mercoledì 18 novembre 2009

Addio alle armi

Oggi ho fatto una cosa che mi pesa parecchio: ho chiamato la mia maestra di danza e le ho detto che mi prendo una pausa dal corso mensile. Forse sono stanca, forse il ginocchio, forse il peso, forse il nuovo lavoro, forse la nuova sede che è più ostica da raggiungere, forse il nuovo gruppo, forse il fatto di frequentare un corso abbastanza base. Il fatto è che non mi diverto più.
La danza continua a piacermi, è il mio primo istinto quando sento la musica. Voglio provare a continuare per conto mio, a casa, magari provando a coinvolgere i bambini e, chissà, magari trovando un metodo di insegnamento ai piccoli. Voglio continuare ad ascoltare questa musica, a seguire gli eventi di questo mondo, eventualmente a fare stage ai festival. Ma senza avere un impegno fisso, senza dover andare a lezione solo perché l'ho pagata.
Mi sento anche una stronza, perché in questo momento la mia maestra avrebbe bisogno del mio contributo. Ma lei sa che, se le serve una qualsiasi cosa (supporto logistico, comunicazione, informazioni), io sono ben contenta di supportarla. Le voglio bene e la stimo al di là della sua bravura, la considero una persona eccezionale e non mi permetterò di perdere i contatti con lei solo perché non sono costretta a vederla ogni settimana.
Spero di riuscire ad andare alle sue lezioni mensili, anche se lei ha paura che non mi piacciano più di tanto. E spero anche che, in futuro, se si realizzerà il progetto che io e Luca coltiviamo per il futuro, abbiamo la possibilità addirittura di organizzare noi degli incontri mensili con lei. Chissà...
Mi resta questa sensazione a metà tra la liberazione e la tristezza. Un po' come quando un rapporto si è sfilacciato e ti decidi a troncarlo. Oppure come quando ti trovi costretta a buttare quel vestito che hai messo tantissimo e amavi tanto ma ormai è troppo liso.
Dopo 8 anni passati a danzare, mi sembra strano non essere più iscritta a nessun corso, non essere formalmente legata a nessuna scuola. Mi sento un po' persa ma nello stesso tempo determinata a fare quello per cui mi sono presa un po' di tempo: scrivere Viola, curarmi il ginocchio e ritornare a un peso umano.
E speriamo che questo periodo senza danza dia qualche buon frutto.

martedì 17 novembre 2009

Taliban, reprise

Ok, mi potete facilmente sgamare: la mail a cui mi riferisco nel post precedente è questa. Che MammaImperfetta, avendo un blogapposta, rigira giustamente alle sue lettrici.
I commenti sono per la maggior parte incoraggianti, fattivi, solleciti, non giudicanti. Oh brave, mi vien da dire, avete capito lo spirito della cosa.
Un commento, invece, va controcorrente. Vi dico la verità: mi ha irritata da prima di leggerlo veramente, perché l'italiano scritto con le k mi fa venire l'orticaria. Passi se si tratta di adolescenti, ma l'italiano scritto con le k da una madre di famiglia mi causa crisi di furore che il Pelide Achille mi fa un baffo (decolorato, però).
Questo per mettere in chiaro che sono una talebana anch'io: una talebana dell'italiano. Quindi, per favore, così come non agitereste un biberon davanti a una della LLL, non mettetemi davanti k, congiuntivi sbagliati, pò con l'accento e cose di questo genere. Rischio una crisi, roba da dover chiamare un esorcista.
Faticosamente, andiamo ai contenuti.
Prima di tutto, la commentatrice si focalizza sul lavoro della sventurata madre: a lavorare è costretta ad andarci o no? Ma che vuol dire "essere costretta"? Nessuno ti punta un fucile addosso. Probabilmente, più facilmente, ci saranno due scenari: o devi tornare a lavorare perché non hai più diritto a stare a casa (o perché non ci stai dentro col 30% dello stipendio) o vuoi tornare a lavorare perché il tuo lavoro ti piace. Non vedo il male in nessuna delle due cose, o almeno non un male proveniente dalla madre.
Oltretutto, per chi si angosciasse di un'eventuale interruzione dell'allattamento col ritorno al lavoro: conosco tante persone che, siccome volevano continuare ad allattare, hanno continuato a farlo anche dopo il ritorno al lavoro. Le altre hanno colto l'occasione per smettere, ma forse lo avrebbero fatto ugualmente per tutta una serie di motivi che sono solo fatti loro.
Secondariamente, parla dell'obiettivo primario di una madre, che dovrebbe essere passare tanto tempo col proprio bambino. Appunto, ma parliamo di obiettivo prioritario, non esclusivo. A parte che una magari aspira ad essere qualcosa di diverso da "solomadre", siamo sempre lì: non devono essere gli altri a dettare e/o giudicare le nostre priorità.
Io ho avuto una madre che amava molto il suo lavoro, ci tiene tuttora e ne è orgogliosa. Non mi ha allattata al seno, non è nemmeno stata eccessivamente affettuosa (ma, le rare volte che lo era, spesso la respingevo io), ha tanti difetti che spesso le rinfaccio. Ma è stata una madre sufficientemente buona: le voglio bene anche se spesso mi fa incazzare e sono contenta di essere stata cresciuta da lei.
Sarebbe potuta essere migliore? Beh, questa è una domanda del cazzo. Mia madre è stata se stessa, mi ha insegnato valori che ho interiorizzato e altri che ho rifiutato, ha fatto quello che ha ritenuto giusto. Fine della discussione. Farsi seghe mentali su ciò che potresti fare "di meglio" è sbagliatissimo. Farle agli altri è criminale. Colpevolizzare gli altri per quello che hanno e altri non hanno è poi un retaggio della peggiore educazione cattolica del passato (pensate a quanti danni ha fatto la frase "non mangi? pensa ai bambini in Africa che muoiono di fame").
E qui passiamo alla fase "pensa agli altri che non si possono permettere di avere figli e/o di stare a casa con loro": pessima idea. Che ne può una povera mamma in difficoltà se gli altri non hanno la sua stessa fortuna? I casi sono 2: o si sono meritati la sfiga che hanno (e in quel caso: chi è causa del suo mal...) o gli è capitato senza colpa (e in questo caso: o conosci qualcuno che è in quella situazione e puoi aiutarlo e lo fai, oppure non puoi fare altro che compatirlo e basta). Soprattutto: io sono io, sono in questa situazione e non è che pensando alla sfiga degli altri me ne uscirò più facilmente (anzi, mi appesantirò di senso di colpa).
La chiusa è magistrale: si tratta di cominciare a fare la mamma. Bello, proprio. A una che ha una bambina di tot mesi, che le ha dato l'anima e tutto il suo tempo da quando è nata (e anche da prima), che chiede aiuto perché questa situazione la sfinisce, chiudi un bel portone in faccia. Di quelli blindati.
Ed ecco che torniamo sempre lì: una mamma si deve chiudere occhi e orecchi? Deve diventare solo una vacca da latte? Beh, fatevi un giro in un allevamento e guardate le mucche negli occhi. Vedrete una noia infinita, non fanno altro che mangiare per alleviarla.
E come potete pensare che una donna pensante, un'anima libera e creativa, possa accettare di diventare una mucca da latte senza lottare? Certo, i vantaggi dell'allattamento, ecc. Sono argomenti che parlano alla ragione. Ma l'essere umano è anche cuore e spirito. Essere una donna anziché una mucca significa voler portare avanti un lavoro che amiamo, un hobby, un progetto o semplicemente delle relazioni umane. Lo vorremmo fare nel modo più indolore possibile per i nostri figli, a cui chiediamo il sacrificio di poche o tante ore senza di noi. Lo vorremmo fare nel modo più indolore anche per noi, che soffriremo comunque dello stare lontane da loro, anche se stiamo vedendo il film più bello del mondo o stiamo realizzando un progetto a lungo accarezzato.
Non abbiamo bisogno che qualcuno ci tacci come non-mamme.

