Oggi sono sola in ufficio. Le mie colleghe sono a un seggio e io tengo aperta la baracca. È dalle 11 che ho rinunciato a lavorare, perché ogni 5-10 minuti il telefono squilla: non si riesce neanche a riordinare, con un ritmo così.
Il preside è stato qui nella tarda mattinata e non credo che tornerà. Anche se lo facesse, è una persona talmente piacevole da rendere rilassante anche una discussione di lavoro.
Oggi neanche la mia amica L., che lavora qui sotto, è venuta al lavoro, quindi non sono neanche uscita per la pausa pranzo (abbiamo frigo e microonde in ufficio).
Insomma, mi trovo sola in questo posto estraneo e un po' strano, non tanto bello, affacciato su uno svincolo della tangenziale di Pavia. Non è la prima volta che mi trovo sola al lavoro. Ma è la prima volta dopo tantissimo tempo che non mi sento né annoiata né tesa.
Non sono annoiata perché il telefono non me lo permette: anche se non sto facendo un lavoro parallelo (in realtà, non avrei niente di specifico da fare), solo dare e ricevere informazioni, recepire istruzioni ed eventualmente scrivere una mail di promemoria alle mie colleghe mi fa sentire utile.
Non sono tesa perché, anche se in questo momento si aprisse la porta ed entrasse il mio capo, so che mi chiederebbe di far qualcosa per lui con calma e rispetto, senza impugnare la frusta a priori.
E qualcosa, dentro di me, mi dice che è finita l'epoca del senso di colpa, l'epoca in cui mi pareva di rubare lo stipendio, quella in cui mi sentivo sempre inadeguata. Nemmeno ora so esattamente cosa farò e come lo farò, ma è la dimensione ad essere diversa. Una dimensione in cui dover imparare non è una colpa ma una necessità, e in cui c'è il desiderio di costruire anziché di ottenere tutto e subito. Una dimensione in cui non ci si stupisce che io faccia corsi e che non sia perfettamente operativa da subito.
Ovvio che questa fiducia si aspetta di essere ricambiata con una futura efficienza e con future competenze. Ma non si aspetta che si nasca imparati. Perché quello che a me interessa (l'ho capito ormai da tempo) è non smettere mai di imparare, di sperimentare, e qui forse ho trovato il mio habitat.
lunedì 9 novembre 2009
domenica 8 novembre 2009
Il passato ritorna
Non so bene com'è successo. Eravamo ben avviati sui nostri binari, impegnati come sempre a conciliare tutto e a fare tutto. Tu la locomotiva, io il vagone. Come sempre: basta darti un obiettivo e tu lo persegui con la costanza di un segugio, zero flessibilità se non quella che serve per incastrare tutto quello che vuoi fare nelle sole 24 ore.
Era una sera come tante, di ritorno da un concerto con i figli addormentati dietro. E allora non so come ci siamo ritrovati a parlare e parlare, di cose vecchie e di cose nuove, di cose già dette e di cose mai dette. Con tensione e serenità.
Dalle cose vecchie, ormai assodate, siamo passati a parlare di questo ultimo anno che si è appena concluso. Del fatto che probabilmente ho attraversato una depressione senza rendermene pienamente conto, e mi accorgo delle dimensioni del pericolo solo ora che l'ho scampato. Mi accorgo di aver trascorso un anno infelice e cupo, in cui l'unico giorno felice era quello lontano dal lavoro e in cui la gioia di trascorrere del tempo a casa con i miei figli era oscurato dalla prospettiva di tornare al lavoro. In un posto di lavoro che sarà pubblico, ma dove mi hanno trattata peggio che in qualsiasi ditta privata dove ho lavorato.
Ora che ho cambiato e mi sembra di averlo fatto in gran meglio, mi sento come quei cani che restano per anni in un canile, finché non trovano una nuova casa. Non mi importa più di tanto se effettivamente farò il lavoro per cui mi hanno chiamato (il Manager Didattico) o se, per un motivo qualsiasi, resterò a fare la segretaria "semplice" come le altre mie colleghe. Il paradiso è stare in un posto dove non ti cronometrano il tempo in cui fai una pausa caffè, dove il capo è ben contento che tu faccia corsi anche se non c'entrano strettissimamente col tuo lavoro, dove le colleghe ti guardano con gli occhi sgranati se racconti certi episodi di "prima", dove il part-time non è un disonore.
Come ho sempre sostenuto, mi mette più tensione positiva e voglia di fare questo preside che mi presenta a tutti come "un nuovo acquisto molto promettente" rispetto ai miei vecchi capi, che pretendevano a testa bassa senza mai dare (dare una formazione, uno spazio di crescita, una motivazione anche minima, non parliamo di una gratificazione). Mi ricorda il mio primo datore di lavoro, che, fiero di avere finalmente una web division al completo, mi presentava a tutti come "la nostra letterata".
Abbiamo parlato di come sia difficile a volte accorgersi che una persona sta male e quanto sta male, perché chi sta male spesso cerca di nasconderlo, si inventa scuse assolutamente plausibili, finge persino con se stessa di essere sana. Io credo di essermi salvata perché il mio fortissimo istinto di sopravvivenza mi ha sempre spinta a cercare riscontri oggettivi di quello che vivevo. Per esempio, dirò una cosa orribile: quest'inverno, quando i miei figli si ammalavano, io ero contenta (vi rendete conto?), perché mi davano una scusa plausibile per stare a casa con loro. Mi sono persino chiesta se ero affetta in qualche modo dalla sindrome di Munchausen per procura, o più che altro a chiedermi se non fossi io a ingigantire i loro malanni per stare a casa. Per fortuna o per il suo contrario, ho la conferma che no, non ero io a vederli tanto malati, erano proprio loro a prendersi tutte le varie schifezze che abbiamo collezionato l'anno scorso. Ho le prove: la pediatra, la sua sostituta, Luca, mia madre. Ma nessuno che non ci sia passato può immaginare che cocktail disgustoso sia mischiare il sollievo di poter stare a casa con la preoccupazione per la salute dei bambini, col senso di colpa per il lavoro e con il fastidio per aver confermato i pregiudizi sulle madri statali.
Quest'inverno, probabilmente, il cocktail sarà diverso: ci sarà molto meno sollievo, più preoccupazione, meno senso di colpa e meno fastidio. Se tutto va bene, ci sarà anche il dispiacere di non poter portare a termine un lavoro nei tempi che voglio io o cose di questo genere. Cose di un'epoca in cui amavo il mio lavoro.
Ma ieri notte non siamo rimasti svegli fino a tardi (le 3? le 4? da un certo punto in poi, non abbiamo più guardato l'orologio) a parlare solo di passato e presente. Abbiamo parlato del futuro.
Di Viola che forse ha trovato un disegnatore e del fatto che, quando avrò il primo volume tra le mani, avrò 1 mese di tempo per tatuarmi una viola del pensiero (a proposito, sondaggio: dove fa meno male?).
Di un futuro che a tratti sembra darci tante possibilità, se noi saremo in grado di recepirle. Di un progetto che, se si realizzerà felicemente, porterà un altro tatuaggio, ma stavolta sulla pelle di entrambi.
Di sogni che riguardano solo noi due, neppure i nostri figli. Loro ne vivranno le conseguenze, ma non è (solo) per loro che li sognamo, quanto per noi. Per essere davvero felici, per avere qualcosa in cui crediamo.
Sono sogni grandi eppure realizzabili, dati alla mano. Con tutta la prudenza del mondo e senza grandi rischi. L'unico rischio che corriamo è quello che sperimentiamo da quasi 6 anni: quello che sempre si corre quando si confida a un altro tutto quello che si è e che si vuole essere, non per diventare uno ma per essere un sistema solidale e virtuoso.
Con la speranza che, ogni tanto, qualche aspetto positivo del passato torni a visitarci per renderci felici.
Era una sera come tante, di ritorno da un concerto con i figli addormentati dietro. E allora non so come ci siamo ritrovati a parlare e parlare, di cose vecchie e di cose nuove, di cose già dette e di cose mai dette. Con tensione e serenità.
Dalle cose vecchie, ormai assodate, siamo passati a parlare di questo ultimo anno che si è appena concluso. Del fatto che probabilmente ho attraversato una depressione senza rendermene pienamente conto, e mi accorgo delle dimensioni del pericolo solo ora che l'ho scampato. Mi accorgo di aver trascorso un anno infelice e cupo, in cui l'unico giorno felice era quello lontano dal lavoro e in cui la gioia di trascorrere del tempo a casa con i miei figli era oscurato dalla prospettiva di tornare al lavoro. In un posto di lavoro che sarà pubblico, ma dove mi hanno trattata peggio che in qualsiasi ditta privata dove ho lavorato.
Ora che ho cambiato e mi sembra di averlo fatto in gran meglio, mi sento come quei cani che restano per anni in un canile, finché non trovano una nuova casa. Non mi importa più di tanto se effettivamente farò il lavoro per cui mi hanno chiamato (il Manager Didattico) o se, per un motivo qualsiasi, resterò a fare la segretaria "semplice" come le altre mie colleghe. Il paradiso è stare in un posto dove non ti cronometrano il tempo in cui fai una pausa caffè, dove il capo è ben contento che tu faccia corsi anche se non c'entrano strettissimamente col tuo lavoro, dove le colleghe ti guardano con gli occhi sgranati se racconti certi episodi di "prima", dove il part-time non è un disonore.
