mercoledì 27 giugno 2012

Sholeh Zard Contest #1

Nel pubblicare Sholeh Zard, mi si presentano due... non problemi, sarebbe una parola grossa: diciamo cose da risolvere prima di passare all'azione.
Ho deciso di superarne una chiedendo un parere a chi mi legge.
Essenzialmente, il punto è questo: per la prima volta in vita mia, desidero uno pseudonimo.
Non mi vergogno del mio nome, non ho problemi di riconoscibilità, non c'è niente che non vada nel chiamarsi come mi chiamo io. È che il mio nome e cognome non mi sembrano adatti ad essere associati a Sholeh Zard.
Il fatto è (anche) che in questa storia sono stata molto attenta a non puntare su una sola nazionalità. La città in cui Sholeh vive ha le caratteristiche di una metropoli del Vecchio Continente: nella mia testa, è un misto di Milano, Istanbul, Londra e Parigi. I personaggi hanno nomi di provenienza varia: Van Bratus, Ambros, Pete il Pitbull, Tony Sharmaine, Hans Prater, Asah... e la loro varietà aumenterà con l'avanzare della storia nei prossimi romanzi. Anche l'immaginario a cui faccio riferimento non è legato a una cultura precisa: i djinn convivono con nani, vampiri e naga, in un melting pot magico che rispecchia quello umano.
Insomma, che c'entrano i miei italianissimi nome e cognome con questo contesto? Non mi piacciono. E non so che cosa fare.
Da un lato gli pseudonimi mi sono sempre sembrati un po' patetici. Dall'altro presentarmi con il mio nome e cognome in questo caso mi pare inappropriato, un po' come andare vestita come Lucia Mondella a una festa a tema giapponese.
Quindi vi chiedo: mi aiutereste a trovare uno pseudonimo adatto?
In premio avrete la mia eterna gratitudine e/o una copia in anteprima di Sholeh Zard e/o una menzione nei ringraziamenti e/o una fornitura di formaggi, ma solo se abitate in un posto dove posso portarveli o se passate di qui a ritirare la vincita.

sabato 9 giugno 2012

Sholeh Zard

Immaginiamo un detective. Di quelli con l'aria da duro e cattivo, con un passato di retate alla Narcotici e un presente alla Omicidi.
E immaginiamo che abbia una moglie bellissima. Non solo: la moglie è una danzatrice sublime. Non solo: la moglie ha il nome di un dolce persiano, Sholeh Zard. Non solo: la moglie è un djinn, un genio della lampada liberato. E ha poteri pirocinetici, controlla il fuoco e le passioni.
Ecco: questo è il punto di partenza della mia ultima storia. Un misto di urban fantasy e giallo, scritto per il mio e vostro divertimento.
L'idea è nata come serie a fumetti (avevo già abbastanza chiare le prime 3 stagioni). ma francamente l'esperienza vissuta con Viola mi ha dissuasa: non tanto perché io pensi che sia più facile pubblicare narrativa (non lo penso affatto), quanto perché un'opera di narrativa non ha bisogno della pubblicazione per essere realizzata e quindi Sholeh non mi sarebbe rimasta sul gozzo come Viola.
Sicché ho deciso di trasformare il progetto iniziale in una serie che per ora nella mia testa conta 3 libri, ma in futuro chissà.
Al momento, ho scritto e revisionato la prima stesura del primo romanzo. Ed ho già suscitato qualche reazione tra le amiche, che si sono prestate a fare da cavie sia per il contenuto sia per la compatibilità del file con i loro e-reader: una di esse ha persino realizzato un paio di orecchini in onore del mio personaggio.
Quando riterrò che Sholeh sia pronta per affrontare un pubblico meno selezionato, penso di proporla come e-book come prima cosa. Prima magari in modo autogestito, poi sentendo che possibilità di pubblicazione ci sono su Amazon. E poi chissà.
Non sogno fortuna e gloria, per carità. Sogno solo di regalarvi qualche risata e una storia nuova. E spero davvero tanto di riuscirci.