domenica 15 novembre 2009

Reale e percepito

Faccio una premessa: in questo post svelo di aver avuto dei pensieri da stronza. Ne sono consapevole e me ne scuso. La stronzaggine spesso non è altro che un riflesso condizionato.

Oggi torno a casa da un brunch passato con Luca, mentre i bambini erano dai nonni. Guardo la posta e vedo una richiesta d'aiuto urgente. Mentre aspetto che la mail si apra (nella toolbar di Google si vede solo l'oggetto, non il mittente), penso in sequenza: spam, oppure una persona che si trova in una situazione grave gravissima.
Scopro che si tratta "solo" di un problema di rifiuto del biberon. Lì per lì tiro un sospiro di sollievo, poi mi incazzo un nanosecondo per il procurato allarme, infine ridimensiono: per la neomamma di un primo nato questo è un problema esattamente come lo è per me installare il modem ADSL sul PC nuovo e io rispetto a lei posso essere il nerd che le risolve il problema o almeno la mette nella direzione giusta. Infatti le rispondo subito e la indirizzo a una persona secondo me più indicata per risolvere tecnicamente il suo problema, magari dandole anche un po' di incoraggiamento.
Però mi resta la perplessità di aver reagito con irritazione, in un primo tempo. Mi chiedo perché siamo irritati dai principianti, perché ci dà così fastidio vedere qualcuno che arranca dove noi andiamo spediti. E sono arrivata alla conclusione che i principianti ci irritano perché ci ricordano la fatica che noi stessi abbiamo fatto, quando lo eravamo.
È come se nella nostra testa facessimo una distinzione tra cultura e addestramento. Mentre apprezziamo vedere persone che si acculturano ma abbiamo un istintivo fastidio nei confronti di chi è imbranato perché sta ancora imparando. Spesso ci irritiamo con i bambini proprio perché si devono impratichire, perché non sono "skilled", perché sono lenti. I loro problemi ci fanno arrabbiare perché ci sembra impossibile che siano per loro così insormontabili, preferiamo pensare che siano capricci rivolti contro di noi.
Mi sono ritrovata a pensare che è proprio per via del mancato controllo di questa irritazione che molte donne trasformano i propri mariti e i propri figli in incapaci totali ("faccio io, ché tu non sei capace") e fanno sentire inadeguate altre donne meno esperte.
Se io avessi seguito la mia irritazione, avrei risposto così alla richiesta d'aiuto: che diavolo vieni a farmi prendere colpi, i problemi veri sono quelli di salute, a tutto il resto c'è soluzione.
Per fortuna, mi soccorre la capacità di mettermi nei panni dell'altro: quante volte avrò io chiesto aiuto per cose che mi parevano assolutamente prioritarie e magari agli altri parevano cazzate? Penso a quando pativo tantissimo l'allattamento di Amelia, e ho rotto le scatole al mondo intero (purtroppo non trovando la soluzione giusta in tempo, ovvero prima di sbroccare per il dolore e la frustrazione). E penso anche a quando, trovandomi in difficoltà diverse con l'allattamento di Ettore, ho preferito tacere e risolvermi i problemi da sola, per evitare di espormi alle stesse critiche che avevo incontrato 2 anni prima con Amelia.
Penso a quando mi trovo davanti madri distrutte dai risvegli notturni, e penso che si tratta di qualcosa che non mi riguarda più, ma di cui all'epoca sentivo tutto il peso. Penso a tutti i dibattiti sull'insegnare la nanna ai bambini, e alle decine di volte in cui la situazione ha mutato contorni (e luoghi e metodi) a casa mia. Penso anche a tutte le madri che ora si pongono il problema dei figli che non mangiano abbastanza, che domani si porranno il problema dei figli che mangiano troppo e dopodomani saranno angosciate all'idea di entrare nel gorgo dei disturbi alimentari.
Penso anche a tutte le volte in cui, in vari ambiti della mia vita, mi è sembrato di essere in un vicolo cieco, ostacolata da problemi apparentemente insormontabili. Guardando le stesse situazioni da altre prospettive e con qualche informazione in più, spesso quelle situazioni si sono risolte o almeno ridimensionate.
Penso anche che, se ogni volta che mi è stato chiesto un parere su certe questioni, avessi manifestato scherno o avessi sminuito il problema, avrei consegnato le persone che mi chiedevano consiglio ai vari forum di talebane, e non me lo sarei perdonato.
Perché, nel momento in cui una persona percepisce un problema, sta a noi cercare di darle quella prospettiva che lo può ridimensionare: altrimenti, che amici saremmo?