Come ho sempre sostenuto, mi mette più tensione positiva e voglia di fare questo preside che mi presenta a tutti come "un nuovo acquisto molto promettente" rispetto ai miei vecchi capi, che pretendevano a testa bassa senza mai dare (dare una formazione, uno spazio di crescita, una motivazione anche minima, non parliamo di una gratificazione). Mi ricorda il mio primo datore di lavoro, che, fiero di avere finalmente una web division al completo, mi presentava a tutti come "la nostra letterata".
Abbiamo parlato di come sia difficile a volte accorgersi che una persona sta male e quanto sta male, perché chi sta male spesso cerca di nasconderlo, si inventa scuse assolutamente plausibili, finge persino con se stessa di essere sana. Io credo di essermi salvata perché il mio fortissimo istinto di sopravvivenza mi ha sempre spinta a cercare riscontri oggettivi di quello che vivevo. Per esempio, dirò una cosa orribile: quest'inverno, quando i miei figli si ammalavano, io ero contenta (vi rendete conto?), perché mi davano una scusa plausibile per stare a casa con loro. Mi sono persino chiesta se ero affetta in qualche modo dalla sindrome di Munchausen per procura, o più che altro a chiedermi se non fossi io a ingigantire i loro malanni per stare a casa. Per fortuna o per il suo contrario, ho la conferma che no, non ero io a vederli tanto malati, erano proprio loro a prendersi tutte le varie schifezze che abbiamo collezionato l'anno scorso. Ho le prove: la pediatra, la sua sostituta, Luca, mia madre. Ma nessuno che non ci sia passato può immaginare che cocktail disgustoso sia mischiare il sollievo di poter stare a casa con la preoccupazione per la salute dei bambini, col senso di colpa per il lavoro e con il fastidio per aver confermato i pregiudizi sulle madri statali.
Quest'inverno, probabilmente, il cocktail sarà diverso: ci sarà molto meno sollievo, più preoccupazione, meno senso di colpa e meno fastidio. Se tutto va bene, ci sarà anche il dispiacere di non poter portare a termine un lavoro nei tempi che voglio io o cose di questo genere. Cose di un'epoca in cui amavo il mio lavoro.
Ma ieri notte non siamo rimasti svegli fino a tardi (le 3? le 4? da un certo punto in poi, non abbiamo più guardato l'orologio) a parlare solo di passato e presente. Abbiamo parlato del futuro.
Di Viola che forse ha trovato un disegnatore e del fatto che, quando avrò il primo volume tra le mani, avrò 1 mese di tempo per tatuarmi una viola del pensiero (a proposito, sondaggio: dove fa meno male?).
Di un futuro che a tratti sembra darci tante possibilità, se noi saremo in grado di recepirle. Di un progetto che, se si realizzerà felicemente, porterà un altro tatuaggio, ma stavolta sulla pelle di entrambi.
Di sogni che riguardano solo noi due, neppure i nostri figli. Loro ne vivranno le conseguenze, ma non è (solo) per loro che li sognamo, quanto per noi. Per essere davvero felici, per avere qualcosa in cui crediamo.
Sono sogni grandi eppure realizzabili, dati alla mano. Con tutta la prudenza del mondo e senza grandi rischi. L'unico rischio che corriamo è quello che sperimentiamo da quasi 6 anni: quello che sempre si corre quando si confida a un altro tutto quello che si è e che si vuole essere, non per diventare uno ma per essere un sistema solidale e virtuoso.
Con la speranza che, ogni tanto, qualche aspetto positivo del passato torni a visitarci per renderci felici.
venerdì 6 novembre 2009
L'amico non ritrovato
In questo periodo continuo a pestare merde. Non in senso figurato: in senso reale, purtroppo. 3 volte in 4 giorni non può essere un caso.
Ogni volta che pesto una merda, non me ne accorgo e me la porto in giro, penso a te. Al tuo primo giorno di lavoro in Ariadne, quando entrasti in tutti gli uffici per presentarti e ovunque portasti una traccia marrone. Te ne accorgesti quando ormai eri stato dappertutto, e dappertutto ti portasti straccio e scottex per pulire.
Era matematico che diventassimo amici: le gaffe sono il mio pane. E poi avevamo la stessa età, lavoravamo insieme sotto un capo che odiavamo, amavamo il nostro lavoro ma anche divertirci fuori dall'ufficio. Per diverso tempo dopo che tu ti lasciasti con D., io ti vidi solo come un buon amico. Nonostante le insinuazioni scherzose dei nostri colleghi. Del resto, io avevo in testa un altro ben più appariscente di te.
Non so quando le cose cambiarono e cominciai a pensare che forse... magari... Forse fu il nostro capo a intensificare il nostro legame, perché dovevamo essere uniti contro di lui. O forse fu solo che la paglia troppo secca, se messa vicino al fuoco, brucia. Ed io ero sola da troppo tempo.
Fatto sta che tra noi cominciò un giochino di schermaglie, allusioni, messaggini. Cominciammo a lavorare per mio padre, e questa fu la vera tragedia: a parte il modo in cui finì l'azienda, non avresti mai avuto una storia con la figlia del padrone. Troppo impegnativa, e io non ero abbastanza gnocca da spingerti a impegnarti.
Continuammo tra alti e bassi, per quasi 2 anni: inseparabili sul lavoro, ci vedevamo spesso anche fuori. Eravamo entrambi single, entrambi vivevamo fuori casa. Tu avevi le tue storielle e io le mie. Ce le raccontavamo e ci ingelosivamo a vicenda. Perché non dirmi che non ti infastidiva che apprezzassi l'umorismo di A. o che L., sia pure sposato, mi facesse il filo. Ma ti fermavi sempre prima di comprometterti, ovvio.
Come la volta che venisti a vedermi ballare agli Orti Borromaici. Ti vidi tra il pubblico mentre ballavo, ma poi, al momento di uscire dalle quinte, eri già sparito. È che avevi fatto un salto con le mani sporche di pesce e senza soldi, mi dicesti più tardi. Ma fammi il piacere.
Beh, ovvio, a certi tuoi amici io non piacevo: non ero una delle oche ridanciane che piacevano a loro. E, man mano che li frequentavi sempre di più, cambiasti anche tu. Ne parlammo anche, una sera, davanti al Nice One, di quanto eri cambiato. Tu negavi, dicevi che io e gli altri che facevano discorsi simili ti avevamo idealizzato. Ma io me lo ricordo quanto eri una bella persona quando ti interessava solo di imparare umilmente, e non vivevi tra un happy hour e l'altro.
Infine, dal momento che ogni sofferenza ha una fine, è finito anche il mio sentimento per te. Il mio umore non poteva continuare a dipendere dal fatto che tu un giorno eri capace di portarmi un regalo per il mio compleanno e poi non farti sentire più per una settimana.
Un mese dopo aver deciso che non meritavi più neanche un mio sospiro, ho conosciuto Luca. So che all'inizio pensavi che fosse un giocattolo come gli altri, uno che magari ti sbandieravo sotto il naso per farti ingelosire. E invece lo amavo, l'ho amato da subito. E lui aveva il coraggio di amare me, nonostante fossi la stessa donna intelligente, decisa, testarda, bisbetica, complicata e ferita che tu avevi avuto a disposizione per due anni.
Sono andata a vivere con lui, e sei pure venuto a casa nostra insieme agli altri amici di Ariadne. Da quando ho conosciuto Luca, ho potuto essere tua amica. Amica davvero, perché, senza il desiderio di te, tornavo a vedere tutte le cose belle che ci avevano uniti al principio.
Poi tu te ne sei andato a lavorare in un posto migliore. Io mi sono impuntata sul fatto che le amicizie sono rapporti paritari, e mi sono rifiutata di fare come tutti gli altri tuoi amici, che ti chiamano e non vengono chiamati. Ho fatto bene, ho fatto male? Non lo so, ero troppo impegnata a vivere la mia vita.
Poi, a un certo punto, mi è dispiaciuto di essere stata così integralista: mi mancavi, mi mancava il mio amico e basta. Ho provato a scriverti, raccontandoti della mia bambina e del fatto che mi sarebbe piaciuto presentarti la mia famiglia, e non mi hai risposto.
Sei mio amico su Facebook, ma non ho rapporti con te.
Mi manchi. Ogni tanto sogno di trovarti per caso in giro e di chiacchierare per ore con te, raccontandoti di questi 5 anni e mezzo senza di te e facendomi raccontare. Mi manca il mio amico, ora che non sono più attratta da te e che ho trovato un uomo che amo più di quanto avrei amato te.
Ma forse, visto che non manifesti nessuna voglia di avere rapporti con me, dovrei finire per ammettere che quella persona che mi manca non esiste più: è stato fagocitato dagli happy hour, dagli ambienti fighetti e dai rapporti superficiali. E non sai quanto mi dispiace.