venerdì 1 giugno 2012

Letture di maggio

Incrollabili certezze: Il fulmine di Sethos di Elizabeth Peters. Dopo la pesantissima Cassandra de La torcia, ho pensato che un po' di sana Amelia Peabody non potesse che giovare. OK, l'ennesimo libro della serie non è molto originale, ma proprio per questo ci ritroviamo tutti gli elementi che ci piacciono in Amelia: azione, mistero, un pizzico di archeologia, humor britannico e persino un goccino di romanticismo.
Romanzo familiare: Un giorno mi troverai di Kim Edwards. Storia interessante e non scontata, nonostante le premesse pessime (un padre morto, una figlia che si sente in colpa, una storia del passato).
Inquisitori seriali: Rex Tremendae Majestatis di Valerio Evangelisti. Il vecchio Eymerich se ne va (?) col botto: bella storia, buon ritmo, degna conclusione di fili narrativi lasciati in sospeso da tempo. Godibile, per gli estimatori del genere.
Parentesi cinematografica: The Hunger Games, il film. Era da un pezzo che non vedevo un libro così ben adattato per il cinema. Cinna si conferma nella top ten dei miei personaggi del cuore. PS: appena riesco, voglio vederlo in lingua originale, ci sono espressioni e giochi di parole tradotti malissimo.
Puro godimento: Olive comprese di Andrea Vitali. Mi piace l'ambientazione lacustre, in periodo fascista. Mi piace l'atmosfera di paese di una volta, i soprannomi arguti (l'Uselanda...), le piccole rivalità tra "notabili". Come mi anticipava la mia bibliotecaria, mi sono ribaltata dal ridere quando ho capito il senso del titolo. E non potrò più pensare al nome Oliviero con la stessa indifferenza di prima.
Romanzo psico-sociologico: Le osservazioni di Jane Harris. Lo stile è la cosa che mi è piaciuta di più in questo romanzo: fresco, terra terra senza essere sboccato, mai eccessivo. La storia è curiosa, anche se alla fine costruita intorno a un nucleo inconsistente. Originale, interessante.
Giallo (?) giapponese: Una storia crudele di Natsuo Kirino. Penso di non essere fatta per la letteratura giapponese: troppo lenta per un thriller, troppo morbosa per un romanzo di formazione, troppo fredda. Il mio cervello ha apprezzato l'idea e la costruzione, ma la mia pancia e il mio cuore non ce la fanno ad appassionarsi. Forse sbaglio proprio in questo: forse la letteratura giapponese non è fatta per appassionare.
Romanzo (breve) corale: Venivamo tutte per mare di Julie Otsuka. Storia delle spose in fotografia che dal Giappone emigrarono in America. Toccante e poetico, oltre che interessante dal punto di vista stilistico: non ho mai letto in libro scritto tutto in prima persona plurale.
Romanzo corale: La leggenda del morto contento di Andrea Vitali. Meno fulminante di Olive comprese, ma piacevole e interessante. Vitali sarebbe da leggere anche solo per i nomi dei suoi personaggi.
Vampiri adolescenti: Winter e Silver di Asia Greenhorn. Ancora vampiri affascinanti, ancora adolescenti innamorati che fanno grosse cazzate. Però in un contesto in cui si accenna persino un tentativo di intrigo politico. Ma sì, piacevole lettura per periodi impegnativi.
Parentesi televisiva: Sherlock seconda stagione. Una figata. La figata. Trama incalzante, intreccio perfetto, dialoghi entusiasmanti (ah, l'inglese permette una sintesi così felice in questi casi!). E l'assoluta certezza che Moriarty sia ispirato a mio figlio Ettore.




