Blake di Laurell K. Hamilton. I primissimi sono veramente divertenti e ben fatti (ne avevo già parlato qui). Funziona molto bene il rapporto di Anita con il vampiro Jean-Claude, che la attrae ma non la convince del tutto: lei lo desidera ma lo considera un mostro. Funziona anche il confronto tra Richard, il lupo mannaro buonino, e lo stesso Jean-Claude: l'uno che cerca disperatamente di non perdersi nella propria mostruosità e l'altro che ci sguazza. Mi piace anche che Anita alzi la posta, facendosi scudo della propria fede religiosa per non cedere alla avances di nessuno dei due (e mi stupisco della sua resistenza, io a 24 anni con due superfighi come pretendenti non ce l'avrei fatta, in nome di nessun principio). Mi piace il rapporto di Anita con Edward, cosa su cui è basato l'ultimo romanzo della serie che ho letto (Obsidian Butterfly). Purtroppo, sono anche andata a leggere i riassunti dei romanzi non ancora pubblicati in Italia e mi sono un po' cadute le braccia. Come dice giustamente un fan deluso, Anita è scivolata nel porno soft ed è probabile che, dopo un paio di delusioni, smetterò di leggere le sue avventure. Ciò non toglie comunque nulla ai meriti dei primi 8-9 romanzi. Sono molto contenta che la storia di Anita Blake sia diventata sia un fumetto (non un capolavoro, ma carino e rispettoso dello spirito dei romanzi) sia una serie TV (che sarei proprio curiosa di vedere). In campo cinema/televisione, i miei gusti oscillano tra i classici (dal Dracula di Christopher Lee a Intervista col vampiro passando dal Dracula di Francis Ford Coppola) e il linguaggio ultramoderno di True Blood, passando per scivoloni come Buffy. Ho sentito parlare dei Vampire Diaries, ma non mi attirano più di tanto. Qualcuno mi ha chiesto perché la serie televisiva e non i romanzi di Charlaine Harris. La risposta è che i romanzi li ho leggiucchiati in libreria e li ho trovati dimenticabili, mentre la serie TV è fatta veramente bene: attori che sanno recitare (la protagonista ha vinto un Oscar per Lezioni di Piano), un montaggio spettacolare, una gestione impressionante delle complessità della trama (soprattutto nella seconda e terza serie, dove sono presenti sempre almeno due filoni - sempre alla faccia dello stereotipo del popolo bue), nessuna pietà nel trattare temi "scottanti" (omosessualità, droga, connivenze di poteri vengono trattati sia apertamente sia a livello di metafora). Insomma, una vera goduria non solo per gli appassionati di vampiri, ma per tutti quelli che apprezzano un lavoro ben fatto.

Aggiornamento: sto leggendo Narcissus. Oltre ad essere pieno di sesso in modo imbarazzante (Anita Blake: da pulzella a puttana?), è scritto proprio male. I dialoghi sono urendi, sembrano scritti da uno sceneggiatore di Sentieri. Arriverò alla fine, ma meno male che l'ho preso in biblioteca!