Ogni volta che pesto una merda, non me ne accorgo e me la porto in giro, penso a te. Al tuo primo giorno di lavoro in Ariadne, quando entrasti in tutti gli uffici per presentarti e ovunque portasti una traccia marrone. Te ne accorgesti quando ormai eri stato dappertutto, e dappertutto ti portasti straccio e scottex per pulire.
Era matematico che diventassimo amici: le gaffe sono il mio pane. E poi avevamo la stessa età, lavoravamo insieme sotto un capo che odiavamo, amavamo il nostro lavoro ma anche divertirci fuori dall'ufficio. Per diverso tempo dopo che tu ti lasciasti con D., io ti vidi solo come un buon amico. Nonostante le insinuazioni scherzose dei nostri colleghi. Del resto, io avevo in testa un altro ben più appariscente di te.
Non so quando le cose cambiarono e cominciai a pensare che forse... magari... Forse fu il nostro capo a intensificare il nostro legame, perché dovevamo essere uniti contro di lui. O forse fu solo che la paglia troppo secca, se messa vicino al fuoco, brucia. Ed io ero sola da troppo tempo.
Fatto sta che tra noi cominciò un giochino di schermaglie, allusioni, messaggini. Cominciammo a lavorare per mio padre, e questa fu la vera tragedia: a parte il modo in cui finì l'azienda, non avresti mai avuto una storia con la figlia del padrone. Troppo impegnativa, e io non ero abbastanza gnocca da spingerti a impegnarti.
Continuammo tra alti e bassi, per quasi 2 anni: inseparabili sul lavoro, ci vedevamo spesso anche fuori. Eravamo entrambi single, entrambi vivevamo fuori casa. Tu avevi le tue storielle e io le mie. Ce le raccontavamo e ci ingelosivamo a vicenda. Perché non dirmi che non ti infastidiva che apprezzassi l'umorismo di A. o che L., sia pure sposato, mi facesse il filo. Ma ti fermavi sempre prima di comprometterti, ovvio.
Come la volta che venisti a vedermi ballare agli Orti Borromaici. Ti vidi tra il pubblico mentre ballavo, ma poi, al momento di uscire dalle quinte, eri già sparito. È che avevi fatto un salto con le mani sporche di pesce e senza soldi, mi dicesti più tardi. Ma fammi il piacere.
Beh, ovvio, a certi tuoi amici io non piacevo: non ero una delle oche ridanciane che piacevano a loro. E, man mano che li frequentavi sempre di più, cambiasti anche tu. Ne parlammo anche, una sera, davanti al Nice One, di quanto eri cambiato. Tu negavi, dicevi che io e gli altri che facevano discorsi simili ti avevamo idealizzato. Ma io me lo ricordo quanto eri una bella persona quando ti interessava solo di imparare umilmente, e non vivevi tra un happy hour e l'altro.
Infine, dal momento che ogni sofferenza ha una fine, è finito anche il mio sentimento per te. Il mio umore non poteva continuare a dipendere dal fatto che tu un giorno eri capace di portarmi un regalo per il mio compleanno e poi non farti sentire più per una settimana.
Un mese dopo aver deciso che non meritavi più neanche un mio sospiro, ho conosciuto Luca. So che all'inizio pensavi che fosse un giocattolo come gli altri, uno che magari ti sbandieravo sotto il naso per farti ingelosire. E invece lo amavo, l'ho amato da subito. E lui aveva il coraggio di amare me, nonostante fossi la stessa donna intelligente, decisa, testarda, bisbetica, complicata e ferita che tu avevi avuto a disposizione per due anni.
Sono andata a vivere con lui, e sei pure venuto a casa nostra insieme agli altri amici di Ariadne. Da quando ho conosciuto Luca, ho potuto essere tua amica. Amica davvero, perché, senza il desiderio di te, tornavo a vedere tutte le cose belle che ci avevano uniti al principio.
Poi tu te ne sei andato a lavorare in un posto migliore. Io mi sono impuntata sul fatto che le amicizie sono rapporti paritari, e mi sono rifiutata di fare come tutti gli altri tuoi amici, che ti chiamano e non vengono chiamati. Ho fatto bene, ho fatto male? Non lo so, ero troppo impegnata a vivere la mia vita.
Poi, a un certo punto, mi è dispiaciuto di essere stata così integralista: mi mancavi, mi mancava il mio amico e basta. Ho provato a scriverti, raccontandoti della mia bambina e del fatto che mi sarebbe piaciuto presentarti la mia famiglia, e non mi hai risposto.
Sei mio amico su Facebook, ma non ho rapporti con te.
Mi manchi. Ogni tanto sogno di trovarti per caso in giro e di chiacchierare per ore con te, raccontandoti di questi 5 anni e mezzo senza di te e facendomi raccontare. Mi manca il mio amico, ora che non sono più attratta da te e che ho trovato un uomo che amo più di quanto avrei amato te.
Ma forse, visto che non manifesti nessuna voglia di avere rapporti con me, dovrei finire per ammettere che quella persona che mi manca non esiste più: è stato fagocitato dagli happy hour, dagli ambienti fighetti e dai rapporti superficiali. E non sai quanto mi dispiace.
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mercoledì 4 novembre 2009
Nostalgie di novembre
10 anni fa, cominciavo il master. E tra pochi giorni casa mia sarà invasa di ciò che siamo diventati nel frattempo. Ci saremo noi, con qualche illusione in meno e qualche chilo in più, ma ci saranno anche i nostri compagni e i nostri figli.
Non faremo una grande festa fino a notte fonda, come usavamo fare 10 anni fa, e probabilmente non arriverà nessun custode ad abbassare la musica. Saremo noi piuttosto a chiedere ai nostri bambini di abbassare le voci.
Chiacchiereremo fitti fitti, con la confidenza di 10 anni fa, mentre i nostri compagni cercheranno di socializzare e i nostri bambini giocheranno insieme. Ci confronteremo con la nostra immagine di 10 anni fa e tireremo qualche somma.
Spero che non finiremo a parlare di lavoro, perché è vero che da lunedì sto benissimo e ho belle prospettive, ma se penso che 10 anni fa sembrava di avere il mondo in mano... Per quanto molti di noi siano anche soddisfatti di essersi sottratti alla frenesia della New Economy, si tratta sempre di sogni che hanno preso il volo.
6 anni fa, conoscevo Luca. Vedevo questo percussionista taciturno, vestito da bravo ragazzo di campagna in un ambiente da finto-straccioni alternativi. Gli parlavo, lo conoscevo e pensavo: io con questo voglio fare una figlia. Detto fatto, per carità.
Ma, ogni volta che ci penso, mi stupisce come quell'ispirazione mi sia nata in testa dal nulla.
E oggi, con quel percussionista finto-taciturno, gestisco 2 figli e 4 gatte, parlo e sogno, spettegolo di amicizie comuni createsi nel tempo, e rido tanto tanto tanto.
Nonostante il clima, novembre è tutt'altro che un brutto mese, per me.
Non faremo una grande festa fino a notte fonda, come usavamo fare 10 anni fa, e probabilmente non arriverà nessun custode ad abbassare la musica. Saremo noi piuttosto a chiedere ai nostri bambini di abbassare le voci.
Chiacchiereremo fitti fitti, con la confidenza di 10 anni fa, mentre i nostri compagni cercheranno di socializzare e i nostri bambini giocheranno insieme. Ci confronteremo con la nostra immagine di 10 anni fa e tireremo qualche somma.
Spero che non finiremo a parlare di lavoro, perché è vero che da lunedì sto benissimo e ho belle prospettive, ma se penso che 10 anni fa sembrava di avere il mondo in mano... Per quanto molti di noi siano anche soddisfatti di essersi sottratti alla frenesia della New Economy, si tratta sempre di sogni che hanno preso il volo.
6 anni fa, conoscevo Luca. Vedevo questo percussionista taciturno, vestito da bravo ragazzo di campagna in un ambiente da finto-straccioni alternativi. Gli parlavo, lo conoscevo e pensavo: io con questo voglio fare una figlia. Detto fatto, per carità.
Ma, ogni volta che ci penso, mi stupisce come quell'ispirazione mi sia nata in testa dal nulla.
E oggi, con quel percussionista finto-taciturno, gestisco 2 figli e 4 gatte, parlo e sogno, spettegolo di amicizie comuni createsi nel tempo, e rido tanto tanto tanto.
Nonostante il clima, novembre è tutt'altro che un brutto mese, per me.
martedì 3 novembre 2009
Un tranquillo weekend d'incazzatura
Immaginatevi di aver passato un bel weekend. Da mesi preparavate voi stessi e i bambini per passare Halloween a Triora: le storie di streghe, le zucche, ecc. Voi stessi siete fan della Bagiua e quindi molto contenti di partecipare a una manifestazione organizzata dai suoi autori.
Insomma, le premesse per un bel weekend c'erano tutte e sono state rispettate. Peccato che, in previsione di voler passare il giorno prima e quello dopo Halloween in un posto più vicino al mare, siate disgraziatamente incappati nel sito di un B&B che pareva promettente: situato in uno dei miei luoghi preferiti del Ponente, con annesso ristorante naturale, bambini e animali domestici benvenuti, un po' caro (95 euro a notte) ma dopotutto il posto è particolare e siamo nel Ponente.