giovedì 17 maggio 2012

Faccio ridere

Io scrivo da quando avevo 7 anni (e non ho neanche avuto un'infanzia infelice, è tutta farina del mio sacco). Ho sempre scritto cose serie. A volte drammatiche, a volte più leggere. Sempre più condite di ironia man mano che crescevo, ma sempre con una base seria.
Ho sempre amato una scrittura brillante, non banale. E spero, nei miei momenti migliori, di essere riuscita a scrivere dialoghi davvero buoni (anche se, guardando alcune serie TV come Sherlock e Game of Thrones nei dialoghi dei Lannister, penso che i miei dialoghi siano più adatti a un prodotto audiovisivo che a un fumetto o a un racconto in prosa). Ma non sono mai andata oltre.
Certo, avevo il mio blog del Mignolo col Prof. Lì le cose buffe da raccontare non mi mancavano, e cercavo sempre di vedere in chiave divertente anche gli avvenimenti apparentemente neutri.
Ora non mi va più di scriverci per tutta una serie di motivi (riassumibili in "mi sono stufata"), ma per un certo numero di anni ho scritto tutti i giorni e ho un certo numero di lettori che tutt'oggi mi riconoscono come il Prof del Mignolocolprof, ovvero quella matta (sposata con un matto) che tutti i giorni raccontava qualcosa di buffo in non più di 10 righe.
Anche mio marito si divertiva a leggere quello che scrivevo di noi. Invece, mi è sempre sembrato che leggesse Viola o le altre mie cose più per dovere "coniugale" che non per genuino divertimento.
Un anno e mezzo fa, per la prima volta, ho pensato una storia divertente. Anzi, diamo i giusti meriti: io avevo pensato a una serie di gialli un po' ironici e leggeri, con una protagonista incongrua stile Camilla Baudino ma ancora più assurda.
L'intervento di una mia amica, disegnatrice e amante di narrativa fantasy, ha dato al progetto una svolta imprevista e un'impronta decisamente divertente, senza neanche un po' di zavorra.
In un primo tempo, avevo pensato di sviluppare questa nuova storia come un fumetto seriale. Ma, come dicevo nel post precedente, fare un fumetto implica dipendenza da editore e disegnatore. E significa che, se prima non "vendi" il tuo prodotto, non lo vedrai mai finito.
Circa un anno fa, ho deciso che la mia nuova storia sarebbe stata scritta in prosa. Circa un anno fa, sono stata messa al tappeto dalla bravura di Jonathan Stroud nel delineare il personaggio di Bartimeus. Sono cose che ti segnano, nel senso che ti danno tantissimo materiale da elaborare. Ed io per 6 mesi ho elaborato: a parte la scimmia delle Cronache del Ghiaccio e del Fuoco, in cui comunque ci sono dialoghi fulminanti, ho letto Neil Gaiman, Elizabeth Peters, Terry Pratchett, letteratura Young Adult.
Ho provato a scrivere una storia completamente diversa e molto drammatica. Ho raccolto un po' di documentazione per la moglie del boia. Insomma, mi sono comportata come un animale che sta per andare in letargo: ho accumulato, accumulato.
E poi, un bel giorno di dicembre, ho cominciato a scrivere. Non con la facilità di tanti anni fa, in cui scrivevo mille incipit che finivano lì. All'inizio con fatica, come una che riprende a parlare dopo un lungo silenzio.
E poi sempre più facilmente, al punto che riuscivo a scrivere in ogni luogo e in ogni momento, come se fosse una dettatura.
Come spesso mi succede ultimamente, Levanto è stata il luogo in cui la mia scrittura è fiorita: scrivevo sulla spiaggia, sulle panchine, al parchetto, in casa. Con una semplice penna a sfera e su un semplice quadernone a spirale. E la sera leggevo a Luca quello che avevo scritto durante il giorno, facendolo ridere e rendendolo davvero partecipe della mia storia.
Lo slancio di Levanto è durato anche per diverse settimane dopo il ritorno. Poi, in un punto quasi finale, mi sono un po' arenata. Ho dovuto quasi ammazzarmi in un incidente stradale per avere un periodo di riposo e noia (la prima settimana non potevo leggere né scrivere né guardare uno schermo, a causa del collarino), da cui è scaturito lo slancio per finire ciò che avevo cominciato a dicembre.
Ho trasferito su computer la prima stesura e l'ho mandata alle persone di cui mi fido di più. Il primo feedback, pochi giorni dopo, è stato "More Sholeh Zard, please!".
Sì, perché la prima storia divertente che ho creato si chiama Sholeh Zard, come un dolce persiano. Di cosa parla? Adesso non ho più tempo di raccontarvelo, sarà per la prossima volta.