venerdì 13 novembre 2009

Eccellenza

In questi giorni, con le persone che si sono masterizzate insieme a me 10 anni fa, stiamo cercando di rivederci per festeggiare. Forse, se i pochi superstiti non mollano, cominciamo a farlo domani con altre 2-3 famiglie. Altrimenti lo faremo tra settimane o mesi.
Come ho già raccontato altrove, per me il master è stato un periodo molto stimolante. Ero sempre stata, senza sforzo, la più brava e la più colta tra i miei amici, quella che emergeva di una testa (che il destino mi avesse compensata di ciò che mi aveva tolto in cm?), soprattutto all'università. Oggi, con le triennali e i semestri e le tesine, sembra abbastanza normale che una persona si laurei a 23 anni. Dieci anni fa, con una laurea quadriennale e una vera tesi tipo quelle che oggi si dovrebbero fare nelle specialistiche, era abbastanza raro, persino a Lettere che dopotutto era una delle facoltà più "facili". Infatti cominciai il master senza essere ancora laureata, ma alla condizione che lo facessi entro l'anno solare.
In graduatoria non mi ero piazzata troppo bene: quel master lo provavo per accontentare mia madre e cercare una possibilità di lavoro, ma non ero ancora un'appassionata di nuove tecnologie e lo dimostrai ampiamente nel colloquio. Fui presa perché molti, che non avevano vinto una borsa di studio, rinunciarono.
Mi ritrovai insieme ad altre 29 persone in una specie di casa del GF, dove c'erano gli alloggi per chi veniva da fuori, le aule e i laboratori. Un posto dove, se non abitavi già lì, entravi alle 8 del mattino e uscivi quando uscivi.
Delle 29 persone che erano con me, la maggior parte erano incredibilmente in gamba, tutte più grandi di me e con più esperienze. C'era S., che aveva lavorato alla TV maltese. C'era A., passato dall'esegesi del Canto di Paolo e Francesca alla sicurezza delle reti. C'erano F. e C., che si innamorarono (come A. e M., B. e D. e forse altri che non mi ricordo - se ci chiamavano "l'anno delle coppie" un motivo ci sarà). C'erano I., E. e C., con cui formai un bel gruppo di lavoro e mi divertii parecchio. E poi c'ero io, che all'inizio del master credevo di dovermi sposare e invece alla fine del master mi ritrovai a teorizzare l'harem sul petto di un nostro docente insieme a un'altra ragazza.
Soprattutto, io mi ritrovai in mezzo a persone al cui confronto io ero solo una delle tante, non l'eccellenza. E la cosa mi piacque da impazzire: non mi dovevo frenare per non umiliare i miei interlocutori e anzi andavo alla loro rincorsa. Imparavo a una velocità vertiginosa, sia dalle lezioni sia dagli altri, e in breve recuperai il gap iniziale rispetto agli altri, che già si intendevano un po' di web e produzione multimediale.
Poi cominciammo a lavorare e persi il contatto abituale con la maggior parte di loro. Di alcuni proprio non ho saputo più niente, altre invece sono mie care amiche che sento abitualmente.
Non ho più provato una simile esaltazione per la presenza di interlocutori così stimolanti fino a quando non ho conosciuto (anche di persona) alcune blogger. Tralasciamo le mie prime blogamiche, che spesso sono diventate amiche anche reali, ben più presenti di quelle che ho conosciuto con metodi tradizionali. Parlo soprattutto delle persone che ho conosciuto nell'ultimo anno, e in particolare di quelle che ieri sera erano con me in un ristorante di Milano a ciacolare fino a quando abbiamo perso la voce (io non l'ho ancora recuperata).
Vi sembrerà strano, ma è stata la prima volta da 4 anni a questa parte in cui sono riuscita a nominare i miei figli per meno del 5% della serata e la stessa cosa è valsa per le mie compagne di merenda. Al nostro capo del tavolo, abbiamo parlato di lavoro (beh, ovvio che il mio, essendo nuovo di zecca, avesse il posto d'onore), di cucina, di foodblogging, di rischi sanitari veri e inventati, di mode alimentari e di costume. Abbiamo riso, ci siamo informate a vicenda, ci siamo indignate (ma non troppo, ché si digerisce male, altrimenti), abbiamo moderatamente spettegolato, ci siamo date indicazioni per trovarci di nuovo nella vita reale.
Mi sono sentita in mezzo a persone che stimo e che, credo e spero, mi stimano, a parlare di tutto senza dover spiegare ogni singola parola e ad ascoltare discorsi interessanti ed intelligenti. Cosa che non mi capitava più da un pezzo, se non con le singole amiche selezionate nel corso degli anni.
Di nuovo, quella sensazione di non essere l'eccellenza, ma di essere in mezzo a pari. Senza la solitudine dei primi e senza sensi di inferiorità. Se non in una cosa: io, che prima dei figli bevevo come un camallo senza scompormi di un capello, non ho toccato alcol tutta la sera, perché ormai anche solo una goccia mi dà mal di testa.
Sicuramente, in questo, i miei compagni di master non mi riconosceranno.