Già arriviamo venerdì pomeriggio e vediamo che la stanza non vale i 95 euro: non è particolarmente grande (ci stanno appena un letto matrimoniale e 2 letti singoli) e vabbe', il bagno è piccolo e con lo scarico della doccia in mezzo al pavimento e vabbe', il riscaldamento è composto da due stufette elettriche (di cui una in bagno proprio di fronte al getto della doccia, e non parliamo di come è messa la presa) e vabbe', i materassi sono vecchi e di crine, i cuscini sotto la federa sono marroni e sanno di muffa, ci dicono che l'acqua calda ci mette un po' ad arrivare ma arriva, non c'è un cestino in camera per buttare pannolini e assorbenti. Poi la prima sorpresa: la colazione ce la dobbiamo fare noi, con le cose che loro lasciano nella cucina comune. La dotazione per la colazione comprende biscotti e fette biscottate in confezione già aperta, 4 barattoli di marmellata aperti da chissà quando, latte e succo di frutta. Però bio. La cucina comune è una specie di garage riadattato senza il minimo gusto, senza riscaldamento.
Prima di arrivare alla colazione, però, c'è dell'altro: un letto si sfonda spontaneamente sotto il peso di Luca già seduto lì da qualche minuto, non si può fare la doccia dopo le 8 del mattino (Luca, fortunato, ce l'ha fatta, mentre io mi sono risciacquata i capelli con acqua gelida), l'armadio con l'anta a specchio è solo appoggiato sui piedini e non è per niente stabile.
Per coronare il tutto, non accennano nemmeno a registrarci né a farci la ricevuta.
Ora io vorrei non tanto far loro causa, perché non ho né tempo né soldi da perderci. Vorrei che ricevessero un controllo della finanza e/o dell'ASL e/o di un altro ente competente, per fare in modo che nessun altro venga preso in giro come noi.
Consigli?
Insomma, le premesse per un bel weekend c'erano tutte e sono state rispettate. Peccato che, in previsione di voler passare il giorno prima e quello dopo Halloween in un posto più vicino al mare, siate disgraziatamente incappati nel sito di un B&B che pareva promettente: situato in uno dei miei luoghi preferiti del Ponente, con annesso ristorante naturale, bambini e animali domestici benvenuti, un po' caro (95 euro a notte) ma dopotutto il posto è particolare e siamo nel Ponente.
Già arriviamo venerdì pomeriggio e vediamo che la stanza non vale i 95 euro: non è particolarmente grande (ci stanno appena un letto matrimoniale e 2 letti singoli) e vabbe', il bagno è piccolo e con lo scarico della doccia in mezzo al pavimento e vabbe', il riscaldamento è composto da due stufette elettriche (di cui una in bagno proprio di fronte al getto della doccia, e non parliamo di come è messa la presa) e vabbe', i materassi sono vecchi e di crine, i cuscini sotto la federa sono marroni e sanno di muffa, ci dicono che l'acqua calda ci mette un po' ad arrivare ma arriva, non c'è un cestino in camera per buttare pannolini e assorbenti. Poi la prima sorpresa: la colazione ce la dobbiamo fare noi, con le cose che loro lasciano nella cucina comune. La dotazione per la colazione comprende biscotti e fette biscottate in confezione già aperta, 4 barattoli di marmellata aperti da chissà quando, latte e succo di frutta. Però bio. La cucina comune è una specie di garage riadattato senza il minimo gusto, senza riscaldamento.
Prima di arrivare alla colazione, però, c'è dell'altro: un letto si sfonda spontaneamente sotto il peso di Luca già seduto lì da qualche minuto, non si può fare la doccia dopo le 8 del mattino (Luca, fortunato, ce l'ha fatta, mentre io mi sono risciacquata i capelli con acqua gelida), l'armadio con l'anta a specchio è solo appoggiato sui piedini e non è per niente stabile.
Per coronare il tutto, non accennano nemmeno a registrarci né a farci la ricevuta.
Ora io vorrei non tanto far loro causa, perché non ho né tempo né soldi da perderci. Vorrei che ricevessero un controllo della finanza e/o dell'ASL e/o di un altro ente competente, per fare in modo che nessun altro venga preso in giro come noi.
Consigli?
giovedì 29 ottobre 2009
Buone per forza
Confesso: ho letto il terzo libro del ciclo dell'Eredità, Brisingr. Questo attesta inconfutabilmente che anch'io leggo robaccia. Se fossi Cajelli, potrei cavarmela dicendo che fa parte del mio mestiere. Dal momento che non lo sono, dico solo che è più salutare ed economico che drogarsi o darsi allo shopping compulsivo.
Chiusa la premessa.
Credo di non rivelare nulla di arcano nelle prossime righe, giacché in questo libro ogni cosiddetto colpo di scena viene telefonato fin dal primo libro della serie. Il che ci fa anche pensare che il protagonista, Eragon, sia magari dotatissimo per il combattimento con i draghi, ma un tantinello mancante di intuito e raziocinio.
Già nel primo o secondo libro, Eragon aveva scoperto di essere figlio di Selena, che lui si immaginava come una povera sprovveduta innamorata dell'uomo sbagliato. Nel secondo libro, crede di essere figlio di Morzan, il supercattivo numero 2 della serie, defunto da un pezzo. Nel terzo libro, stupore degli stupori, scopre di essere in realtà figlio di Brom, il suo primo maestro.
Se non avete visto neppure il film e vi siete già persi, niente paura: sto per arrivare al punto.
Il punto è che a questo punto Eragon, comprensibilmente (anzi, non comprendiamo perché non l'abbia fatto prima), comincia a farsi alcune domande sulla propria madre: ma come? perché stava con un cattivissimo? era una vittima o una complice? e, nel tradire il cattivissimo, è stata zoccola o redenta? Insomma, un sacco di domande che ciascuno si sarebbe già fatto da un pezzo, persino sulla madre di un altro.
Ne viene fuori che la cara mamma (spero) defunta non era la dolce cerbiatta spaurita che Eragon pensava, ma una guerriera e una maga coi fiocchi, al servizio del suo beneamato ma cattivissimo marito, con gran soddisfazione. Ovviamente, siccome nessun eroe può avere siffatta madre, ci viene raccontata la pietosa storia di come la prima maternità (Eragon ha un fratellastro) e il successivo amore per il buono l'abbiano convertita al bene.
E qui Eragon fa la domanda più idiota del mondo: mia madre era buona? Anche se il suo maestro
cerca goffamente di dirgli che non conta, ecc., alla fine la risposta è sì, tua madre era fondamentalmente buona. Ha fatto quel che ha fatto per amore del cattivissimo e/o magari perché costretta con la magia, e comunque alla fine ha aiutato i buoni.
A me, madre e narratrice, la prima cosa che è venuta in mente è: che ti frega se tua madre è buona? Siamo così condizionati dalle nostre origini, anche nel caso in cui le abbiamo ignorate fino all'età adulta? Una madre non può essere una che fa cose terribili fuori casa ma essere ugualmente una buona madre?
Immagino una sovrana del passato, tipo Maria Teresa d'Austria (ve l'ho mai detto che l'ammiro molto?). Un impero vastissimo, con moti di ribellione da sedare, e una nidiata di figli (e soprattutto figlie) da amare ed educare. Capace di aver ordinato di sterminare un villaggio di ribelli, e poi assistere a una lezione di pianoforte di Maria Carolina. O di stipulare un orrendo compromesso con la parte politica avversa, e poi cullarsi l'ultimo nato.
Nel nostro piccolo, noi donne facciamo tutti i giorni cose di questo genere. Cose che sappiamo essere eticamente scorrette e ripugnanti ma necessarie. O anche semplicemente sgradevoli, ingiuste ma sempre necessarie. Penso a chi deve comunicare a un dipendente che deve licenziarlo. O a chi non è nella condizione di rifiutare di gestire certe pastette finanziarie dei suoi capi.
Con la coscienza pesante, torniamo a casa e cerchiamo di toglierci di dosso lo schifo, di stare a contatto con qualcosa di puro e "giusto" come i nostri figli.
Ma, se fossimo assassine, se fossimo serve di un potere tirannico, potremmo essere buone madri? Io credo che l'animo umano sia la cosa più imperscrutabile del mondo, e che la risposta sia sì, si può essere buone madri in ogni condizione, se lo si vuole.
Perché forse ciò che di buono non mettiamo nel resto della nostra vita si può mettere nel rapporto con i figli. Si possono fare cose orribili e amare i propri figli, purché le due cose siano del tutto separate.
Del resto, nessuno si è mai chiesto se un soldato dei corpi d'assalto possa essere un buon padre. In guerra si uccide e si distrugge, si vedono e si fanno cose orribili e sbagliate, ma si tratta di fatti confinati lì, fuori dalla famiglia. E non credo nemmeno che, se tornano a casa e si comportano da buoni padri, siano ipocriti: penso solo che riversino nella famiglia la propria parte migliore.
Questo "problema" mi sta a cuore non tanto per la mia vita personale (l'unica cosa orrenda che vorrei fare in questo momento è sterminare i gatti pulciosi del mio vicino, il che sarebbe oltretutto forse un atto di pietà, e comunque non lo farò), quando per la coerenza del personaggio Viola.