lunedì 7 maggio 2012

Il viottolo dell'artista

Sto leggendo questo libro, consigliatomi da diverse persone che vogliono trovare il coraggio di esprimere la propria creatività.
Non so dire se potrà aiutarmi. Per ora, mi irrita un po' il suo continuo rimando alla divinità come fonte della creatività. Per carità, so benissimo che posso interpretare questo rimando come un riferimento al divino che c'è dentro di noi, ma non posso farci niente: troppo spesso questo Dio che lei nomina mi sembra una specie di giustificone totale globale per essere artisti.
Al di là di alcune ingenuità e di certe mie idiosincrasie, il libro ha uno scopo interessante: liberare l'artista bloccato che può esserci in ognuno di noi. Per liberarlo, l'autrice agisce in due modi principali: da un lato va a cercare le cause del blocco, dall'altro propone esercizi per rafforzare l'artista interiore.
È sicuramente interessante per una persona come me, che non ha mai creduto realmente di poter vivere della propria creatività e che per certi versi si (è) vergogna(ta) di avere un lato creativo. Però secondo me, per ora non coglie un punto: essere artisti non è la stessa cosa che saper promuovere la propria opera.
Per dire: Michelangelo, col suo caratteraccio, di certo oggi farebbe la fame. Raffaello no, eppure non è un artista né migliore né peggiore di Michelangelo (nonostante nella critica d'arte ci siano le due fazioni raffaellesca e michelangiolesca, che si odiano).
Per me, scrivere non è mai stato un problema: non ho mai avuto un blocco così forte da impedirmi di produrre le mie cosine nel segreto dei miei quaderni e del mio PC. Di più: se guardo ai miei scritti con totale onestà, non mi sento per niente indegna di pubblicare (non tutto, ma le cose migliori sì). E penso onestamente che le cose non degne di essere pubblicate comunque contengano buone idee sviluppate male o con troppa fretta o senza la giusta maturità: non è detto che un giorno io decida di farne qualcosa di meglio.
Quello che mi devasta è promuovere i miei progetti. L'ho provato con Viola, ed è stato estenuante: ogni volta che mi sono trovata davanti a qualcuno, cercando di spiegargli perché avrebbe dovuto pubblicare il mio lavoro, mi sono sentita come... non lo so, come se fossi la persona peggio equipaggiata per quel compito. Forse dipende dal fatto che Viola veniva presentata come soggetto e non come progetto finito. Ma più di tutto c'era l'inadeguatezza di esprimere il motivo per cui, secondo me, Viola merita di essere letta da più dei miei 5 lettori.
Fermo restando che non stiamo parlando di capolavori, che cosa rende un'opera più meritevole dell'altra? Le storie, nella mia testa, non hanno uan graduatoria di merito: quelle belle le voglio leggere, quelle brutte no. Le altre considerazioni mi sembrano inconsistenti, soprattutto se una storia ho deciso di scriverla per un impulso irrazionale e non certo per una considerazione di mercato.
Per me Viola è sicuramente un fallimento, una ferita aperta più delle storie che non ho mai portato alla luce. Mi rode non tanto il fatto di non essere stata pubblicata, quanto il fatto che senza la pubblicazione Viola non può nascere, perché nessun disegnatore disegna prima di avere la certezza di essere pagato e pubblicato.
La sensazione peggiore che ho provato con Viola è quella di essere ostaggio di altri per vedere realizzata un'opera pensata da me. Ho messo insieme questa sensazione all'incapacità di promuovermi e ci ho lavorato. Per sei mesi. E poi ho fatto qualcosa che mi ha permesso di superare lo stallo.
Che cosa? So di essere pessima, ma ve ne parlo un'altra volta.