mercoledì 11 novembre 2009

Angeli e demoni

Ho seguito con orrore e stupore una conversazione dai toni isterici che si è accesa nei commenti di un post ironico e tutto sommato innocuo.
OK, una certa categoria di mamme è stata definita talebana. Potevamo definirle "allattomani rompicoglioni" (perché esistono anche le allattomani non rompicoglioni, e ne conosco parecchie perché sono mie amiche ;-)), ma sarebbe stato troppo incentrato sull'allattamento, che non è il loro esclusivo ambito di competenza. Potevamo definirle "integraliste della maternità", ma non avrebbe reso la loro missione di instillare il senso di colpa nelle altre madri: una può essere integralista ma non voler fare proseliti (ho diverse amiche e conoscenti integraliste di varie religioni e ideologie, ma non per questo si sentono autorizzate a convertire me, semplicemente rivendicano il loro diritto ad essere così anziché cosà). Potevamo correttamente definirle "integraliste della maternità rompicoglioni", e avremmo risolto la cosa con un acronimo impronunciabile, IDMR. E allora chiamiamole talebane, tanto si offendono ugualmente.
Le caratteristiche della mamma talebana le ha già elencate Raperonzolo in modo efficace. Le ricapitoliamo in questa sede per completezza: la mamma talebana può essere allattomane o no, può coslippare o no, può essere bio o omeopatica o steineriana o quel diavolo che vuole, l'importante è che tutto quello che fa lo fa per i figli e tu, se fai tot in meno, dovresti sentirti in colpa. L'arma preferita della mamma talebana è il senso di colpa, attraverso l'esempio ("io ho allattato con i capezzoli fessurati in due" - ma non vi fa schifo e orrore solo a sentirvi? Io non vengo a raccontarvi delle piaghe della mia dermatite invernale) o attraverso presunte "prove scientifiche" manipolate a loro piacimento ("se non allatti, i tuoi figli avranno anticorpi rachitici e svilupperanno tutti i mali compresa la peste bubbonica" - ovviamente il fatto che si tratti di meri dati statistici e non di verità assolute non le sfiora minimamente).
[NdA: faccio esempi tratti dall'allattamento perché mi sembra che sia il problema più sentito, per cui fare osservazioni colpevolizzanti su questo argomento è il colpo più basso che si possa dare a una madre, neo o avanzata.]
Di solito, già quando espongo la definizione di mamma talebana, l'interessata (se è talebana veramente) non sta neanche ad ascoltare quello che dico e parte a testa bassa con argomenti tipo: la LLL non costringe nessuno ad allattare, sei tu l'intollerante perché mi bolli come talebana, guarda che i pediatri impongono la dittatura del LA (sono una pediatra io? no, giusto per chiarire), in Italia allattare è guardato come una vergogna se lo fai in un luogo pubblico (vero, ma alla stessa maniera ti guardano male se cambi un pannolino, come se l'Italia fosse piena di fasciatoi pubblici).
Diciamolo forte e chiaro, ancora una volta: io non ho niente contro la LLL, so che ha aiutato ad allattare tantissime donne che ci tenevano e che la maggior parte di esse non è talebana. Tuttavia l'atteggiamento di chi crede fortemente nell'allattamento al seno è di solito militante, ovvero cerca di combattere la parte avversa che propone il LA, e nella battaglia spesso si feriscono donne che sono solo doloranti e disorientate e avrebbero bisogno di qualcuno che le mettesse in condizioni di scegliere serenamente e autonomamente. Oh, stesso discorso per chi crede fortemente nel LA, ma non posso parlare per esperienza diretta perché finora ho incontrato estremiste solo dell'allattamento, non del LA.
Chiuso il discorso allattamento, passiamo a quello delle maiuscole. Se guardate in una qualsiasi grammatica italiana recente (o anche no: la mia è del 1990), vi definirà l'uso delle maiuscole per evidenziare concetti astratti come retorico e desueto. Probabilmente i linguisti non hanno incontrato mamme talebane, che si definiscono Mamme il cui Amore per i Figli è con la A maiuscola, Mamme per cui i Figli sono tutta la loro vita (con la minuscola, nel caso in cui sia la vita della Mamma, con la maiuscola in caso si parli d'aborto o di ricerca scientifica - ma questa cosa si interseca con un'altra parrocchia, non mettiamo troppa carne al fuoco).
Si sottintende che una madre deve annullarsi per i figli, che rimanere con i figli a ventosa sulla tetta per mesi deve essere vissuto come una profonda gioia, che il nostro corpo non ci appartiene (ma non erano i nostri figli a non appartenerci, seconto Gibran?). Insomma, una versione mammesca della donna oggetto: prima di diventare madre, sei l'oggetto degli uomini adulti (modello velina) e, dopo, sei l'oggetto di tuo figlio.
[NdA: so che ci sono madri che allattano anche a lungo senza sentirsi così. Ribadisco che stiamo parlando di talebane, ovvero di persone che si annullano nel loro ruolo di madri. Se tu che leggi stai allattando tuo figlio, fatti un esame di coscienza: se riesci a dirmi almeno una cosa che ti piace oltre a stare insieme ai figli, allora sei già a buon punto. Se poi hai sempre vissuto il tuo rapporto con i figli come una scelta tua e non te ne frega niente di quello che fanno gli altri, allora non sto parlando di te.]
Fin qui, non ci sarebbe nulla di male: a ognuno le sue preferenze. Il dubbio sulla sanità di questo atteggiamento mi viene quando scopro che queste madri che si annullano per i figli passano 24 ore al giorno a cercare blog e forum da insultare in nome dell'allattamento. Non tanto per l'essere dipendente dal web: ci mancherebbe, io parlo? Ma, insomma, vi racconto un attimo com'è la mia giornata: mi sveglio, preparo me e i bambini, vado al lavoro (e, tendenzialmente, anche se sono nel pubblico e quindi posso essere un po' più rilassata, lavoro, al limite con un occhio alla mail), torno dal lavoro e riprendo i bambini, cucino e/o gioco con i bambini, magari mi collego nel frattempo che cucino ma giusto per vedere se ci sono novità, ceno. Dopo cena, ho un momento in cui mi posso collegare e guardare i siti che mi interessano. Più spesso leggo o scrivo o crollo. Quando ero a casa, lo ammetto, mi prendevo qualche momento in più mentre i bambini dormivano e/o mentre preparavo il pranzo, ma sempre all'interno dei miei ennemila interessi. Cerco sempre di rispondere alle mail e mi piace anche parecchio, scrivo sul mio blog, seguo alcuni blog che mi piacciono. Ma, accidenti, ieri, dopo aver scritto un commento su Veremamme, mi sono addormentata, mica sono stata lì ad aspettare se qualcuno mi rispondeva. Certo, se mi fossi aspettata una risposta su Viola, forse sarei stata più trepidante e curiosa, ma volete mettere l'eccitazione di riuscire a realizzare un progetto sognato da tempo rispetto all'attesa di una risposta polemica nei commenti di un post? Mi sembrano pesi completamente diversi.
Questo per concludere che secondo me le mamme talebane hanno un problema: vivono un'ossessione più che una causa, amano più la polemica (molte partono con l'atteggiamento di dover combattere il biberon, più che diffondere la cultura dell'allattamento) che il dialogo.
Insomma, non mi sembrano molto diverse, mutatis mutandis, da quei missionari che per diffondere l'amore di Dio massacravano le popolazioni "pagane" che avrebbero voluto convertire.
Per diffondere un messaggio di amore e rispetto, per quanto valido e impellente, imbracciare le armi non è mai una buona idea: si rischia di passare da angelo della casa a demone della rete, mettendo in cattiva luce la propria causa e quella delle persone che ogni giorno la diffondono col proprio esempio. E di dare ragione a quelle come me, che non sono né angeli né demoni, ma solo esseri umani che hanno figliato e non ne fanno l'unico vanto della propria vita.