Nella serie, Viola si ritroverà alcune volte a fare cose non orribili ma brutte, ad essere complice di un criminale e a tradire la fiducia di una persona. Lo farà non tanto per proprio tornaconto personale (tipo arricchirsi a dismisura), ma per salvare Stefan e/o la propria agenzia. Non so ancora se ne metterà al corrente Luca, ma propendo per il sì.
Mi chiedo come questo interferirà nel suo rapporto di coppia e nella sua vita familiare. Se da un lato penso che Luca apprezzerà la sua onestà, dall'altro temo che non capisca. Se si trattasse del mio Luca, penso che capirebbe, ma abbiamo già parlato del fatto che il mio Luca non è un personaggio verosimile. Se d'altro canto Viola decidesse di non parlarne a Luca, succederebbe una cosa ancora più brutta: si romperebbe il patto di fiducia tra loro, che si son sempre detti tutto. Ci sarebbe una terza via: come nella graphic novel, Viola potrebbe semplicemente dire a Luca di essere costretta a fare certe cose, ma non dirgli che cosa per non metterlo in pericolo. Ma la sostanza non cambia, si ritorna al primo punto.
In sostanza, forse, il mio dilemma non è molto diverso da quello di Eragon. La differenza è che io credo che lo risolverò molto diversamente.
Chiusa la premessa.
Credo di non rivelare nulla di arcano nelle prossime righe, giacché in questo libro ogni cosiddetto colpo di scena viene telefonato fin dal primo libro della serie. Il che ci fa anche pensare che il protagonista, Eragon, sia magari dotatissimo per il combattimento con i draghi, ma un tantinello mancante di intuito e raziocinio.
Già nel primo o secondo libro, Eragon aveva scoperto di essere figlio di Selena, che lui si immaginava come una povera sprovveduta innamorata dell'uomo sbagliato. Nel secondo libro, crede di essere figlio di Morzan, il supercattivo numero 2 della serie, defunto da un pezzo. Nel terzo libro, stupore degli stupori, scopre di essere in realtà figlio di Brom, il suo primo maestro.
Se non avete visto neppure il film e vi siete già persi, niente paura: sto per arrivare al punto.
Il punto è che a questo punto Eragon, comprensibilmente (anzi, non comprendiamo perché non l'abbia fatto prima), comincia a farsi alcune domande sulla propria madre: ma come? perché stava con un cattivissimo? era una vittima o una complice? e, nel tradire il cattivissimo, è stata zoccola o redenta? Insomma, un sacco di domande che ciascuno si sarebbe già fatto da un pezzo, persino sulla madre di un altro.
Ne viene fuori che la cara mamma (spero) defunta non era la dolce cerbiatta spaurita che Eragon pensava, ma una guerriera e una maga coi fiocchi, al servizio del suo beneamato ma cattivissimo marito, con gran soddisfazione. Ovviamente, siccome nessun eroe può avere siffatta madre, ci viene raccontata la pietosa storia di come la prima maternità (Eragon ha un fratellastro) e il successivo amore per il buono l'abbiano convertita al bene.
E qui Eragon fa la domanda più idiota del mondo: mia madre era buona? Anche se il suo maestro
cerca goffamente di dirgli che non conta, ecc., alla fine la risposta è sì, tua madre era fondamentalmente buona. Ha fatto quel che ha fatto per amore del cattivissimo e/o magari perché costretta con la magia, e comunque alla fine ha aiutato i buoni.
A me, madre e narratrice, la prima cosa che è venuta in mente è: che ti frega se tua madre è buona? Siamo così condizionati dalle nostre origini, anche nel caso in cui le abbiamo ignorate fino all'età adulta? Una madre non può essere una che fa cose terribili fuori casa ma essere ugualmente una buona madre?
Immagino una sovrana del passato, tipo Maria Teresa d'Austria (ve l'ho mai detto che l'ammiro molto?). Un impero vastissimo, con moti di ribellione da sedare, e una nidiata di figli (e soprattutto figlie) da amare ed educare. Capace di aver ordinato di sterminare un villaggio di ribelli, e poi assistere a una lezione di pianoforte di Maria Carolina. O di stipulare un orrendo compromesso con la parte politica avversa, e poi cullarsi l'ultimo nato.
Nel nostro piccolo, noi donne facciamo tutti i giorni cose di questo genere. Cose che sappiamo essere eticamente scorrette e ripugnanti ma necessarie. O anche semplicemente sgradevoli, ingiuste ma sempre necessarie. Penso a chi deve comunicare a un dipendente che deve licenziarlo. O a chi non è nella condizione di rifiutare di gestire certe pastette finanziarie dei suoi capi.
Con la coscienza pesante, torniamo a casa e cerchiamo di toglierci di dosso lo schifo, di stare a contatto con qualcosa di puro e "giusto" come i nostri figli.
Ma, se fossimo assassine, se fossimo serve di un potere tirannico, potremmo essere buone madri? Io credo che l'animo umano sia la cosa più imperscrutabile del mondo, e che la risposta sia sì, si può essere buone madri in ogni condizione, se lo si vuole.
Perché forse ciò che di buono non mettiamo nel resto della nostra vita si può mettere nel rapporto con i figli. Si possono fare cose orribili e amare i propri figli, purché le due cose siano del tutto separate.
Del resto, nessuno si è mai chiesto se un soldato dei corpi d'assalto possa essere un buon padre. In guerra si uccide e si distrugge, si vedono e si fanno cose orribili e sbagliate, ma si tratta di fatti confinati lì, fuori dalla famiglia. E non credo nemmeno che, se tornano a casa e si comportano da buoni padri, siano ipocriti: penso solo che riversino nella famiglia la propria parte migliore.
Questo "problema" mi sta a cuore non tanto per la mia vita personale (l'unica cosa orrenda che vorrei fare in questo momento è sterminare i gatti pulciosi del mio vicino, il che sarebbe oltretutto forse un atto di pietà, e comunque non lo farò), quando per la coerenza del personaggio Viola.
Nella serie, Viola si ritroverà alcune volte a fare cose non orribili ma brutte, ad essere complice di un criminale e a tradire la fiducia di una persona. Lo farà non tanto per proprio tornaconto personale (tipo arricchirsi a dismisura), ma per salvare Stefan e/o la propria agenzia. Non so ancora se ne metterà al corrente Luca, ma propendo per il sì.
Mi chiedo come questo interferirà nel suo rapporto di coppia e nella sua vita familiare. Se da un lato penso che Luca apprezzerà la sua onestà, dall'altro temo che non capisca. Se si trattasse del mio Luca, penso che capirebbe, ma abbiamo già parlato del fatto che il mio Luca non è un personaggio verosimile. Se d'altro canto Viola decidesse di non parlarne a Luca, succederebbe una cosa ancora più brutta: si romperebbe il patto di fiducia tra loro, che si son sempre detti tutto. Ci sarebbe una terza via: come nella graphic novel, Viola potrebbe semplicemente dire a Luca di essere costretta a fare certe cose, ma non dirgli che cosa per non metterlo in pericolo. Ma la sostanza non cambia, si ritorna al primo punto.
In sostanza, forse, il mio dilemma non è molto diverso da quello di Eragon. La differenza è che io credo che lo risolverò molto diversamente.
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mercoledì 28 ottobre 2009
La solitudine dei genitori
Ennò, questo non vuole essere l'ennesimo post lamentoso sulla triste condizione dei genitori dimenticati dalla società e dallo Stato (anzi, non fatemici pensare, se no mi si guasta l'umore).
Qui si vuole solo prendere spunto da lei per parlare di una cosa che succede spesso ai genitori di bambini piccoli, secondo me.
Quando Amelia era piccolissima, io e Luca frequentavamo quasi in contemporanea due corsi rispettivamente di danza e tai-chi presso una scuola di Pavia. Erano di venerdì sera, e questo ci forniva la "scusa" per lasciare Amelia presso mia madre per tutta la notte e andarla a recuperare il mattino dopo. Tuttora, se non ci sono altri programmi, Amelia passa una notte del weekend dai miei. Ed Ettore? Ettore ogni tanto l'ha spuntata, ma alla fine quella che si diverte di più dai nonni è Amelia e quindi è giusto così. Quando Ettore sarà più grande, ci andranno entrambi, dai nonni.
Prima di Ettore, quindi, ci capitava spesso di avere sere libere, a volte anche interi weekend. Facevamo cose, vedevamo gente. Ma, sempre più spesso, ci dispiaceva essere "da soli". Man mano che Amelia cresceva e capiva sempre di più, eravamo più contenti di portarla con noi a vedere cose belle (uno spettacolo, l'Acquario di Genova, un mercatino) piuttosto che di andarci da soli. Spesso, negli ultimi tempi, l'abbiamo lasciata comunque dai nonni per motivi più di salute o perché lei preferiva così, piuttosto che per nostra scelta.
Mi direte: ma hai Ettore, un figlio è quasi sempre con te. Ma il fatto di essere con lui acuisce il desiderio che ci sia anche lei.