martedì 1 maggio 2012

Letture di aprile

Fumetti: The Authority e Ultimate X-men. Il secondo è pura operazione di mercato, una conferma del fatto che le saghe di supereroi & Co non sono né più né meno che soap operas destinate a un pubblico maschile. Divertente, ma non ci spenderei neanche un centesimo (viva la biblioteca!). Il primo invece è una parodia/rivisitazione dei fumetti supereroistici, diciamo che sta ai fumetti americani classici come Tarantino sta alle gangster stories. Adoro Jenny Sparks: avendo un carattere orrendo almeno quanto il suo, vorrei avere anche i suoi poteri.
Romanzi a tema indiano: Mama Tandoori e Madame Mallory e il piccolo chef indiano. Il primo parla di una mamma che sembra la yiddische mame di Moni Ovadia in versione indiana. Come in Moni Ovadia, si ride e si piange di questa madre ingombrante e a suo modo amorevole, dispotica e disperata. Il secondo invece racconta di un'intera famiglia indiana e del percorso di uno dei suoi membri per raggiungere il successo come chef a 3 stelle Michelin. La figura di Madame Mallory è un po' stereotipata, ma irresistibile, come pure quella di Papa.
Fantasy Young Adult: Green di Kerstin Gier. Finalmente la saga dei viaggiatori nel tempo è arrivata alla fine. Una degna fine, devo ammettere. Non fatevi ingannare dalle copertine, sono fuorvianti: la storia è raccontata con verve e ritmo, e la protagonista è proprio tutto il contrario di certe sospirose eroine romantiche.
Divertimento intelligente: Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve di Jonas Jonasson. Vivaddio, gli svedesi non scrivono solo gialli! Scrivono anche meravigliosi romanzi surreali. Come questo, che racconta la vita di Allan Karlsson, centenario in fuga dalla casa di riposo, e non vi dico altro per non guastarvi la lettura. Io l'ho adorato, e anche mio marito se lo sta godendo.
Fantasy paganeggiante: La dea della guerra di Marion Zimmer Bradley (in collaborazione con Diana Paxson). L'ho letto spinta dalle recensioni positive di una mia cara amica, anche se altri romanzi della serie di Avalon non mi erano piaciuti granché. Confermo il mio giudizio: mhe.
Giallo archelogico: Il flagello di Horus di Elizabeth Peters. (Apriamo una parentesi: perché gli editori italiani hanno tradotto - male - non una ma due volte i titoli dei libri di Elizabeth Peters, stravolgendoli in entrambi i casi? Chiusa la parentesi) Ogni tanto un po' di sana Amelia Peabody ci vuole: azione, misteri, un po' di archeologia e tanta ironia. Dopo la serissima Boudica, un toccasana.
Romanzo storico: Il gusto proibito delle zenzero di Jamie Ford. Interessanti lo spunto e l'ambientazione. Ma i meriti di questo romanzo finiscono qui. Già vista la storia d'amore alla Romeo e Giulietta, già visto il ritrovarsi dopo 40 anni di separazione. L'unica cosa che mi ha colpita in tutto il libro è la descrizione di un dolce cinese che parrebbe una specie di zucchero filato ripieno di cocco e frutta secca: se qualcuno ha la ricetta, ci proviamo.
Indefinibile: La casa del tempo sospeso di Mariam Petrosjan. Mi è piaciuto, ma non saprei dire perché. Sono convinta di non averlo capito interamente, ma questo libro ha dentro tutto: la vita, la magia, la crescita, l'adolescenza, la paura, l'amicizia. Mi sono commossa e ho riso, mi sono irritata e certi personaggi li amerò od odierò tutta la vita. Penso che lo rileggerò, tra qualche anno.
Capolavoro: Il circo della notte di Erin Morgenstern. Credete a tutte le recensioni positive che leggerete: questo libro è veramente bello. È onirico, visivamente godurioso, inquietante ma non disturbante, coinvolgente a vari livelli.
Cagata romantica: La libreria dei nuovi inizi di  Anjali Banerjee. Prendete una serie di luoghi comuni sulle donne e sull'amore, frullateli con un pizzico di curry ed ecco questo libro. Inutile.
Fantasy Young Adult 2: Wings di Aprilynne Pike. L'ennesima ragazzina che scopre di essere una creatura magica potente. Con tanto di triangolo. No, scusatemi, non ce la posso fare a seguire questa saga.
Inquisitori seriali: La luce di Orione di Valerio Evangelisti. Il vecchio Eymerich fa sempre centro, col suo misto di sarcasmo, mancanza di scrupoli, fanatismo, insospettabile umanità e umorismo non si sa quanto involontario. Però non c'è l'innovazione dirompente dei primi romanzi della serie.
Epic fantasy: La torcia di Marion Zimmer Bradley. Circa un anno fa, l'avevo sentito nominare perché la mia maestra di danza avrebbe dovuto interpretare Cassandra nelle Troiane di Euripide. Mi ha fatto lo stesso effetto della trilogia di David Gemmel: inutile.