lunedì 9 novembre 2009

Una nuova dimensione

Oggi sono sola in ufficio. Le mie colleghe sono a un seggio e io tengo aperta la baracca. È dalle 11 che ho rinunciato a lavorare, perché ogni 5-10 minuti il telefono squilla: non si riesce neanche a riordinare, con un ritmo così.
Il preside è stato qui nella tarda mattinata e non credo che tornerà. Anche se lo facesse, è una persona talmente piacevole da rendere rilassante anche una discussione di lavoro.
Oggi neanche la mia amica L., che lavora qui sotto, è venuta al lavoro, quindi non sono neanche uscita per la pausa pranzo (abbiamo frigo e microonde in ufficio).
Insomma, mi trovo sola in questo posto estraneo e un po' strano, non tanto bello, affacciato su uno svincolo della tangenziale di Pavia. Non è la prima volta che mi trovo sola al lavoro. Ma è la prima volta dopo tantissimo tempo che non mi sento né annoiata né tesa.
Non sono annoiata perché il telefono non me lo permette: anche se non sto facendo un lavoro parallelo (in realtà, non avrei niente di specifico da fare), solo dare e ricevere informazioni, recepire istruzioni ed eventualmente scrivere una mail di promemoria alle mie colleghe mi fa sentire utile.
Non sono tesa perché, anche se in questo momento si aprisse la porta ed entrasse il mio capo, so che mi chiederebbe di far qualcosa per lui con calma e rispetto, senza impugnare la frusta a priori.
E qualcosa, dentro di me, mi dice che è finita l'epoca del senso di colpa, l'epoca in cui mi pareva di rubare lo stipendio, quella in cui mi sentivo sempre inadeguata. Nemmeno ora so esattamente cosa farò e come lo farò, ma è la dimensione ad essere diversa. Una dimensione in cui dover imparare non è una colpa ma una necessità, e in cui c'è il desiderio di costruire anziché di ottenere tutto e subito. Una dimensione in cui non ci si stupisce che io faccia corsi e che non sia perfettamente operativa da subito.
Ovvio che questa fiducia si aspetta di essere ricambiata con una futura efficienza e con future competenze. Ma non si aspetta che si nasca imparati. Perché quello che a me interessa (l'ho capito ormai da tempo) è non smettere mai di imparare, di sperimentare, e qui forse ho trovato il mio habitat.