Per esempio: due venerdì fa, spettacolo della mia maestra con la nuova compagnia, De Nova Luce. Amelia ha preferito stare dai nonni, Ettore è venuto con noi. Certo, Ettore era affascinato e rapito, ma vuoi mettere quanto si sarebbe divertito di più se ci fosse stata Amelia? Quanto avrebbero giocato a ballare, con nuovi spunti e nuove musiche, imitando insieme quello che vedevano sul palco? Quanto avremmo parlato poi della "sua amica Francesca" (una delle ragazze del gruppo, che alla scorsa festa di Natale l'ha coccolata e fatta ridere), di quanto erano belle e brave, e del fatto che da grande Amelia ballerà come loro?
Ecco perché, quando qualche neogenitore mi annuncia tutto fiero che sta per partire per un weekend "da soli", rido un po' sotto i baffi: so che, 9 volte su 10, ne tornerà con l'impressione di aver fatto una cosa un po' ridicola e assurda e con una certa nostalgia dei bimbi lasciati a casa. Un po' come quando, a 12 anni, cercavo di giocare ancora con le Barbie ma senza la soddisfazione dell'infanzia.
Non dico che dai bambini non ci si possa staccare mai, per carità: siamo mica simbionti. Ma, la maggior parte delle volte, essere senza di loro mi dà una sensazione strana e mi riempie di nostalgia. Mi muovo veloce e finalizzata, senza nessuno che mi faccia domande o si incanti a guardare un piccione. Divento efficiente, razionale, leggera. Ma inevitabilmente sola.
Qui si vuole solo prendere spunto da lei per parlare di una cosa che succede spesso ai genitori di bambini piccoli, secondo me.
Quando Amelia era piccolissima, io e Luca frequentavamo quasi in contemporanea due corsi rispettivamente di danza e tai-chi presso una scuola di Pavia. Erano di venerdì sera, e questo ci forniva la "scusa" per lasciare Amelia presso mia madre per tutta la notte e andarla a recuperare il mattino dopo. Tuttora, se non ci sono altri programmi, Amelia passa una notte del weekend dai miei. Ed Ettore? Ettore ogni tanto l'ha spuntata, ma alla fine quella che si diverte di più dai nonni è Amelia e quindi è giusto così. Quando Ettore sarà più grande, ci andranno entrambi, dai nonni.
Prima di Ettore, quindi, ci capitava spesso di avere sere libere, a volte anche interi weekend. Facevamo cose, vedevamo gente. Ma, sempre più spesso, ci dispiaceva essere "da soli". Man mano che Amelia cresceva e capiva sempre di più, eravamo più contenti di portarla con noi a vedere cose belle (uno spettacolo, l'Acquario di Genova, un mercatino) piuttosto che di andarci da soli. Spesso, negli ultimi tempi, l'abbiamo lasciata comunque dai nonni per motivi più di salute o perché lei preferiva così, piuttosto che per nostra scelta.
Mi direte: ma hai Ettore, un figlio è quasi sempre con te. Ma il fatto di essere con lui acuisce il desiderio che ci sia anche lei.
Per esempio: due venerdì fa, spettacolo della mia maestra con la nuova compagnia, De Nova Luce. Amelia ha preferito stare dai nonni, Ettore è venuto con noi. Certo, Ettore era affascinato e rapito, ma vuoi mettere quanto si sarebbe divertito di più se ci fosse stata Amelia? Quanto avrebbero giocato a ballare, con nuovi spunti e nuove musiche, imitando insieme quello che vedevano sul palco? Quanto avremmo parlato poi della "sua amica Francesca" (una delle ragazze del gruppo, che alla scorsa festa di Natale l'ha coccolata e fatta ridere), di quanto erano belle e brave, e del fatto che da grande Amelia ballerà come loro?
Ecco perché, quando qualche neogenitore mi annuncia tutto fiero che sta per partire per un weekend "da soli", rido un po' sotto i baffi: so che, 9 volte su 10, ne tornerà con l'impressione di aver fatto una cosa un po' ridicola e assurda e con una certa nostalgia dei bimbi lasciati a casa. Un po' come quando, a 12 anni, cercavo di giocare ancora con le Barbie ma senza la soddisfazione dell'infanzia.
Non dico che dai bambini non ci si possa staccare mai, per carità: siamo mica simbionti. Ma, la maggior parte delle volte, essere senza di loro mi dà una sensazione strana e mi riempie di nostalgia. Mi muovo veloce e finalizzata, senza nessuno che mi faccia domande o si incanti a guardare un piccione. Divento efficiente, razionale, leggera. Ma inevitabilmente sola.
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domenica 25 ottobre 2009
Nel bene e nel male
In questi giorni, mi sono trovata a riflettere sul modo più giusto di confortare una mia amica. Questa persona, che mi è molto cara pur essendo fisicamente lontana da me, sta cercando di avere un bambino da circa 4 anni, ma finora ha rimediato solo due "false partenze" (chiamiamole così per usare un eufemismo). Ora ha fatto tutti i controlli del caso, sarebbe pronta per riprovarci di nuovo ma è comprensibilmente spaventata.
Mi sono chiesta che cosa avrei fatto io al suo posto, ma la mia fertilità è troppo pronta (TROPPO, accidenti!) per permettermi di mettermi nei suoi panni: sebbene le gravidanze (soprattutto la seconda) siano state un periodo che non amo per niente, non ho mai avuto minacce d'aborto, sono sempre stata accettabilmente sana e non mi sono mai posta nessun dilemma riguardo al proseguimento del "processo".
Ricordo però che, prima di entrambi i miei figli, anch'io ero spaventata, per motivi diversi. Amelia mi spaventava perché rappresentava un cambiamento enorme nella mia vita e perdipiù temevo che sarebbe stato un inferno, dal momento che odiavo i bambini (e in realtà li odio ancora). Ettore rischiava di rompere l'equilibrio della mia famiglia, di suscitare la gelosia di Amelia, di caricarmi di troppa fatica.
Oggi so che, nel mio specifico caso, i miei timori erano infondati. So che valutavo solo sulla base della mia paura, e avevo paura persino di pensare che sarei stata felice. Vedevo i possibili problemi, non i possibili lati positivi.
Infatti, quando la mia ostetrica (peraltro meravigliosa ed energica) cercava di incoraggiarmi, dicendo che alla fine di quel dolore avrei avuto il mio bambino, la sua esortazione dava voce alle mie paure, invece di spronarmi.
In questi giorni credo di aver fatto lo stesso errore della mia ostetrica, con la mia amica: ho sottovalutato il carico di paura che il concepimento porta con sé. Ho cercato di razionalizzarlo e minimizzarlo, quando qualunque genitore o futuro tale sa benissimo che la ragione non può che avvalorare ogni nostra paura: solo la fede (non parlo di quella religiosa, ma di qualsiasi tipo di fede) e l'incoscienza possono aiutarci. La ragione ci dice che tot coppie si separano perché non riescono a trovare un equilibrio dopo la nascita del proprio bambino, tot madri piombano nella depressione post partum, tot bambini presentano problemi di salute non diagnosticabili con gli esami prenatali, per non parlare dei problemi economici e sul lavoro. L'incoscienza ci fa sperare di vivere in una replica del Mulino Bianco, con bimbi belli e sani e un marito innamorato. Il problema è che una come me, che in Star Trek non sfigurerebbe a fare la vulcaniana, non può affidarsi alla fede.
Quello che posso dire è che nessuna delle attività della mia vita, nemmeno la scrittura, mi ha mai dato la felicità che mi danno i miei figli. E niente al mondo sarebbe paragonabile al dolore di perderne uno, anche se fosse solo un embrione.
Perché l'aborto sarà un sacrosanto diritto delle donne e io morirò piuttosto che negarlo, ma, ora che ho due figli, non posso non pensare che quell'ammasso di cellule che se ne va avrebbe potuto avere i capelli biondi degli altri miei figli o sarebbe potuto essere goloso dei lamponi del papà o avrebbe potuto tenermi sveglia per una notte tossendo. Non riesco a non pensarlo come una persona, fin da subito, sia pure in potenza, e questo mi terrorizza abbastanza, perché so che, se la pillola fallisse, il terzo figlio non riuscirei a rifiutarlo.
Qualcuno dirà: bella scoperta. Beh, lo so di non dire niente di nuovo (e peraltro so di sembrare d'accordo con Ratzinger), ma forse dovevo prima guarire dalla paura folle di avere figli per realizzarlo completamente. Scusate il ritardo.
Mi sono chiesta che cosa avrei fatto io al suo posto, ma la mia fertilità è troppo pronta (TROPPO, accidenti!) per permettermi di mettermi nei suoi panni: sebbene le gravidanze (soprattutto la seconda) siano state un periodo che non amo per niente, non ho mai avuto minacce d'aborto, sono sempre stata accettabilmente sana e non mi sono mai posta nessun dilemma riguardo al proseguimento del "processo".
Ricordo però che, prima di entrambi i miei figli, anch'io ero spaventata, per motivi diversi. Amelia mi spaventava perché rappresentava un cambiamento enorme nella mia vita e perdipiù temevo che sarebbe stato un inferno, dal momento che odiavo i bambini (e in realtà li odio ancora). Ettore rischiava di rompere l'equilibrio della mia famiglia, di suscitare la gelosia di Amelia, di caricarmi di troppa fatica.