venerdì 11 marzo 2011

Il bello del prestito

Di mio, sono una persona che regala volentieri ma non presta facilmente. Tanto meno libri, DVD e CD: le cose a cui tengo di più.
In casa mia, vige questa politica: se un libro mi può servire in futuro lo tengo, se invece è pura evasione finisce altrove. Finora questo "altrove" era la casa di mia mamma (se si trattava di libri che le interessavano) o un negozio di libri usati (dove comunque ti pagano una miseria). I DVD da Blockbuster.
Dall'inizio dell'anno, ho una scelta più comoda e utile alla comunità: la biblioteca.
Non quella del mio paese, che fa orari idioti e garantisce ben pochi servizi, bensì quella del paese vicino, che afferisce a un network di circa 50 biblioteche.
Anche se un'amica mi aveva magnificato questo network, ammetto di averlo un po' snobbato. A parte la biblioteca della mia infanzia/adolescenza, ho avuto sempre brutte esperienze con le biblioteche: pochi libri che non fossero "i classici", nessun materiale multimediale, cataloghi ostici da consultare e lunghissime attese per ottenere i libri. Oltre al fatto che spesso il personale era scostante e sempre con quell'aria scocciata tipica di chi lavora allo sportello.
Invece nella biblioteca di Motta ho trovato una bibliotecaria carinissima e un servizio che non ha niente da invidiare a quello di Amazon. Però gratis.
Io posso prenotare fino a 5 titoli (libri, DVD e CD) in un catalogo online vastissimo. Quando le mie prenotazioni arrivano nella mia biblioteca, mi arriva una mail di avviso. I libri posso tenerli per 2 mesi al massimo, i DVD per 2 settimane. Questo mi ha permesso di leggermi libri che invece avrei esitato a prendere, a causa del loro prezzo: tutto Alan Moore, materiale su popoli dell'antichità, cataloghi di mostre. E poi DVD di film belli ma non indimenticabili, di quelli che non vorresti tenere per sempre anche se ti hanno fatto passare due belle ore.
Insomma, un'esperienza da consigliare a chiunque abbia il network della Fondazione per leggere a disposizione. L'unica controindicazione è che potreste diventare utenti compulsivi come me.

mercoledì 9 marzo 2011

Come voglio essere

Ieri abbiamo saputo che una parente di Luca è morta alla bella età di 96 anni. Roba che, se arrivassi a un'età simile in buone condizioni, lascerei detto di fare una festa, altro che funerale.
Mi dispiace, ma non riesco ad essere triste per una persona che è vissuta 96 anni. Non sono così cinica da dire "finalmente", ma mi stringo nelle spalle e dico "vabbe', la sua vita ha avuto il tempo di farsela" (senza contare il sospirino di invidia, perché noi che lavoreremo fino a 65-70-75 anni col cavolo che arriveremo oltre ai 90).
Spesso mi dicono che non sono comprensiva nei confronti degli anziani. Può essere. Io penso di esserlo fin troppo, ovvero di comprendere perfettamente che tanti anziani si comportano in maniere sbagliate perché sanno di essere scusati, tipo "sai, poverino/a, ha un'età".
A questo punto, aspetto ansiosamente il momento in cui passerò da "che stronza" a "sai, poverina, ha un'età". Il fatto è che probabilmente non ci arriverò mai, perché educherò i miei figli (e, spero, i miei nipoti) a rispettare le persone, non la loro età.
Ed, io, che da giovane non sono mai stata uno zuccherino, di certo non diventerò una dolce e saggia nonnina. Anzi, se è vero che somiglio a mia nonna Agnese, spero che i miei figli e nipoti abbiano la forza di contenere il mio potenziale distruttivo.
Però, a differenza di mia nonna Agnese, mi piacerebbe lasciare qualcosa di più che qualche aneddoto sulla mia vita. Dopotutto, di lei so abbastanza poco: so che cosa le è successo, non quello che pensava. So che aveva un padre violento, ma non so se gli voleva bene o se aveva paura di somigliargli. So che da vedova ha avuto una vita dura, ma non so che cosa avrebbe pensato delle nostre lotte per conciliare famiglia e lavoro. È morta troppo presto perché glielo potessi chiedere.
Io vorrei essere forte e speciale come lei, ma più aperta e comunicativa. Vorrei tenermi al passo con le nuove tecnologie, ma non solo in cucina come faceva lei. Vorrei che i miei cari mi trovassero dei difetti, ma vorrei anche riuscire ad accettare le loro critiche e migliorare. Vorrei essere come lei nell'andare al sodo delle situazioni, ma senza dimenticare che anche la forma ha il suo peso. Vorrei che i miei cari sentissero il mio amore non tanto nelle opere (ché comunque 3 armadi di tovaglie sono un po' eccessivi) quanto nel calore dei miei sentimenti (e parlo di sentimenti, non di bieca manipolazione dei sensi di colpa). Vorrei avere la sua passione, ma senza la sua avventatezza (e però mi fa molta tenerezza l'idea che mia nonna fosse ancora avventata a 80 anni). Vorrei che nessuno dei miei cari si sentisse in dovere di giustificarsi per una mia mancanza ("sai, mia nonna devi capirla, ha un'età...").