domenica 8 novembre 2009

Il passato ritorna

Non so bene com'è successo. Eravamo ben avviati sui nostri binari, impegnati come sempre a conciliare tutto e a fare tutto. Tu la locomotiva, io il vagone. Come sempre: basta darti un obiettivo e tu lo persegui con la costanza di un segugio, zero flessibilità se non quella che serve per incastrare tutto quello che vuoi fare nelle sole 24 ore.
Era una sera come tante, di ritorno da un concerto con i figli addormentati dietro. E allora non so come ci siamo ritrovati a parlare e parlare, di cose vecchie e di cose nuove, di cose già dette e di cose mai dette. Con tensione e serenità.
Dalle cose vecchie, ormai assodate, siamo passati a parlare di questo ultimo anno che si è appena concluso. Del fatto che probabilmente ho attraversato una depressione senza rendermene pienamente conto, e mi accorgo delle dimensioni del pericolo solo ora che l'ho scampato. Mi accorgo di aver trascorso un anno infelice e cupo, in cui l'unico giorno felice era quello lontano dal lavoro e in cui la gioia di trascorrere del tempo a casa con i miei figli era oscurato dalla prospettiva di tornare al lavoro. In un posto di lavoro che sarà pubblico, ma dove mi hanno trattata peggio che in qualsiasi ditta privata dove ho lavorato.
Ora che ho cambiato e mi sembra di averlo fatto in gran meglio, mi sento come quei cani che restano per anni in un canile, finché non trovano una nuova casa. Non mi importa più di tanto se effettivamente farò il lavoro per cui mi hanno chiamato (il Manager Didattico) o se, per un motivo qualsiasi, resterò a fare la segretaria "semplice" come le altre mie colleghe. Il paradiso è stare in un posto dove non ti cronometrano il tempo in cui fai una pausa caffè, dove il capo è ben contento che tu faccia corsi anche se non c'entrano strettissimamente col tuo lavoro, dove le colleghe ti guardano con gli occhi sgranati se racconti certi episodi di "prima", dove il part-time non è un disonore.
Come ho sempre sostenuto, mi mette più tensione positiva e voglia di fare questo preside che mi presenta a tutti come "un nuovo acquisto molto promettente" rispetto ai miei vecchi capi, che pretendevano a testa bassa senza mai dare (dare una formazione, uno spazio di crescita, una motivazione anche minima, non parliamo di una gratificazione). Mi ricorda il mio primo datore di lavoro, che, fiero di avere finalmente una web division al completo, mi presentava a tutti come "la nostra letterata".
Abbiamo parlato di come sia difficile a volte accorgersi che una persona sta male e quanto sta male, perché chi sta male spesso cerca di nasconderlo, si inventa scuse assolutamente plausibili, finge persino con se stessa di essere sana. Io credo di essermi salvata perché il mio fortissimo istinto di sopravvivenza mi ha sempre spinta a cercare riscontri oggettivi di quello che vivevo. Per esempio, dirò una cosa orribile: quest'inverno, quando i miei figli si ammalavano, io ero contenta (vi rendete conto?), perché mi davano una scusa plausibile per stare a casa con loro. Mi sono persino chiesta se ero affetta in qualche modo dalla sindrome di Munchausen per procura, o più che altro a chiedermi se non fossi io a ingigantire i loro malanni per stare a casa. Per fortuna o per il suo contrario, ho la conferma che no, non ero io a vederli tanto malati, erano proprio loro a prendersi tutte le varie schifezze che abbiamo collezionato l'anno scorso. Ho le prove: la pediatra, la sua sostituta, Luca, mia madre. Ma nessuno che non ci sia passato può immaginare che cocktail disgustoso sia mischiare il sollievo di poter stare a casa con la preoccupazione per la salute dei bambini, col senso di colpa per il lavoro e con il fastidio per aver confermato i pregiudizi sulle madri statali.
Quest'inverno, probabilmente, il cocktail sarà diverso: ci sarà molto meno sollievo, più preoccupazione, meno senso di colpa e meno fastidio. Se tutto va bene, ci sarà anche il dispiacere di non poter portare a termine un lavoro nei tempi che voglio io o cose di questo genere. Cose di un'epoca in cui amavo il mio lavoro.
Ma ieri notte non siamo rimasti svegli fino a tardi (le 3? le 4? da un certo punto in poi, non abbiamo più guardato l'orologio) a parlare solo di passato e presente. Abbiamo parlato del futuro.
Di Viola che forse ha trovato un disegnatore e del fatto che, quando avrò il primo volume tra le mani, avrò 1 mese di tempo per tatuarmi una viola del pensiero (a proposito, sondaggio: dove fa meno male?).
Di un futuro che a tratti sembra darci tante possibilità, se noi saremo in grado di recepirle. Di un progetto che, se si realizzerà felicemente, porterà un altro tatuaggio, ma stavolta sulla pelle di entrambi.
Di sogni che riguardano solo noi due, neppure i nostri figli. Loro ne vivranno le conseguenze, ma non è (solo) per loro che li sognamo, quanto per noi. Per essere davvero felici, per avere qualcosa in cui crediamo.
Sono sogni grandi eppure realizzabili, dati alla mano. Con tutta la prudenza del mondo e senza grandi rischi. L'unico rischio che corriamo è quello che sperimentiamo da quasi 6 anni: quello che sempre si corre quando si confida a un altro tutto quello che si è e che si vuole essere, non per diventare uno ma per essere un sistema solidale e virtuoso.
Con la speranza che, ogni tanto, qualche aspetto positivo del passato torni a visitarci per renderci felici.