Oggi so che, nel mio specifico caso, i miei timori erano infondati. So che valutavo solo sulla base della mia paura, e avevo paura persino di pensare che sarei stata felice. Vedevo i possibili problemi, non i possibili lati positivi.
Infatti, quando la mia ostetrica (peraltro meravigliosa ed energica) cercava di incoraggiarmi, dicendo che alla fine di quel dolore avrei avuto il mio bambino, la sua esortazione dava voce alle mie paure, invece di spronarmi.
In questi giorni credo di aver fatto lo stesso errore della mia ostetrica, con la mia amica: ho sottovalutato il carico di paura che il concepimento porta con sé. Ho cercato di razionalizzarlo e minimizzarlo, quando qualunque genitore o futuro tale sa benissimo che la ragione non può che avvalorare ogni nostra paura: solo la fede (non parlo di quella religiosa, ma di qualsiasi tipo di fede) e l'incoscienza possono aiutarci. La ragione ci dice che tot coppie si separano perché non riescono a trovare un equilibrio dopo la nascita del proprio bambino, tot madri piombano nella depressione post partum, tot bambini presentano problemi di salute non diagnosticabili con gli esami prenatali, per non parlare dei problemi economici e sul lavoro. L'incoscienza ci fa sperare di vivere in una replica del Mulino Bianco, con bimbi belli e sani e un marito innamorato. Il problema è che una come me, che in Star Trek non sfigurerebbe a fare la vulcaniana, non può affidarsi alla fede.
Quello che posso dire è che nessuna delle attività della mia vita, nemmeno la scrittura, mi ha mai dato la felicità che mi danno i miei figli. E niente al mondo sarebbe paragonabile al dolore di perderne uno, anche se fosse solo un embrione.
Perché l'aborto sarà un sacrosanto diritto delle donne e io morirò piuttosto che negarlo, ma, ora che ho due figli, non posso non pensare che quell'ammasso di cellule che se ne va avrebbe potuto avere i capelli biondi degli altri miei figli o sarebbe potuto essere goloso dei lamponi del papà o avrebbe potuto tenermi sveglia per una notte tossendo. Non riesco a non pensarlo come una persona, fin da subito, sia pure in potenza, e questo mi terrorizza abbastanza, perché so che, se la pillola fallisse, il terzo figlio non riuscirei a rifiutarlo.
Qualcuno dirà: bella scoperta. Beh, lo so di non dire niente di nuovo (e peraltro so di sembrare d'accordo con Ratzinger), ma forse dovevo prima guarire dalla paura folle di avere figli per realizzarlo completamente. Scusate il ritardo.
giovedì 22 ottobre 2009
Un problema con l'autorità
Allora, anche se ancora non stringo in mano la lettera di trasferimento, è praticamente confermato il mio trasferimento alla Presidenza di Medicina. Dal 2 novembre. Evidentemente all'ufficio personale non sono superstiziosi.
Qui a Meccanica Strutturale lascio una collega che mi ha aiutata molto (ma che, poveretta, al mio rientro l'anno scorso era a casa per una lunga malattia, per fortuna finita bene), due colleghi che mi sono indifferenti e un capo che disprezzo profondamente, al punto di chiedermi in questi mesi se ero io ad avere un problema con l'autorità o viceversa.
Facciamo una premessa: non è la prima volta che mi trovo male con un capo (più per motivi di comportamento che di competenze), ma mi è anche capitato di trovare capi meravigliosi, che avrei seguito anche nel fuoco. Quindi non penso che sia un problema con l'autorità a priori.
Seconda premessa: per un anno / anno e mezzo circa, mi sono trovata a coordinare altre 2 persone + n stagisti. Questo incarico, seppur minuscolo, mi ha fatto porre un sacco di domande su che cosa significa essere un capo, che cosa deve fare un buon capo, ecc.
Sono arrivata alla conclusione che il comportamento di un capo debba essere molto simile a quello di un genitore, senza però diventare paternalistico.
Per esempio, un genitore non può pretendere dai figli un certo comportamento, se non dà il buon esempio per primo. Nello stesso modo, un capo non può pretendere di applicare ai propri sottoposti regole che lui per primo non rispetta, se si trova lui stesso nelle condizioni di doverle rispettare (per esempio, nell'ambito delle timbrature per la presenza).
Oppure: un genitore non può sfogare sui figli la rabbia accumulata sul lavoro o nella coppia, inventandosi lì per lì regole estemporanee. Allo stesso modo, se tu capo sei stressato perché altri ti danno il tormento, non puoi sfogarti a morte con i tuoi sottoposti per una cazzata.
Anche perché i figli, nella maggioranza dei casi, vogliono bene ai loro genitori e tendono a giustificarli, avranno anche modo di capirli meglio col tempo (se c'è qualcosa da capire), piuttosto si inventeranno storie per non ammettere di essere stati messi al mondo da un bastardo.
I sottoposti, invece, ti aspetteranno nell'ombra per pugnalarti alle spalle, spieranno ogni tua mossa per coglierti in fallo, ben che vada se ne andranno dicendo ogni male di te. Se sei solo un bastardo, questo può anche lasciarti indifferente, soprattutto se sei ben protetto. Se però sei un bastardo incompetente, arrivato dove sei solo grazie agli appoggi di qualche amico potente, prima o poi l'amico potente ti troverà imbarazzante e ti scaricherà in favore di uno più bravo e rappresentativo.
Io com'ero a fare il capo? Ovviamente non so che cosa pensassero di me le persone con cui lavoravo. Ma io cercavo in ogni modo di essere all'altezza del compito. Anche perché, nella mia testa, era chiarissimo il concetto "a un qualsiasi potere è collegata una responsabilità".
Per esempio, se il mio capo aveva da dire qualcosa su un lavoro fatto dal mio team, mi prendevo io il cazziatone senza dire nulla e poi privatamente rigiravo le eventuali critiche alla persona che se le era meritate, cercando più di risolvere il problema che di individuare il capro espiatorio.
Mi sentivo in colpa se uscivo dall'ufficio prima di un mio collaboratore, mi scazzavo con la direzione se scoprivo che il pagamento di uno di loro era in ritardo, cercavo il più possibile di creare un clima di condivisione.
Non so se ho lasciato un buon ricordo di me nelle persone con cui ho lavorato. Ma la mia coscienza mi assicura che ho fatto di tutto per lasciarlo. A differenza di qualcuno, troppi, sulle cui tombe molti andranno a sputare con grande ragione e soddisfazione.
Qui a Meccanica Strutturale lascio una collega che mi ha aiutata molto (ma che, poveretta, al mio rientro l'anno scorso era a casa per una lunga malattia, per fortuna finita bene), due colleghi che mi sono indifferenti e un capo che disprezzo profondamente, al punto di chiedermi in questi mesi se ero io ad avere un problema con l'autorità o viceversa.
Facciamo una premessa: non è la prima volta che mi trovo male con un capo (più per motivi di comportamento che di competenze), ma mi è anche capitato di trovare capi meravigliosi, che avrei seguito anche nel fuoco. Quindi non penso che sia un problema con l'autorità a priori.
Seconda premessa: per un anno / anno e mezzo circa, mi sono trovata a coordinare altre 2 persone + n stagisti. Questo incarico, seppur minuscolo, mi ha fatto porre un sacco di domande su che cosa significa essere un capo, che cosa deve fare un buon capo, ecc.
Sono arrivata alla conclusione che il comportamento di un capo debba essere molto simile a quello di un genitore, senza però diventare paternalistico.
Per esempio, un genitore non può pretendere dai figli un certo comportamento, se non dà il buon esempio per primo. Nello stesso modo, un capo non può pretendere di applicare ai propri sottoposti regole che lui per primo non rispetta, se si trova lui stesso nelle condizioni di doverle rispettare (per esempio, nell'ambito delle timbrature per la presenza).
Oppure: un genitore non può sfogare sui figli la rabbia accumulata sul lavoro o nella coppia, inventandosi lì per lì regole estemporanee. Allo stesso modo, se tu capo sei stressato perché altri ti danno il tormento, non puoi sfogarti a morte con i tuoi sottoposti per una cazzata.
Anche perché i figli, nella maggioranza dei casi, vogliono bene ai loro genitori e tendono a giustificarli, avranno anche modo di capirli meglio col tempo (se c'è qualcosa da capire), piuttosto si inventeranno storie per non ammettere di essere stati messi al mondo da un bastardo.
I sottoposti, invece, ti aspetteranno nell'ombra per pugnalarti alle spalle, spieranno ogni tua mossa per coglierti in fallo, ben che vada se ne andranno dicendo ogni male di te. Se sei solo un bastardo, questo può anche lasciarti indifferente, soprattutto se sei ben protetto. Se però sei un bastardo incompetente, arrivato dove sei solo grazie agli appoggi di qualche amico potente, prima o poi l'amico potente ti troverà imbarazzante e ti scaricherà in favore di uno più bravo e rappresentativo.
Io com'ero a fare il capo? Ovviamente non so che cosa pensassero di me le persone con cui lavoravo. Ma io cercavo in ogni modo di essere all'altezza del compito. Anche perché, nella mia testa, era chiarissimo il concetto "a un qualsiasi potere è collegata una responsabilità".
