sabato 3 aprile 2010

Naturale e idilliaco

Come ormai sanno anche i muri, io vivo immersa nella natura. Quando c'è la nebbia o le zanzare premono sulle nostre finestre o devo prendere l'auto per andare a prendere il pane, preferirei vivere in piazza del Duomo, di qualsiasi città. Quando invece il tempo è piacevole, c'è il sole e i miei figli giocano felici insieme ai vitelli, mi sembra il posto migliore del mondo.
La verità è che io sono sempre vissuta in posti poco più civilizzati della cascina: sì, la strada era asfaltata, ma bastava arrivare alla fine della via e lì si apriva la campagna. Oltretutto, il mio nonno preferito (ma non ditelo all'altro, se no si offende) era nato e vissuto in campagna fino a 45 anni, in una cascina sperduta nella Lomellina, di cui mi dispiace molto di non conoscere l'esatta ubicazione. Da lui ho imparato ad addomesticare una gazza, per esempio. Il resto l'hanno fatto i libri: quanti di voi sanno che i bruchi di macaone, che si nascondono in mezzo alle carote, se minacciati, tirano fuori due cornini che sanno di carota, per depistare gli aggressori? Io li ho visti con i miei occhi, e mi dispiace tanto che mio nonno (l'altro) non coltivi più le carote.
Questo per dire che, anche se sarei più comoda e felice di vivere in città, sotto sotto sono fiera delle mie competenze di campagnola.
Proprio perché la campagna l'ho sempre vissuta, odio che ne venga tessuto l'elogio in modo astratto. In particolare, non sopporto chi cerca di applicare le proprie categorie mentali alla realtà che io conosco bene.
Per esempio, chi tesse le lodi della natura provvida e materna dovrebbe ascoltare le urla delle manze che partoriscono, soprattutto se si tratta del loro primo nato. Molte sono spaventate e doloranti, non hanno più la forza di spingere. In chi cercano conforto? Nell'uomo, che ficca tutto un braccio dentro di loro e risolve situazioni che in natura sarebbero state mortali. Lo stesso uomo che poi separerà la madre dal figlio, che altrimenti si berrebbe tutto il latte che invece vogliamo berci noi. Lo stesso uomo che, sentendo la madre e il figlio che si chiamano, va a fare una carezza a entrambi perché si sente in colpa ed esorta i miei bambini a tenere compagnia al nuovo nato.
A chi mi dice che la televisione veicola immagini cruente, rispondo che è molto peggio vedere di persona un vitello neonato morto, con la madre legata accanto, che attende il macellaio perché il parto l'ha rovinata e quindi non potrà più figliare. Ma dico anche che intorno alla vacca da macello gira l'uomo che l'ha fatta partorire, che si assicura che la povera bestia non soffra mentre aspetta.
Vivere in una cascina significa spiegare ai tuoi figli perché i vitellini non possono vedere le loro mamme, e fa sì che i tuoi figli non colleghino i topi da cartone animato con i resti sanguinolenti sul pavimento della cucina, perché c'è troppa differenza. Significa anche che i tuoi figli, se vedono un vitello immobile sulla paglia, ti chiedono se è morto, perché sanno che è possibile.
Vivere in campagna significa capire bene la legge del più forte, perché la vedi applicata ogni giorno da chi ti circonda: dagli umani sugli animali, dai predatori sulle prede, negli scazzi gerarchici all'interno di ogni specie. E, che tu sia adulto o bambino, ti senti in bilico tra l'abbandonarti al tuo istinto e il rispettare le regole del vivere civile che ti hanno inculcato.
Vivere in campagna ti aiuta però anche a liberarti dalle ipocrisie: i miei figli sanno perfettamente che cosa mangiano, in casa mia non girerà mai la pietosa bugia del coniglietto che però non è lui o cose del genere. Certo, se dovessi uccidere io le mucche che mangio, lo farei piangendo, perché queste mucche mi hanno fatto compagnia quando i miei figli erano piccolissimi e mi rispecchio in loro, oltre al fatto che sono animali bellissimi. Difficilmente ucciderò una gallina, perché spennarla e mondarla è una menata pazzesca (il coniglio molto meno, ma non ne abbiamo e non mi piace!), ma ricordo senza nessun trauma mia zia che tirava il collo alle galline quando ero piccola.
Ecco, una cosa che a ricordarmela mi fa un po' impressione (ma forse mi incuriosisce più che disgustarmi) è mia zia che pelava le rane: staccava la testa con un coltello e poi toglieva la pelle con un solo movimento abile. Poi le buttava in un mastello, dove la rana morta e scuoiata si agitava ancora un po'. Vi sembra idilliaca questa visione? Ciononostante, le rane stufate mi piacciono molto (quelle fritte dei baracchini un po' meno, ma temo che sia perché si tratta di rane cinesi, di scarsa qualità).
Questo non vuol dire che io sia una donna da corpo dei marines, tutta d'un pezzo: se una serpe mi attraversa la strada, salto in braccio al primo che ho accanto.
E questo non vuol nemmeno dire che io non accolga le istanze dei vegetariani. Solo, mi limito a dire che do più ragione ai vegani: in un allevamento per la produzione di latte, la morte è parte integrante del meccanismo. Di più: anche se i vitelli maschi venissero liberati in natura anziché essere mandati al macello da grandi (tranne i più fortunati, che finiranno a fare gli inseminatori), il meccanismo di riproduzione a comando e di separazione delle madri dai vitelli sarebbe comunque crudele e doloroso. E badate che parlo di un allevamento "umano", non intensivo.
Mi fanno un po' di tenerezza, invece, coloro che a Pasqua si battono contro la mattanza degli agnelli. Sono d'accordo con loro sul fatto che mangiare un animale più adulto sarebbe più etico ed economico, ma teniamo conto del fatto che per un animale in natura è normalissimo che il suo piccolo abbia poche possibilità di diventare adulto: gli agnelli sono lenti e incerti, e i lupi li mangiano per primi, se il gregge non è in grado di proteggerli.
Del resto, appena fuori dalla nostra campagna umanizzata, le volpi e i gatti continuano a cacciare i più deboli e malati, i cinghiali attaccano tutto ciò che si muove e gli aironi si contendono rane e pesci con i cormorani.
Ed è giusto così: siamo noi, con la nostra etica e le nostre sovrastrutture, a complicare tutto. Per fortuna, mi vien da dire.