venerdì 6 novembre 2009

L'amico non ritrovato

In questo periodo continuo a pestare merde. Non in senso figurato: in senso reale, purtroppo. 3 volte in 4 giorni non può essere un caso.
Ogni volta che pesto una merda, non me ne accorgo e me la porto in giro, penso a te. Al tuo primo giorno di lavoro in Ariadne, quando entrasti in tutti gli uffici per presentarti e ovunque portasti una traccia marrone. Te ne accorgesti quando ormai eri stato dappertutto, e dappertutto ti portasti straccio e scottex per pulire.
Era matematico che diventassimo amici: le gaffe sono il mio pane. E poi avevamo la stessa età, lavoravamo insieme sotto un capo che odiavamo, amavamo il nostro lavoro ma anche divertirci fuori dall'ufficio. Per diverso tempo dopo che tu ti lasciasti con D., io ti vidi solo come un buon amico. Nonostante le insinuazioni scherzose dei nostri colleghi. Del resto, io avevo in testa un altro ben più appariscente di te.
Non so quando le cose cambiarono e cominciai a pensare che forse... magari... Forse fu il nostro capo a intensificare il nostro legame, perché dovevamo essere uniti contro di lui. O forse fu solo che la paglia troppo secca, se messa vicino al fuoco, brucia. Ed io ero sola da troppo tempo.
Fatto sta che tra noi cominciò un giochino di schermaglie, allusioni, messaggini. Cominciammo a lavorare per mio padre, e questa fu la vera tragedia: a parte il modo in cui finì l'azienda, non avresti mai avuto una storia con la figlia del padrone. Troppo impegnativa, e io non ero abbastanza gnocca da spingerti a impegnarti.
Continuammo tra alti e bassi, per quasi 2 anni: inseparabili sul lavoro, ci vedevamo spesso anche fuori. Eravamo entrambi single, entrambi vivevamo fuori casa. Tu avevi le tue storielle e io le mie. Ce le raccontavamo e ci ingelosivamo a vicenda. Perché non dirmi che non ti infastidiva che apprezzassi l'umorismo di A. o che L., sia pure sposato, mi facesse il filo. Ma ti fermavi sempre prima di comprometterti, ovvio.
Come la volta che venisti a vedermi ballare agli Orti Borromaici. Ti vidi tra il pubblico mentre ballavo, ma poi, al momento di uscire dalle quinte, eri già sparito. È che avevi fatto un salto con le mani sporche di pesce e senza soldi, mi dicesti più tardi. Ma fammi il piacere.
Beh, ovvio, a certi tuoi amici io non piacevo: non ero una delle oche ridanciane che piacevano a loro. E, man mano che li frequentavi sempre di più, cambiasti anche tu. Ne parlammo anche, una sera, davanti al Nice One, di quanto eri cambiato. Tu negavi, dicevi che io e gli altri che facevano discorsi simili ti avevamo idealizzato. Ma io me lo ricordo quanto eri una bella persona quando ti interessava solo di imparare umilmente, e non vivevi tra un happy hour e l'altro.
Infine, dal momento che ogni sofferenza ha una fine, è finito anche il mio sentimento per te. Il mio umore non poteva continuare a dipendere dal fatto che tu un giorno eri capace di portarmi un regalo per il mio compleanno e poi non farti sentire più per una settimana.
Un mese dopo aver deciso che non meritavi più neanche un mio sospiro, ho conosciuto Luca. So che all'inizio pensavi che fosse un giocattolo come gli altri, uno che magari ti sbandieravo sotto il naso per farti ingelosire. E invece lo amavo, l'ho amato da subito. E lui aveva il coraggio di amare me, nonostante fossi la stessa donna intelligente, decisa, testarda, bisbetica, complicata e ferita che tu avevi avuto a disposizione per due anni.
Sono andata a vivere con lui, e sei pure venuto a casa nostra insieme agli altri amici di Ariadne. Da quando ho conosciuto Luca, ho potuto essere tua amica. Amica davvero, perché, senza il desiderio di te, tornavo a vedere tutte le cose belle che ci avevano uniti al principio.
Poi tu te ne sei andato a lavorare in un posto migliore. Io mi sono impuntata sul fatto che le amicizie sono rapporti paritari, e mi sono rifiutata di fare come tutti gli altri tuoi amici, che ti chiamano e non vengono chiamati. Ho fatto bene, ho fatto male? Non lo so, ero troppo impegnata a vivere la mia vita.
Poi, a un certo punto, mi è dispiaciuto di essere stata così integralista: mi mancavi, mi mancava il mio amico e basta. Ho provato a scriverti, raccontandoti della mia bambina e del fatto che mi sarebbe piaciuto presentarti la mia famiglia, e non mi hai risposto.
Sei mio amico su Facebook, ma non ho rapporti con te.
Mi manchi. Ogni tanto sogno di trovarti per caso in giro e di chiacchierare per ore con te, raccontandoti di questi 5 anni e mezzo senza di te e facendomi raccontare. Mi manca il mio amico, ora che non sono più attratta da te e che ho trovato un uomo che amo più di quanto avrei amato te.
Ma forse, visto che non manifesti nessuna voglia di avere rapporti con me, dovrei finire per ammettere che quella persona che mi manca non esiste più: è stato fagocitato dagli happy hour, dagli ambienti fighetti e dai rapporti superficiali. E non sai quanto mi dispiace.