domenica 1 aprile 2012

Letture di marzo

Urban fantasy romance: il mese scorso avevo parlato di Switched, che mi era piaciuto. Come mi ero ripromessa, ho letto tutta la trilogia. Responso: mhe. Troppi nodi irrisolti, troppe irrazionalità, i personaggi non si evolvono in modo coerente, la storia prende una piega assurda, il triangolo no. Insomma, meglio fermarsi al primo, se si riesce a trattenere la curiosità.
Romanzo poetico: La bambina di neve di Eowyn Ivey. C'è ancora l'Alaska come ne La tenerezza dei lupi, ma trasfigurata in un racconto quasi fiabesco. Bello, appassionante, emozionante ma senza tinte forti. Da regalare.
Fenomeno letterario: The Hunger Games Trilogy. C'è chi lo paragona a Twilight, ma non c'è gara. C'è anche chi paragona Suzanne Collins alla Rowling, e già questo lo trovo più sensato. Anche se il mondo degli Hunger Games è completamente diverso da quello di Harry Potter, c'è la stessa capacità di studiare un intero universo, di creare personaggi incisivi, di avvincere il lettore a una trama ben studiata. Anche qui c'è un triangolo, ma risolto in modo brillante. Da leggere prima che anche in Italia diventi di moda.
(Piccolo inciso: ho visto i trailer ufficiali. E ora sto sbavando per vedere il film, a maggio. Chi viene?)
Romanzo per ragazzi: Gregor e il regno di Semprebuio, sempre di Suzanne Collins. Un'avventura delicata, una fiaba avventurosa. La storia ricorda vagamente la saga dei Minimei, ma qui non c'è un cattivo da combattere, bensì un papà da salvare. Mi è piaciuto, e tra un paio d'anni lo leggerei ai miei figli.
Autobiografia satirica: Il lamento del prepuzio di Shalom Auslander. Si sorride, si ride a volte, ma con la forte impressione di avere a che fare con una persona malata che vive in una società malata: l'umorismo yiddish è un'altra cosa, è più sottile e leggero, sano. Ci sono personaggi che non scorderò (per esempio il padre, bravissimo falegname ma disprezzato dalla moglie perché non è un rabbino come i suoi cognati), ma ancora non so se il libro mi è piaciuto o no.
Romanzo sperimentale: La casa per bambini speciali di Miss Peregrine di Ransom Riggs. La quarta di copertina dice "un po' X-men un po' Harry Potter", e ci sta. Ma c'è anche molto di più. C'è l'idea di prendere delle vere foto d'epoca di freaks e costruirci intorno una trama. C'è il fascino delle immagini, che a questo punto hanno una doppia storia: la loro originale e quella all'interno del romanzo. Da leggere, anche se non è il tuo solito genere.
Thriller: La figlia sbagliata di Jeffrey Deaver. Dopo un inizio un po' stentato, la storia prende quota e si fa interessante. Ottimo intrattenimento per chi non abbia voglia di addentrarsi nelle saghe di Deaver (io per esempio adoro quella di Lincoln Rhyme).
Capolavoro acclamato: 1Q84 di Murakami Haruki. L'ho letto attirata dai motivi sbagliati, aspettandomi qualcosa che all'autore semplicemente non interessa. Ma la storia mi ha catturata, l'ho letto tutto in un weekend. Non ho ancora deciso cosa pensarne. Da un lato, per dire che un libro mi è piaciuto vorrei aver tratto genuino godimento dalla lettura, e non è stato così. Dall'altro, è innegabile che si tratta di un libro che non si può lasciare a metà. Da provare.
Vampiri adolescenti: L'apprendista vampiro di Heather Brewer. Se pensate che l'accoppiata vampiri + adolescenti sia sempre molesta, la serie di Vladimir Tod vi farà ricredere. Niente di spettacolare, per carità, ma in questi libri c'è una freschezza genuina, di quelle che ti fanno pensare che dopotutto l'adolescenza può essere anche una figata.