10 commenti:

  1. Interessante questo post!Io non mangio molto la carne, ma non per convinzioni varie, semplicemente non mi piace il gusto della carne rossa (sa troppo di sangue per i miei gusti), ma anche io ricordo bene mio papà che uccideva i conigli nella stalla e non mi ha mai fatto impressione, nè ho un truma adesso,io me ne stavo li a guardare o ad aiutarlo, ma come ogni allevatore, lo faceva con rispetto, non con crudeltà o violenza gratuita.Si uccideva per mangiarlo, punto.Quindi non é mai stato un trauma per me.E anche a me piace saper fare le "cose di campagna", lo trovo un arricchimento manuale e insieme intellettivo, per dire, so come crescono le verdure di stagione, come si raccolgono, come si puliscono.Ho passato i pomeriggi più belli della mia vita a giocare nella stalla con i miei cugini, rotolandoci nel fieno appena tagliato e dandolo da mangiare ai vitelli,e per questo mi ritengo molto fortunata, mi sono divertita parecchio in mezzo alla mia natura umanizzata!

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  2. ps dimeticavo:buona vacanza ligure!

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  3. Quello che non comprendo mai a fondo, della storia dell'agnello, è perchè l'agnello no ma il vitello si.
    Solo perchè un vitello è più grosso di un agnello, allora fa meno pena?
    Ecco questa secondo me è un'ipocrisia. Se uno non mangia l'agnello perchè è cucciolo, per lo stesso motivo non dovrebbe mangiare il vitello...
    E chi dice che non lo mangia perchè protesta contro un sistema di allevamento programmato e finalizzato solo alla vendita pasquale, perchè poi a natale mangia il cappone, che è una bestia che subisce lo stesso allevamento programmato?