Per esempio, se il mio capo aveva da dire qualcosa su un lavoro fatto dal mio team, mi prendevo io il cazziatone senza dire nulla e poi privatamente rigiravo le eventuali critiche alla persona che se le era meritate, cercando più di risolvere il problema che di individuare il capro espiatorio.
Mi sentivo in colpa se uscivo dall'ufficio prima di un mio collaboratore, mi scazzavo con la direzione se scoprivo che il pagamento di uno di loro era in ritardo, cercavo il più possibile di creare un clima di condivisione.
Non so se ho lasciato un buon ricordo di me nelle persone con cui ho lavorato. Ma la mia coscienza mi assicura che ho fatto di tutto per lasciarlo. A differenza di qualcuno, troppi, sulle cui tombe molti andranno a sputare con grande ragione e soddisfazione.
martedì 20 ottobre 2009
Il magone del genitore lavoratore
Dicesi "magone" in gergo pavese il desiderio di piangere. "Fare il barcé" è invece quella smorfia della bocca con le labbra un po' in fuori e gli angoli in giù che sfocia poi in pianto.
Ieri ho avuto una giornata lunga e diversa.
Prima di tutto, non sono andata a lavorare.
Secondo, ho consegnato la C3 all'officina e ne sono tuttora priva (vado a prenderla alle 17), il che mi ha costretta a muovermi come quando avevo 16 anni: un passaggio da mia madre, i mezzi pubblici e infine il recupero da parte di mio marito.
Terzo, ho passato un'oretta a chiacchierare con mio nonno, che mi è parso stranamente meno infantile del solito (anzi, decisamente ho imparato cose interessanti).
Quarto, ho pranzato sola in un bar del centro, come mi capitava a volte da studentessa, leggendomi lo Speciale Dampyr (che, ahimè, non esisteva quando ero studentessa) e sentendomi non sola e sfigata ma rilassata e tranquilla.
Quinto, ho partecipato a un convegno insieme a Mammaincorriera e ho trovato un sacco di spunti interessanti per riflettere sul senso del narrare non solo nel contesto corporate ma anche in quello pedagogico e personale.
Sesto, ho partecipato a un ricco buffet gratis.
Settimo, un uomo che non è mio marito ha provato a sedurmi (il fatto che fosse evidentemente malato di mente non scalfisce per niente il mio picco di autostima).
Ottavo, dopo aver accompagnato Mammaincorriera e un suo conoscente in stazione, ho aspettato che Luca venisse a recuperarmi. Nella Palio c'erano Ettore già addormentato e Amelia in procinto di. Con entrambi ho potuto avere uno scambio decente (di parole e/o versi) solo stamattina. Infatti stamattina mi sono fermata un po' di più a coccolarli e sono arrivata in ufficio un filino più tardi.
È stata solo una giornata, e non è né la prima né l'ultima volta che passerò 24 ore senza vederli svegli. Quello che non riuscirei ad accettare sarebbe che questa diventasse la norma.
Non riesco a concepire che una persona, tutti i santi giorni, riesca a vedere i suoi figli svegli per non più di un'ora e solo in situazioni del tipo "Svegliati, vestiti, mangia la colazione" e "Finisci la cena, spogliati e vai a letto". Perché per me sono le parti più avvilenti dell'essere genitore, quelle in cui non sei molto di più che un cane da guardia.
E del resto non trovo neanche giusto che il genitore più assente (sperando che sia uno solo) si goda solo i momenti belli, lasciando all'altro quelli più critici.
Il punto è che la "colpa" di questo non sta nel genitore che vuole lavorare, ama il suo lavoro e si fa un culo così dalla mattina alla sera (sul lavoro e in tangenziale). Quello che mi fa orrore è un sistema che ci vuole tutti così: rassegnati a fare due ore al giorno di viaggio per andare al lavoro, felici di fare un'ora o 2 di straordinario perché significa che la nostra azienda va bene e sopravvivrà alla crisi, contenti di avere sempre più responsabilità e compiti perché è così che faremo carriera e guadagneremo di più (o forse "semplicemente" potremo gestirci più in autonomia e svolgere compiti più gradevoli).
Chi più chi meno, siamo tutti in questo sistema. Al punto che uno che comincia alle 6 ed esce alle 16 (più spesso 16.30) si sente quasi di doversi giustificare perché ha mezzo pomeriggio libero. E, da statale, ti sembra persino poco che il nido di Ettore (dove molli anche Amelia, altrimenti arriveresti in ufficio troppo tardi) apra alle 7.30. Ma probabilmente alle persone che lavorano in certe zone di Milano sembra troppo poco che lo stesso nido chiuda alle 19.30, perché ne avrebbero bisogno fino alle 20.
In tutto questo, trovo ottusa e folle una società che ci obbliga a far crescere i nostri figli da altri pagati per farlo, senza alcun legame affettivo con i nostri bambini e con una cultura largamente più ristretta della nostra.
Lo so che al momento in Italia non si può fare molto diversamente. Probabilmente anche nel '600 non si poteva fare molto di più che lasciar morire gli appestati che non ce la facevano e gioire per chi si salvava. Ma, accidenti, non era certo umano.
Ieri ho avuto una giornata lunga e diversa.
Prima di tutto, non sono andata a lavorare.
Secondo, ho consegnato la C3 all'officina e ne sono tuttora priva (vado a prenderla alle 17), il che mi ha costretta a muovermi come quando avevo 16 anni: un passaggio da mia madre, i mezzi pubblici e infine il recupero da parte di mio marito.
Terzo, ho passato un'oretta a chiacchierare con mio nonno, che mi è parso stranamente meno infantile del solito (anzi, decisamente ho imparato cose interessanti).
Quarto, ho pranzato sola in un bar del centro, come mi capitava a volte da studentessa, leggendomi lo Speciale Dampyr (che, ahimè, non esisteva quando ero studentessa) e sentendomi non sola e sfigata ma rilassata e tranquilla.
Quinto, ho partecipato a un convegno insieme a Mammaincorriera e ho trovato un sacco di spunti interessanti per riflettere sul senso del narrare non solo nel contesto corporate ma anche in quello pedagogico e personale.
Sesto, ho partecipato a un ricco buffet gratis.
Settimo, un uomo che non è mio marito ha provato a sedurmi (il fatto che fosse evidentemente malato di mente non scalfisce per niente il mio picco di autostima).
Ottavo, dopo aver accompagnato Mammaincorriera e un suo conoscente in stazione, ho aspettato che Luca venisse a recuperarmi. Nella Palio c'erano Ettore già addormentato e Amelia in procinto di. Con entrambi ho potuto avere uno scambio decente (di parole e/o versi) solo stamattina. Infatti stamattina mi sono fermata un po' di più a coccolarli e sono arrivata in ufficio un filino più tardi.
È stata solo una giornata, e non è né la prima né l'ultima volta che passerò 24 ore senza vederli svegli. Quello che non riuscirei ad accettare sarebbe che questa diventasse la norma.
Non riesco a concepire che una persona, tutti i santi giorni, riesca a vedere i suoi figli svegli per non più di un'ora e solo in situazioni del tipo "Svegliati, vestiti, mangia la colazione" e "Finisci la cena, spogliati e vai a letto". Perché per me sono le parti più avvilenti dell'essere genitore, quelle in cui non sei molto di più che un cane da guardia.
E del resto non trovo neanche giusto che il genitore più assente (sperando che sia uno solo) si goda solo i momenti belli, lasciando all'altro quelli più critici.
Il punto è che la "colpa" di questo non sta nel genitore che vuole lavorare, ama il suo lavoro e si fa un culo così dalla mattina alla sera (sul lavoro e in tangenziale). Quello che mi fa orrore è un sistema che ci vuole tutti così: rassegnati a fare due ore al giorno di viaggio per andare al lavoro, felici di fare un'ora o 2 di straordinario perché significa che la nostra azienda va bene e sopravvivrà alla crisi, contenti di avere sempre più responsabilità e compiti perché è così che faremo carriera e guadagneremo di più (o forse "semplicemente" potremo gestirci più in autonomia e svolgere compiti più gradevoli).
Chi più chi meno, siamo tutti in questo sistema. Al punto che uno che comincia alle 6 ed esce alle 16 (più spesso 16.30) si sente quasi di doversi giustificare perché ha mezzo pomeriggio libero. E, da statale, ti sembra persino poco che il nido di Ettore (dove molli anche Amelia, altrimenti arriveresti in ufficio troppo tardi) apra alle 7.30. Ma probabilmente alle persone che lavorano in certe zone di Milano sembra troppo poco che lo stesso nido chiuda alle 19.30, perché ne avrebbero bisogno fino alle 20.
In tutto questo, trovo ottusa e folle una società che ci obbliga a far crescere i nostri figli da altri pagati per farlo, senza alcun legame affettivo con i nostri bambini e con una cultura largamente più ristretta della nostra.
Lo so che al momento in Italia non si può fare molto diversamente. Probabilmente anche nel '600 non si poteva fare molto di più che lasciar morire gli appestati che non ce la facevano e gioire per chi si salvava. Ma, accidenti, non era certo umano.
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