sabato 24 marzo 2012

L'uomo della mia vita

Io non sono romantica. Non solo per quella corazza che mi metto e che mi fa apparire come una vera (?) dura. Non sono da manifestazioni plateali di sentimenti estremi.
Sono più minimalista. Mi piace che l'amore, anche un amore immenso, si manifesti nelle piccole cose. Mi piace emozionarmi per una frase che magari sembra buttata lì ma che invece vuole dire che lui mi ha capita, sempre. Mi piace quando i miei figli fanno qualcosa che vuole togliermi una fatica, anziché produrre un quintale di disegni per me (che pure mi fanno piacere, ma in tutt'altro senso). Mi piace quando una mia gatta mi cerca in modo (apparentemente) disinteressato, non perché ha fame/freddo/sete. Anche se questo spesso significa dormire con una gatta sulla schiena.
Per dire: fino a un paio d'anni fa, odiavo la Pinta. Lei è la mia gatta più intelligente, e purtroppo per un gatto essere intelligente vuol dire trovare i modi più fantasiosi di combinare guai. Pinta ne ha combinati parecchi, era il flagello di casa. Per molto tempo ho sperato che facesse un giro un po' più lungo e sparisse. Poi ho cominciato a capire che era sinceramente affezionata ai miei bambini: tutte le mattine si presentava in camera nostra e stava lì mentre i bambini si vestivano, li coccolava e si faceva accarezzare. E allora ho cominciato a volerle bene, a perdonarle i disastri, a stare volentieri con lei in braccio.
Ecco, il fatto che io apprezzi i gesti piccoli non significa che mi piacciano anche i sentimenti piccoli. A me i sentimenti piacciono belli grossi, in ogni campo, e mi dispiaccio un po' quando vedo che altre persone riescono a vivere di sentimenti piccoli, stentati come le piantine che mi sono incaponita a tenere davanti a casa e che andrebbero ranzate via per il loro bene.
Per esempio, l'amore. Io ci sto che non si deve cercare il principe azzurro, anzi: nelle mie fantasie di bambina e ragazza, era quasi sempre lei a salvare lui.
E, quanto alla perfezione, ho sempre pensato che avere accanto un uomo perfetto potesse essere deprimente, alla lunga: io perfetta non lo sono.
Però so qual è la mia storia, ovvero quella di una donna che ad un certo punto della sua giovinezza (a 20 anni!) ha fatto una scelta di comodo. Tutte le mie amiche dell'università erano fidanzate, io non riuscivo più a uscire senza fare il reggimoccolo e mi sono messa con un amico del fidanzato di una mia cara amica. Poi in qualche maniera me ne sono pure innamorata (o me ne sono convinta), ma era lui stesso a dirlo (non riferendosi a noi): chiunque può stare con chiunque, per i primi tempi. E lui per me, pur con tutta la sua cultura e con le sue buone qualità, era chiunque. Quando abbiamo rotto, ho patito più per la mia dignità pubblicamente offesa (dovevamo sposarci un mese dopo) e per l'interruzione di un'abitudine che per la perdita di quella persona.
E, dopo pochi mesi (settimane), ho capito che io nella solitudine ci stavo proprio bene. Mai avuto sogni di matrimoni e figli, io. Invece avevo tanti sogni riguardo al lavoro, alla scrittura e alle cose che potevo fare vivendo da sola.
Mi sono infatuata di un'altra persona e ne ho frequentate diverse, ma mai questi uomini mi hanno fatta dubitare di voler vivere da sola, neanche per un istante.
E poi ho incontrato Luca. E, senza che lui toccasse alcun argomento a proposito di famiglia e convivenza, ho desiderato istantaneamente vivere con lui, anche se sapevo che sarebbe stato in campagna, e avere dei figli da lui.
Una mia amica una volta mi ha chiesto se credevo all'uomo della mia vita. Io non credo che ci sia un solo uomo per me e non so se Luca sarà l'unico da qui alla mia morte. So che lui è speciale e lo sarà sempre, qualsiasi cosa succeda. So che con lui ho desiderato i miei figli, li ho avuti e non riesco a immaginare di provare la stessa cosa per un altro uomo (almeno prima della fine della mia vita fertile). So che stare con lui ha cambiato entrambi, parecchio e in meglio, e già questo è qualcosa di cui essere grati per sempre. So che mi sono messa con lui per i motivi giusti e sto con lui perché lo scelgo ogni giorno.
So anche che lui oggi diventa uno splendido 40enne. E spero che quel 4 non gli pesi troppo.