    Allora mi ritengo molto più coerente io che mangio la carne ben sapendo come vengono uccisi gli animali nei grandi macelli (l'ho visto in prima persona) e che non metterei mai una pelliccia di visone, ucciso solo per la pelle, ma un cappotto di pelle bovina si, perchè quella pelle è un sottoprodotto del bovino che mi son mangiata a pranzo.

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  4. Che bello questo post. Mi piace molto questa visione vera della campagna. Mi piace quando la vita sostenibile non diventa una vita intransigente. Mi piace quanto non c'è nessun tipo di fondamentalismo.
    Forse perchè io sono una persona 'dalle vie di mezzo': mi piace essere sostenibile quando riesco, ma non mi piace privarmi di qualcosa che mi fa godere, se non è necessario.

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  5. p.s. non in tema: non mi funzionano i tuoi feed :(

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  6. io ho vissuto moto in un villaggio al mare,di pescatori. e mio padre pescava, e vedevo i pesci agonizzare senza ormai piu' le budella. e ho visto anche qualche coniglio ucciso col colpo in testa.
    ne sono rimasta si traumatizzata! sin da piccolissima (l'eta' di amelia) non ho toccato ne' pesci ne' conigli, ora sono vegetariana, ho poca forza di proseguire con il vegan perche' sono scelte difficili e complicate nella quotidianeita', comunque rimando al dopo allattamento e vedro'.
    non credo assolutamente di essere migliore, non giudico chi mangia carne, solo volevo riportare un'altra esperienza, un'altra (nel solo senso di diversa)sensibilita'...
    anna

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  7. Brevemente perché torno ora su blog dopo giorni e devo recuperare l'arretrato.
    Concordo sul fatto che vegetariani non basta, bisogna alla fine diventare vegani per uscire da un ingranaggio che si trova repellente dal punto di vista etico.
    Concordo con il ragionamento di Orkaloca: sul vegetarianesimo ho avuto molte difficoltà, ho fallito una volta e ora ci riprovo, ma sulle pelicce, nessuna: a otto anni mia madre portava la sua in custodia per l'estate e io la aspettavo in strada per non entrare in quel "posto di assassini"; ma le cose di pelle finora le ho messe perché, visto che si era sacrificato un essere vivente, almeno sfruttare fino in fondo ciò che poteva darci.
    Concordo anche che la natura non sia affatto provvida e materna, ma sostengo anche che l'uomo ci aggiunge ben del suo in quanto a crudeltà, specie perché gode di un vantaggio offensivo che gli animali non avranno mai.
    Giuliana

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  8. Aggiungo una cosina rispetto a quanto ho commentato nel tuo ultimo post (Solidale con chi?). Mia mamma, che era veterinario, aveva i piedi per terra e non era particolarmente idilliaca (io pendo un po' di più, ma credo sia anche un fatto caratteriale, sua mamma, cioè la mia nonna materna, è peggio di me ;-) Ad esempio sosteneva che gli animali vanno rispettati in quanto animali, e che non vadano umanizzati "ciccipicci, andiamo dallo zio (veterinario) che ti fa la punturina e ti cura la bua". E di vacche durante il suo tirocinio ne ha aiutate un po' a partorire nel modo in cui descrivi tu, e si rispecchiava molto nelle vicende di questo autore: http://it.wikipedia.org/wiki/James_Herriot
    Lo conosci? Io avevo una raccolta (Il meglio di James Harriot, s'intitolava) che è stata una delle mie letture preferite durante l'infanzia...

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  9. Herriot l'ho scoperto tardi, a 19 anni, e me ne sono letta un bel po'.
    Devo dire che però, quanto a racconti "di animali", preferisco Gerald Durrell. Forse perché racconta anche della Grecia, che amo assai più dell'Inghilterra :-)

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  10. Quello è stato un amore successivo, accidenti a quella Corfù da sogno ;-) Invece la campagna inglese dei romanzi di Herriot ricorda molto quella tedesca della Germania del nord, a me familiare...

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