mercoledì 4 novembre 2009

Nostalgie di novembre

10 anni fa, cominciavo il master. E tra pochi giorni casa mia sarà invasa di ciò che siamo diventati nel frattempo. Ci saremo noi, con qualche illusione in meno e qualche chilo in più, ma ci saranno anche i nostri compagni e i nostri figli.
Non faremo una grande festa fino a notte fonda, come usavamo fare 10 anni fa, e probabilmente non arriverà nessun custode ad abbassare la musica. Saremo noi piuttosto a chiedere ai nostri bambini di abbassare le voci.
Chiacchiereremo fitti fitti, con la confidenza di 10 anni fa, mentre i nostri compagni cercheranno di socializzare e i nostri bambini giocheranno insieme. Ci confronteremo con la nostra immagine di 10 anni fa e tireremo qualche somma.
Spero che non finiremo a parlare di lavoro, perché è vero che da lunedì sto benissimo e ho belle prospettive, ma se penso che 10 anni fa sembrava di avere il mondo in mano... Per quanto molti di noi siano anche soddisfatti di essersi sottratti alla frenesia della New Economy, si tratta sempre di sogni che hanno preso il volo.

6 anni fa, conoscevo Luca. Vedevo questo percussionista taciturno, vestito da bravo ragazzo di campagna in un ambiente da finto-straccioni alternativi. Gli parlavo, lo conoscevo e pensavo: io con questo voglio fare una figlia. Detto fatto, per carità.
Ma, ogni volta che ci penso, mi stupisce come quell'ispirazione mi sia nata in testa dal nulla.
E oggi, con quel percussionista finto-taciturno, gestisco 2 figli e 4 gatte, parlo e sogno, spettegolo di amicizie comuni createsi nel tempo, e rido tanto tanto tanto.

Nonostante il clima, novembre è tutt'altro che un brutto mese, per me.

martedì 3 novembre 2009

Un tranquillo weekend d'incazzatura

Immaginatevi di aver passato un bel weekend. Da mesi preparavate voi stessi e i bambini per passare Halloween a Triora: le storie di streghe, le zucche, ecc. Voi stessi siete fan della Bagiua e quindi molto contenti di partecipare a una manifestazione organizzata dai suoi autori.
Insomma, le premesse per un bel weekend c'erano tutte e sono state rispettate. Peccato che, in previsione di voler passare il giorno prima e quello dopo Halloween in un posto più vicino al mare, siate disgraziatamente incappati nel sito di un B&B che pareva promettente: situato in uno dei miei luoghi preferiti del Ponente, con annesso ristorante naturale, bambini e animali domestici benvenuti, un po' caro (95 euro a notte) ma dopotutto il posto è particolare e siamo nel Ponente.
Già arriviamo venerdì pomeriggio e vediamo che la stanza non vale i 95 euro: non è particolarmente grande (ci stanno appena un letto matrimoniale e 2 letti singoli) e vabbe', il bagno è piccolo e con lo scarico della doccia in mezzo al pavimento e vabbe', il riscaldamento è composto da due stufette elettriche (di cui una in bagno proprio di fronte al getto della doccia, e non parliamo di come è messa la presa) e vabbe', i materassi sono vecchi e di crine, i cuscini sotto la federa sono marroni e sanno di muffa, ci dicono che l'acqua calda ci mette un po' ad arrivare ma arriva, non c'è un cestino in camera per buttare pannolini e assorbenti. Poi la prima sorpresa: la colazione ce la dobbiamo fare noi, con le cose che loro lasciano nella cucina comune. La dotazione per la colazione comprende biscotti e fette biscottate in confezione già aperta, 4 barattoli di marmellata aperti da chissà quando, latte e succo di frutta. Però bio. La cucina comune è una specie di garage riadattato senza il minimo gusto, senza riscaldamento.
Prima di arrivare alla colazione, però, c'è dell'altro: un letto si sfonda spontaneamente sotto il peso di Luca già seduto lì da qualche minuto, non si può fare la doccia dopo le 8 del mattino (Luca, fortunato, ce l'ha fatta, mentre io mi sono risciacquata i capelli con acqua gelida), l'armadio con l'anta a specchio è solo appoggiato sui piedini e non è per niente stabile.
Per coronare il tutto, non accennano nemmeno a registrarci né a farci la ricevuta.
Ora io vorrei non tanto far loro causa, perché non ho né tempo né soldi da perderci. Vorrei che ricevessero un controllo della finanza e/o dell'ASL e/o di un altro ente competente, per fare in modo che nessun altro venga preso in giro come noi.
Consigli?