venerdì 16 marzo 2012

Maledetta primavera

Settimana impegnativa. Nonostante Luca sia a casa in ferie/permessi vari da martedì.
Ci siamo dedicati ai bucati seriali, dal momento che la settimana precedente li avevamo trascurati quasi del tutto. Peccato che il nostro karma fosse già compromesso.
Infatti mercoledì sera, mentre Luca era fuori casa per suonare e provare per uno spettacolo, ho scoperto che Amelia ed Ettore avevano i pidocchi. Tanti. Nonostante li avessi controllati venerdì. E nonostante mia madre, nota fanatica della crociata antiparassiti, avesse controllato Ettore non più tardi di martedì pomeriggio.
Evidentemente o i pidocchi si manifestano improvvisamente o mia madre non ci vede più tanto bene, perché mercoledì Ettore era pieno.
Ovviamente mercoledì sera ho fatto la mia scoperta quando era troppo tardi per andare in farmacia. Ho provato con un impacco di aceto, giusto per non star lì a far niente.
Poi ieri siamo andati in farmacia (dove mi hanno informata che con la primavera i pidocchi si ringalluzziscono), abbiamo preso il prodotto e ci siamo dedicati a fare il trattamento su tutte le teste disponibili. Luca non poteva esserci, perché aveva l'appuntamento per donare il sangue (tanto lui non li ha presi, che culo), quindi ho fatto tutto da sola e mi son pure trovata i pidocchi, bleah!
Contemporaneamente ai trattamenti, abbiamo lavato (e asciugato) le lenzuola di 3 letti matrimoniali e 2 lettini (ebbene sì, nel weekend avevamo avuto ospiti), ho pulito ripetutamente lavandino e vasca con un prodotto alla candeggina, già che c'ero mi sono pure fatta un impacco all'henné e aceto.
Poi siamo andati tutti dal parrucchiere, intanto che la casa veniva disinfestata dalle bombolette autoeroganti (tossiche, ma efficaci). Ovviamente il parrucchiere era stato preavvertito (in realtà avevo fissato l'appuntamento prima dell'infestazione e volevo sapere se preferiva disdire) e anzi, mi ha ringraziato di essere stata corretta.
Oggi, per ripigliarmi e per far ripigliare mia madre dallo spavento, facciamo un giro in solitaria all'outlet di Serravalle. Domani vorremmo approfittare del sole per andare a Chiavari o Nervi. Domenica vedo le mie amiche per il primo incontro di un corso di cucito.
E poi pianifico gite, weekend, vacanze. Sarà la primavera.

lunedì 5 marzo 2012

Una piccola pausa

Ieri Luca ed io parlavamo. Del futuro, della pensione, di cosa è plausibile aspettarci dalle nostre vite. Sognavamo.
Dicevamo: ma non si potrebbe andare in pensione un anno dopo ma godersi adesso un anno di pausa? Un anno in cui dedicarsi a ciò che ci tiene vivi, alle nostre passioni. Un anno per vedere come sarebbe se.
E poi, per carità, tornare a lavorare esattamente come oggi. Perché non è in spregio al nostro lavoro che vorremmo quell'anno: è solo perché le giornate non sono di 48 ore, e il lavoro ce le occupa tutte.
Lui vorrebbe quell'anno per provare a occuparsi solo dei suoi bonsai e di musica, io per non dover scrivere nei ritagli di tempo. Entrambi vorremmo un anno per vivere in un posto diverso dal nostro, che si tratti di Levanto o di un'isola o di Istanbul.
Ci chiedevamo se magari, risparmiando, riusciremmo a mettere da parte 30.000 euro per prenderci un'aspettativa e vivere quell'anno. Magari tra 10 anni, ma poi i figli adolescenti non se ne vorrebbero andare lontani dai loro amici per un anno. Magari tra 15, ma poi ci sarebbe da pagare l'università e magari anche preoccuparsi dei genitori anziani.
L'ideale sarebbe oggi, ma oggi non si può. Nemmeno per 6 mesi. Nemmeno per 3.
Oggi siamo all'economia di sussistenza, e prendere un'aspettativa non retribuita è impensabile. E poi dico la verità: sul mio lavoro ho nelle mie mani una serie di competenze che mi rendono preziosa, se mi fermassi adesso butterei via tutto.
Mi limito a sognare una piccola pausa. Sogno di essere seduta al sole, mano nella mano con Luca, a guardare i nostri figli che giocano.
E già il fatto di non volermi prendere una pausa anche da loro mi conforta: la mia vita è più felice di quanto si possa sperare.